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giovedì 15 giugno 2017

SAN VITO CI PROTEGGA! Oggi per il Martirologio Romano si fa memoria dell'adolescente martire

San Vito, proteggici dai cani, dalle tempeste e dai terremoti


San Vito martire, statua marmorea, Museo Pepoli, Trapani



Santu Vitu Santu Vitu 
Tri voti vi lu dicu 
Chiamativi sti cani 
cchi mi vonnu muzzicari 
Denti di cira e ferru filatu 
ettati nterra canazzu arraggiatu

E decimila voti lodiamo a Santu Vitu 
E sempri lodatu sia Santa Crisenzia è pi la via 

s. vito
                                                                                             S. Vito Martire



Santu Vitu Santu Vitu 
Cu lu vrazzu n’arripara 
E lu populu divotu 
Diu ni scanza di terremotu 
E lu popolu dilettu 
Diu ni scanza d’ogni nfettu 
Vi priamu cu cori piu 
Diu ni scanza di ogni castiu 
Tutti a vui facemu festa 
Diu ni scanzi d’ogni timpesta






Notizie su San Vito









ph ©piero carbone 2017

giovedì 7 luglio 2016

DA QUESTI PENNELLI, DA QUESTI COLORI... UNA BANDIERA. Come un rito, a Racalmuto

Come sarà quest'anno la novella bandiera, 
pugnacemente contesa, 
del Ciliu di li Burgisi (Cero dei Borgesi)?

Si deve aspettare il sabato della Festa del Monte, fino alla pigliata di la bannera,  
alla presa della bandiera, 
per saperlo.


Allestita con perizia, cura e devozione,
come un'icona bizantina



La bandiera del 1966
Le "Bandiere" dei vari anni sono esposte nelle sale del Castello Chiaramontano
pag. 131




Il manifesto per la pigliata di lu Ciliu di quest'anno
Manifesto a cura dell'Associazione "Lu Ciliu di li Burgisi-Racalmuto".
L'omonimo Gruppo su facebook: 


Link correlati:



mercoledì 29 giugno 2016

SONO FIGLIO DI "BURGISI". Fino a quando sopravviveranno alcune tradizioni racalmutesi?



Gagliardetto realizzato recentemente dall'Associazione 
Cero dei Burgisi: richiama il fazzoletto utilizzato dai contadini 
per fasciarsi il collo o coprirsi la testa sotto il sole, durante il lavoro.
Logo disegnato da Alfonso Rizzo


Il Gruppo dei burgisi su facebook




 Saga del "ciliu" (cero) dei "burgisi" 
(borgesi ovvero proprietari terrieri anche piccoli o piccolissimi ma che vivevano del proprio senza bisogno di fare  "li iurnatara", giornatari,  cioè ricorrere ad altri lavori a giornata; possedevano normalmente la casa di abitazione in paese o anche la casa di campagna detta "robba", gli strumenti di lavoro, compresi gli animali per il trasporto o per arare la terra) 



Notizie riprese da:


In quanto figlio di burgisi, e celibe, potevo prendere la bandiera, non l'ho presa,
ma nel 1978, in occasione della Festa del Monte,
ho avuto modo di interessarmi delle superstiti bandiere del "ciliu" 
di cui dirò in un prossimo post: 
sto riesumando ricordi e raccogliendo testimonianze.


venerdì 6 marzo 2015

SE L'ALTARE VA IN ROVINA, IL POPOLO SOCCORRE



Ho rinvenuto questa antica cartolina tra le carte della sorella di mia nonna Angelina, Giuseppina Capobianco, donna devotissima, socievole, la sua casa era un via vai di amici, un punto di riferimento del quartiere, anzi, della via Pomo. 

Una casa povera, all'antica: 
due ambienti attigui con uno stanzino ricavato al pianterreno e una grande stanza al piano superiore riservata alla conservazione dei cereali raccolti durante l'estate nei terreni di Gargilàta nonché ripostiglio o "casa di ritiro" di frutta invernale, ortaggi e varie conserve alimentari; 
l'ingresso al pianterreno fungeva da soggiorno e stanza da pranzo; nello stanzino, il focolare e il forno a legna; 
attraverso l'ingresso-soggiorno-stanza da pranzo si accedeva alla contigua e retrostante stalla fornita di mangiatoia per il mulo e strapiena di paglia e di arnesi da lavoro; 
nel sottoscala erano appoggiate le quartare piene d'acqua; in un cantuccio riparato, il cantaro per i bisogni; 
sotto il letto altissimo con materassi di crine o di lana c'era spazio per la corriola piena di biancheria, incluso il corredo da sposa che non venne mai utilizzato perché Pippineddra rimase signorina; 
alle pareti, quadri e quadretti di santi, crocifissi e madonne; 
le stoviglie a vista; 
le galline scorrazzavano liberamente dove potevano e dove volevano, le uova freschissime, però, non mancavano mai e spesso ne beneficiavano i bambini del vicinato.
I galli invece, sotto mani abili, diventavano, con un castrante intervento chirurgico, capponi.



Ogni pomeriggio, prima che ritornassero gli uomini dai campi, la casa si animava di donne e giovinette per la recita del santo rosario, come con altre fogge e altro clima avveniva nelle case più ampie e ricche di borghesi, principi e baroni, come nella scena iniziale del Gattopardo per intenderci. Solo che in casa della za Pippinè il rosario si recitava in rigoroso dialetto siciliano. Teologicamente, il rosario dei poveri era identico al rosario dei ricchi e dei nobili anche se con meno fruscii e più vocii.

Analogie e differenze culturali, economiche, sociali e si direbbe di umanità. Un'umanità, quella di via Pomo, diversamente ricca, e forse, sotto certi aspetti, incredibilmente più ricca delle ricche dimore dei signori. La casa povera e dignitosa della za Pippinè, dove viveva anche il fratello, lu zi Ruardu, anch'esso scapolo, era indubbiamente la più ricca del vicinato proprio perché era sempre piena e animata al punto che era definita "la casa di tutti". Anche perché sapeva leggere, sapeva scrivere, e leggeva libri per tutti e scriveva le lettere per conto di chi era analfabeta.
Ogni particolare sembra rimandare a una pagina di Verga o a un ragguaglio del Pitrè e invece era semplicemente la vita, e seppure nei suoi estremi bagliori, la nostra vita.
Conservare una di questa case, come Antonino Uccello ha fatto a Palazzolo Acreide,  sarebbe un riconoscimento delle nostre radici a cui pur dobbiamo qualcosa. Sarebbe una sorta di tempio laico della nostra memoria. 

Ma da altri templi, di ben altra natura, eravamo partiti.



La cartolina, che pur ci ha portati lontano, la cartolina, dunque, rappresenta l'altare del Santuario della Madonna del Monte e sul retro è riportato un appello scritto a mano, in favore del suddetto altare che versava in non buone condizioni e aabbisognava di interventi di restauro e di offerte da convogliare e far convergere all'indirizzo indicato.

La richiesta di offerte e contributi da parte dei devoti della Madonna del Monte veniva fatta attraverso la cartolina perché probabilmente veniva inviata agli emigrati racalmutesi sparsi per il mondo, che erano tanti. 




link correlato
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2014/03/la-miniera-dei-modi-di-dire-racalmuto-3.html

venerdì 31 ottobre 2014

SANTU NOFRIU TUTTU PILUSU


Mario Genco rievoca in un vecchio articolo un singolare santo e la devozione che ispira: Sant'Onofrio, il santo che fa ritrovare tutto ciò che si è smarrito. 
Tutto? 
Forse, non proprio: altrimenti la sua effigie esporrebbero per obbligo nei tribunali in faccia ad ogni teste smemorato che a domanda risponde "non ricordo". Quante se ne sentono!

Quando tanto tempo fa lessi l'articolo sul "Giornale di Sicilia", mi colpì parecchio e, con l'assenso di Mario Genco, lo proposi a Mario Gallo che con piacere lo pubblicò su "Lumìe di Sicilia". 

Un piacere che voglio rivivere e far rivivere a quanti bazzicano tra i pieghi e ripieghi del blog. Lo ripropongo anche per un altro motivo: sarebbe un grave torto dimenticare chi fa ricordare tante cose. 

Santu Nofriu tuttu pilusu 
nun avi tana e mancu pirtusu,
e pi li vostri santi pila 
lu faciti truvari di ccà a stasira.

Santo Onforio, ricoperto da peli,
non ha ricetto e neanche un rifugio,
per i vostri santi peli
fatemelo ritrovare entro stasera.



Foto: Screen capture dal video Sant'Onofrio Pilusu di Gioi Scrivano











La processione si Sant'Onofrio a Palermo





Sant'Onofrio sul web

 "Preghiera per trovare le cose"


Biografia

Lumìe di Sicilia, Giugno 1998, n. 33

http://www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n33.pdf






domenica 10 agosto 2014

"L'ULTIMO UGLIARU" DI EDUARDO CHIARELLI


L’Ugliaru, di cui parla Eduardo Chiarelli, è il commerciante di olio di oliva. Una volta era ambulante. I contenitori pieni d’olio per la rivendita li trasportava manualmente, col carretto, con i primi mezzi motorizzati.


Nel “ricordo” di Eduardo è sotteso un tono da epopea quotidiana, il tono dei ricordi e del ricordare appunto. Sembra invenzione, sembra fantasia, ma non lo è, anzi, ci lascia intavvedere squarci di una società lontana, diversa, che, invece, è, è stata, semplicemente la nostra.


                                                                                                                                P. C.











  
L’ultimo Ugliaru

di

Eduardo Chiarelli
(da Setùbal, Portogallo)




A che serve il passar dei giorni, se non si ricordano .
                                                                              
                                                                                      Cesare Pavese   







Aveva atteso tanto quel giorno che preso dall´eccitazione non aveva smesso per un solo istante di parlare .

Raccontava di quando, con il carretto, non era possibile andare da Racalmuto a Ribera e ritornare in giornata, si doveva per forza pernottare per strada, o in qualche fondaco .

Dopo la guerra le cose cambiarono diceva, e quando raccontò al padre che con il suo furgoncino era andato e ritornato da Licata nello stesso giorno, quello non ci volle credere.

Rideva nel dire ciò, e nel rimembrare, sembrava che la sua voce resa stridente dagli anni e dalle Nazionali, fosse diventata più limpida e persino la sua pelle a squame quadrate, símile alla corteccia di un vecchio albero, quel giorno, sembrava pià distesa.

Pino, un giovanottone dalla bella barba scura, quelle storie le aveva già sentite tantissime volte, ma ascoltava in rispettoso silenzio, e si limitava a guidare e ad annuire col capo.

Sapeva che lo zio Carmelo era l´ultimo di una lunga dinastia di commercianti d´olio d´oliva, per centinaia di anni la sua famiglia aveva viaggiato per tutta la Sicilia, comprandolo e vendendolo. Ne era testimone il Cero, chiamato appunto “ di l´Ugliara “ che tutti gli anni sfilava in occasione della festa della Madonna del Monte .

E dopo aver passato per località dai nomi musicali , come Delia , e altre che evocavano sogni antichi , come Eraclea , passammo anche la spagnoleggiante Ribera, per puntare verso la Rocca di Caltabellotta, che con la sua mole si stagliava davanti a noi .


Ci fermammo un po’ prima, a Sant´Anna, un minuscolo paesino composto da poche case, due vie , e una piazza, e tutto così immobile e silenzioso che non ci fu bisogno del megafono per annunciare il nostro arrivo. Infatti non eravamo ancora scesi dal camioncino che cominciammo a sentire “Lu Racarmutisi arrivà ! “ e, mentre la notizia si propagava velocemente di bocca in bocca , nel contempo udivamo un gran rimescolio di pentole e tegami, e poco dopo da quelle piccole case che odoravano di letame e di carrubbe, cominciarono a uscire donne, per lo piú anziane, con in mano pentole, tegami, secchi , e le piú attrezzate con cafisi: da come reggevano i recipienti, si capiva che per quella gente l´olio d´oliva conservava ancora tutta la sacralitá che gli antichi gli attibuivano .

Quel liquido dorato era stato sin da tempi immemorabili la loro unica moneta di scambio, il loro tesoro, e con il Racalmutese lo avevano barattato, per formaggio, patate, sale , e una volta addirittura per scarponi militari.

Anche se quei tempi ormai erano lontani , quel giorno, eccezionalmente la tradizione si sarebbe ripetuta.


Lo zio Carmelo frattanto, seduto su una cassa di legno, si era già calato nella parte, e con una faccia molto seria faceva segno che si poteva cominciare.

Una alla volta le donne venendo avanti, gli porgevano il recipiente con l´olio affinché lui ne potesse costatare sia la qualità che la purezza, perché qualcuno avrebbe potuto “allungarlo” con altro olio non di oliva.


Questa operazione consisteva nel bere un sorso del liquido, e con comicissime boccacce, farlo passare rumorosamente da una guancia all’altra, in seguito, lo sputava, e dopo essersi pulito la bocca con il dorso della mano, deliberava quanto valeva per lui al chilo, dopo di che, il recipiente passava a Pino, che dopo averlo pesato con la stadera, calcolava rapidamente il contante a cui la donna aveva diritto, e così , in men che non si dica, come in un operazione alchemica, l'olio si transmutava in sapone da bucato, caffé o lucido per scarpe.




Allora non lo sapevo, ma dietro quell´operazione che io trovavo buffa, il vecchio commerciante, non si era servito appena dei cinque sensi, ma aveva fatto ricorso a tutta l´esperienza aquisita durante un intera vita.

E vedere tanta gente pendere dalle sue labbra gli devolveva quell´orgoglio e quella dignità che la società, ingiustamente, toglie alle persone anziane.

Per questo aveva aspettato per un anno intero quel giorno, per risentirsi seppur per alcune ore, di nuovo giovane, vivo e importante.


Andammo avanti così per tutto il giorno, barattando detersivi per olio, cosicché alla fine di quella lunga e calda giornata d’estate, sul camioncino, al posto dei prodotti di utilità domestica, torreggiavano due grandi recipienti colmi d’olio d’oliva.

Così stanchi, ma soddisfatti, partimmo, lasciandoci indietro il minuscolo paesino.

Avevo dieci anni, e guardando dal finestrino le zolle color terracotta delle campagne di Sant’Anna, pensavo: Sarà piú bruciata questa terra, o quella color cenere della mia Racalmuto?

Ma questi pensieri li tenevo per me, ai grandi certe cose è meglio non dirle.



Foto proprie

venerdì 25 luglio 2014

I CARRETTIERI SI MOTORIZZANO. Antica foto

Giuseppe Grimaldi detto "Viecchiupilu" con i suoi mezzi di trasporto

Foto con aneddoto

Credo che questa foto sia un documento non dico eccezionale ma sicuramente significativo: testimonia visivamente l'iniziale convivenza del carretto e di un motofurgone che di lì a poco soppianterà l'antico mezzo di trasporto.

Siamo tra la  fine degli Anni Sessanta e i primi degli Anni Settanta. Il giovane Giuseppe Grimaldi (nella foto) era andato col motofurgone in un paese vicino a vendere mercanzie, al ritorno lo incocciano i carabinieri che richiedono patente e libretto. Il libretto sì, ma la patente... Troppo giovane per averla.

I carabinieri gli vogliono comminare una multa salatissima e il sequestro del mezzo. Solo l'accorata perorazione del padre attenuò l'entità del verbale e scongiurò il sequestro del mezzo ma dietro la solenne promessa del giovane che, arrivato in paese, avrebbe "guidato" solo e soltanto il mulo del suo carretto fino a quando non avrebbe raggiunto la maggiore età per conseguire la patente.

Ma carretti e mezzi motorizzati conviveranno ancora per poco, a tutto vantaggio dei secondi.


Sulla foto

La foto mi è stata messa a disposizione dal signor Giuseppe Grimaldi.

Quando l'ho intravista assieme alle altre imaginette, carte e "cartuzze" estratte dal portafogli, me ne incuriosii e gli chiesi di poterle vedere meglio da vicino, una foto in particolare era molto piccola, ma nell'avvicinarla agli occhi mi è sembrata grande, per il mondo a cui si riferiva, che documentava.

Col suo permesso, la mia amica Emj l'ha scannerizzata ditero l'esplicita richiesta di pubblicarla nel blog. E così ho fatto, per il piacere di parteciparla a chi queste reliquie del passato sa interrogare. E apprezzare.


Altri post sui carrettieri:


http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/09/luna-e-scrusciu-di-carrettu_22.html


Una testimonianza di Eduardo Chiarelli

http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/11/carrettieri-in-america-e-sintassi-dei.html

giovedì 29 maggio 2014

NEL NOME DEI QUARTIERI


Rimangano almeno le parole



Chi doveva dirlo che l'universalismo o globalizzazione, insomma il maggior nemico del localismo, sarebbe stato il suo maggiore alleato, come dire,  l'omologante Mc Donald che fa rivalutare l'unicità del panino cu a meusa, l'OGM che fa rinverdire la tumminìa o l'universale e gassosa cocacola che fa apprezzare  il passito di Pantelleria e la bontà delle cipolle rosse di Tropea! 
L'universale che omologa e appiattisce spinge a rivalutare il particolare che conferisce identità, sia pure la sagra del cappero!

Insomma, se trasferiamo queste dinamiche alla cultura, alle tradizioni e al linguaggio possiamo dire di essere nella fase del ritorno, della riappropriazione di un mondo, del nostro, ognuno del proprio, il mondo dei sapori antichi, delle tradizioni dismesse, dei dialetti perduti. Internet docet: virtualmente si cerca di riaffermare il molecolare mondo delle varietà, delle particolarità, dei microcosmi, in particolare, dei linguaggi, dei dialetti, delle parlate. 







Si vedano, a testimonianza abbondante di ciò, le endemiche iniziative dei gruppi fb: 
- Sei di Campobello se... - Sei di Racalmuto se...  - Sei di Carrapipi se...  - Portiamo avanti la lingua siciliana e la poesia nei dialetti d'Italia - Proverbi e modi di dire dei paesi della provincia agrigentina, Proverbi popolari: Prizzi, etc etc etc. 
O per non fare torto a nessuno, per omessa citazione, cercate su un motore di ricerca dove vi conducono le parole "siciliano" "poesie siciliane" "feste popolari siciliane" "sagre in Sicilia" "ricette siciliane". Vi troverete anche un Raduno di Cane da mannara noto come Mastino o Pastore siciliano.

La lingua siciliana e ciò che essa veicola non più pascolo per nostalgici o iniziati, poeti popolari o elitari accademici. 
Ora sta diventando terreno fertile anche per la canzone moderna, come ci informa Roberto Sottile in una sua recente indagine, sostenendo di fatto lo "sdoganamento" del dialetto che poteva ritenersi fino a poco tempo fa limitato e quindi penalizzante. 
Dal planetario inglese al dialetto locale, un bel salto. In avanti? All'indietro? 
A seconda dei punti di vista.



Comunque sia, in qualche paese, questa riappropriazione coincide anche con la celebrazione dei nomi dei quartieri. 

Forse, un messaggio: monumentiamo i nostri ricordi, il loro risveglio per un grande Palio della memoria ritrovata sarà possibile  se questi ricordi troveranno una "casa" da inabitare e non la troveranno cancellata o abrasa del tutto. 

Così è avvenuto a Sambuca di Sicilia (anche se il Palio nella realtà da qualche anno non si corre più), i nomi dei quartieri sembrano bandiere che attendono il vento della storia per sventolare.

Non a caso da qualche anno le scuole palermitane adottano anche i quartieri e non solo i monumenti: per non dimenticare, per riscoprire.





Ma ognuno ricordi e risvegli i propri:

Carminu 
Guardia 
Parma 
Culleggiu 
San Pasquali 
Cuozzu di la Mannarocca
 San Giulianu
 San Franciscu
 Funtana
 Darriè li casi
 Spina
 Patreternu
 Bastiuni
 Sanghiriguoli
 Hiurera 
Matrici
Sant'Anna
Priatoriu
Acchianata di lu Signuri
Scinnuta di lu Signuri
Armi Santi
Stazzuni
...




Foto proprie, scattate a Sambuca di Sicilia, Maggio 2014


domenica 9 giugno 2013

STRAULI E CARRUOZZU: Aspettando la Festa del Monte


Uno degli scopi della Pro Loco racalmutese, appena costituitasi nel 1978, il 22 marzo esattamente, è stato quello di riappropriarci delle nostre tradizioni che continuavano a languire in coincidenza dell'emigrazione e delle campagne che continuavano a spopolarsi.
L'occasione della Festa del Monte fu un primo banco di prova, sollecitando il ripristino delle tradizionali cavalcate, inducendo il Comitato dei festeggiamenti ad affittare ben dieci cavalli regolarmente assicurati. Fu l'anno della prima Recita: la tradizionale rievocazione della venuta della statua della Madonna che "miracolosamente" volle restare a Racalmuto.

La recita ebbe luogo la domenica, in coincidenza della solenne processione  con la statua della Madonna, ma per evitare l'accavallamento si pensò per l'anno successivo di anticiparla al venerdì e avrebbe aperto i festeggiamenti, anche perché la statua, secondo la Recita, doveva stare su un carro trasportato dai buoi secondo la tradizione tramandata:

Ittàru cordi n capu a quattru vùa
e mancu arriminari si putìa.

Ddri vò ficiru forza a lu carruozzu
populu e cristiani quantu sia.

Una tradizione attestata dal Bonaventura Caruselli e pubblicata in un libro nel 1856.
Si pensò in un primo momento di ricorrere all'antico mezzo di trasporto agricolo, li stràuli, due stanghe di legno che servivano a trasportare i covoni di grano sul luogo della trebbiatura donde il modo di dire strauliari li gregni.

Una volta questo mezzo di trasporto agricolo era comune nelle nostre campagne e soprattutto nelle masserie e nei feudi ma ora non se ne trovavano più in giro, soppiantate dai dai trattori. Un certo Michele ci disse che forse ne avremmo trovate a Montedoro dove una delegazione del comitato e della Pro Loco si recò, accolta molto cordialmente da un omone rustico e gentile che sembrava avesse autorità.
Ricordo quella missione, idealmente stampata in una foto seppiata.
Passeggiammo nella piazza sotto gli sguardi incuriositi e rispettosi dei montedoresi, ancor più incuriositi dalla presenza di una donna in quel drappello di forestieri, era la presidentessa della Pro Loco, la nostra entusiasta presidentessa:  ci furono offerti caffè e gelati, alla fine l'omone rustico e gentile che sembrava avere autorità confermò che di strauli ce n'erano ancora nelle campagne montedoresi e fece il nome del possessore. Problema risolto.
Ci saremmo andati a prelevarle con un camioncino nei giorni successivi.

Ma tornati in paese qualcuno più esperiente degli altri fece notare che  strascinare questa speciale portantina sull'asfalto e sui basoli delle strade cittadine sarebbe stato molto rischioso per l'integrità della statua, messa in continuo pericolo dai sussulti.

Si pensò allora di sostituire  li strauli con il carroccio, lu carruozzu, un carro per il trasporto agricolo più grande dei comuni carretti e solitamente trainato dai buoi. La ricerca questa volta fu più facile poiché un carroccio si trovò nelle campagne racalmutesi, il possidente don Peppi ancora se ne serviva nei suoi vasti possedimenti.
Non ricordo se per quell'anno ci mise a disposizione anche i buoi per trainare il carroccio, ma sarebbe divenuta una tradizione farli pervenire da Cammarata in quanto gli animali erano lì impiegati per la festa locale e quindi più affidabili nel gestirli in mezzo al trambusto della processione.

E così fu.

Quell'anno, siamo nel 1980, in coincidenza, dell'introduzione nella Recita della Contessa e degli altri personaggi femminili, la statua della Madonna, adagiata sul carroccio, come su un letto di rose, ricevette l'omaggio dei racalmutesi con i versi, del 1903, del poeta Giuseppe Rizzo che poi sarebbero stati sostituiti dai versi più recenti di un altro racalmutese:

Oh, Madonna cchiù bianca di la nivi
n capu ssu carru vi viegnu a prigari...



Post correlato:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/search?q=oltre+lo+schiaffo


giovedì 4 aprile 2013

OLTRE LO SCHIAFFO, OLTRE IL DUELLO






Sabato prossimo 6 aprile, in mattinata, incontrerò i ragazzi della scuola media Pietro D'Asaro di Racalmuto al Castello Chiaramontano. 
Sarà bello vedere i ragazzi, preparati da dinamicissime professoresse che già l'hanno fatto in passato, cimentarsi con la Recita sulla venuta della Madonna del Monte. 
E' la memoria rappresentata, che ogni anno, per un'intera comunità, assume il valore di una celebrazione.
Ripropongo soprattutto per i giovanissimi un post che orbita intorno alla festa tra tradizione e innovazioni, su fatti lontani nel tempo ma non a loro estranei, sicuramente non estranei alla loro identità.






Le vicende particolari di Racalmuto e Castronovo di Sicilia si sono incontrate parecchie volte nella storia: nel 1503, a proposito di un sacro simulacro rimasto  miracolosamente a Racalmuto; fra il 1527 e il 1528, per uno schiaffo inferto da Paolo del Carretto, originario di Racalmuto, ad un rappresentante dei Barresi, di Castronovo.

        La prima volta, se ci fu il prodigio, come attestano storici locali (B. Caruselli, N. Tinebra Martorana) e non (G. Traina), ci fu anche il duello - secondo la tradizione orale - a dirimere la questione insorta: Ercole del Carretto, “conte” di Racalmuto, feriva Eugenio Gioeni, principe di Castronovo, e il simulacro della Madonna, oggetto del contendere, rimaneva in terra racalmutese. Correva l’anno 1503 ed il principe Eugenio Gioeni, proveniente dall’Africa dove si era recato per curarsi l’ipocondria, sbarcava a Punta Bianca etc. etc. etc. Di ncapu mari na navi vinìa, / facennu festa e sparannu cannuna. / Ascontra Racarmutu pi la via / vonzi ristari ccà sta gran Signura…


            La seconda volta, sullo spiazzo adiacente la chiesetta di San Pietro che costeggia la strada a scorrimento veloce per Palermo, ha avuto luogo uno dei fatti più sanguinosi nella storia di Sicilia, paragonabile, per efferatezza e teatrali colpi di scena, al “caso di Sciacca”. Don Paolo del Carretto morirà ucciso nell’agguato tesogli dallo schiaffeggiato Barresi. Né la faida si arresterà: altre vendette, altri agguati e altri spargimenti di sangue saranno strascico inevitabile.

            E sono tornate ad incontrarsi, per la terza volta, nel 1986, a Racalmuto,  in occasione della Festa del Monte, per stringere un patto d’amicizia attraverso il simbolico abbraccio dei due rispettivi sindaci. Scopo dell’incontro, il gemellaggio fra i due comuni; la motivazione è semplice:  se le storie dei due paesi si sono intersecate per un diverbio e per una questione d’onore e di puntiglio,  c’è stato di nuovo spazio, nella Storia, per incontrarsi in nome dell’amicizia. Dopo quattro secoli e passa, è vero, ma perché continuare ad essere storicamente  divisi se non persistevano i motivi del rancore di quei “nostri” signori? Chi se ne ricordava più?


            Anzi, a ben riflettere, si può notare che le storie delle due comunità corrono su tracciati invisibili e paralleli, che ora combaciano, ora si allontanano, per confluire di nuovo in episodi di comune storia, di relate passioni, di contrastanti interessi. Storie per certi versi confluenti, analoghe, corrispondenti. Si guardi al carattere “berbero” – lo dico per suggestione del Tinebra Martorana, - forte, tenace, del racalmutese  e del castronovese: così come emerge dalle loro storie, dall’avvicendarsi di mille contingenze. Il Tirrito, nella sua storia di Castronovo, riporta l’ipotizzata derivazione di Crastos, poi Castronuovo, da un etimo greco con significato di “fortissimo”.

            Sui motivi e la genesi che hanno portato a realizzare il gesto del gemellaggio ci stanno innanzi tutto la conoscenza e la simpatia di alcuni amici castronovesi: Totò Mastrangelo, Tonino Ceraolo, Nino Di Chiara, il sindaco Salvatore Tirrito. Il tutto nato, si può dire, da un quasi occasionale colloquio con Totò Mastrangelo. Ma sulla congruità di stringere il pacifico sodalizio si è subito concordato per altre ragioni, oltre che per l’amichevole conoscenza, e cioè per ragioni storiche, culturali, folkloriche: la Festa del Monte appartiene ad entrambe le comunità perché dal loro incontro è nata.


Per ratificare cotanti premesse, la mattina dell’11 luglio 1986, venerdì del Monte, è stata convocata una seduta consiliare straordinaria, aperta al pubblico, durante la quale è stato ufficializzato il gemellaggio, presenti i sindaci e gli amministratori delle due comunità.

            Dopo il simbolico abbraccio dei rispettivi sindaci e lo scambio delle pergamene, per suggellare l’evento, il corteo storico detto  u Triunfu  è stato particolarmente articolato e sontuoso: apriva la processione il drappello rullante dei tammurinara; seguivano: centinaia di giovani con torce e candele della pontificia cereria Gange; i gonfaloni municipali; gli stendardi delle parrocchie, dell’azione cattolica, delle confraternite, dei circoli ricreativi e dei sodalizi, delle altre associazioni religiose e laiche racalmutesi; i bambini della prima comunione in abito bianco, recanti un giglio e l’immagine infiocchettata della Madonna del Monte incollata su un cartoncino, andavano cantilenando la vugliddra la vuglidda la ciancianeddra, / dunni mi vinni, dunni mi vinni sta parrineddra;  bardatissimi cavalieri, disposti ai due lati del corteo, in costumi cinquecenteschi della rinomata sartoria teatrale Pipi di Palermo, porgevano la mano alle damigelle e facevano ala a lu carruozzu, trainato da due ieratici buoi di Cammarata.


Dietro il carroccio, che trasportava il simulacro della Madonna adagiato su un letto di rose, le autorità religiose e civili delle due comunità:  arcipreti e rettore del santuario in cotta e stola, sindaci con la fascia tricolore, marescialli e rappresentanti delle altre forze dell’ordine  in uniforme d’ordinanza, assessori in carica e in pectore, consiglieri, diaconi, collaboratori pastorali, suore dei vari conventi, educande del collegio di Maria, orfanelle del Boccone del Povero, pie signorine di chiesa con il rosario in mano.

In coda, il drappello della delegazione castronovese e il restante popolo racalmutese. Tutti a cantare, tra una posta e l’altra del rosario, Di Trapani affaccià Maria di Gèsu / n coddru li marinara la purtaru / n coddru li marinara la purtaru, mentre piovevano petali e fiori dai balconi adorni di biancheria ricamata e vellutate coperte di sciniglia. La banda suonava. Le percussioni dei tamburi grandinavano. Quando la testa del corteo giunse in Piazza Carmelo, s’udì un frenetico scampanio mentre gli ultimi fedeli uscivano dalla chiesa del Monte e chiudevano la chilometrica processione, cingendo idealmente il paese con un sinuoso abbraccio. Sarebbero dovuti arrivare cavalli e cavallerizzi danzanti dalla Festa del Taratatà di Casteltermini, ma per motivi organizzativi non è stato possibile. Ci si accontentò delle cavalcature locali.

Si vuole precisare che la festa del Monte non è la festa dei cavalli o per i cavalli anche se ne fanno strutturalmente parte in quanto attraverso muli e cavalli, connaturati alla società contadina, si trasportavano le prummisioni di grano e altri cereali fin dentro la chiesa dopo la devozionale acchianàta e si rendevano solenni: il triunfu del venerdì; la sfilata del sabato fino  a la pigliàta di lu Ciliu, distribuendo ceci abbrustoliti;  la processione della domenica, sferragliando sui basoli, che sprizzavano scintille, addobbati con coloratissime bardature, ciondolanti nappe, campanacci e drappi d’epoca, dietro il solenne carro a forma di nave.


Solennità sì, ma a precise condizioni, e lontani mille miglia da certi teatrini che sarebbero venuti dopo, alludendo a quegli improvvisati quanto pericolosi caroselli equestri tra la folla che poco hanno a che fare con la devozione e molto con il vacuo e talvolta impudico esibizionismo, somiglianti più a un rodeo argentino che a una nostrana processione religiosa.

Quando, alla fine degli  Anni Settanta, la gloriosa Pro Loco capitanata da Giovanna Lauricella si prodigò per  rimpolpare la festa con la partecipazione  di cavalli bardati e cavalieri in costumi d’epoca, visto che i preziosi quadrupedi in paese si erano ridotti al lumicino vuoi perché soppiantati dai mezzi agricoli vuoi per l’emigrazione dei contadini e dei carrettieri, si addivenne alla risoluzione di noleggiare un determinato numero di cavalli regolarmente assicurati. In questo modo il Conte del Carretto e il suo seguito poterono continuare ad arrivare a cavallo sul luogo della “Recita”. Così è stato anche in quella del 1986.

Quell’anno, la Recita, che ricostruisce l’episodio della “venuta” della statua della Madonna a Racalmuto, registrò  alcune modifiche e integrazioni: la Contessa, la cui presenza era stata inserita qualche anno avanti da un giovane poeta locale, venne condotta in portantina da quattro prestanti giovanotti detti vastàsi, un termine di origine greca che rimanda al verbo trasportare; il Principe Eugenio Gioeni e i suoi scudieri sono stati interpretati da giovani attori castronovesi; Recita e corteo storico sarebbero stati riproposti qualche anno dopo a Castronovo. Anche la mostra fotografica di un naturalista racalmutese, sulla flora e la fauna della montagna castronovese, ha seguito la trasferta della Recita  e arricchito il dialogo culturale tra racalmutesi e castronovesi. Il gemellaggio insomma è stato un avvenimento memorabile oltreché significativo.


Significativo è ancora oggi, a distanza di ventisei anni; rincuorante, trovare nel passato di un paese ciò che si vorrebbe trovare nel suo deprimente presente, per risollevarlo: segni di violenza trasmutati in segni di festosa amicizia collettiva e corale fede; prassi di violenza convertite in pratiche di simbolica pace e laboriosa convivenza civile; storiche malerbe e malsane zizzanie rimpiazzate da più commestibili alimenti di festevole pasticceria.

E’ con questa pronuba “filosofia”, foriera di prospero e pacifico futuro, che probabilmente vale la pena di ricordare schiaffi e duelli del passato, come quelli intercorsi tra il nostro e un altro paese del palermitano.

                                                                                             Piero Carbone



               - Uno schiaffo, un duello e... finalmente amici, in “Giornale di Sicilia”, 19.11.1986;
 - La vinuta di la Madonna di lu Munti (con E. N. Messana e N. Macaluso), 2a ed.
    Edizione fuori commercio, Racalmuto 1988
http://castrumracalmuto.blogspot.it/search?q=oltre+lo+schiaffo lunedì 25 giugno 2012

 


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