Visualizzazione post con etichetta Carmelo Pirrera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Carmelo Pirrera. Mostra tutti i post

venerdì 24 marzo 2017

L'INCHIOSTRO DI PIRRERA. Primaverile pensiero

Ricordo Carmelo, tenero e polemicissimo



Butterfly, papillon, mariposa...
I nomi sono alito leggero
ma anche l'aria ha gorghi
come il mare,
come il pensiero.
E c'è chi annega
dentro un calamaio.

Carmelo Pirrera







venerdì 11 settembre 2015

LE MINIERE? UN RICORDO. Rievocazione di Eduardo Chiarelli. Poesia di Carmelo Pirrera





C'è tanta pace, ora
di
Eduardo Chiarelli

Era in contrada "Sacchitello" che, con i miei Nonni materni, passavo le vacanze scolastiche. Non c'era elettricità, né acqua corrente, eppure, incredibilmente tre mesi volavano. I giorni giocando, esplorando la natura e aiutando i miei Nonni. Le notti, seduti sulla "ittèna", immersi nell'oscurità, guardando il cielo o le luci di Sutera e Milena, che tremule brillavano a distanza.

Ricordo la mia Bisnonna, "la Mamma Annù", che con quasi ottant'anni veniva a farci visita dal paese. Veniva prestissimo a piedi, e arrivava incredibilmente fresca e riposata, rimaneva un po' e poi andava via, e quando i miei Nonni la esortavano a prendere l'autobus lei rispondeva: "E com'è lu paisi? Ddruocu propria è! m'allavancu di druocu e sugnu a Vriccicu, e a dú ammariati sugnu a lu paisi".

Fu Gina, la mula , che con il suo scalpitare concitato una notte ci svegliò.
Mio Nonno aveva lavorato in miniera e sapeva che quando gli animali fanno così qualcosa non va, così ci fece uscire di casa e un istante dopo sentimmo una vibrazione sotto i nostri piedi, accompagnata da un rumore sordo, come uno strappo. Eravamo spaventati , ma era buio e non capivamo.

Bastò aspettare qualche ora per vedere ciò che era successo. Una vecchia miniera di Salgemma era crollata, originando una voragine spaventosa, e aveva inghiottito tutto ciò che c'era sopra, comprese vigne, frutteti e una bella sorgente ," la mia spiaggia" come la chiamavo.

Sono passati quasi quarant'anni d´allora e quella voragine oramai sembra far parte integrante di  "Sacchitello", l'acqua della sorgente che una volta si fermava nella "giebbia" che mio Nonno aveva costruito, adesso scende indisturbata fino al fondo della valle dando vita ad un canneto e ad un piccolo stagno, dove stormi di uccelli , all'alba e al tramonto, vanno a bere. 

C'è tanta pace, ora, in quei luoghi che io ho sentito lacerare. Come sarebbe bello se alle persone succedesse la stessa cosa.



Poesia di Carmelo Pirrera

Stampato presso la Tipografia Luxograf
nel dicembre del 1989
per conto della Soc. Il Vertice/Libri Editrice Palermo


Foto ©piero carbone

sabato 28 febbraio 2015

CONVERSAZIONE INTERROTTA CON IGNAZIO APOLLONI



Dopo Nat Scammacca, Crescenzio Cane, Carmelo Pirrera e le loro compagne Vira e Nina, anche Ignazio Apolloni è venuto meno, ieri.


La conversazione è interrotta solo materialmente, la continueremo idealmente per ricordare quello che hanno fatto, quello che hanno scritto, i giovani "rivoluzionari" dell'Antigruppo.

L'Antigruppo merita di essere ricordato. 

Lo merita ciascuno di quelli che l'hanno animato.  L'elenco sopra citato  va arricchito con altri nomi.

Hanno sognato, hanno a loro modo lottato. Hanno scritto per evadere ma soprattutto per cambiare il mondo. Solo i poeti posso aspirare a tanto, servendosi delle parole.













 


Links correlati:






Post correlati su questo blog:
















giovedì 25 settembre 2014

IPOTESI DI VIAGGIO DI UN PITTORE PITTORE. Guido Quadrio


Guido Quadrio non c'è più ma la sua arte ha continuato a viaggiare. 
Una testimonianza del 2000 e la donazione del 1996.
I milioni di cui si parla nell'articolo indicano lire £.



  






n. 38, febbraio 2000


errata corrige: scianiani = sciamani


1996 Litografia d'après colorata a mano di Guido Quadrio donata al comune di Racalmuto
durante la festa di solidarietà "Promuoversi promuovendo",
ora esposta nell'aula consiliare.
A sx, l'allora assessore alla cultura Nino Vassallo; a dx, la pittrice Barbara Mariconti,


Link correlato:


Carmelo Pirrera ricorda Guido Quadrio
(pag. 7)





Foto © archivioepensamenti

venerdì 5 aprile 2013

RACCONTARE ASTRATTAMENTE


Testimonianza per Maria Anna D'Agostino Mattiello




   Se la pittura astratta della prima metà del Novecento e l’avanguardia del secondo dopoguerra rifiutano la forma a favore, potremmo dire, del colore in sé, c’è chi, pur riferendosi a quelle scuole di pensiero, intraprende un personale cammino di ricerca artistica e piega quei modi di fare pittura alle proprie esigenze interiori.

   E’ così che in Maria Anna D’Agostino Mattiello notiamo un’apparente contraddizione: quella di indicare alcuni suoi quadri con titoli molto formali, descrittivi o narrativi addirittura,  per poi svolgerli astrattamente.

   Creano scontate aspettative titoli come “Popoli e costumi”, “Veliero”, “Cuore”, “Missionari”, “Lento cammino”, “Esuli”. Ma la D’Agostino non è una illustratrice, anzi, l’argomento annunciato è un pretesto, il punto di partenza di un processo astrattivo che la porta nel mare aperto del colore ove il cielo il mare i gabbiani sono calchi convenzionali ma vuoti, invisibili, in attesa di essere colmati  e resi visibili dalla scelta dell’artista, da una mano che brandisce  pennelli bene intrisi o trascina la spatola carica  di intenzionali impasti. Perché altrimenti la serie dei volti monocromi, gialli, azzurri, rosa, e i missionari biancoceleste, e il veliero di un rossonero materico? La pittura pensata diventa pittura vissuta.


     Più consona  pertanto appare la scelta di altri temi meno concreti, quali “Torpore”, “Conforto”, “Libertà”, “Divinazione”. Ma anche qui, perché la Libertà è un rossointenso assediato dal blunero  e il Torpore un cordone scuro che si distacca da uno sfondo chiaro di bianchi variamente venati e di gialli e arancioni  quasi allegri? 
     In ogni caso, come sostiene Wittgenstein nei suoi Pensieri diversi , e ben s’attaglia alla libera pittura della D’Agostino, “i colori stimolano alla filosofia. (…) I colori sembrano presentarci un enigma, un enigma che ci stimola – senza inquietarci”.   

Palermo, 2001


                                                                                                      

mercoledì 12 settembre 2012

"POESIA DEI BISOGNI" E "POESIA DEI SIGNORI"

In omaggio allo scrittore e poeta Nat Scammacca, ripropongo l’articolo “Poesia dei bisogni” e “poesia dei signori” pubblicato sul n. 57, giugno 2006,  della rivista Lumìe di Sicilia.                      

 La sua attività letteraria, a  cui nell’articolo si fa cenno,  andrebbe studiata e rivalutata.  Recentemente, Giacomo Pilati si è ispirato alla vicenda biografica dello scrittore e poeta siculo-americano per il suo romanzo Sulla punta del mare, edito da Mursia.


                              Sulla poesia del ‘900 in Sicilia        

           
            In occasione della Giornata mondiale della poesia,  celebratasi nella scuola media statale “S. Quasimodo” di Palermo il 21 marzo 2006 con letture di poesie di Salvatore Quasimodo, Lucio Piccolo, Stefano D’Arrigo, Gesualdo Bufalino e Ignazio Buttitta, ho approntato alcune riflessioni generali sul Novecento poetico siciliano; è stata l’occasione per sistematizzare tante sparse letture nonché conoscenze personali di fatti e personaggi a cui mi hanno legato rapporti spesso di stima, qualche volta di amicizia. Alcune di quelle riflessioni ho estrapolato per Lumìe.

Salvatore Francesco Romano, nella sua Storia dei Fasci siciliani, documenta che, nella Sicilia feudale e latifondista dell’Ottocento, il poeta contadino era ritenuto sacro, “ ...nel senso che a lui era consentito di dire tutta la verità senza  che alcuno avesse da chiamarlo in giudizio o perseguitarlo... Grazie a questa convinzione, il contadino siciliano, di solito taciturno e reticente, in poesia dava sfogo pieno ai suoi sentimenti.”
Serafino Amabile Guastella della Contea di Modica, detto il “barone dei villani”, testimonia la persistenza della figura del poeta contadino a dispetto delle rivoluzioni e delle ventate innovatrici della storia che avrebbero voluto cancellarlo.
            Egli racconta che un contadino di Chiaramonte Gulfi, nel 1861, voleva recitare per il lunedì grasso una “satira sanguinosissima contro il Sindaco”, ma il barone lo sconsigliò per non fargli rischiare un processo di diffamazione o di “aver rotta la schiena”. Il poeta lo guardò meravigliato come se avesse visto la “donna a tre gambe”  e per tutta risposta gli rispose:

“In questa poesia dico o non dico la verità?
E se dico la verità  neanche il diavolo avrà a ridirci.
Mi farà rompere la schiena, le mani non le ha lui solamente. […]
Codesta legge di non poter aprire la bocca è venuta forse con i maledetti Piemontesi che Dio li disperda tutti?
Neanche il re porco (Ferdinando II) osò molestare i poeti del nostro ceto.
E ora che c’è Garibaldi vorrebbero proibircelo?... E dicono che c’è la libertà. C’è la libertà di assassinare il povero. Dicono che sono cessati gli abusi, gli abusi sono cresciuti cento volte di più e per coronamento dell’opera, si pretenderebbe che il poeta non potesse parlare… Mi manderanno in galera , ma come è vero Iddio parlerò quanto San Paolo”. 

            Dunque, era nei fatti che, persino sotto  il vituperato Borbone, esistesse una poesia dei bisogni - primari - libera di esprimersi; una poesia che non si preoccupava di mediare l’urgenza del dire e del denunciare con le buone maniere del convenuto decoro sociale, una poesia ribellista, eslege, scombinatrice  dei giochi di società, utopista, se si vuole, intaccata nel suo slancio da un eccessivo ottimismo palingenetico somigliante a tratti, nella furia di aggiustare o sfasciare tutto perché tutto non andava, ad una furia adolescenziale.  

            Nel Novecento, per le mutate condizioni politiche, economiche, sociali, non ci sarà più la figura del “poeta contadino”, epperò quella che era una condizione espressiva socialmente accettata si incarna, anzi, si trasmuta nell’ideologia e nella prassi di un gruppo di intellettuali e di poeti, anzi di un Antigruppo.
            Il movimento letterario così detto fu attivo dalla fine degli Anni ’60 alla fine degli Anni ’80. Nat Scammacca nel 1969 ne fissa in 21 punti la concezione estetica.
Nel 2°  punto si dice: “Non è la forma che crea il capolavoro ma l’atteggiamento del poeta stesso”, laddove per atteggiamento, esplicita Lucio Zinna, “si intende la posizione contestataria assunta da parte di un individuo”.
I poeti dell’Antigruppo contestavano il potere sotto ogni sua forma non ultimo il potere culturale, le camarille, le consorterie, i letterati distaccati dalla realtà con il loro linguaggio esangue e lambiccato. Emarginali ovvero ai margini del potere editoriale, giornalistico, accademico, venivano sistematicamente emarginati; i fogli ciclostilati divennero mezzo e simbolo di resistenza culturale. 

Crescenzio Cane, il poeta della “bomba proletaria” e della “sicilitudine” - è suo e non di Sciascia, come pappagallescamente si vien ripetendo, il neologismo coniato sulla falsariga della négritude di Léopold Sédar Senghor, - nella prima metà degli Anni Settanta si scagliava contro “la piaga cronica degli intellettuali siciliani” per avere perso il contatto con le masse e la base popolare.

Nat Scammacca propugnava l’etica populista foriera di cambiamenti e impeti rivoluzionari. Per avvicinarsi alla base popolare bisognava privilegiare il contenuto, i bisogni veri, e veicolarlo con immediatezza, con il linguaggio della gente comune, del proletariato, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche.
            Comunicabilità e oralità erano gli aspetti salienti dell’anima populista dell’Antigruppo rappresentata da Scammacca, dal marxista-leninista e a suo modo francescano  Crescenzio Cane, da Santo Calì che si arrocca strategicamente nel dialetto di Giardini Naxos, da Rolando Certa autore della raccolta Sicilia pecora sgozzata, da Gianni Diecidue, Carmelo Pirrera, Ignazio Apolloni, Pietro Terminelli ed altri.
Anche se non appartenente programmaticamente all’Antigruppo, alla sua poetica e alle sue pratiche possiamo associare Ignazio Buttitta. Il poeta in Piazza si intitola emblematicamente un suo libro e, sulla copertina di un altro, Ferdinando Scianna lo ritrae mentre arringa braccianti e iurnatàra in aperta campagna. E si potrebbero aggiungere il non siciliano Danilo Dolci con la sua sicilianissima raccolta Limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi e la denuncia senza rabbia di Mario Farinella. Ma più che stilare faziosi o difettosi elenchi di nomi si  vogliono suggerire criteri per individuare e accomunare ricorrenti caratteri poetici.

Opposta ai poeti e alla poetica dell’Antigruppo è la poesia che possiamo definire “dei signori”, per palati fini, tutta prelibatezze linguistiche e rarefazioni mentali, la cui genesi è da ricercare in una corte reale, quella di Federico II, perpetuatasi nei secoli seguenti sotto cangianti forme fino a travalicare il Novecento…