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domenica 28 aprile 2019

SU CRESCENZIO CANE. Una appassionata testimonianza critica di Nicola Lo Bianco

Con piacere ripropongo la testimonianza di Nicola Lo Bianco su Crescenzio Cane già pubblicata sul sito dedicato a Nat Scammacca. Crescenzio e Nat, uno di Palermo e l'altro di Trapani, sono stati entrambi membri e artefici in vario modo e in varia misura di quell'esperienza umana e letteraria denominata Antigruppo che, per il ruolo a suo tempo svolto e per gli stimoli che ha saputo lanciare, meriterebbe una maggiore attenzione critica da parte degli studiosi e dell'accademia. Intanto, Glenn Scammacca a Trapani e Nicola Lo Bianco a Palermo, ne mantengono viva la memoria. P. C.

Screnn shot




CRESCENZIO CANE 
O DELLA NOSTRA UMANA DIGNITA’

                “Se senti due pietre muoversi
            è il cuore di Palermo
            che respira aria di rabbia.
            Se ti parlo di rivoluzione
            oggi negli occhi si scontrano
            tutti i problemi del mondo e
            il cuore di Palermo va a pezzi.


Crescenzio Cane, l’amico, il poeta, il pittore, il combattente, lo scontroso, il diffidente, il polemico, l’ arrabbiato Crescenzio, il poeta dell’Antigruppo siciliano,  l’autore della “sicilitudine”,  non è più tra noi:è morto giovedì 13 dicembre 2012, in polemica pure con la morte.
Era nato a Palermo il 25 settembre 1930.
Resta che la poesia, la pittura, gli scritti in prosa di Crescenzio Cane, sono un frammento vivo della storia di questa città, di Palermo, e della Sicilia, e, attraverso di essa ed esemplarmente, del Sud nostro e altrui: dovunque c’è un Sud nel mondo questa storia gli appartiene.
La storia non Ufficiale, si capisce, omissiva e bugiarda, ma quella della periferia, poco visibile ed oggi più che mai oscurata, la storia degli emarginati e degli oppressi, quella dei poveri di fronte alla storia dei ricchi, quella di chi in definitiva la subisce la storia e alla fine ne paga il conto totale.
A partire dal dopoguerra la vicenda umana e poetica di questo nostro scrittore s’intrinseca con i grandi eventi che mutano la fisionomia del paese: la fame e la miseria, l’emigrazione, le grandi lotte popolari degli anni ’60 e ’70, la “mutazione antropologica”, l’indecenza degli anni ’80, la depravazione economica politica ed intellettuale degli ultimi venti anni.
I titoli delle sue principali pubblicazioni possono dare un’idea del percorso letterario, radicato in una precisa realtà e coerente alle scelte esistenziali dell’uomo: dal racconto-saggio “La sicilitudine” (’59) (termine coniato dal Nostro e non da Sciascia come erroneamente si crede e si scrive) a “La radice del Sud” (’60), dai “Papiri” (’65) a “Edicola concreta” (’68); e poi “La freccia contro il carrarmato” (’71), “La bomba proletaria” (’74), “Il cuore di Palermo” (’80), “Lettera alla Libertà” (’85), “La memoria collettiva” (’87), i racconti de “La strada di casa”, le poesie de “I miei ultimi settantanni” …
Coerenza e fermezza ideologica ( ideologia come trama di pensiero e punto di vista sociale, non come bieco ideologismo, per favore) che nel tempo probabilmente gli hanno nociuto.
Crescenzio era ed ha vissuto da proletario, aveva quattro figli, un modesto stipendio, viveva in una casa popolare a Borgonuovo Sud.
E’ stato, dal punto di vista delle scelte culturali, un autodidatta, lontano e alieno da fisime e combriccole letterarie, non faceva professione di letterato.





Copertina Tratta da in quadro di Crescenzio Cane
Copertina con un quadro di Crescenzio Cane

Per volontà sua propria, o per diffidenza dell’ambiente culturale, o per incompatibilità con il clima politico in atto, non so, da alcuni anni Crescenzio si era isolato.
Eppure la sua poesia e la sua pittura sono state accompagnate da contributi critici di notevole spessore: Barberi Squarotti, Davico Bonino, Zavattini, Sciascia, Anceschi, Buttitta, La Duca, Manescalchi, …
Per tutti valga la sintesi critica che trovo in un giudizio di G.Zagarrio:
<…la poesia di Crescenzio Cane si impone per la sua capacità di tradurre il dramma esistenziale e storico che stiamo vivendo.>.
L’ho scritto altre volte ed in contrasto con alcune interpretazioni, a mio parere, parziali e riduttive: non è l’“ideologia” a promuovere la scrittura di Crescenzio, ma la tensione alla liberazione, al riscatto personale e sociale.E’ la pienezza e la dignità dell’uomo, quando e dovunque venga calpestata, ad accendere l’irrefrenabile impulso a tradurre poeticamente la rivolta dei sentimenti e il suo tormentato pensare.
Un modo forse per esorcizzare, per trovare un centro di gravità nel disordine di questo mondo, in ogni caso scrivere per Crescenzio non è un composè di parole fiorite, ma un’emergenza esistenziale e stilistica: . (“Viaggio intorno ai miei scritti”)
L’“impresa” del sapere si fa cosciente e determinata, scrivere .
Ma è anche un cruccio .Un “cruccio” che è poi la forza esplodente della sua poesia
Nel poeta Crescenzio aCane non c’è alcuna intenzione di formalizzare la vita, non c’è il perseguimento del “quoziente estetico”.
Egli vorrebbe anzi negarsi alla scrittura perché sa, appunto, che “non serve”; ma non può, pena il rinnegamento di se stesso e della classe sociale cui corporalmente appartiene.
Ciò che lo arrovella sta prima e dopo la parola scritta: il concreto della vita che è “emergenza” e perciò la scrittura non può che essere anch’essa “emergenza”.Assistiamo così al fascinoso paradosso di un linguaggio che si pone al limite tra il silenzio dell’oblio e la dirompenza dell’azione.
Tra il “silenzio” e l’“azione” rimane sospesa e inappagata l’aspirazione a un mondo liberato dall’ingiustizia e dalla protervia.
Scrivere è, perciò, un canto al “grande amore perduto” che si converte in un rifiuto radicale di tutto ciò che ostacola la presenza e la dignità cui aspira il cosiddetto “mondo basso”.
Per questa via l’opera di C. recupera il campo della letteratura, e la diffidenza verso le forme che armonizzano le fratture della vita cade in subordine, sopraffatta da risultati poetici di straordinaria energia e impetuosa bellezza.
Forte impatto emotivo, eloquio appassionato, vivezza narrativa, sono i segni evidenti di una scelta stilistica conforme alla materia ed alle intenzioni dello scrittore: un andamento discorsivo affidato ai modi del linguaggio orale.Dove vale non la forbitezza del linguaggio e la normativa grammaticale, ma la pregnanza espressiva, la prosodia dell’enunciato, capaci di trasmettere molto di più di quanto non dica la nuda parola.
Non ci resta che ribadire il senso che Crescenzio Cane ha inteso dare alla sua attività di poeta e di pittore , la matrice umana e tematica di quanto C. ha scritto nell’arco di un quarantennio.E tanto ci lascia in eredità.
 < L’innominato potere occulto oggi comanda il Paese>, l’ “emergenza” continua, suoni l’allarme contro chi attenta alla , perché il grembo di cui si nutre il fascismo (con o senza l’orbace) è ancora troppo fecondo.
NICOLA LO BIANCO
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martedì 10 ottobre 2017

ROSSO FUOCO COME UN TRAMONTO PALERMITANO. Per una recensione del libro di Nicola Lo Bianco "In città al tramonto"






In città al tramonto di Nicola Lo Bianco, Bastogi editore, Roma 2017. Il titolo potrebbe suggerire, per quasi meccanica associazione temporale, lo struggente crepuscolo dantesco dei marinai quando loro s'intenerisce il core, ma visto che non di mare si tratta bensì prevalentemente di terraferma, il tramonto rosso fuoco, avvertito con corporalità terrestre dall'umanità insediata alla Kalsa o a Danisinni, a Ballarò o a Borgonuovo, fa risuonare versi di tutt'altra musica:

"Schifezza dell'umanità, figlia di pezzenti, primaria buttana,
 maledetta tu e tutta la tua razza,
 io ti ammazzo". 

("Cristofalo XV, "Il grande amore perduto"). 


Lo stesso autore del quadro riportato sulla copertina, Crescenzio Cane, di Nicola amico,  non rimanda a borghesi o letterarie malinconie, visto che il Maestro Cane è lo stesso inventore e assertore della "sicilitudine" nonché autore dell'arrabbiata e rivoluzionaria, in versi,  Bomba proletaria: poesia dei bisogni, quella di Cane, non certo poesia dei signori o decadente per vellicare palati proustiani, anche se nella sua pittura c'è una visione più rasserenata della realtà, come nel "Cavalluccio marino" della copertina.

Ma in città, al tramonto, è tragedia carnale di popolo. Nicola Lo Bianco la sa bene rappresentare per assidua propensione teatrale della sua scrittura.

Me l'aspettavo: così si dice quando uno ritrova in un libro lo stile e l'odore ovvero l'umore del suo autore.  Penso alla Rapsodia del centro storico, la silloge che ha vinto il Premio Casteluccio nell'edizione 1988 presieduta da salvatore Di Marco e da me curata; penso al Lamento ragionato sulla tomba di Falcone pubblicato da Salvatore Coppola per le sue edizioni nel 2010. Uno stile di linguaggio e di sentire che si è venuto confermando nel tempo.


Stile, sì, ma non come giuoco di parole bensì come etica della fantasia che esprime una certa idea dell'umanità. "Alla fin fine, signora mia, il marito carne di contratto è, / e si piange a merito" ("Cristofalo" XV).

Ma è prosa o poesia?

"Ch'era arrivato il tempo anche per lui Cristofalo lo capì
quando con la lanterna accesa e il foglio in mano
per dire metti la firma qua che sono innocente
i picciottazzi nati e cresciuti senza arte né parte
lo salutavano di lontano gli scanazzati
lo aspettavano, ehi, Cristofalo,
vieni a fare lustro a questa coppola di minchia,
e la nottata gli passava a sghignazzare
dandosi manate e pisciando al muro". 
("Cristofalo" V)

"Ti facevo campare nel benessere, e ti lamentavi.
C'era fame e miseria, e invece di ringraziarmi, mi sparlavi.
Ti sei fatta trattare per quella che eri, non c'eri nata per fare la signora.
Ci sono azioni peggiori del buttanesimo: una madre di sette figli che scende per strada come una zoccolara, si apposta, afferra e minaccia, alza le mani, chi? da dove viene?"
("Come finì la guerra tra Marò e Filì")

Poesia e prosa. E' l'una e l'altra, o, forse, né l'una né l'altra se l'una o l'altra la si vuol riconoscere formalmente con omogenità e lungo tutto un libro col metro della prosodia classica, eppure, il libro è compatto,  compattissimo, perché la poesia è dentro o meglio: c'è un ritmo di lingua e di fantasia che, rompendo la tradizionale attesa della prosa come prosa e della poesia come poesia,  riga dopo riga, a prescindere dal numero delle sillabe e degli accenti e delle rime, insomma, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, emergono  proprio loro, i personaggi, e che personaggi: reietti perdenti da galera sconosciuti che sentono a loro modo la vita e la contano, la cantano e si raccontano, hanno le loro pene, i loro sogni, la loro filosofia, lontani dalla morale corrente o borghese che dir si voglia.

Federica Greco


Lo Bianco amorevolmente li ascolta, li interiorizza, li rappresenta, dà loro voce e ribalta, assecondando  l'assunto di un altro scrittore atipico, amicissimo, affine nella poetica, Salvo Licata,  secondo cui "il mondo è degli sconosciuti". Assonanze di poetica, e considerato il valore dato alla parola, quasi una militanza, corroborata da  amichevole frequentazione. Me li ricordo assieme ad un appuntamento di tanti anni fa  in una tipografia di via Oreto: un fugace incontro, ma per me allusivamente significativo.

Assonanze, frequentazioni, dunque, scaturite, direi generate, da una certa idea della parola cercata nelle strade secondarie, nei quartieri malmessi, nei mercati popolari della città, a spremerne suoni, significati, giri sintattici, fallimenti, tragedie, degrado, non per compiacersene ma per andare alle radici sociali dei vinti, dei perdenti ovvero vittime perlopiù inconsapevoli di una generale ingiustizia, degli infelici che, però, promanano a loro modo, con autenticità, viscerale attaccamento alla vita tra fatti di sangue, povertà, devozionismo forse senza devozione, sboccato sentire, piaceri della carne perfino moralismo sui generis e intuitiva filosofia della vita.

Teatro "Ditirammu" di Rosa e Vito Parrinello


Di tutto questo serba sentore il libro di Nicola Lo Bianco che potrebbe intendersi per naturale propensione o destinazione una vera e propria piece teatrale:  sarebbe stata nelle corde dell'attore palermitano di origini racalmutesi Gigi Burruano da poco scomparso  che Nicola ha pianto affermando che con l'attore comico e tragico insieme, e non solo sulle scene, se ne andava "una parte di noi".

Il valore del libro di Lo Bianco sta anche in questo: nello scolpire con parole tutte carne e visceri la teatralità di una città anche nei suoi aspetti più scabrosi, così come bene è sintetizzato nella lettura di Alfio Inserra: "Così, attraverso un incalzare di flash in progress, supportati da vigore poetico, le vie e le piazze di questo agglomerato urbano si fanno agorà e teatro e ci chiamano alla compartecipazione di questa atmosfera drammatica".

Prosa, poesia, teatro? Questione superata dall'empito dell'autore che, tra reattività morale e compartecipazione con lo stesso mondo rappresentato, tracima i consueti steccati  linguistici, formali e semantici, per dar voce a chi voce non ha o non conta anche se grida; oscillante tra sogno e ansia di giustizia o felicità: sogni, ansia di giustizia, desiderio di felicità,  nei casi particolari o nella loro universalità, non seguono grammatiche e casellari, in nessuna lingua.



Nicola Lo Bianco al Teatro Ditirammu per la rappresentazione del suo spettacolo "Dichiarazione d'amore", 20 luglio 2017.
Anche le altre foto si riferiscono al suddetto spettacolo.
https://archivioepensamenti.blogspot.it/2017/07/dichiarazione-damore-spettacolo-di.html


martedì 28 giugno 2016

SICILIA... CHE? La proposta di Nicola Romano, oltre "voragini" ed "appigli"

Neo-logismi accesi o parole come neon spenti?
E per parafrasare il titolo dell'ultimo suo libro di poesie,
credo che la proposta non abbia la pretesa
 di essere un "appiglio" per colmare semantiche "voragini" di sorta o altrui,
semmai c'è a monte tanta sapienza e ironia e autoironia da intenderla però seriamente
senza alcuna intenzione censoria o pretesa esclusiva o "esclusivizzante".
Di che si tratta?
Il poeta Nicola Romano ha lanciato una proposta su 
 LETTERATURA DELLA SICILIANITUDINE
Gruppo facebook ideato e promosso da Pietro Ciccarelli:





 Ringrazio l'amico Nicola per l'affettuosa citazione e in omaggio alla proposta cito 
dal suo penultimo libro pubblicato, che ho molto apprezzato,
 la poesia "Sole"
perché, al di là dei nomi, la Sicilia è come il "suo" sole
da cui ognuno rapisce un raggio
e lo frantuma "in mille aghi"
per giungere all'estremo "tornante del viale"
per comprendere "i segni del viaggio"
e dunque
i termini geminati dalla parola "Sicilia" 
diventati a loro volta sostantivi quasi autonomi
- sicilitudine sicilinconia sicilianitudine - 
etc. etc. etc.
veicolano in fondo significati
riconducibili alla parola-madre che li ha generati
per rimanerne, la Sicilia-Sole, a sua volta infarinata
dal pulviscolo di esperienze sentimenti immagini idee individuali.








Nicola Romano declama una sua poesia in occasione della presentazione a Sciacca 
del libro recentemente pubblicato
 Voragini ed appigli, Pungitopo edizioni, Patti 2016

Link:









sabato 28 febbraio 2015

CONVERSAZIONE INTERROTTA CON IGNAZIO APOLLONI



Dopo Nat Scammacca, Crescenzio Cane, Carmelo Pirrera e le loro compagne Vira e Nina, anche Ignazio Apolloni è venuto meno, ieri.


La conversazione è interrotta solo materialmente, la continueremo idealmente per ricordare quello che hanno fatto, quello che hanno scritto, i giovani "rivoluzionari" dell'Antigruppo.

L'Antigruppo merita di essere ricordato. 

Lo merita ciascuno di quelli che l'hanno animato.  L'elenco sopra citato  va arricchito con altri nomi.

Hanno sognato, hanno a loro modo lottato. Hanno scritto per evadere ma soprattutto per cambiare il mondo. Solo i poeti posso aspirare a tanto, servendosi delle parole.













 


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sabato 3 agosto 2013

SICULITÀ DI RUSSO, SICULITÀ PER RUSSO





Nel volume Delia per Luigi Russo, a cura di Antonio Vitellaro, che raccoglie "tutte le iniziative organizzate dal Comune di Delia dal 1961 al 2011 per ricordare l'illustre concittadino", voluto e pubblicato dall'amministrazione di Delia presieduta dal sindaco Calogero Messana, si fa ricorso, nei discorsi introduttivi, alla categoria della "sicilitudine", riferendola al modo di essere intellettuale e siciliano di Luigi Russo: alla sua rielaborazione sentimentale e culturale attraverso la scrittura.



Non che la citazione non fosse opportuna, ma perlomeno accanto alla suddetta sicilitudine, elaborata dallo scrittore d'avanguardia palermitano Crescenzio Cane, assimilata da Sciascia e da lui pubblicata nel 1970 ne La corda pazza per Einaudi, resa popolare e quasi luogo comune dagli articoli dei giornalisti più che dalle interpretazioni dei critici, termine di cui Salvatore Di Marco non vuol sentir parlare per il troppo parlarne, banalmente e a sproposito, quasi trito luogo comune. Ha scritto Di Marco, quasi per inciso: "E non parlatemi di sicilitudine che è una brodaglia dove tutti hanno inzuppato il loro boccone di pane".  


Accanto al suddetto termine, dunque, si ponga anche l'altro, la "siculità": una categoria russiana da applicare allo stesso  Russo per provare a comprenderlo forse più fedelmente.


                                                                                                                           

LA “SICULITÀ” DI LUIGI RUSSO

Quando Luigi Russo identificò ed indicò una caratteristica culturale, una tendenza ideologica o un atteggiamento mentale con una città o una regione, adottò quella città e quella regione in senso metaforico; potrà quindi dire di ritrovare Firenze “dispersa in tutta l’Italia, e (che lo) insegue come un’ombra: miscuglio di scetticismo e di eleganza, di ateismo e di sottigliezza critica, di conformismo e di trivellante raffinatezza” (1).

Intese Napoli e Firenze come “metafore storiche”, la loro opposizione adombrerà il “conflitto necessario” tra la “grande ragione” e la “piccola ragione”, tra una cultura “di tipo vichiano, viva, piena di fede, animosa, antropocentrica” e una cultura “di tipo galileiano, col senso dei particolari sottilissimo, ma ormai un po’ stanca, senile, acentrica, con una sfiducia un po’ atea negli studi e nella letteratura” (2), la prima di indirizzo storiografico-dialettico, l’altra di indirizzo filologico-grammaticale; Napoli, laica e collegata alla cultura nazionale ed europea; Firenze, “paolotta”, provinciale e chiusa.


E parlando del Gentile, contaminatosi ideologicamente a Roma, “città dell’Apocalissi”, il Russo dirà Pisa, Napoli, Roma essere “semplici metafore biografiche, perché ciascuno ha la sua Roma dell’Apocalissi dentro, prima ancora di viverci e di mescolarvisi” (3).

Parimenti, per il Boccaccio, Pisa, Napoli e Firenze saranno le tre “città-mito” presenti nella sua vita e nella sua opera: la prima per i “rapporti misteriosi del sangue”, la seconda per la “fascinosa esperienza di sollazzi amorosi”, la terza per la lingua e la tradizione letteraria.


Per lo stesso Russo, la lontana Sicilia, in cui nacque e dove aveva legami carnali, fu la sua patria ideale che arrivava fino a Napoli e formava polo di cultura storicista in contrapposizione alla patria “piagnonesca” e “leopoldina” Firenze-Pisa, dov’egli molto dimorò.

Nella misura in cui la “sicilianità” non la si faceva valere in senso metaforico (come a lui avveniva per le città di cui s’è detto) ma come il prodotto di un condizionamento storico-geografico alla Madame de Staël, il Russo non volle intraprendere simili ricerche riguardanti gli autori siciliani.


Il Russo non credette mai al “mito della sicilianità” come non credette all’altro mito della “toscanità”, perché entrambe “forme di mitologia etnica assai arretrate” (4). Quando volle caratterizzare in senso siciliano un autore, un’opera, uno stile, si avvalse del neologismo “siculità”. Egli parla di “provincialismo illustre, o siculità illustre, così come per qualche scrittore latino si parla di patavinità o di ibericità” (5).

La “sicilianità” aveva la pretesa di dare la caratteristica etnica del tipo siciliano, secondo le sorpassate teorie idealistico-romantiche, per cui si poteva concepire una “storia dello spirito siciliano”, e, in sede di storiografia letteraria, si poteva scorrere una letteratura per individuare “lo scrittore che (potesse) dirsi veramente il poeta della Sicilia” (6).


Il critico originario di Delia reagì sempre a siffatte ricerche care ai sociologi che volevano dare con le loro generalizzazioni “scientifiche” le caratteristiche ambientali, storiche, culturali della “sicilianità” a partire dal dato etnico. Tuttavia, trovandosi ad esaminare le opere di alcuni autori siciliani, fece ricorso alla nozione di “siculità” per indicare il carattere sicilianeggiante di un linguaggio, di un paesaggio, di un luogo, di una scena rappresentata, ispirati alla Sicilia, ma che non costituissero la deprecata “Sicilianità”.


La “siculità” nell’arte verghiana, ad esempio, ha rappresentato la risoluzione estetica originale dei rapporti tra la lingua immediata e lingua artistica, tra vicende biografiche e narrazione, mentre la “sicilianità” non permetteva di risolvere questi rapporti esteticamente. Con la nozione di “sicilianità”, infatti, si tendeva ad identificare dei contenuti “siciliani” con l’arte; la “siculità” trascende il contenuto (che in questo caso è il mondo siciliano) per ritrovarlo trasfigurato nella forma che sa creare il poeta.


Nel complesso rapporto che intercorre tra dialetto e lingua letteraria, il Verga perviene al segno più alto della sua arte quando, nell’ottica della siculità, sa liberarsi sia dal dialetto siciliano preso nella sua materialità sia dal “fiorentinesco”, dalle “fiorintinerie” e dal “fiorentineggiare”. 
La “siculità illustre” viene ad essere “l’idea platonica della lingua, a cui (lo scrittore) si sforza sempre di adeguarsi, non riuscendovi, per fortuna... mai pienamente”(7), “lingua degli angeli”, “lingua-mito” , “lingua ricordata” liricamente che nel contrasto e nella contaminazione con la "lingua parlata" genera uno stile, lo stile inconfondibile del singolo poeta.


Questa “idea platonica della lingua” verghiana non è realizzata attraverso un incastro di frammenti linguistici presi nella loro immediatezza dalla parlata quotidiana; essa è ben lontana dall’ “italiano regionale di Sicilia” con cui ci ha inondato e imbastardito in tempi a noi più vicini Andrea Camilleri, un italiano, il suo, realizzato in taluni casi attraverso l’ “adattamento fonetico” di parole dialettali all’italiano o attraverso l’adattamento dell’italiano alle strutture sintattiche dialettali. L’“italiano regionale” è di per sé un fenomeno preartistico. Si veda a tal proposito lo studio di A. Leone, L’italiano regionale di Sicilia, Il Mulino, Bologna 1982.

La “siculità” russiana, invece, indica un fenomeno poetico-linguistico, riscontrabile negli scrittori, nel nostro caso siciliani o sicilianeggianti, che si foggiano, a partire dal dialetto indotto congiunto all’italiano acquisito, una lingua adatta ad esprimere un contenuto poetico che le è inscindibile. 

“... Per noi le parole valgono non per sé ma per la sintassi di immagini in cui vengono alla luce” afferma Russo nel saggio su Giovanni Verga.


L’artista, infatti, a differenza del comune parlante (anche se colto), trascende l’idiotismo perché sa andare oltre la parlata comune e realizza la “classicità dialettale”, che è una classicità non solo linguistica ma anche poetica: “La ricerca della lingua si riduce ad essere ricerca dello stile” (8). La “siculità” diventa lo strumento linguistico che sussume l’atteggiamento morale e si materializza come procedimento stilistico attraverso cui il poeta o scrittore esprime la sua poetica e la sua moralità, sicché “il tribolo morale dell’artista diventa scrupolo di stilista” (9). Anche il sentimento vi s’embrica, un sentimento non gridato, non esibito ma sublimato in fragranza appena percettibile.

In tutta la letteratura siciliana, solo un’altra volta, oltre che nel Verga, si riscontra, per il Russo, la compiuta trasfigurazione della Sicilia storica e geografica nella “siculità”, e precisamente nel Gattopardo del Tomasi di Lampedusa. Se gli fosse stato temporalmente possibile, attraverso codesta nozione di siculità, magari sarebbero venute fuori altre “letture” emblematiche di autori a lui posteriori. Di Vincenzo Consolo molto verosimilmente. E di pochi altri.




© Piero Carbone. Rifacimento di un capitolo della tesi di Laurea "Dai modelli culturali alla poetica della 'colta barbarie'. Luigi Russo critico e polemista", anno accademico 1985/1986, relatrice prof.ssa Michela Sacco Messineo.

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NOTE: 1. Luigi RUSSO, Francesco De Sanctis e la cultura napoletana (1860-1885), Sansoni, Firenze 1959, 3° ediz., pag. 236 nota. 2. Ivi. 3. IDEM, La critica letteraria contemporanea, vol. II, Sansoni, Firenze 1977, 5° ediz., pag. 333. 4. IDEM, Elogio della polemica. Testimonianze di vita e di cultura (1918- 1932), Laterza, Bari 1933, pag. 118 nota. 5. IDEM, Giovanni Verga, Laterza, Bari 1971, 5° ediz., pag.. 312. 6. IDEM, Elogio della polemica, cit., pag. 120. 7. IDEM, Giovanni Verga, cit., pag. 282. 8. Ivi pag. 302. 9. Ivi pag. 66.

precedentemente pubblicato in "Lumie di Sicilia", n. 58, ottobre 2006, a cura dell'A.CU. SI. F. (Associazione Culturale Sicilia Firenze):
http://www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n58.pdf

Foto proprie. 

sabato 20 luglio 2013

SE SCIASCIA NON FACEVA I NOMI


Quali saranno state le arcane motivazioni della ritrosia sciasciana a non fare i nomi dei compaesani?
Una volta, a proposito del pino  malato di Pirandello citò per la cura  "un giovane che è molto bravo in queste cose, è di Racalmuto e insegna alla Facoltà di agraria".
Un'altra volta parlò del "notaio che verseggiava" e un'altra volta ancora scrisse sull'Espresso di un giovane sindaco molto attivo e che si dava da fare. 
Ma anche a proposito della sicilitudine la riferì a un giovane scrittore palermitano senza fare il nome. 
Chissà per quali ragioni! 
Poi arrivano i Consolo e i Di Marco e mettono tutto in chiaro. 
Chissà per quali altre ragioni ancora!

lunedì 7 gennaio 2013

L'EREDITÀ DI CRESCENZIO CANE SECONDO NICOLA LO BIANCO




Opere di Crescenzio Cane



Crescenzio Cane
 o
 Della nostra umana dignità

di Nicola Lo Bianco

Crescenzio Cane, l’amico, il poeta, il pittore, il combattente, lo scontroso, il diffidente, il polemico, l’arrabbiato Crescenzio, l’autore della “sicilitudine”, ma anche l’ “ingenuo” Crescenzio, non è più tra noi: è morto giovedì 13 dicembre in polemica pure con la morte.

Resta che la poesia, la pittura, gli scritti in prosa di Crescenzio Cane sono un frammento vivo della storia di questa città e della Sicilia, e, attraverso di essa ed esemplarmente, del Sud nostro e altrui: dovunque c’è un Sud nel mondo questa storia gli appartiene.

La storia non Ufficiale, si capisce, omissiva e bugiarda, ma quella della periferia, poco visibile ed oggi più che mai oscurata, la storia degli emarginati e degli oppressi, quella dei poveri di fronte alla storia dei ricchi, quella di chi in definitiva la subisce la storia e alla fine ne paga il conto totale.




Opere di Crescenzio Cane

A partire dal dopoguerra la vicenda umana e poetica di questo nostro scrittore e pittore s’intrinseca con i grandi eventi che mutano la fisionomia del paese: la fame e la miseria, l’emigrazione, le grandi lotte popolari degli anni ’60 e ’70, la “mutazione antropologica”, l’indecenza degli anni ’80, la depravazione economica politica ed intellettuale degli ultimi venti anni.

I titoli delle sue principali pubblicazioni possono dare un’idea del percorso letterario, radicato in una precisa realtà e coerente alle scelte esistenziali dell’uomo: dal racconto-saggio “La sicilitudine” (’59) (termine coniato dal Nostro e non da Sciascia come erroneamente si crede e si scrive) a “La radice del Sud” (’60), dai “Papiri” (’65) a “Edicola concreta” (’68); e poi “La freccia contro il carrarmato” (’71), “La bomba proletaria” (’74), “Il cuore di Palermo” (’80), “Lettera alla Libertà” (’85), “La memoria collettiva” (’87), i racconti de “La strada di casa”, le poesie de “I miei ultimi settantanni” …



Coerenza e fermezza ideologica ( ideologia come trama di pensiero e punto di vista sociale, non come bieco ideologismo, per favore) che nel tempo probabilmente gli hanno nociuto.

Crescenzio era ed ha vissuto da proletario, aveva quattro figli, un modesto stipendio, viveva in una casa popolare a Borgonuovo Sud.
E’ stato, dal punto di vista delle scelte culturali, un autodidatta, lontano e alieno da fisime e combriccole letterarie, non faceva professione di letterato.
Per volontà sua propria, o per diffidenza dell’ambiente culturale, o per incompatibilità con il clima politico in atto, non so, da alcuni anni Crescenzio si era isolato.




Eppure la sua poesia e la sua pittura sono state accompagnate da contributi critici di notevole spessore: Barberi Squarotti, Davico Bonino, Zavattini, Sciascia, Anceschi, Buttitta, La Duca, Manescalchi, ecc. …
Per tutti valga la sintesi critica che trovo in un giudizio di G.Zagarrio:
la poesia di Crescenzio Cane si impone per la sua capacità di tradurre il dramma esistenziale e storico che stiamo vivendo.

L’ho scritto altre volte ed in contrasto con alcune interpretazioni, a mio parere, parziali e riduttive: non è l’“ideologia” a promuovere la scrittura di Crescenzio, ma la tensione alla liberazione, al riscatto personale e sociale.
E’ la pienezza e la dignità dell’uomo, quando e dovunque venga calpestata, ad accendere l’irrefrenabile impulso a tradurre poeticamente la rivolta dei sentimenti e il suo tormentato pensare.
Un modo forse per esorcizzare, per trovare un centro di gravità nel disordine di questo mondo, in ogni caso scrivere per Crescenzio non è un composè di parole fiorite, ma un’emergenza esistenziale e stilistica: Chi scrive deve andare avanti, fermarsi induce solo a sottoscrivere silenzio e paura. (“Viaggio intorno ai miei scritti”)
L’“impresa” del sapere si fa cosciente e determinata, scrivere voleva significare una riflessione che facevo con me stesso per arrivare ad una più chiara presa di coscienza del mio operato.

Ma è anche un cruccio scrivere senza la minima speranza che il mio scrivere sarebbe servito a qualcosa. Un “cruccio” che è poi la forza esplodente della sua poesia.



Nel poeta Crescenzio Cane non c’è alcuna intenzione di formalizzare la vita, non c’è il perseguimento del “quoziente estetico”.
Egli vorrebbe anzi negarsi alla scrittura perché sa, appunto, che “non serve”; ma non può, pena il rinnegamento di se stesso e della classe sociale cui corporalmente appartiene.

Ciò che lo arrovella sta prima e dopo la parola scritta: il concreto della vita che è “emergenza” e perciò la scrittura non può che essere anch’essa “emergenza”. Assistiamo così al fascinoso paradosso di un linguaggio che si pone al limite tra il silenzio dell’oblio e la dirompenza dell’azione.

Tra il “silenzio” e l’“azione” rimane sospesa e inappagata l’aspirazione a un mondo liberato dall’ingiustizia e dalla protervia.

NICOLA LO BIANCO
dicembre ‘12





Foto proprie, scattate in occasione della visita a Crescenzio Cane il 21 marzo 2006

Mia precedente testimonianza: