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giovedì 12 settembre 2019

SCIASCIA E QUELLI DEL TUCA TUCA. Malpensamenti?



Opportunismo? Brutta malattia. Si legge perfino nella Bibbia: “Io sono di Paolo”, “Io sono di Apollo”, “Io sono di Cefa”. Ma perché? Fino a quando? Credo che se Raffaella Carrà fosse stata di Racalmuto, molti di quelli che oggi (racalmutesi e non) si dicono, con nomi cambiati, di Sciascia di Consolo di Camilleri, avrebbero ballato tutti quanti il tuca tuca con l’ombelico di fuori, come ha fatto la Carrà in televisione.




Nelle foto: 
sculture femminili di Emilio Greco (Palazzo Comitini di Palermo e Museo Emilio Greco a Catania)

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venerdì 13 febbraio 2015

RIMESTANDO LA POSTA ANTICA


Rimestando la posta antica, si può incorrere in sorprese tanto gradite quanto inaspettate.




"Con Vincenzo Consolo abbiamo parlato di te e di un vostro incontro a Palermo. A casa sua ho trovato il tuo libro e mi ha fatto piacere".

Così mi scriveva Gaetano Savatteri nel Post Scriptum di una lettera datata 15  febbraio1997. Non me ne ricordavo più. Nel leggere la lettera ho subito pensato che il libro fosse Eretici  a Regalpetra per il quale Consolo mi avrebbe scritto un preziosissimo, almeno per me, commento. Ma nel riprendere in mano il libro ho visto che la pubblicazione era in data posteriore alla lettera. 

Di colpo allora mi sono ricordato che il libro, anzi il libretto, vista l'esiguità, trentacinque pagine Indice compreso, a cui si fa riferimento nella lettera era un altro. Ho ricordato pure la ragione dell'invio: nel libretto avevo citato la sua nota introduttiva pubblicata nel risvolto di copertina di un libro di Aurelio Grimaldi.
Se non ricordo male, nella dedica autografa facevo riferimento proprio alla citazione della sua nota. 

In omaggio a quella felice circostanza ripropongo sul blog il testo in cui lo cito.
Il libretto, intitolato Emarginalia, contiene sette raccontini "palermitani" ed è fuori commercio.

Disegno di copertina di Padre Alfonso Puma












Precisazione
Nel commento di Carmelo Casuscelli, che ringrazio per l'attenzione, si accenna al piacere della scoperta "nel profumo e nella grafia" delle lettere scritte a mano, e il riferimento è al frammento della lettera originale, inizialmente pubblicato per disguido tecnico, prima ancora cioè di essere trascritto e digitato,  d'altronde non avrebbe avuto senso una pubblicazione monca e non contestualizzata. 
Il valore del commento resta intatto ovviamente in riferimento alla corrispondenza epistolare cartacea di una volta, prima che si smaterializzasse e perdesse tanto del mondo di sensazioni che riusciva a comunicare.








domenica 15 settembre 2013

LO ZOLFO, LA CHIESA E DON GASPARE RIZZO. 1 di 2


Pietre incrostate di zolfo.


UOMINI DI CHIESA E UOMINI DI ZOLFO


Calogero Messana traccia il profilo di un prete-imprenditore montedorese dell'Ottocento poco curante del proprio ministero, anzi, dal comportamento decisamente esecrabile.

Per colpa dello zolfo, anzi, si direbbe delle sue esalazioni infernali in quanto fonte di ricchezza, di sfruttamento, di imbrogli.



"È una febbre, quella dello zolfo," scrive Consolo, "che cresce col tempo, una drammatica epopea che si sviluppa nell'arco di due secoli, tra congiunture, crisi, crolli di prezzi, riprese e miracoli..." (Di qua dal faro). 


La Chiesa sarebbe dovuta stare dalla parte dei poveri e degli sfruttati, e in effetti lo era, o meglio, lo sarebbe stata con più decisione negli anni successivi al "caso Rizzo", dopo lo scossone socialista dei Fasci siciliani del 1892, ma, nonostante alcuni esempi negativi, per non appiattirsi su posizioni anticlericali e per un più esaustivo inquadramento della dialettica  intercorsa tra Chiesa nissena e "società dello zolfo" bisognerà ricorrere agli studi degli storici come ad esempio a quelli di mons. Cataldo Naro.


"La Chiesa nissena dovette misurarsi con questa 'società dello zolfo'. Il confronto con la realtà sociale nata e cresciuta dallo zolfo e per lo zolfo rappresenta uno degli aspetti più importanti del complesso e articolato rapporto della Chiesa nissena con la società circostante...". 

Cataldo Naro, "Chiesa nissena e società dello zolfo nella seconda metà dell'Ottocento", in Momenti e figure della Chiesa nissena dell'Otto e Novecento, Edizioni del Seminario, Caltanissetta 1989, pag. 95.

Resta intanto il  caso di don Gaspare Rizzo, sfruttatore dei "coetus inferiores".                                                                                  P. C.

 



MONTEDORO 1850 - UN CASO EMBLEMATICO:
DON GASPARE RIZZO

di Calogero Messana 

APPALTATORE SPREGIUDICATO E CONCUBINO

Appaltatore di miniere, Vicario Curato, Consigliere Comunale... e concubino.Un personaggio che ho più volte incontrato tra le carte delle vicende minerarie di Montedoro è il Sac. Gaspare Rizzo.

Dalle notizie fornite da Petix risulta nato a Racalmuto ma figlio di Calogera Caico di Montedoro e cugino di Cesare Caico.
Dopo la restaurazione borbonica, seguita alle vicende del 1848, restò libero il posto di Vicario Curato del paese poiché il Sac. D. Giovanni Petix aveva aderito alla rivoluzione e ne fu una delle vittime. L’incarico, di nomina comunale, venne assegnato quindi a D. Gaspare Rizzo.

Il primo documento, del Febbraio 1853, di suo pugno risulta inviato a Pietro Tucci , Ispettore Scientifico per la estrazione degli zolfi etc, in cui esordisce "Con ragione Ell’assordato dalle voci di quei miseri abitatori delle case presso la miniera Comunale, poiché il Sindaco Morreale e quell’impostore di Guarino medico comunale che non potendo sfogare i loro livori hanno persuaso quei miseri che, se non è oggi sarà domani sprofonderanno negli abissi di una miniera cadente. ( omissis – vedi doc. integrale Rizzo-Tucci).

Qualche anno prima (1850), assieme ad altri soci, aveva preso il sub-appalto della miniera Comunello (sotto il cozzo della chiesa) dopo circa 16 anni di abbandono. Iniziati i lavori ricominciarono i problemi per i fabbricati posti nelle vicinanze e sovrastanti la miniera stessa. Come si legge dalla lettera accusa gli esponenti del partito avverso di calunnia nei confronti dei gestori della miniera. L’avventura come appaltatore durò poco poiché le case crollavano davvero e non si trattava di imposture.

Nel mese di Agosto un gruppo di proprietari di fabbricati danneggiati scrivono all’Intendente per denunziare il comportamento del "Vicario Rizzo gabelloto della zolfara Comunale per non avere voluto pagare il lucro delle case locate agli esponenti da Maggio a questa parte vengono espulsi dalle case locate e quindi rimangono in mezzo alla strada" …(lettera del 7 Agosto 1853).

L’intervento del Luogotente Generale di Sicilia, Principe di Satriano, blocca le attività di scavo "di quei tristi che hanno malmenato gli interessi comunali. Essi poi malgrado il divieto lor fatto non hanno lasciato di scavare nelle terre sottostanti al caseggiato, in modo che pei danni arrecati nelle case può esserne compromessa la vita degli abitanti... e mi sono determinato a disporre ch’ella proceda in via civile e criminale, chiedendo con la prima lo scioglimento del contratto ed il ristoro dei danni ed interessi pei guasti commessi dai gabellieri con la pessima conduzione degli scavi… nella via criminale poi farà ammannire tutti gli elementi che valgono a provare le frodi commesse nella licitazione del 1850 e le usurpazioni dei fittajuoli al di la del terreno nel quale avrebbero dovuto limitarsi…etc (lettera all’Intendente del 12 Agosto 1853).

Quest’ avventura finì male.


CONDANNATO AL SOGGIORNO OBBLIGATO

Il Rev. Rizzo venne inviato al soggiorno obbligato a Caltanissetta. Scrive da questa città al Luogotenente Generale di Sicilia affinché venga rimandato a Montedoro o in caso negativo che venga inviato in carcere in cui almeno avrebbe avuto un pezzo di pane!

A Sua Eccellenza Luogotenente Gen. In Sicilia Palermo

5 Agosto 1853

Il Sacerdote D. Gaspare Rizzo Vicario in Montedoro, pieno del più profondo rispetto espone all’E.V. che dall’Intendente di Caltanissetta è stato chiamato a residenza forzata in quel Capo provincia e sottoposto alla sorveglianza di Polizia. Causa di questo severo provvedimento vi è una questione d’interesse per affitto di zolfatara vertente tra lui e la Comune di Montedoro; questione tutta civile, e dei Magistrati esclusiva competenza.

Dopo 11 anni di Parrocato, dopo avere a proprie spese fornita la chiesa degli arredi sacri che la decorano; dopo aver serbata nelle passate vicende intemerata condotta, e mostrato il maggiore attaccamento al Real Trono (!), non sa il ricorrente trovar modo a comprendere i rigori immeritati che lo colpiscono. Epperò prega quindi l’E.V. perché con quella eminente giustizia voglia emettere gli opportuni ordini onde sia egli restituito alla sua famiglia, ed alla cura di cui trovasi investito; rinviandosi ai Tribunali Civili la contesa per lo affitto della Zolfara.

Egli non dubbita di questo tratto di sua benignità. Che se poi la sventura, che lo colpisce, dovrà portare la continuazione del Domicilio forzoso impostogli, allora l’infelice supplicante nella assoluta impotenza a vivere, cui trovasi ridotto, desidera che il confino gli fosse cambiato col Carcere, onde così, al pari del più tristo malfattore ottenere un pezzo di pane per alimentarsi, e sottrarsi agli orrori dell’indigenza".

Grazia che spera.

Cosa era successo per tale provvedimento ?



MEGLIO IL CARCERE

Dalle indagini sulla gestione della Miniera Comunale si era scoperto un grosso imbroglio che oggi sarebbe definito peculato.
Il gabelloto ufficiale figurava Don Ludovico Morreale che aveva convenuto col Comune lo estaglio del 10% sullo zolfo prodotto; in realtà con più contratti di sub-gabella, alcuni degli amministratori Comunali, avevano stimato e concordato un estaglio reale del 25% , la differenza del 15% restante sarebbe stata divisa tra Ludovico Morreale, Salvatore Scalia, Cesare Caico, il Sacerdote Guarino ed il Sacerdote Rizzo.



Foto di Giuseppe Palumbo

sabato 20 luglio 2013

SE SCIASCIA NON FACEVA I NOMI


Quali saranno state le arcane motivazioni della ritrosia sciasciana a non fare i nomi dei compaesani?
Una volta, a proposito del pino  malato di Pirandello citò per la cura  "un giovane che è molto bravo in queste cose, è di Racalmuto e insegna alla Facoltà di agraria".
Un'altra volta parlò del "notaio che verseggiava" e un'altra volta ancora scrisse sull'Espresso di un giovane sindaco molto attivo e che si dava da fare. 
Ma anche a proposito della sicilitudine la riferì a un giovane scrittore palermitano senza fare il nome. 
Chissà per quali ragioni! 
Poi arrivano i Consolo e i Di Marco e mettono tutto in chiaro. 
Chissà per quali altre ragioni ancora!

venerdì 19 luglio 2013

CONSOLO, I RACALMUTESI E IL PINO DI PIRANDELLO

"Speriamo che il nuovo, giovane pino possa stendere in futuro la sua pietosa chioma...". 
Questo si augurava Vincenzo Consolo nell'articolo "Il pino di Pirandello" inserito nel volume Di qua dal faro pubblicato dalla Mondadori nel 1999. 
Al vecchio pino acciaccato e al nuovo da coltivare si era interessato un racalmutese di cui con piacere riportiamo la sua testimonianza.
A proposito del nuovo pino,  non nascondendo una certa ansia, ci sarebbe da verificare fino a che punto si è realizzato il pronostico della pietosa chioma.  P.C.



PER SALVARE IL PINO DI PIRANDELLO

Testimonianza di Giovanni Liotta

Docente emerito di Entomologia dell'Università di Palermo

Circa 25 anni fa, ho incontrato al mio paese (Racalmuto) Leonardo Sciascia che, come al solito, nei pomeriggi faceva la sua passeggiata davanti al Circolo Unione. Mi ha chiesto come mai mi trovassi in paese e gli ho detto che stavo tornando da Agrigento, dove ero andato a verificare lo stato fitosanitario del Pino di Pirandello che era stato attaccato da grossi insetti chiamati Capricorni o Cerambicidi. Mi ha fatto alcune domande alle cui risposte mi sembrava molto interessato. Mi sembrava che tutto si fosse esaurito lì. Senonchè dopo alcuni mesi ritrovo alcune sue profonde riflessioni in un suo libro (Leonardo Sciascia – Fuoco dell’anima – Conversazioni con Domenico Porzio – Mondadori Editore) e che riporto:


“D. Porzio: Com’è questa storia che il pino di Pirandello sta morendo? È una malattia?
L. Sciascia: Sta morendo perché è vecchio. Ma si può salvare, con tutti gli accorgimenti tecnici che ci sono oggi. Soprattutto occorre liberarlo dal selciato: le radici non respirano, l’acqua non penetra. E poi bisogna affidarlo alle cure di uno specialista. C’è un giovane che è molto bravo in queste cose, è di Racalmuto e insegna alla Facoltà di agraria. Mi ha detto che l’amministrazione comunale non risponde a queste sollecitazioni: perché si sono messi in testa di sostituirlo con un pino di plastica.
D. Porzio: No, non è possibile!
L. Sciascia: Questa è la classe dirigente – per meglio dire digerente – che preferisce fare il pino di plastica piuttosto che salvare quello vero.. ed è così per tante, tante altre cose…..”

Dopo alcuni mesi, venne a trovarmi a Palermo lo scrittore Vincenzo Consolo, perché, mi disse, voleva conoscere il giovane di cui aveva parlato Sciascia e sapere qualcosa sulla “salute” del Pino di Pirandello. Anche di questo nostro incontro lo scrittore riferisce in un suo libro al capitolo intitolato “Il pino di Pirandello” (Vincenzo Consolo – Di qua dal faro –Mondadori Editore)



“ Un tronco morto, pietrificato,, un alto pennone scabro simile a quelli su cui si torcono, s’innarcano nello spasimo i corpi dei due ladroni nella Crocefissione d’Anversa di Antonello, è ormai il pino di Pirandello.
Una tromba d’aria ha tranciato la chioma del famoso albero del Caos...
Era un albero vecchio e malato il pino del Caos…
Il giovane “molto bravo” di cui parla Sciascia è il professor Giovanni Liotta, il quale evidentemente era riuscito alla fine a convincere le autorità a farsi affidare la cura del vecchio albero malato. E aveva innanzi tutto liberato gradualmente le radici, anno dopo anno, piastrella dopo piastrella, dalla coltre di pietra. Il pino così aveva preso a rivivere, fino a che non è stato ucciso, con lo strappo della chioma, dalla tromba d’aria…
Il Professor Giovanni Liotta aveva pensato provvidenzialmente a suo tempo a far germogliare dai semi del vecchio pino tre pianticelle. Quando queste saranno cresciute, ne sceglierà una, la più robusta, a sostituire il genitore, il tronco senza vita attuale…”

mercoledì 17 luglio 2013

SIAMO TUTTI ERETICI?


Sulla bacheca di fb sono riaffiorati, spontaneamente o per volontà di qualche deus informatico riordinatore, i commenti (qualcuno integralmente, qualche altro più o meno o per niente condivisibile in quanto testimonianza di un sentire critico-eretico moderno così estremo da rasentare il surreale) alla lettera consoliana; ne ho approfittato per riacciuffarli e condurli nel blog che vuole fungere da archivio "attivo", visto che la rete, per i fatti suoi, vien configurandosi sempre più come una sorta di nostro archivio passivo pur maneggiando fatti e pensamenti personali. E rifletterci su.

La funzione dei commenti sottoscritti e non anonimi oltreché democratica è anche etica, logica e metodologica in quanto di aiuto a definire e circoscrivere il perimetro delle proprie idee, delimitato da quello degli "altri" che se ne assumono responsabilmente la paternità. Da questo punto di vista si deve essere grati ai pensieri diversi, anche radicali, degli altri, perché aiutano dialetticamente a definire i propri. Pensieri come possibilità logica in cui c'è spazio  del loro dibattimento e non, occorre precisarlo?, veicoli di indimostrate e dogmatiche accuse che attengono al rango delle perfide calunnie. 

La varietà delle opinioni infine può indurre al relativismo ma è anche vero che allarga gli orizzonti mentali e, con un pizzico di ragionevolezza, può condurre, auspicabile meta, alla tolleranza.
In fondo, siamo tutti eretici, gli uni rispetto agli altri, se vogliamo avere un "nostro" pensiero.





Omaggio all'eretico regalpetrese onorario Vincenzo Consolo

da Piero Carbone (Note) il Venerdì 3 febbraio 2012 alle ore 17.25


Milano, 29 ottobre 2000

Caro Carbone, 
con molto ritardo ho finalmente letto il suo godibilissimo "Eretici a Regalpetra". Mi sento onorato di essere stato accomunato agli abitanti di Regalpetra, che hanno "l'eresia scritta nei geroglifici del sangue". Mi sono appassionato ai notai, preti, gesuiti, farmacisti, medici, contadini di questo straordinario paese del sale, così diverso dal mio S. Agata "insalanùtu".
Cordiali saluti. Vincenzo Consolo
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  • Nicolò RizzoMaria Teresa MangioneNenè Sciortino, Massimo Maugeri, Isabella Martorana Messana, Gero Miceli, Pixel Evolution e Luigi Scimè   piace questo elemento.
  • Licia Cardillo Di Prima Ho conosciuto personalmente Consolo. Sul mio sito ho pubblicato una fotografia scattata alla Fiera del libro di Torino, dove ho avuto modo di incontrarlo. L'ho rivisto a Racalmuto, in occasione di un'intervista a teatro. Era presente anche l'amico Rori Amodeo.Mi hanno colpito la sua riservatezza e la semplicità. Lo apprezzo molto come scrittore.
  • In questo punto su fb c'era il commento di un altro autore che ometto  per la radicalità della tesi, non volendo offendere la sensibilità di nessuno, ma che si può leggere nella sede originaria dove l'autore ha voluto postarlo. Nelle riflessioni di un amico ho colto un disagio che, pur ragionando di tutto, non voglio provocare in chi generosamente mi presta attenzione e viene a leggere i vari post del blog.

  • Licia Cardillo Di Prima Sono incuriosita anch'io del libro "Eretici a Regalpietra" e lo leggerò. Essere eretici oggi dovrebbe significare acuire lo sguardo, andare al di là, cambiare prospettiva, non per distruggere o scandalizzare, ma per costruire... e soprattutto avere rispetto delle opinioni - e fedi - altrui ed essere pronti a difenderle, con la vita, anche se non si condividono... (Voltaire insegna)
  • Piero Carbone 
    - Purtroppo il libro, forse attirandosi effluvi malefici dallo stesso titolo, dopo essere stato presentato alla fiera del libro di Messina, recensito, distribuito nelle librerie e messo in vendita on line, è letteralmente sparito dalla circolazione, su Unilibro è dichiarato fuori catalogo, eppertanto non è disponibile. Temo che si dovrà ricorrere agli articoli di legge degli avvocati più che agli articoli dei critici letterari per renderlo di nuovo disponibile.
  • - @Licia. L'eresia, nel libro, è intesa come sincera e intima ricerca della verità per la quale si è disposti a dare testimonianza personale, costi quel che costi. Ma al di là delle mie affermazioni di principio bisognerebbe leggere il libro. Mi adopererò per renderlo disponibile. L'unica copia che ho mi è stata data "in prestito" da un'amica.
  • - Intanto mi preme precisare che ho reso nota questa lettera, soltanto ora, a distanza di tanto tempo, perché mi è sembrato opportuno aggiungere anche la mia testimonianza a quella, ben più autorevole, degli altri, su Vincenzo Consolo, all’indomani della sua morte: per evidenziarne la sensibilità e la generosità, segno di disponibilità intellettuale, con cui lo Scrittore di S. Agata rispondeva all’invio di uno dei tanti libri che dalla sua Sicilia, e non solo, sicuramente riceveva nella residenza milanese.
  • Licia Cardillo Di Prima Non mi dispiace " l'eresia" che ricerca la verità, intendendo con essa il dubbio, il bisogno di uscire dal coro, d'interrogarsi, di porsi nei confronti dell'altro come "pietra d'inciampo" . Non mi dispiace "l'eresia" che scuote, sveglia, illumina, indirizza verso il bene.