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giovedì 18 giugno 2015

UN PENSIERO AUGURALE CON SAN CALOJERU DI NNI NÙ

archivio e pensamenti: SAN CALOJERU DI NNI NÙ. Contributo di Giovanni Liotta




Oggi si celebra San Calogero eremita

secondo il Martirologio Romano. 

Festa grande a Naro,

 ma non solo a Naro, 

con un'avvertenza: 

ciascun paese festeggia il proprio:

 in Sicilia i San Calogero sono tanti.

Auguri a chi, 

in versione maschile o femminile, 

porta il suo nome.


giovedì 21 maggio 2015

O SI PÒ O NUN SI PÒ. Ninna nanna di Calamonaci cantata dai fratelli Mancuso e la festa di san Calò.



O si pò o nun si pò, 
lu cappiddruzzu pi san Calò;
lu cappiddruzzu ca vinninu* a tutti,
a lu me figliu lu miegliu di tutti


Si può fare o meno,
(si deve comprare) 
il cappellino per la festa di San Calogero:
il cappellino che vendono a tutti,
a  mio figlio (comprerò) il migliore.


Questi versi sono stralciati da una ninna nanna di Calamonaci musicata e cantata dai fratelli Enzo e Lorenzo Mancuso con la loro mirabile voce: ora, assieme alla sequela di altri versi, li cantano nelle piazze soprattutto per gli adulti svegliando e risvegliando un mare di emozioni. Altro che ninna nanna per addormentarsi! Ma per i bambini di un tempo quelle parole cadenzate con materno dondolìo o annacàta, tra le braccia o nelle amache (nache), dovevano risultare soporifero oppio, a prescindere dalla comprensione delle parole.



dal minuto 6:02 al minuto 6:27




Se non troppo piccoli avrebbero compreso che si faceva loro una promessa: l'acquisto di un cappellino per la festa di San Calogero: i versi di Calamonaci probabilmente facevano riferimento ai festeggiamenti del san Calogero della vicina Sciacca ma certi costumi erano comuni anche a prescindere dal santo o dalla località. 
Il cappellino, dunque, solitamente era una paglietta che veniva usata per ripararsi dal sole nei cocenti mesi estivi quando i ragazzi venivano impiegati per incombenze lavorative in paese o in campagna spesso faticose e ingrate.

Ma per la festa di San Calogero i pellegrini che dai diversi paesi limitrofi facevano il devozionale "viaggio" a piedi, con i muli o con i carretti, si acquistavano anche statuine del Santo nero, piccoli fiaschi detti  nzira e bummuliddri, giocattoli artigianali e magari dolci o addirittura utensili e strumenti di lavoro nelle varie bancarelle dell'apposita fiera.

Altro che addormentarsi con la ninna nanna! Quei pochissimi versi, dilatati come eco dalla voce e dalle sonorità dei fratelli Macuso, son capaci di tirarsi dietro gallerie di ricordi, dai meno ai più recenti, fino ad arrivare a prosastici confronti.

Col tempo i muli e i carretti sono stati sostituiti dalle macchine a noleggio o proprie, facendo diradare la pratica del devozionale "viaggio" a piedi;  agli antichi prodotti artigianali delle bancarelle si sono aggiunti quelli moderni e modernissimi, ma nella struttura fondamentale, che storici francesi hanno identificato con  "lunga durata", quella del 18 giugno nel panorama delle feste agrigentine resta sempre la festa di San Calò. O si pò o nun si pò...





*
Nel testo cantato mi pare venga utilizzato il verbo "appenniri" nella frase "lu cappiddruzzu c'appenninu a tutti" nel senso, credo, di "far provare", "indossare", "calzare".  
Ho preferito il verbo che fa riferimento all'acquisto e quindi al possesso piuttosto che all'estetica perché più logicamente conseguente alla preliminare condizione economicistica: "o si po o nun si po". Sa di sfida: nell'aleatorietà dei mezzi aspirare al meglio, per rabbia o convinzione.


Ph ©pierocarbone 

lunedì 18 maggio 2015

FAR "BALLARE I SANTI", CHIESA NON PERMETTENDO. Il culto di San Calò nello studio di Rosamaria Rita Lombardo




Viva viva San Calò 
o
Viva viva nudo bell'Ercole?

Il prossimo 18 giugno, come ogni anno, inizia a Naro la saga dei festeggiamenti in onore di San Calogero detto semplicemente San Calò. Un santo molto popolare dalle parti agrigentine.

Viva viva San Calò si implorava una volta dietro il fercolo del Santo, coralmente ad alta voce, o singolarmente come una giaculatoria, ma da qualche anno ho visto lanciare in  aria bigliettini con la versione teologicamente corretta dell'antica invocazione, Viva Diu e San Calò, con la speranza, da parte della chiesa, di fare sostituire al popolo la vecchia invocazione con la nuova: viva San Calò, ma non da solo e non sciolto soprattutto da ogni riferimento alla Divinità.
Ora si dice, si dovrà dire: Diu "e" San Calò: ad una congiunzione copulativa affermativa è demandato l'alto compito.
Si convertirà il popolo, sempre il popolo!, alla premurosa pioggia correttiva di bigliettini teologicamente corretti?

 Ad Agrigento invece, contrariamente a quanto di solito avviene tra pene, afflizioni e invocazioni,  il popolo ha da sempre fatto abballari lu santu e lanciato in aria  il pane, anzi letteralmente scagliato  contro la nera statua e anche qui la chiesa ha cercato di ricondurre quella grandinata alimentare ad una più rispettosa raccolta di pane e di offerte per i più bisognosi.
L'anno scorso una polemica amplificata grondò sui giornali e in rete: per tutti basti citare una lettera aperta a Monsignore scritta e pubblicata in rete da Elio Di Bella.

Nel corso degli Anni Settanta del secolo scorso sono stato testimone oculare della processione. Conservo nitido ricordo della statua fatta  ballare con  energici sussulti nello spazio gremito di fedeli tra la cattedrale, il museo diocesano e il seminario vescovile.
Rimanevo colpito non tanto dall'energica gioventù aggrappolata al Santo effondendosi, come dice la Lombardo, in "veri e propri atti di confidenza fisica", ma ancor di più, molto di più, dai bambini anche piccolissimi che dalla scalmanante marea venivano quasi lanciati di mano in mano fino a raggiungere i fedelissimi "portatori" posti in cima alla piramide umana, i quali portatori si incaricavano di strofinare i bambini sulle diverse parti del corpo ovvero della statua di San Calò, e in particolare sul volto della sacra effige.
 Era un contatto, uno strofinio spasmodico, meglio indicato dal termine dialettale "stricari", un verbo che tra senso proprio e senso figurato si presta ad una molteplicità di significati.


Cosa avvenga a Sciacca e in altri posti (la tradizione vuole infatti che i san Calogero bianchi o neri fossero sette e tutti fratelli) e quali siano nei singoli casi gli apporti teologicamente corretti della chiesa cattolica non saprei dire.
Si sa però, e lo studio di Rosamaria Rita Lombardo lo argomenta, che  la Chiesa ovvero le autorità ecclesiali locali non riescono a modificare e a lanciare in aria come fola le origini stesse della festa. Almeno così come  l'autrice ipotizza nel suo libro, ricorrendo addirittura al culto di Ercole. Un'ipotesi per persone colte, non penso si arriverà mai ad un popolare viva viva nudo bell'Ercole, nonostante l'autorevole citazione di Cicerone.
Tra l'altro non suona bene.


Apprendiamo i procedimenti metodologici della ricerca di Rosamaria Rita Lombardo dal suo post pubblicato su "Narrabilando":


"Lo studio 'Culti pagani e culti cristiani – San Calogero di Agrigento: l'Ercole di memoria ciceroniana' nasce dalla convergenza di personali interessi di ricerca archeologica e innovativi percorsi folklorici esplorativi da me condotti e sperimentati nell’ambito della gestazione e stesura del mio libro, L’ultima dimora del Re. Una millenaria narrazione siciliana “svela” la tomba di Minosse, pubblicato di recente da Fara Editore. In particolare, il materiale qui illustrato è il frutto di un’esperienza di ricerca realizzata nell’ambito delle feste religiose dell’agrigentino.

Il saggio a seguire propone il rinvenimento di taluni legami intercorrenti fra il culto di S. Calogero di Agrigento e quello pagano tributato in loco ad Ercole in età ciceroniana.

Il motore di questa indagine è la scoperta di precise affinità e rispondenze rituali, da me riscontrate, tra il culto cristiano calogerino e quello relativo all’Eracle agrigentino.

La ricerca, condotta sulle fonti a mia disposizione raccolte, si è mossa su tre versanti, quello folklorico-etnografico, quello mitico-letterario e quello archeologico". Rosamaria Rita Lombardo.

Screen capture narrabilando.blogspot.it


Brano tratto dalle Orazioni di Cicerone contro Verre, addotto da Rosamaria Rita Lombardo a testimonianza della probabile genesi pagana di alcuni aspetti del culto di San Calogero.

In Verrem II, 4, 94 :

...usque eo, iudices, ut rictum eius ac mentum paulo sit attritius, quod in precibus et gratulationibus non solum id venerari, verum etiam osculari solent.

...la sua divina bellezza, o giudici, è tale che le labbra socchiuse e il mento della statua sono un po’ consunti, perché i fedeli nelle preghiere e nei ringraziamenti non si limitano a venerarla ma si spingono fino a baciarla.

Screen capture narrabilando.blogspot.it


Fonte:
http://narrabilando.blogspot.it/2014/05/culti-pagani-e-culti-cristiani.html


Post correlati:

http://www.agoravox.it/Agrigento-guerra-di-religione-alla.html

http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/07/viva-viva-san-calo.html

http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/08/san-calojeru-di-nni-nu-contributo-di.html

La lettera, emblematica, di Elio Di Bella purtroppo non è più reperibile in rete


Gian Campione canta "Viva San Calò"
https://www.youtube.com/watch?v=2a_YbVa7W





Foto: (Naro, 18 giugno 2006) ©piero carbone

giovedì 1 agosto 2013

SAN CALOJERU DI NNI NÙ. Contributo di Giovanni Liotta







San Calojeru di nni nù
di 
Giovanni Liotta

Da piccolo sapevo che di San Calojeru ce n'erano tre:

San Calojeru di Girgenti, San Calojeru di Naru e San Calojeru di nni nù (quello da noi).

Si diceva che forse erano fratelli e che non fossero santi di pari livello: ovviamente si affermava con evidente tono campanilistico che quello di Racalmuto era il migliore, come, del resto si affermava per tante altre cose, con la seguente rima:

San Calojeru di Girgenti fa li grazzii e si nni penti;

San Calojeru di Naru fa li grazzii a manu a manu;

San Calojeru di nni nù fa li grazzii a dù a dù.


In altri termini quello di cui fidarsi era quello "di nni nù", perché addirittura ti concedeva una grazia doppia rispetto a quella da te richiesta.



Link correlato:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/07/viva-viva-san-calo.html

mercoledì 31 luglio 2013

VIVA VIVA SAN CALÒ?


MODI DI DIRE E MODERNITA'



Viva Viva San Calò

Evviva, evviva san Calogero. 

E' soprattutto l'espressione di un sentimento di venerazione ma è anche un'invocazione.
Inoltre, si dice quando taluno vuole o pretende consenso o pensa che questo consenso sia facile da riscuotere facendo emergere superficialità nel non valutare le difficoltà connesse a qualsiasi iniziativa.

Chiddru voli sempri viva viva san Calò!

Quello vuole sempre evviva, evviva san Calogero!


A chiddru ci pari sempri viva viva san Calò!

A quello sembra sempre evviva, evviva san Calogero!

Viva Viva San Calò, dunque, è soprattutto un modo di dire che deriva da un festoso modo di fare.

Cosa non è permesso infatti durante la processione del san Calò di Giurgenti?

La danza della vara (il fercolo) con la statua, gli abbracci, i baci, i toccamenti della statua nera, i bambini sollevati e strusciati alla miracolosa effigie, gli arrampicamenti dei più nerboruti, focosi e devoti portatori a costo di calci pugni sputi e bestemmie, il lancio dai balconi delle pagnotte guizzanti come palle di fuoco scagliate da antiche catapulte.

Ma Monsignore ha detto basta.

I tempi sono duri per tutti e cambiano anche i modi di dire e i modi di fare nonostante associati a popolarissimi santi.

Anche per san Calò la musica cambia e non gli si può dire sempre e comunque "viva viva". Ecco il perché del punto interrogativo nel titolo del post.

A Naro già da qualche anno hanno corretto teologicamente l'invocazione con Viva Diu e San Calò, rammemorandolo con una pioggia di bigliettini fatti fioccare dai balconi.

Il pane non si lancia più ad Agrigento e a Porto Empedocle eppertanto non si raccoglie da terra ma si dà in offerta alla chiesa che lo ridistribuisce, benedetto, ai fedeli e ai bisognosi.

Una tendenza a smussare gli eccessi, a correggere il senso teologico. Ma l'ultima sortita dell'arcivescovo di Agrigento mira al cuore della festa,  al nocciolo tipico, agli aspetti più rozzi e sanguigni. Per l'arcivescovo di Agrigento, come scrive amareggiato nella lettera inviata agli agrigentini, questa non è fede, questi sentimenti non sono religiosi, questa non è una festa tutta cristiana.


L'agrigentino Elio Di Bella echeggia altri umori e, nel commentare la canonica presa di posizione, titola il suo post "MONSIGNORE LASCI PERDERE".

Ricordo che un altro Monsignore, venticinque anni prima, riunì nel Seminario di Favara i rappresentanti dei vari comitati per i festeggiamenti in provincia invitandoli a solennizzare le feste soprattutto con preghiere messe e digiuni. Più sobrietà e meno eccessi. Eravamo in molti ad ascoltare. Con quale risultato?

Difficile impresa modificare inveterati usi. E' sempre l'annoso dilemma delle tradizione: preservarle o innovarle? Correggerle in senso liturgico e teologico o lasciarle discutibilmente paganeggianti?
Ne sanno qualcosa i racalmutesi con la devozionale cavalcata fino in chiesa e la rissosa presa del "Cilio". E bene mi è finita quando introdussi la figura della contessa nella storica recita cinquecentesca: senza nulla alterare nella sostanza, si badi bene, altrimenti...

Ma qui non si vogliono discutere magni argomenti, si è voluto semplicemente chiosare un modo di dire legato a modi di fare che, oltre ad essere come sono, ispirano tante cose. Anche poesie.

c’è cu bastimìa

Lu populu prega. Lu Santu camina. 
Lu miraculu s’aspetta quannu veni. 
Cu jetta hiuri, 
cu cci tira pani, 
la banna sona, lu parrinu veni
 ppi diri 
“chista nun è la vera divuzioni”. 
Tuttu si ferma. 
Ognunu si cummovi. 
Nnomentri lu tammuru tammuria. 
Volanu prijeri. 
C’è cu bastimìa.

Il popolo prega. Il Santo procede. / Il miracolo si attende quando viene. / Chi lancia fiori, / chi gli lancia il pane, / la banda suona, lu parrinu veni / per dire / “questa non è la vera devozione”. / Tutto si ferma. / Ognuno si commuove. / Nel mentre il tam-buro rulla. / Volano preghiere. C’è chi bestemmia.

Da Venti di sicilinconia, Medinova editrice, Favara 2009




Il post di Elio Di Bella


 


© Piero Carbone
Foto proprie