venerdì 26 giugno 2015

COMPLICI PER IL FUMO. Prima parte. Racconto di Federico Messana



Ormai son trascorsi due anni. 


"Però è scritto guardando al modello di D'Arrigo", tiene a precisare a telefono Federico Messana, nell'annunciarmi l'invio del suo racconto. 


I lettori sono avvisati: la storia se si vuole è minimalista ma la lingua è tutto un crepitio di suoni, una danza di parole, da apprezzare perché veicolano una storia ma contemporaneamente o sopratutto mettono in evidenza se stesse.


Per renderlo più consono ai tempi e ai ritmi di lettura di un blog, lo suddivido in due parti: per gustare meglio le parole, non solo il racconto ma anche il raccontare.


Il titolo, infine, traslandolo dal senso proprio in quello figurato, esula dalla storia a cui nel racconto si riferisce, e rimanda allusivamente ad altre storie, quelle di sempre,  alle complicità tirate in ballo per procacciarsi qualcosa o ingraziarsi strumentalmente qualcuno, che si riveleranno a loro volta figurato "fumo" o concreto  "arrosto". P. C.





                       
                               
FEDERICO MESSANA

       I ragazzi di Monte Ottavio             

                 Racconto ambientato negli anni sessanta in un paese siciliano
                           Cinque amici alla disperata ricerca di sigarette

                                                                Un pensiero a Peppi e Totuccio 
                                                                             che ci hanno lasciati per sempre.

                    
            "Che sigarette susprate[1]?", addumannò Totuccio sdillaniato[2] ed allupato con una taliata[3] isterica, issando le ciglia verso il cielo che sperluciava come specchio, con al centro un sole rosso di fuoco lavico. L'avidità che guttuliava[4] da quella semplice domanda era talmente soprapelle che non una disinteressata informazione voleva, ma carcariava[5] una pressante richiesta d’aiuto, un "datemi da fumare perché non ne posso più", come spissiava[6] fare. 

            "Palmall, suspriamo! Ne vuoi una?", gli rimandò una voce con aria babbiona[7] e sonnolenta, lanciandogli addosso una nuvolaglia fumosa che colpì il ciuffo di capelli sparpagliandoli in aria, in modo informe. Ciuffo che Totuccio, com'era aduso fare, con mossa repentina e meccanica riportò immediatamente in avanti a coprire la spaziosa e lucida fronte. Era un vero dilemma quel ciuffo malandrino: spostato in avanti gli lasciava nuda la lucida nuca, sistemato all'indietro lasciava intravedere una fronte spaziosa, in mezzo, sede naturale, gli dava le sembianze di un gallo cedrone nell’atto di emettere un chicchirichì.. Nel porre quella domanda, prima smorfiò con aria incredula, quindi ridacchiò d’un riso tutto grifonesco. 

            Federico, senza attendere risposta di voce, poiché erano stati sufficienti un movimento di collo ed una dilatazione di guancia, seguiti da una scaccaniata[8] gallinacea, estratta una sigaretta dal pacchetto di Palmall ancora pieno, che barbagliava come specchio al sole per via della coloratissima confezione sigillata da una lucida pellicola trasparente, l'allungò a Totuccio. Questi, con l'avidità di chi è a digiuno da tempo assai remoto, accarezzandosi la nuda e lucida nuca che sembrava il culo bianco di una verginella e sparpagliando all'indietro, con gesto repentino e studiato, il ciuffo di capelli scompigliati, in pochi secondi accese la sigaretta e cominciò ad emettere alte volute di fumo, per rifarsi della prolungata astinenza.

Passeggiando su e giù, giù e su per la piazza, in silenzio e senza prescia[9], i cinque amici assomigliavano ad uno di quei treni merci del capoluogo che, tra sibili di ciminiere e monotoni nfunfù, nfunfù di pistoni e stantuffi arrugginiti, avanzano lentamente con un ciuff! ciuff! emettendo un denso fumo acre e nero che ti scompiscia[10] le tonsille.
Manco il tempo per due giri di boa che le sigarette erano già ridotte a cicche; i cinque amici le lanciavano a distanza col dito medio trattenuto dal pollice e quindi liberato come una fileccia[11]. In segno di sfida, di strafottenza e di momentanea abbondanza, contro l’onnipresente e tirribilia malasorte.

            "Fumiamo ancora!", disse con enfasi Federico.
Ed estratto dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di Lucky Strike distribuì una sigaretta a testa. Il fumo delle sigarette appena accese andò a sospingere il vecchio che lentamente cominciava a sfumuliare verso l'alto.

Mai forse quella piazza aveva visto tanta abbondanza di fumo, nonostante sentisse il lingueggiare del fuoco di caldo, né tantomeno i cinque amici che, con evidente voluttà, stavano finalmente gustando ed assaporando il loro momento di gloria.
Gli occhi di Totuccio commentariavano da soli, era come alloccato, e da qualche momento scambiava, ricambiato, cenni di soddisfazione cogli amici, ora aggrottando l'alta e nuda fronte traslucida, ora con sorrisi peccaminosi di compiacimento accompagnati da scàccani[12] indescrivibili, la cui eco rimbombava dal negozio del barbiere alla farmacia, al bar, al tabaccaio; finalmente vomitò la domanda che tutti attendevano da quando s'era aggiunto al vaporoso crocchio di sfessati.

            "Da dove arrivano queste sigarette così profumate?", addumannò sommessamente e quasi sottovoce per non azzoppare il magico e peccaminoso momento, inimmaginabile fino a qualche istante prima. Intanto che poneva la domanda voltava e rivoltava la sigaretta, leggeva la marca, annusava l'odore fumoso ed il fumo odoroso. Ma soprattutto si sgargiava[13] le guance con risate di compiacimento.
 
            "Fuma, e non pensarci! Ieri è arrivato un mio cugino dall'America Argintina!", gli rispose Salvatore che subito trovò cenni di conferma dagli altri con un: "Vero è, proprio ieri arrivò Angiluzzu!".
            "Allora, evviva l'America Argintina e gli americani argintini, evviva Angiluzzu!", rispose Totuccio con una straordinaria scaccaniata che si udì a notevole distanza.
            "Evviva l'America, le Palmall e le Lucky Strike", gli fecero eco Federico, Peppi, Fefè e Salvatore.

            I cinque, allineati come in formazione d'attacco, andavano avanti e indietro, su e giù, avvolti da una densa nuvolaglia, effetto delle veloci susprate il cui ritmo avrebbe ridotto in fumo un'intera pagliera in tempi rapidi. E scialibando[14] come dentro un miraggio, si gettavano scariche di scorreggette per saluto, trottando per la piazza come in sella a delle onde e qualcuno li inseguisse a calci nel didietro. Per Totuccio giunse a malincuore il momento del doloroso commiato, che lui definiva doveroso ed ineluttabile per via dei gravosi impegni presi con la famiglia. Era o non era gestore del bar? Doveva quindi correre e controllare che tutto filasse liscio.
   
            "Grazie delle susprate, ma ora devo tornare al bar a controllare che qualche disgraziato allupato[15] non rompa il vetro della macchinetta, com'è successo stamattina. Affamati come sono di fumo, sarebbero capaci di svuotarla di tutte le sigarette americane di cui è stata riempita 'stamatina", disse Totuccio, facendo cenno d'andarsene con aria solenne da capufficio indaffarato e non un quilibet qualsiasi che passa inosservato, ti passa sotto il naso e manco lo vedi.
            "Aspetta!", gli disse Federico. "Tieni queste due per fumarle più tardi, anzi tieni tutto il pacchetto, visti gli impegni gravosi che ti aspettano. Ti pare bastevole?".
            "No, prendi questo!" gli fece eco Fefè, in vena di cerimonie e complimenti, porgendo un altro pacchetto a Totuccio.
            "Fumati questo Lucky Strike!", aggiunse Salvatore per non essere da meno.
            "Il mio ti fa schifo? Prendi anche questo HB!", l'apostrofò Peppi, con fare sardonico.
            E così dicendo porsero i pacchetti a Totuccio che accigliato, con fare tra il commosso, il perplesso ed "il non so quale miracolo sia successo", la fronte aggrottata ed i capelli sempre più scompigliati all'indietro, stringendosi la cinghia dei pantaloni si avviò verso il bar scaccaniando più che mai "bastevole! bastevolissimo!", tutto pomponella e teatranteria[16], rischiando di restare assincopato dallo sforzo, ed annacandosi[17] sui fianchi come cavallo arabo, per via di una pàpula[18] al piede destro che lo faceva zoppiare vistosamente.

Avanzava annacandosi vistosamente, infatti, come o più d'un anziano arcivescovo che di solido ha ormai soltanto un pesante crocifisso di duro metallo appeso al petto, e si muove lentamente quasi sospinto dall'aria mossa da un nugolo di seminaristi petulanti che lo attorniano costantemente.
Con cruccio e risentimento, da giorni andava sostenendo che zoppiare, per una persona normale era normale, ma non per lui che aveva intrapreso la carriera di agrimensore, pregna di impegni e responsabilità, come e più d'un vescovo; se infatti la cosa è plausibile per un prete, che può zoppiare sotto la nera veste e la gente non se n'accorge nemmeno, non altrettanto per uno che studia per vescovo, perché il vescovo sfigura se non è fatto bell'e fatto, per via dei suoi impegni istituzionali!

Giustappunto come un agrimensore, che deve lavorare di metro, piantare paletti, fare misure, avere a che fare col Catasto. A quelli non puoi presentarti zoppiando, come una mammatessa[19] infilata per culo, non ti prendono in considerazione. S'annacava insomma, per via della pàpula, come se gli avessero titillato le tonsille inferiori, o come se gli avessero messo una mano nel sottocavallo, sprovando col medio lo sbocco di bocca, il culo ovverossia, come una gallinella se ha l'ovo.

Si muoveva come un cavallo che trasporta un grosso carico, incordato al sottopancia, ed arranca a fatica sotto il pesante fardello sculettando ed annacandosi ora a destra ora a manca, ondoso a simula di onde.
Così avanzava Totuccio verso il bar, scaccaniando[20], girandosi di tanto in tanto verso gli amici, alzando la mano destra, per mostrare la sigaretta fumosa, che sembrava ridere del suo riso, e per un segno di doveroso gesto di ringraziamento. Fosse allegro e di buon umore, o triste, turbato ed inquietato, Totuccio reagiva a scàccani, con caratteristiche risate a crepapelle che solo lui sapeva dosare con assoluta maestria. Come quando, per celia, nei lidi di Girgenti gli amici gli buttarono a mare le mutande, e lui li inseguì per la spiaggia, come una giumentella non più tenuta per la criniera, con una mano davanti ed una dietro, scaccaniando contrariato con farsa da tragediatore. E non la finiva più di sgridiarli: "Disgraziati, mi avete spareggiato il corredo appena ingignato!"[21].

            I quattro, che fino a quel momento avevano tenuto un rispettabile contegno di circostanza, come santi di màrmaro per celiare la farsa, come chi col fatto appena accaduto non c'entra e con indifferenza se ne sta in disparte a commentare l'accaduto, quando Totuccio infilò la porta del bar e fu orbo alla vista, si sgargiarono in uno squasso di sonore risate, piegandosi in due e trattenendo a stento le lacrime, dimenandosi a gettasangue: come se stavolta, la mano nel sottocavallo ce l'avessero proprio loro, sprovati come gallinelle nello sbocco di bocca e titillati nelle tonsille inferiori.   


                                                         

  * * * *
            Di buon'ora, come tutti i santi giorni, i quattro amici, s'erano incugnati[22] nel bar di Totuccio, per ammazzare le lunghe e monotone ore del mattino. Scherzando o giocando a carte, o pomponelleggiando con qualche canzoncina, attendevano che i soliti avventori, amici o conoscenti, giungessero per ordinare un caffè che, questa era la prassi, veniva offerto a quanti si trovassero nel locale.
Non un caffè a testa, s'intende, ma tirandosi il paro e disparo per chi dovesse iniziare per primo, una miserabile sucatina[23] dalla stessa tazzina che, passando di bocca in bocca, bagnava soltanto la lingua e soddisfaceva appena il palato; era come alliccare una sarda e trarne soddisfazione ma non sostanza, era come un mangiare a merdarella.
Era passato il capufficio, quindi il postino, infine il maestro.
La cerimonia, che da messinscena da opera di pupi si trattava, s'era ripetuta come da copione, e come da prassi consumata la stessa sigaretta nazionale stava facendo il giro di bocca tra gli amici. Susprandola[24] delicatamente per farla durare il più a lungo possibile ed in punta di labbra, quasi fosse una gara di resistenza.
Spesso prese a credenza[25] dal tabaccaio, che a malincuore segnava su una libretta che aumentava di spessore un giorno dopo l'altro, le sigarette si vedevano solo di lontano, come le reliquie sotto vetro dei santi nelle processioni, che passano sempre a quella certa distanza, calcolata giusta, per non essere scandagliate se sono finte o vere, rose o rosate, di osso o di cera.

            Ogni tanto s'affacciavano sulla piazza e con la mano a parocchio sulla fronte spiavano il sole, facesse abbaglio o meno. All'imbrunire occhiavano al sole, alla luce che restava: e vedendo che era giusto il momento in cui il sole al tramonto sembra mandare, come estremo addio, un ultimo grande sprazzo di luce, attimi di vero fulgore, e poi è tutto un precipitare della notte, si animavano di passione, si agitavano con spasimi di cuore. Sembrava un gesto ridicolo, quasi volessero salutarlo da soldati.
Per quella mandria di giovanotti sembrava una specie di rito matino e serotino, un segno di ringrazio per avere visto ancora il giorno e perché speravano di rivederlo ancora domani, al tramonto ma anche al sorgere, alto e immenso sole di fuoco, quando il cielo si alzava in un'altissima curva di fiamme. Anche se poi spesso lo maledicevano perché soprattutto nei giorni di mezzagosto lo scirocco africano, di cui si nutrivano mattina, mezzogiorno e sera, si poteva pigliare e mettere nei sacchi; sempre in attesa che soffiasse un venticello spiritoso in mezzo all’aria pesante che si respirava in quella piazza, una fresca borietta di grecale che rinfrescasse i pensieri.

Poi, o perché la calata del sole era stata troppo rapida e forte da seguire, o perché si spremevano troppo a smirciare[26] in quella luce, come in cerca di qualcosa, gli occhi pigliavano a fare lacrima. Lacrima di un lontano pianto, segreto, che cadeva di nuovo dentro, come in una tazzina di porcellana, dove si conserva per essere usata ancora, perché anche quella sorgente si essicca col tempo, la vita stessa si essicca. Ma non erano lacrime di pianto, pareva non le sentissero nemmeno e non se le asciugavano. Erano lacrime d'occhi, lacrime che si lacrimavano da sole, poiché lontano era il fumichìo delle reste di zolfo.
I loro occhi sembravano rigonfi di tutte le lacrime che possono riempire un occhio, e l'occhio trattenere e mai versare, di tutte le lacrime di cui è capace l'animo umano quando è veramente felice e quando è veramente infelice, quando felicità e infelicità non si sa più che cosa precisamente sia l'una e che cosa sia l'altra.

Non avevano sosta, avevano trovato un posto che già ne scandagliavano un altro, come un cane che va cercando col fiuto il posto dove fare gli affari suoi. Che poi manco di guerra venivano, per essere così apatici, sempre con l'uovo storto, ma stavano come gli altri sotto quella gran coppola di cielo dove non c'era solo sventura. Assomigliavano al cane di Nardazzu, caduto sulle zampe davanti, col petto a terra e la lingua di fuori, che fa bave e schiuma, una forma umana mezza confusa, grigia che si faceva nera, anche se il sole splendeva alto e rosso di fuoco; se ne stavano con profilo grifonesco, fisso, cogitoso, con una mente strambata. Quasi figura sfigurata del genere umano, a cuocere nel quaglio del loro massacrante stillicidio, o imboattati sani sani e conservati vivi sotto pece: mala tempora che correvano a precipizio.

            Parlavano e parlavano, di cose di nullo conto, con voce scannarozzata che sfuggiva dalla bocca come un mugulamento, una nota lamentosa che si sperdeva in tanti respiri strozzati; fino al punto di rendersi scienti d'avere perso il filo del ragionamento, o d'averlo ritrovato e averlo seguito tutto fino in fondo, fino all'altro capo, che era la stessa cosa che perderlo o riperderlo. Allora ricominciavano daccapo con sempre meno interesse di prima, come avessero un organetto e lo suonassero senza suono.
Si giravano e rigiravano senza sosta, in un culo di sacco, come fosse sempre il tramonto, che colorava il loro viso di sfumature accoranti di malinconia, e sentissero il calamitare del sole per aria, senza potergli resistere, e tramontassero anche loro dietro il sole ma all'opposto del cielo, sottoterra. Oppure, quelle bocche d'oracolo se ne stavano mute come fossero di roccia, perché non avevano nessun bisogno di parlare con parole, quello che pensavano lo portavano scritto in faccia.
            La carestia di fumo era perenne, scotrumbava[27] a lingue di fuoco, perciò non potevano dire: "Incasciamoci[28] oggi un po' di fumo, mettiamoci al sicuro con una bella scorta che domani forse sarà la nostra manna e minna[29]. La carestia che antivedettero i nostri, anni prima, adesso è passata! No, adesso è una delle peggiopeggio mai viste". Ma non c'era un'unghia, una scarda[30] di fumo da incasciare come scorta per il domani. Non c'era da stare allegri, come quando s'appresentava il tantaratàtantà del getta bandi Lisina che mazzoliava sul tamburo a tracollo per gettare un bando di dazio, o rincaro di pane, o di sale, o di chinino di Stato, tanto per dire. Loro s'immedesimavano in questo stato di cose miserrime, e sentivano ch'era sempre la loro pelle che Lisina mazzoliava sul tamburo, era per essi che sonava a morto il gettabandi.
Le mani acconghigliati alla bocca, la faccia di giallocanario come un melloncino di Malta, gli occhi un po' a lacrima un po' a riso che fissavano il vuoto, come se le poche parole uscissero di bocca da sole e loro sbrigassero altre faccende con la mente; il gettabandi diventava voce e tamburo, come la voce del grammofono che getta fuori le parole dal disco, e anche se sono parole di sangue, a lei, alla tromba, non fa né caldo né freddo.
Del resto il gettabandi non è il cantastorie che espone il cartellone coi pupi e fatica, travaglia, soffre, si contorce, muove i fili di polso suo, fa l'opera di persona, sopra e sotto al fatto successo, vive e fa vivere, in una sola parola, la parte. Lui è solo ambasciatore di finanza e dogana, d'ordinanza di sindaco e prefetto, porta la pena che gli mettono in bocca, è l'eco che ripete quello che gli gridano.

Quel gettabandi batteva e mazzoliava sulla loro pelle, essiccata in qualche chiarchiaro[31] della zona, amplificava la loro miseria e non solo in fatto di fumo, perché questo era solo una conseguenza dell'altro più grave, atavico: la miseria! Morbo, che se investe come Dio comanda, sembra un poco tutti gli altri morbi messi assieme.
Intanto se ne stavano lì, come accapigliati e confusi in una mischia furiosa col tempo, la testa leggia[32], acquagliati tra tavoli e sedie, col grande patema d’avere una zita[33], s'agonivano inconversariati, a commiserarsi, a piangersi addosso ogni sventura, a liquefarsi di tristezza e malinconia, in attesa che la pesante màzzara[34], che spingeva in avanti la lancetta del tempo, facesse suonare il liberatorio battaglio di mezzogiorno.
Poco mancava che si cantassero da soli un bel miserere, e se a qualcuno fosse venuto in mente di passare col piattino, questo non di spiccioli si sarebbe riempito immediatamente ma di lacrime amare, di sangue, di bile.

E sempre si addannavano, e pure addannandosi, speravano sempre, in attesa di una qualche nenticchiella[35] di novità, e si consumavano la vista guardando quel fumo sigillato in quella specie di cassaforte protetta dallo spesso vetro.

Parlavano e riparlavano di cose di nullo conto, e così, poveri poeti che si suonavano la chitarra a morto e tra nota e nota alliffavano con gli sguardi quella specie di cassaforte, impavidi minchionelli, non s'addobbavano né panza con fumo, né sottopanza con donna di niuno genere.

            Non erano come certe fiere di mare che muoiono per smisurato scialibi di pancia, e che restano assincopate aspettando il rutto che non viene, per vie delle sarde, triglie e sgombri che si sono accantarate[36] dentro, poiché mangiano non tanto per necessità quanto per vizio; no, per loro era valido l'opposto, loro rischiavano di morire assincopati per mancanza di vizio, di fumo fumoso, cioè. E non era neppure un enimma la loro faccia smorfiosa di sfinge.
Si addannavano, e pure addannandosi, speravano sempre, e si consumavano la vista sopra quelle scatolette colorate e variopinte, dilatando le pupille come un gatto abbagliato da una luce troppo forte.


            Era come se al centro della piazza si alzasse un pennone con una bandiera gialla, di quelle che alzano le navi che hanno avuto qualche caso di terribile morbo a bordo, ed un drappo nero col teschio e le tibie incrociate sopra, bianco su nero. Quella bandiera di funeraglia segnalava che a bordo gli uomini, marinai e passeggeri, erano ormai parte morti e parte definitivamente speranzati, e che la nave messa in quarantena batteva bandiera di morte, portava un carico di scheletri. E loro sembravano quegli uomini di bordo, i marinai, i passeggeri senza alcuna speranza. 

            Casualmente il professore aveva detto qualcosa che forse dava una risposta a questo stato di cose e forse non la dava, e qualcuno s'era posto il perché. Perché, aveva risposto, perché c'è sempre un perché in ogni cosa. Non ci sono misteri nella vita, sembrano misteri. Basta fare un piccolo sforzo e domandarsi: perché? E il cosiddetto mistero subito si risente, non è più tanto fitto e impenetrabile, la visiera gli comincia a tremolare sulla faccia, al signor mistero. Basta fare un piccolo sforzo e domandarsi: perché? Solo che lì non c'era mistero e non bastava domandarsi: perché? Era tutto chiaro e lampante come la luce del sole che abbagliava sin dal mattino.

Eppure sembrava tutto indecifrabile, arcano sopra arcano, il tuono spaventoso, senza sprazzo né scintillio di luci, che nel cielo della notte, rimbombante e scuroscuro, fa il botto finale, l'ultima bomba della cassinfernale,[37] che chiude in bellezza e mistero la luminaria dei giochi d'artificio. Erano tutti giovani, giovanissimi, evidentemente; ma la loro non era giovinezza, non era vecchiezza, ma sembrava una vecchia giovinezza, una giovane vecchiezza.

            Era come se il sonno avesse pigliato loro solo metà della mente, e metà mente invece non gli riuscisse d'impossessarsene; ed era come se con quella metà mente sognassero e con questa vivessero, sicché, pure facendo tutte e due le cose, non ne facevano veramente nessuna delle due, né tutto sognavano né tutto vivevano, ma facevano una cosa sola di tutte e due, un di più e un di meno: sognavano, come si dice, a occhi aperti.
    
            Diceva il professore: "Parabola significa tarantola ballerina", in altre parole vita e perché, quella maniata[38] di ragazzotti doveva pigliarli per parabola col significato, con la morale, e col significato morale significarsi la tarantola ballerina, ovverossia l'argomento che avevano per le mani, mettendoci sotto la parabola, a spiega e commentario. L'antico detto palermitano stava a significare che la tarantola è costretta a girare vorticosamente in tondo, senza costrutto, allo stesso modo di chi sta cercando una verità e gli capita di dover tornare al punto di partenza dove tutto è avvolto nel dubbio e nel mistero. Loro erano la tarantola ballerina di quella parabola, senza né capo né coda.       

Da qualche giorno in un angolo del bar era stata sistemata una di quelle macchinette dalle quali, inserendo una moneta e manovrando una specie di piccola gru, si poteva estrarre un pacchetto di sigarette americane: solo s'eri fortunato di culo.

Un tizio, che tra il rincoglionito e lo sdillaniato[39], s'accaniva da qualche tempo a consumare sonanti monete, di fortuna evidentemente n'aveva avuta assai poca se, dopo l'ennesimo tentativo bilioso andato a vuoto, aveva mollato un pugno di rabbia rabbiosa alla copertura di spesso vetro della macchina, rigandola leggermente in un lato, una fessurina di poco conto, impercettibile ai più, non si vedeva nemmeno, tant'era sottile da sembrare un graffio, anche se in realtà profonda ad un occhio ben attento e indagatore. I mugugni della padrona del bar, più per il fragoroso rumore di botta che per il danno causato, l'avevano costretto a desistere da ulteriori tentativi ed a tornarsene a casa ammammaluccato.

I quattro amici, biliatissimi, si guardavano in faccia con rassegnazione, intanto che i loro occhi si posavano su quei pacchetti di sigarette, ammirando con voluttà ora il loro splendeggiare acciaiato, ora il luccichio da sole al tramonto, intanto che giacevano lì accatastati uno sull'altro in bella mostra ed aspettavano soltanto una mano fortunata per essere prese e fumate. Il fuoco dei loro occhi convergeva su quella macchina, immobile ed insensibile al loro penìo, come un santo di marmo che non suda; era un continuo domandare e rispondere, breve e muto, alle volte di solo ciglio alzato o solo occhio impupillato, altre di solo labbro smorfiato o anche di sole mani spalmate per aria, occhìando ed apostrofando in un muto ribelloniamento schiumoso.

La qual cosa non era della domenica, ma forzatamente di tutti i santi giorni, non una volta sola, ma di continuo di continuo, volta su volta; un continuo penìo, ci fosse abbaglio di luna o arraggio di sole, o un nero miscuglio di cielo avesse aperto le sue cateratte. Era come se i loro occhi fossero sdoppiati, un occhio reale, col quale vedevano tutta la loro miseria, ed un occhio sognante, volto verso quel miraggio di sigarette, irraggiungibile e indecifrabile, un sogno incuneato in qualche angolo della loro mente.
Dalle loro labbra usciva un rantolo che s'udiva appena, come giocassero piuttosto a fare bolle d'aria col fiato.
Erano conzati [40]per le feste, detto in parole povere.







[1] fumate
[2] stravolto
[3] sguardo
[4] fuoriusciva, gocciolava
[5] balbettava
[6] era solito
[7] annichilita
[8] risata
[9] premura
[10] mette sopra sotto
[11] freccia
[12] risate
[13] dilatava
[14] sguazzando
[15] affamato
[16] pieno di smorfie
[17] dondolandosi
[18] vescica
[19] libellula infilzata
[20] ridendo ad alta voce
[21] usato per la prima volta
[22] incuneati
[23] succhiata
[24] fumandola
[25] a credito
[26] guardare fisso
[27] fuorusciva
[28] accantoniamo
[29] tetta
[30] scheggia
[31] pietraia
[32] leggera
[33] fidanzata
[34] pesante contrappeso in pietra che fa muovere gli orologi a peso
[35] minima
[36] ingoiate a quintali
[37] giuoco d'artificio
[38] gruppo
[39] fuori di testa
[40] conciati

Nessun commento:

Posta un commento