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martedì 4 agosto 2015

GRAZIE, MARINEO. Designati i vincitori. Domenica 6 settembre la premiazione

DESIGNATI I VINCITORI DEL 41^ PREMIO “CITTA’ DI MARINEO” A SEBASTIANO LO MONACO IL PREMIO SPECIALE INTERNAZIONALE 
CONFERIMENTO DEI PREMI DOMENICA 6 SETTEMBRE 2015 ore 18,00 – PIAZZA CASTELLO
Il Premio Marineo è giunto quest’anno alla sua quarantunesima edizione, 41 anni durante i quali,si è guadagnato un notevole prestigio culturale nella vasta cerchia dei concorsi letterariconferimento dei premi nazionali.
Il premio speciale internazionale è stato attribuito a Sebastiano Lo Monaco personalità di primo piano del teatro e del cinema contemporaneo. La carriera di Sebastiano Lo Monaco si è sempre caratterizzata per la costante presenza, al suo fianco, di grandi interpreti e registi che hanno messo in evidenza le peculiari caratteristiche di un attore appassionato e straordinario il quale da un quarantennio si divide tra teatro, TV e cinema. L’artista siciliano recentemente si è distinto per avere portato nel teatro il suo impegno civile con due opere del Presidente del Senato Pietro Grasso, Per non morire di mafia e Dopo il silenzio, dove si evidenzia la guerra non ancora completamente vinta contro la criminalità organizzata.
Con tale riconoscimento la commissione giudicatrice ha voluto riconoscere le qualità nonché la professionalità di un attore  che, dopo aver calcato le scene per un quarantennio, continua a rivelarsi un protagonista nel panorama culturale contemporaneo.
Nell’ambito della poesia edita in lingua italiana la giuria, presieduta da Salvatore Di Marco, e composta da Flora Di Legami, Giovanni Perrone, Ida Rampolla, Michela Sacco Messineo, Tommaso Romano, Ciro Spataro, ha attribuito il primo premio a Roberto Deidier per l’opera “ Solstizio”, ed. Mondadori, il secondo premio ex aequo a Fabrizio Dall’Aglio per l’opera “Colori e altri colori”ed. Passigli e a Daniela Raimondi per l’opera “ Maria di Nazareth” ed. Puntoacapo, il terzo premio a Luca Nicoletti per l’opera “Comprensione del crepuscolo” ed. Passigli, è risultata finalista Maria Ebe Argenti, per l’opera “Dell’Anima e del cuore”, ed. Blu di Prussia.
Nella sezione opere inedite in lingua siciliana il primo premio (con diritto alla pubblicazione della raccolta) è stato attribuito a Tania Fonte per la raccolta ”E’ luntana la sira”, sono risultati finalisti i poeti Patrizia Sardisco, con la raccolta “Cristareddu appuiatu nto ventu” ed Eligio Faldini, con la raccolta “Funtana di la me vita”.

Nella sezione opere edite in lingua siciliana il primo premio ex aequo è andato a Piero Carbone per l’opera “Lu pueta canta pi tutti”, ed. Legas, New York e ad Alfio Inserra per l’opera “Tragoedia”, ed. Pungitopo, il secondo premio a Alessandro Giuliana per l’opera “Nun è timpu”, ed. Algra e il terzo premio a Filippo Giordano per l’opera “Riepitu”, ed. Youcanprint.
La Commissione ha deciso di assegnare una targa premio a Zef Chiaramonte per l’opera in lingua albanese, tradotta in italiano, “Vule uji – Marca d’acqua”, ed. Nuova Ipsa.
Soddisfazione è stata espressa dal presidente delle Fondazioni Arch.Guido Fiduccia “perché il premio pur tra tante difficoltà in tutti questi quarantuno anni è riuscito ad assolvere un ruolo di servizio culturale non solo nel territorio provinciale ma in tutta la nostra Regione, sottolineando come la rassegna marinese abbia portato nella cittadina marinese personalità di levatura internazionale e la scelta di Sebastiano Lo Monaco per la quarantunesima edizione conferma il livello culturale del Premio.
Posted by Giuseppe Taormina on 3 agosto 2015 su:

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giovedì 8 maggio 2014

DIECI PASSI AVANTI, DIECI PASSI INDIETRO. Racconto di Piero Carbone






DIECI PASSI AVANTI, DIECI PASSI INDIETRO



                                                                                    “Era molto ammirato da tutti, senza eccezione”.
                                                     Oscar WILDE, Il Principe Felice.



- Ma gli uccelli ci andranno a cacare!
- Buttato lì sul marciapede…
- …come una prostituta.
- No, sembrerà che aspetta l’autobus, confuso con gli altri passeggeri.
- Senza neanche il nome, una targa.
- Non ce n’è bisogno, lo conoscono tutti.

Ci  fu bisogno invece di ricorrere ad un allegro referendum per stabilire se la statua del filantropo don Firdinannu i racalesi la volevano con o senza piedistallo, dieci passi avanti o dieci passi indietro: ad averla davanti la porta o si lamentava la banca o si lamentava la parrucchieria. Di sicuro la volevano, specialmente dopo il secondo funerale. 
Il primo era passato sotto silenzio, ancora non era stato aperto il testamento, ma dopo, apriti cielo!, i pianti, il dolore, il lutto cittadino. 
Al primo funerale non c’era andato nessuno, al secondo, anche la banda, le maestranze, la Confraternita dell’Itria e le orfanelle che reggevano i giummi ai quattro lati della carrozza. Le mamme affacciate sugli usci ravviavano i capelli sulla fronte dei figlioli e dicevano:
- Fatti la croce, passa don Firdinannu.

Don Firdinannu lasciava la piccola casa dove abitava alla sorella con sette figli, il cavallo e l’orologio con cassa d’argento al nipote più grande, tutto il resto, e cioè la cospicua quantità di danaro ricavata dalle miniere di zolfo e di sale, ai concittadini tutti perché si costruisse l’ospedale. .
- Se ci fosse stato l’ospedale forse lui non sarebbe morto,  – commentava la gente al secondo funerale.

Se un poverocristo stava male, bisognava recarsi a Canicattì o a Girgenti, e la gente o non ci andava o moriva; anche se erano pochi i chilometri, per l’ambulanza bisognava aspettare due ore. Vi si ricorreva nei casi estremi, tanto che la gente associava il suono della sirena o a un incendio o a qualcuno che stava morendo. Tuttavia, l’ospedale a Racalò, sinceramente nessuno se l’aspettava, tanto meno dal più ricco e più tirchio del paese. Meritoria opera senza dubbio. Non un solo racalese intanto solidarizzava con i poveri eredi che, invidiati inutilmente, poveri erano e poveri avrebbero continuato ad essere.    
  
Il funerale non era ancora terminato del tutto che il Sindaco pensò alla statua. “Dobbiamo onorare chi lo merita”, disse. Chiamò uno scultore di grido che aveva fatto statue in tutte le piazze e giardini d’Italia  e gli affidò l’incarico.
-Mi raccomando! Non badiamo a spese.

Dopo un anno la statua fu pronta e venne collocata, senza piedistallo, in piazza, sul marciapiede destro, di fronte la Matrice, ma ad averla davanti la porta o si lamentava la banca o si lamentava la parrucchieria: la gente si sentiva spiata da quella statua ad altezza d’uomo che  nella penombra sembrava un uomo veramente, con una mano sospetta in tasca  e l’altra protesa in avanti. Ci fu chi cambiò banca e chi parrucchieria o anche marciapiede. Quella statua inquietava: pur in mezzo alla gente, rimaneva in solitudine soffusa di mistero.

Prima delle elezioni, il sindaco non poteva inimicarsi nessuno, così la fece impacchettare e, in attesa di tempi migliori, la spedì al mattatoio comunale vicino la Fontana. Fungeva da deposito infatti l’antico macello, non in regola con le regole previste.

Dopo le elezioni – un vero successo per il sindaco - la statua venne ricollocata davanti la banca con una bellissima festa e concorso di autorità d’ogni tipo; venne spostata un po’ più avanti dopo sei mesi per le solite lamentele. I soldi del lascito erano stati depositati presso una banca concorrente. Nei primi tempi, i genitori portavano i figli a vedere la statua del benefattore e vi si facevano fotografare accanto. Era diventato un rito. La statua, a portata di mano, invogliava  a confidenze impensabili, con  l’uomo rappresentato, quando era in vita: chi gli metteva la mano sopra la spalla, chi gli faceva una carezza, chi gli aggiustava i capelli. I bambini per eccesso di familiarità hanno financo danneggiato la sempiterna sigaretta che teneva fra le dita, per non dire quello che facevano i randagi e quel tal barbone – poveretto- che stazionava con una bottiglia di vino nei paraggi della statua.          
- E l’ospedale?

La cerimonia della posa della prima pietra, con la pergamena benedetta e la medaglietta dell’Immacolata, venne annunciata e celebrata quattro o cinque volte, memorabili rimasero i discorsi del  primo vescovo e dell’onorevole Frangiamore, ma  dopo dieci anni dell’ospedale non se parlava per niente. Lungaggini burocratiche. Impugnazioni dei parenti. Permessi, contropermessi. I soldi del lascito nessuno li toccava; maturavano gli interessi, di banca in banca. 

La gente continuava ad ammalarsi e a guarire, o a morire, come prima. Languiva la memoria di don Firdinannu quale preclaro, generoso benefattore del paese. Le nuove generazioni non sapevano nemmeno chi fosse. Se ne ricordava qualche anziano, qualche politico antico e il custode del campo – unico acquisto - dove l’ospedale sarebbe dovuto sorgere.

Per mantenere la promessa elettorale e togliere ogni fastidio alla gente, l’ennesimo sindaco di turno, ignaro e ignorante delle patrie memorie, di patria riconoscenza, non appena insediatosi fece rimuovere la statua, che fu fatta fondere in una fornace del trapanese dalle parti di Mazara, e riunì i consiglieri in assemblea per decidere cosa si dovesse fare del metallo.
- Un’altra statua, naturalmente, - concluse il sindaco, con la ruota di un pavone, - e sarà la mia.
-       La mia, - ripeté ciascuno dei consiglieri.

E si misero a litigare.      





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venerdì 2 maggio 2014

DIECI PASSI AVANTI, DIECI PASSI INDIETRO?



Alcuni anni fa ho scritto un racconto intitolato Dieci passi avanti, dieci passi indietro. Mi ha dato molte soddisfazioni perché mi ha fatto vincere al concorso on line pordenonelegge.it del 2001. Una bellissima esperienza grazie anche alla partecipazione alla festa del libro di Pordenone che mi ha dato la possibilità di incontrare tanti scrittori artisti editori intellettuali tra cui Claudio Magris, Roberto Pazzi, Dacia Maraini, Piero Angela e l'esordiente Mauro Corona.
Per me, alla fine, quel racconto ha portato bene, nonostante il titolo rimandi a situazioni e a condizioni di immobilismo.

Lo pubblicherò fra qualche giorno  sperando che, nonostante il titolo, sia di buon auspicio in favore di processi dinamici, non solo personali, per scongiurare i falsi movimenti progressivi che vorrebbero dare l'idea del movimento e invece si rivelano, a la squagliàta di la nivi (dopo che si è disciolta la neve), una "spaziale" perdita di tempo, facendo, appunto, dieci passi avanti (a parole) e dieci passi indietro (nella realtà).

Se pensiamo che fin dall'Ottocento dalle mie parti, che non sono parti montane,  c'era una fabbrica che produceva la neve!...