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sabato 9 giugno 2018

CONVERSAZIONE CON ROBERTO PUGLISI. Poesia e giornalismo confliggono?

giovedì 2 giugno 2016

SCALDATI A TEATRO. Recita al "Garibaldi" di un unico quadro

Una mostra singolare



È al centro del teatro semibuio, circoscritto da un ovale di luce, come se stesse recitando. 
Recitare, già, la sua seconda natura, o la prima, ma non come finzione, come testimonianza di qualcosa e di sé  piuttosto. E' Franco Scaldati, barba lunga, sempre apparentemente trasandato: un personaggio.

L'ho conosciuto nel quartiere popolare dell'Albergheria, a Palermo, tra il Pensionato e la Chiesa di "San Saverio",  nel periodo in cui Pasquale Scimeca girò Lu Viaggiu dulurusu sostenuto da don Cosimo Scordato e Il giorno di San Sebastiano sull'eccidio di Caltavuturo. 


Scaldati, singolare personaggio, per niente formale, animale di teatro, che si potrebbe definire marginale ma per scoprire, specialmente dopo la sua morte,  che marginale non era: ha lasciato un vuoto,  un modo di fare teatro che metteva al centro del suo fare teatro ciò che nella vita e nella società è marginale, perdente, o addirittura scartato, ma non insignificante, non inautentico. Anzi. Un teatro che reclama alla vita valori che a volte la vita stessa non ha o camuffa.


Ieri è ritornato al Teatro "Garibaldi", in effigie: l'ho ritrovato nel ritratto di Massimiliano Carollo che ha saputo cogliere e trasmettere senza oleografismi lo Scaldati che ha conosciuto, che abbiamo conosciuto soprattutto attraverso le sue interpretazioni. 
Matteo Bavera, che questo "rudere di teatro", come è stato definito il Garibaldi recando e quasi esibendo i segni degli sventramenti bellici, ha saputo lanciare e sprovincializzare, si mostra orgoglioso del ritorno  nel suo teatro dell'amico  Franco Scaldati.   


"Il ritratto l'ho realizzato tanti anni fa", mi dice Massimiliano Carollo, chiacchierando davanti al quadro, "ma ora ho ritenuto che sia arrivato il tempo di esporlo. Franco, con cui ho collaborato come scenografo, me lo ricordo là, in quell'angolo. Ho voluto mettere accanto al ricordo il suo quadro." 




















Un necrologio come mea culpa

screen capture: livesicilia.it




Locandina di un evento del 2014  in omaggio di Franco Scaldati

martedì 21 aprile 2015

NON È QUESTIONE DI NUMERI. Il Mediterraneo non sia un cimitero

Quando i naufraghi furono trecento al largo di Lampedusa ci fu commozione e sdegno; da parte dei politici europei venne preso l'impegno di impedire il sopraggiungere simili sventure. Il Papa venne a lanciare una ghirlanda di fiori sulle acque pietose dov'erano affogati gli immigranti.
Dopodiché il mondo ritornò alle sue routines: sbarchi guerre economia. Casi isolati di immigrati morti nella traversata sui barconi sovraccarichi.

Sul mondo scombussolato da discutibilissime ragioni,  politiche più generali dovrebbero cercare di porvi rimedio per non gettare a mare la dignità di uomini, quella di tutti, assieme alle vite degli altri. Intanto, si dovrebbe fermare ogni traffico di esseri umani fonte di lucro per una "semplice" traversata: a che è servita una millenaria tecnologia altrimenti? Una considerazione semplice, semplicistica e banale. Ancora più semplice sarebbe sperare in un miracolo e far camminare i disperati sulle acque. Finora, tollerare che avvenisse ancora quello che era già avvenuto, sopportare il silenzio o l'indignazione soltanto sommessa, da piccolo trafiletto in un giornale,  o la non notizia dei morti isolati o a piccoli gruppi disseminati nel mare e nel tempo è stato meno "banale"?




Ma l'altro giorno l'elevato numeri di morti annegati, 900 o forse più, ha fatto ridiventare notizia la morte, i morti, gli immigrati. Come se per considerare la vita e la morte di un uomo ci fosse bisogno dei numeri multipli. Né silenti né inattivi.

Queste non sono analisi sotto qualche profilo specialistico ma moto di pietà, di indignazione, di rabbia della coscienza. Per dire: non è questione di numero. E lo dice con fermezza Roberto Puglisi nelle seguenti riflessioni estrapolate da un suo articolo. 


"No, Signora, non discutevano di teologia. Quegli uomini invocavano Dio. Dove è finito il pianto che non sia retorica? Dov'è il sentimento della misura colma? Quanti altri dovranno spegnersi ancora, con una preghiera sulle labbra? Non c'è più una lacrima da spendere, c'è una contabilità da aggiornare; una tombola di numerini estratti che hanno smarrito ogni sembianza di umanità. E la chiamiamo accoglienza".

L'articolo