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giovedì 26 luglio 2018

ISSARA DI CHIUSA. Ce li racconta Totò Mirabile


Anche la rete ha le sue virtù, financo i vituperati social ne hanno,  vituperati per l'uso smodato che talvolta  se ne fa; alla rete si deve questo post con il racconto di Totò Mirabile, scaturito dalla pubblicazione di precedenti post sullo stesso argomento che ha suscitato curiosità e interesse sia in chi lo ignorava completamente sia in chi lo conosceva e magari se ne era occupato per ragioni di studio o artistiche. 


Tali apporti rappresentano in qualche modo, e grazie alla rete, una sorta di parziale risarcimento nei confronti di un "mondo" finora trascurato e dagli artisti poco celebrato.  P. C.






Cavaturi e Putiaru: tipologia del gessaio (issaru)
di 
Totò Mirabile

Occorre, innanzi tutto, fare una premessa e scindere l’argomento, specificando che il termine Issaru viene usato per indicare due tipi di attività e cioè quello vero del produttore di gesso (cavaturi) ed quello di rivenditore (putiaru).

Per quanto riguarda il primo termine (issaru di cava), posso sicuramente dire che a Chiusa, negli Anni Cinquanta, cioè circa mezzo secolo fa, non c’erano “Carcare” o se ci fossero state dovevano essere in disuso e, quindi, farò un breve cenno della provenienza del gesso siciliano. 

Numerosi carrettieri/issara partivano dai luoghi di produzione per portare la materia prima in tutta l’isola fino ai porti di Gela, Licata e Porto Empedocle, dove la polvere bianca veniva imbarcata su pesanti chiatte di proprietà degli Ingham e dei Whitaker, assieme allo zolfo e al salgemma.



Il “gesso” veniva estratto dalle cave attraverso una rete di piccole esplosioni precedute da mini trivellazioni con pali in ferro a punta piatta: La roccia gessosa si frantumava in grossi massi che venivano ulteriormente frantumati con pala e “pico” dai lavoranti.

Dalla cava la pietra gessosa veniva trasportata alla vicina carcara dove, disposta con maestria in modo semicircolare (ovvero seguendo il perimetro della fornace), veniva fatta ardere per 6-8 ore, finché, dal colore annerito, non assumeva un colore bianco-rossastro, e quando si raffreddava veniva prelevata per passare alla definitiva mazziatura (fase necessaria questa per ottenere la raffinazione della polvere bianca o la selezione più accurata di blocchi da costruzione). 

Oggi poche sono le “carcare” rimaste in Sicilia e sono tutte fuori produzione perché il gesso non trova più grande impiego ed anche perché si produce chimicamente e nessuno sa più cosa farsene delle fornaci di un tempo. 

Pertanto, insieme alla chiusura delle fornaci sono scomparsi usi, costumi e tradizioni che quel tipo di lavorazione aveva generato. 


Il gesso attualmente viene utilizzato in vari settori:

Edilizia: viene impiegato per la produzione di stucchi da interno. 

Agricoltura: viene ancora utilizzato, in maniera non corretta, per abbattere l’acidità del terreno.

Sport: viene utilizzato negli sport che prevedono un uso delle mani come punto di presa di attrezzi. 

Nella scuola è estremamente diffuso l'utilizzo di lavagne nere e su queste lavagne si usano per scrivere i cosiddetti gessetti, la cui scrittura può essere facilmente cancellata con uno straccio (cancellino) o una spugna bagnata,

Arte: esistono varie forme di arte che prevedono l'uso di gessetti colorati per disegni che solitamente vengono fatti su strade o marciapiedi come fanno i "Madonnari" in quanto solitamente dipingono immagini della Madonna o di santi. 


Per quanto riguarda il secondo termine Issaru di putìa, inteso come rivenditore di prodotto finito cioè frutto della lavorazione, a Chiusa Sclafani, che io ricordi, c’erano tre “putìe” che vendevano prodotti per l’edilizia, tra cui lu issu.


A Chiusa i rivenditori si rifornivano di Issu da commerciati di Montallegro, un paese della provincia di Agrigento.


Una importante putìa era quella del Signor Giuseppe Lo Verde, chiamato da tutti ’U zu Piddru ‘u Virdi molto preciso nel suo mestiere e grande conoscitore delle qualità dei “Canali” tegole di terracotta provenienti dagli stazzunara di Burgio. 


Io, come già accennato in altre occasioni, per andare a prendere la corriera per Bisacquino, passavo ogni mattina presto davanti la sua putìa e lo vedevo sempre indaffarato alle prese con i muratori, perché questi andavano a rifornirsi di issu e di altro materiale alla buon’ora.


Ogni tanto mi fermavo e gli chiedevo:

Zu Piddu quacchi vota m’havi a spiegare comu si fa lu issu?

Lui, un uomo minuto ma grande di cuore, sempre gentilissimo mi rispondeva:

Totò, la storia è longa, veni quacchi pomeriggiu ti la cuntu!

Poi si metteva a impostare le tegole e prendendone una mi disse:

Totò, tu ‘a sapiri chi ogni canali pi esseri bonu ‘avi a cantari!

Così dicendo, tenendo una tegola con la mano sinistra la batteva con la mano destra ed in effetti produceva un suono pieno.

Continuando mi diceva: 

Si nun canta nun è bona! E iu a unu a unu li fazzu cantari!
Forse mi voleva dire che quando lui comprava le tegole le provava singolarmente.

Continuava dicendo: 

Ni mia è tutta merci di prima qualità! 

Io per paura di perdere l’autobus, lo salutavo di fretta, e me ne andavo dicendo:

U sacciu! Quarchi pomeriggiu vegnu!

Continuando il discorso sulle “putie” dei gessai di Chiusa ricordo che in piazza Castello c’era mastru Pippinu Masseria che vendeva anche lui Issu ed altri prodotti per l’edilizia.

Invece, in via Torrente c’era un’altra putìa gestita da mastru Vicenzu “Giacatedda”, zio del compianto amico Coconedddru Giordano. Mastru Vicenzu aveva anche il carretto e faceva le consegne a domicilio.

Occorre dire che li Issara di Chiusa vendevano anche il cemento sfuso o a sacchi. Vendevano anche laterizi, “mattuna forati”, “mattuna chini”, maduna smaltati per cucine a “vapuri”, canala e canaletti


Ma, udite udite: vendevano pure la calce, che compravano a Sciacca presso la fornace Virgilio.


I muratori accattavanu la calce in zolle e poi la “squagliavano” nei fossi che facevano.

Era una operazione a cui bisognava stare attenti perché al momento che la “stemperavanu” (la immergevano nella vasca piena d’acqua), la pietra sciogliendosi iniziava a quarquariari come se bollisse, sprigionando schizzi che potevano colpire gli occhi, con le conseguenze che si possono immaginare.

La pietra adatta per la calce doveva essere una pietra composta da carbonato di calcio.

All'epoca se ne faceva largo uso ed era molto richiesta per costruire case, p'allattari li casi (imbiancare edifici), “pi disinfettari li gebbii” (disinfettare i bevai degli animali), ecc.

Oggi non è rimasto più nulla di quelle piccole “putìe” e sono state sostituite da grandi centri commerciali dove si trova tutto il materiale edile possibile ed immaginabile e nulla è rimasto delle vecchie “carcare” malgrado l’attività estrattiva fosse una buona fonte di reddito in Sicilia. 

Tutto è scomparso, restando solo il ricordo costituito da canti, feste popolari, proverbi, consuetudini familiari, legate alla trasmissione del mestiere di issaru di un tempo.




Appendice

Lu Issaru (Gessaio) lavorava la pietra gessosa che estraeva dalle cave sparse un po’ ovunque nel territorio siciliano ove erano ubicate nelle immediate vicinanze parecchie fornaci, chiamate carcari, di cui esistono attualmente solo pochi ruderi, che andrebbero protetti con maggiore cura possibile. 


Il lavoro del gessaio consisteva nel frantumare parte della collina con l’aiuto di polvere da sparo o dinamite dopodiché la pietra gessosa veniva inserita nei forni per cuocerla. 

La carcara era formata da due ambienti, di cui quello interno serviva alla cottura della pietra, mentre quello esterno era utilizzato per la raffinazione. 

Il lavoro consisteva nel sistemare i blocchi a modo di focolare, introducendo nel centro della paglia grezza che doveva bruciare lentamente minimo per 48 ore, provocando, così, la cottura della pietra. 

Dopo aver aspettato che si raffreddasse, veniva estratta pezzo per pezzo dalla fornace e trasportata nella prima camera, dove era pestata con una grossa mazza e ridotta in polvere, oppure pestata da una pesante ruota di pietra dura fatta girare da un asino. 

Il trasporto del prodotto finito dalle calcare ai magazzini anticamente avveniva a dorso d’asino, successivamente con carretti e automezzi vari.




mercoledì 17 gennaio 2018

IL MARTELLO DEL DIALETTO. Detti e modi di dire superstiti nella Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali




Finu a quannu sì cùniu, statti, 
ma quannu addivienti martieddu abbatti!

Finché sei incudine, subisci,
ma quando ti trasformi in martello, colpisci!



Questo modo di dire, bellissimo ed efficace, mi ha inviato oggi Giuseppe Bellavia Messana da "Acciaiolo" dove vive. Giuseppe insegna alle scuole elementari di Santa Luce dell'Istituto comprensivo "Mariti di Fauglia" sulle colline pisane tra Pisa e Livorno, "uno degli angoli più belli di Toscana", mi dice, ma mi dice soprattutto di essersi divertito a scuola parlando in dialetto racalmutese per tutto il giorno, infatti oggi è la giornata dedicata la dialetto. 

E siccome la "Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali" cade il 17 gennaio, coincide, nel calendario cristiano, con il giorno dedicato a Sant'Antonio, ad esso è dedicato, unitamente alla patrona Santa Rosalia, un altro detto racalmutese:

Santa Rusaliedda e Sant'Antò 
grazii ti nni dunanu quantu nni vuò.

Santa Rosaliella e Sant'Antò,
grazie te ne concedono quante ne vuoi.


Tradizione vuole, e ne ho sapido ricordo dall'infanzia, che si mangino fave secche bollite con verdure e, aggiunge Beppe, "s'addruma la cannila... Favi e carduna!" Si accende la candela... Fave e cardi!
La durata della candela faceva presagire la durata e l'intensità dell'inverno.



Ringrazio Beppe per i detti  in dialetto siciliano che ho cercato di tradurre  in italiano ad sensum
e per la foto che ha scattato nei pressi di Acciarolo
 all'interno di una bottega di fabbro ricostruita a scopi espositivi a Santa Luce.
 (L'incudine mi revoca tante cose e non solo ricordi degli ultimi fabbriferrai al mio paese; anni fa, ai tempi in cui ho insegnato alle scuole serali, sul valore simbolico dell'incudine,  considerata in sé e in dialessi con il martello che batte e modella, ho forgiato l'endiadi sicilincònia-sicilinconìa)

Post correlato sulla Giornata nazionale del dialetto:



mercoledì 9 agosto 2017

DI TESTA O DI LINGUA: CALDO ED EFFETTI COLLATERALI. Modi di dire pertinenti, raccolti e proposti dal prof. Nino Russo

In questi gironi di calura infinita (non se ne può più), per la signorile disponibilità di Nino Russo, grande linguista, grande per affabilità e modestia, si vuole riproporre alcuni modi di dire palermitani pubblicati sulla sua bacheca fb e che ci auguriamo vedano la luce in un'apposita pubblicazione assieme a molte altre con le quali ci ha finora deliziato e continua a deliziarci. P. C.



CHI CÀVURU! ARRÀSSATI AGGHÍRI ḊḊÀ!
Con questo caldo il popolo dei vicoli urbani e dei borghi diventa più irritabile, come del resto quello dei quartieri bene, ma infinitamente più fantasioso e inventivo nel linguaggio quando manda al diavolo qualcuno.
E’ il momento di pubblicare, viste le temperature previste per domani e dopodomani, un utile elenco di espressioni pertinenti fra le quali si può scegliere quella che fa più al caso. Ho escluso da esso le espressioni più crude. Nell’ortografia ho riprodotto fedelmente il parlato.
- LEVAT‘ 'I RAVANTI! - togliti dal mio cospetto.
- LEVATI RI MMENS' 'I PIARI ! - levati dai piedi.
- VA’ RUN’ O CULU ! - vaffanculo.
- VA’ COGGHI LUPPINI ! - vai a raccogliere lupini. ( Occupazione da poveri ).
- VA’ FATTI ‘NA SUPP’ E LUPPINI ! - vai a farti una zuppa di lupini.( Cibo da poveri).
- VA’ SUCAT’ UN PRUNU! - vai a succhiarti una susina ( Con allusione oscena ).
- VA' MINUZZAT’ E COCO' ! - vai a sminuzzarti alle oche.
- VA’ SONAT’ ‘U PIANU ! - vai a suonare il pianino. ( Già mestiere da poveracci ).
- VA’ ECCAT’ A MARI !, vai a buttarti a mare.
- VA’ ECCAT ’A POJTA CAJBUNI ! - vai a buttarti a Porta Carbone ( un tempo cloaca ).
- Va’ eccati sutt’ on tram, vai a buttarti sotto un tram.
- Va’ ECCATI RU QUINTU PIANU !, vai a buttarti dal quinto piano ( basterebbe già un secondo )
- VA’ ECCATI ‘NTA NA LATRINA, vai a buttarti in una latrina.
- VA’ CACA CA TI SCARRIC’ TIASTA - vai a cacare, così ti si alleggerisce la mente.
- VA’ STUIAT' 'U CULU CA JDDICULA !, vai a nettarti ( dopo! ) il culo con l’ortica.
- VA’ RUMPIC’ I CABBASIS’ O LAJGU ! - vai a rompere le “cabbasise” lontano da qui.
- VA’ RUMPIC’ I CABBASIS’ A N' ATRA BANNA ! - vai a rompre le “cabbasise” altrove.
- VA’ RUMPITt’ I COJN’ O’ LAJGU ! - vai a romperti le corna lontano da qui.
- VA’ ‘NCHIACCATI ! - vai ad impiccarti.
Da questo punto in poi il severo censore ha fatto un frego sulla lista.

***
Disegno di Nicolò D'Alessandro utilizzato per la copertina della raccolta di poesie Sicilia che brucia.

sabato 21 maggio 2016

NON AGGIUNGERE LEGNA. Proverbi siciliani di fuoco, di guerra, di amistà

Empi, spegnetelo!



Cu nun voli focu, livassi ligna

Chi non vuole fuoco, tolga la legna.


Tronco torto

Ossia: chi non vuole litigare, tolga di mezzo i motivi della lite.


Proverbio e commenti in Sandro Attanasio, Parole di Sicilia, Mursia editore, Milano 1977 

Il giovane tenore mugellano Mattia Nebbiai canta "Di quella pira".


Manrico:
Di quella pira l'orrendo foco
Tutte le fibre m'arse avvampò!...
Empi spegnetela, o ch'io tra poco
Col sangue vostro la spegnerò...

La Traviata, Parte Terza, Scena Sesta




ph ©piero carbone (Orto Botanico - Palermo, 9 gennaio 2016)

giovedì 12 novembre 2015

LATTE DI GATTA E LATTE DI CAGNA. Birribaida erudisce Smaragdos



Didascalia di Birribaida di Misilindo:

Mamma gatta o mamma cagna,
chiudo l'occhi purché se magna.


in
Coraldo, Marzuchi & Jacopino, Passeggiando con Smaragdos. Parainedito


domenica 25 ottobre 2015

GLI ALTRI SANNO I "NOSTRI" PENSIERI CHE NOI NON SAPPIAMO. Secondo Smaragdos

Dubbio gnoseologico: possiamo non pensare i nostri pensieri?


...e può capitare, dai giornali o dal web, di apprendere di noi stessi pensieri che mai abbiamo partorito; 
crucci che non ci hanno per niente sfiorato;
 "entusiasmi" dei quali non ci eravamo accorti e non ci avevano scaldato;
sconosciute paturnie che ci avrebbero dovuto deprimere;
propositi che non abbiamo minimamente "esternato";
ripicche, non sia mai!, "minacciate", etc. 
(Mai un etc. della realtà ha lasciato tanto libero sfogo alla fantasia, altrui). Quante cose ci vengono attribuite senza che noi ne sappiamo niente!

Soltanto infondata e inane attribuzione di intenzioni?
Sì, fino ad un certo punto e fino ad un certo punto ci sarebbe da ridere, se si lasciano però da parte proverbi pertinenti la maldicenza e ogni altra tempistica paremiologica sul ridere, irridere e dintorni. 

Occorre prudenza, meglio evitare, perché un certo genere di parole si deve maneggiare con cura: non ci sarebbe nulla da ridere se per ipotesi nei proverbi o modi dire si dovesse scambiare inavvedutamente una vocale con un'altra, mettiamo una i  con una a, come nel seguente modo di dire, ad esempio, che i bambini cantilenavano ad altri bambini per rintuzzarli se si sentivano offesi:


Palori di canìglia, cu li jetta si li piglia. 
(Parole di cruschella, chi lancia maldicenze a sé le spiattella).
Palori di canaglia cu li jetta piglia paglia.
(Parole di canaglia etc.)

Smaragdos, Lo scornabecco non è un animale. Parainedito.


Immagine:
Pietro D'Asaro "Monoculus Racalmutensis", "Ultima Cena" (1622). Olio su tela, cm. 205 x 310. Particolare.
Palermo, Galleria Regionale della Sicilia Palazzo Abatellis. Provenienza: Palermo, Convento di S. Maria di Gesù.

lunedì 8 giugno 2015

ANNIVÒLANU L'UOCCHI. Nubi, non nebbie: il barocco (a Palermo) fa volare

«È del poeta il fin la meraviglia...»

scriveva Giambattista Marino, per far intendere a quale stratosferico cielo dovesse innalzarsi  la poesia barocca, e guai ai poeti zavorrati  che non fossero riusciti a trasvolare a simili altezze:

chi non sa far stupir, vada alla striglia!

Spazzolate con la striglia ovvero con la metallica brusca a chi non riusciva a meravigliare. Ma non uno stupore o una meraviglia qualsiasi:

parlo dell'eccellente e non del goffo.


Un tale compito non era assegnato soltanto alla poesia e ai poeti ma a tutte le arti e agli artisti in genere, in modo particolare si direbbe agli scultori e agli architetti perché quei voli avrebbero dovuto intraprendere con pietre, marmi e altri materiali ottusi e pesanti. Pietre leggere. Ricami pesanti. Plastiche forme. Stupire, meravigliare, volare: ci sono riusciti!

E' la sensazione che si prova appena si salgono gli scalini e si varca il vestibolo della Chiesa del Gesù a Palermo universalmente nota come Casa Professa, la chiesa dei Gesuiti a Ballarò. 

O entrando nella cappella del Santissimo Crocifisso attigua all'arcinoto Duomo di Monreale e conosciuta col nome del vescovo spagnolo che l'ha voluta realizzare, mons. Giovanni Roano.

O trovandosi di colpo, tra una rampa di scale e l'altra, di fronte alla fontana di Palazzo Mirto, sempre a Palermo, dalle parti della Kalsa.

Per tre volte uno si trova a constatare la verità del Marino; meraviglia, stupore: con leggerezza. E ogni volta una forte sensazione all'altezza dello stomaco e un'altra provata con gli occhi, guardando, direi subendo, quel mare di ricami di pietre e di marmi, tanto da fare annivulàri l'uocchi. E uno per liberarsi da quel grumo inaspettato di sensazioni visive e di meraviglia ha bisogno di esclamare nella lingua, per sé,  più immediata al mondo:

m'annivolanu l'uocchi!


Le nuvole negli occhi, ammassate, che si sfilacciano, pettinate dal vento. Forme che si dissolvono in altre forme. E gli occhi che seguono cirri e plumbei addensamenti: l'uocchi annivòlanu! Sensazioni strane. Fantasticamenti. Nubi, non nebbie, nubi di bellezza.

















Ph ©pierocarbone

giovedì 21 maggio 2015

O SI PÒ O NUN SI PÒ. Ninna nanna di Calamonaci cantata dai fratelli Mancuso e la festa di san Calò.



O si pò o nun si pò, 
lu cappiddruzzu pi san Calò;
lu cappiddruzzu ca vinninu* a tutti,
a lu me figliu lu miegliu di tutti


Si può fare o meno,
(si deve comprare) 
il cappellino per la festa di San Calogero:
il cappellino che vendono a tutti,
a  mio figlio (comprerò) il migliore.


Questi versi sono stralciati da una ninna nanna di Calamonaci musicata e cantata dai fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso con la loro mirabile voce: ora, assieme alla sequela di altri versi, li cantano nelle piazze soprattutto per gli adulti svegliando e risvegliando un mare di emozioni. Altro che ninna nanna per addormentarsi! Ma per i bambini di un tempo quelle parole cadenzate con materno dondolìo o annacàta, tra le braccia o nelle amache (nache), dovevano risultare soporifero oppio, a prescindere dalla comprensione delle parole.



dal minuto 6:02 al minuto 6:27




Se non troppo piccoli avrebbero compreso che si faceva loro una promessa: l'acquisto di un cappellino per la festa di San Calogero: i versi di Calamonaci probabilmente facevano riferimento ai festeggiamenti del san Calogero della vicina Sciacca ma certi costumi erano comuni anche a prescindere dal santo o dalla località. 
Il cappellino, dunque, solitamente era una paglietta che veniva usata per ripararsi dal sole nei cocenti mesi estivi quando i ragazzi venivano impiegati per incombenze lavorative in paese o in campagna spesso faticose e ingrate.

Ma per la festa di San Calogero i pellegrini che dai diversi paesi limitrofi facevano il devozionale "viaggio" a piedi, con i muli o con i carretti, si acquistavano anche statuine del Santo nero, piccoli fiaschi detti  nzira e bummuliddri, giocattoli artigianali e magari dolci o addirittura utensili e strumenti di lavoro nelle varie bancarelle dell'apposita fiera.

Altro che addormentarsi con la ninna nanna! Quei pochissimi versi, dilatati come eco dalla voce e dalle sonorità dei fratelli Macuso, son capaci di tirarsi dietro gallerie di ricordi, dai meno ai più recenti, fino ad arrivare a prosastici confronti.

Col tempo i muli e i carretti sono stati sostituiti dalle macchine a noleggio o proprie, facendo diradare la pratica del devozionale "viaggio" a piedi;  agli antichi prodotti artigianali delle bancarelle si sono aggiunti quelli moderni e modernissimi, ma nella struttura fondamentale, che storici francesi hanno identificato con  "lunga durata", quella del 18 giugno nel panorama delle feste agrigentine resta sempre la festa di San Calò. O si pò o nun si pò...





*
Nel testo cantato mi pare venga utilizzato il verbo "appenniri" nella frase "lu cappiddruzzu c'appenninu a tutti" nel senso, credo, di "far provare", "indossare", "calzare".  
Ho preferito il verbo che fa riferimento all'acquisto e quindi al possesso piuttosto che all'estetica perché più logicamente conseguente alla preliminare condizione economicistica: "o si po o nun si po". Sa di sfida: nell'aleatorietà dei mezzi aspirare al meglio, per rabbia o convinzione.


Ph ©pierocarbone 

domenica 5 aprile 2015

BUONA PASQUA IN NATURA


A u G u R i  
a
Tu T t I




B u O n A   P a s Q u a



Con le parole del detto antico
 suggeritemi da una carissima amica
 auguro ad ognuno
 di essere fortemente unito a ciò o alle persone a cui più tiene
 al punto da essere

pampina di canna  e lippu di brivatura


foglia di canna e muschio di fontana


venerdì 27 marzo 2015

OLTRE IL "PALÌCU". Dallo stuzzicadenti al "preview" di Roberto Sottile


Ieri pubblicavo alcuni modi di dire tra cui Mi pari palìcu

Da un commento speciale su fb mi è sembrato opportuno ricavarne un post da inserire nel blog, per  un arricchimento linguistico che non fa poi male, anzi, arricchisce notevolmente e fa anche piacere. 

E' la ricchezza insondata del nostro dialetto! 

L'annuncio di Roberto Sottile ci fa prefigurare sorprese.







    • palìcu = stuzzicadenti La prima testimonianza della voce è nel Vocabolario di del Bono (1754) col valore di ‘bruscolo, stecco’ e ‘nettadenti’. Qui, come negli altri vocabolari dialettali, manca la locuzione assai viva, e registrata invece nel Vocabolario Siciliano, "mi pari palìcu" ‘mi pare cosa da nulla’. Il termine ha un corrispondente nel maltese palik ‘toothpick’, mentre nei dialetti meridionali le forme escono tutte in –icco (paliccu, palicu, palicco, per lo più col valore di ‘stuzzicadenti’). 
    • La voce è in genere considerata di origine spagnola, ma in spagnolo lo stuzzicadenti si chiama "palillo". Perciò le forme isolane devono invece essersi sviluppate a partire da un probabile "palìco", il che indurrebbe a rintracciarne la base in un latino "paliccus" ‘piccolo palo’, come suggerisce Gerhard Rohlfs. 
    • La voce è cara al Camilleri degli anni '90: "...storie dell'America che, in confronto, l'opera dei pupi e i paladini di Francia parevano palìco" (La stagione della caccia 1992/Sellerio 2002, p. 121); "non mancava manco un palìco, uno stuzzicadenti, un lecca lecca" (Il cane di terracotta 1996/Sellerio 2001, p. 39). GRAZIE SEMPRE, Piero Carbone
    • Piero Carbone Grazie al prof. Roberto Sottile per il succoso contributo. N.B. Col tuo permesso vorrei pubblicare il commento in coda al post sul blog.
      1 h · Modificato · Mi piace · 1
    • Roberto Sottile No problem, anzi potrebbe essere come un "preview" di una cosa che sto scrivendo... 



Il post di ieri



Ph ©pierocarbone