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domenica 12 ottobre 2014

IL "METODO LIOTTA". Contro i nemici della Bellezza



Ne ha sterminati milioni, eliminati a falangi, allontanati da insediamenti e postazioni, ha estirpato le loro colonie, ha ripristinato le antiche dimore e assicurato un sereno godimento alle generazioni future. Che uomo! Che possanza! Già, s’è capito!

Ebbene, per farla breve, l’uomo più bellicoso al mondo è un racalmutese.
Ha combattuto per  tutta la vita continue battaglie, e le ha vinte, non con armi e altri immorali arnesi che arrecano tanto male all’uomo, alle città, alle sue costruzioni, ma ha lottato e vinto con un metodo, il “metodo Liotta” che anzi le costruzioni dell’uomo difende e preserva: le ha preservate e difese da un nemico subdolo, cangiante, vorace e distruttore, quasi invisibile, noto come
 Anobium punctatum, 
Oligomerus ptilinoides, 
Nicobium castaneum, 
Kalotermes flavicollis e via distruggendo, nidificando, proliferando; 
ce ne sono  appartenenti alle popolazioni di Imenotteri,
Lepidotteri,
Isotteri o Termiti: 
suddivisi, gli infami, gli ingordi,  in caste organizzatissime e confederate tra loro;
efficiente la struttura, rigida la gerarchia, ordinate le mansioni: re, regine, soldati, operai. 







Sono insetti: per il loro attacco si stavano sbriciolando gli scaffali della Lucchesiana di Agrigento, i soffitti lignei  del Duomo di Monreale,  della Cattedrale di Agrigento, della Cattedrale di Nicosia, del Duomo di Cafalù,  del Duomo di Enna, i mobili della Certosa di Pavia, La Vergine Annunziata e il Ritratto di Ignoto di Antonello da Messina, la Sacrestia monumentale e la Sala Capitolare della Certosa di Garegnano in Milano, i pannelli della  Basilica di Santa Maria delle Grazie in Milano, il Coro ligneo di Morimondo (MI),  l’Altare del Wolvinio e Porta Maggiore nella Basilica di Sant’Ambrogio, i fregi in gesso del Castello della Zisa.





Il professore Giovanni Liotta,  accademico professore emerito, già docente di Entomologia nonché direttore del Dipartimento di Agraria all'università di Palermo e dell'Istituto della vite e del vino con sede a Marsala,  con quello che la sovrintendente di  Milano ha denominato "metodo Liotta" ha salvato i suddetti monumenti; ma anche in Cambogia stanno studiando il suo metodo.

Peccato però che quando lo hanno chiamato per tentare di salvare il moribondo pino di Pirandello era troppo tardi. Proprio per questa vicenda Sciascia lo ha semplicemente indicato come "un giovane professore dell'Università di Palermo" ma Vincenzo Consolo lo ha voluto conoscere personalmente e citare con nome e cognome.


Citazioni a parte, non è mai tardi per essergli grato, anzi, meritevole di un Nobel alla Bellezza, alla Bellezza salvata e ammirata da milioni di persone. Un ideale assessore alla cultura honoris causa. In un paese ideale. 

























Le immagini scannerizzate sono ricavate dal libro di Giovanni Liotta, Agli insetti piacciono le opere d'arte.

sabato 20 luglio 2013

SE SCIASCIA NON FACEVA I NOMI


Quali saranno state le arcane motivazioni della ritrosia sciasciana a non fare i nomi dei compaesani?
Una volta, a proposito del pino  malato di Pirandello citò per la cura  "un giovane che è molto bravo in queste cose, è di Racalmuto e insegna alla Facoltà di agraria".
Un'altra volta parlò del "notaio che verseggiava" e un'altra volta ancora scrisse sull'Espresso di un giovane sindaco molto attivo e che si dava da fare. 
Ma anche a proposito della sicilitudine la riferì a un giovane scrittore palermitano senza fare il nome. 
Chissà per quali ragioni! 
Poi arrivano i Consolo e i Di Marco e mettono tutto in chiaro. 
Chissà per quali altre ragioni ancora!

sabato 15 settembre 2012

LA CONTESSA CE L'HA

Scultura di sale di Damiano Sabatino

Il sale e i siciliani, il sale e la Sicilia, il sale in Sicilia. Insula deriva da sale? “Salitudine. Insolitudine”. Il comisano Gesualdo Bufalino ci ha teorizzato sopra: “In realtà, dovunque ci si volga in Sicilia il sale appare una forza, una condizione e un destino”. Presente nei riti e nelle superstizioni: sale dietro la porta, contro la jettatura, lanciarlo a spaglio sull’olio versato per neutralizzarne spaventi di disgrazie.
Si vada a scavare in quel capitoletto delle Parrocchie di Regalpetra dedicato a ciò che intorno a sé il sale muove, ai titolari delle concessioni, alle condizioni a dir poco precarie, al mondo di scavata pena, di fresca bianchezza e di molteplice utilità. Asciutta neve. Umida bambagia. Mondo che genera un sentimento a raggiera. “Sale sulla piaga” doveva essere titolo al libro campato sulle piaghe di un paese.
Il sale, connaturale all’ambiente, è come connaturato alla storia e alla cultura  dei regalpetresi. È diventato linguaggio.
Bòtta di sali! Si dice, “colpo di sale!”, nell’augurare a qualcuno un malanno derivante dall’uso smodato del cloruro di sodio. “Paese del sale” e controdenominato Regalpetra, con storica antonomasia.
Che il prete abbia messo poco sale, essere “senza sale”, ‘nsalanùtu, si dice di chi abbia poco cervello. “Mangiare sette salme di sale” occorre per conoscere l’amico vero. Una zucca la si può condire quanto si vuole, anche con una bisaccia di sale, ma resta sempre zucca: per dire invariabilità di una cosa vanamente e variamente camuffata.
Al contrario, “avere sale” si dice quando si hanno giudizio, saggezza e un’intelligenza non disgiunta da altre qualità tipiche del savoir-faire: una miscela istintivamente dosata di esprit de finesse e di spagnola acuidad. Avere sale overro essere sagacemente pronti e lucidamente “pratici”. Come i regalpetresi, appunto, e le regalpetresi.
La tradizione vuole che un servo, destinato a sicura morte per aver preso a colpi di archibugio il Conte suo padrone, sia stato salvato e nascosto dalla graziosa Contessa, testé vedova. Gli armigeri lo ricercarono invano nel contado mentre quello si trovava al sicuro nel castello. Quando finalmente lo scovarono e volevano arrestarlo, la contessa si oppose con le seguenti parole:
“La morte del servo non fa tornare in vita il padrone”.
E alzò l’ampia veste in segno di protezione.
Avere sale, ecco il punto: l’ingegno che salta fuori in un baleno quando al dolore per la perdita del marito si sarebbero aggiunte le sofferenze di altre privazioni. In una Contessa di ventiquattro anni colpisce tanta magnanimità in favore di un povero servo, e giovane, che pur l’aveva orbata del suo caro, anziano consorte. Il morto era morto, ma il servo con i suoi servigi poteva distrarla dal dolore.



Il sale fisico si spiritualizza sublimando le sue qualità: si trasmuta, trasforma, transustanzia in altro da sé, in frutto d’intelligenza pratica, teorica, applicata. Di quest’ultimo tipo d’intelligenza è Sciascia a confermarne l’esistenza, la vitalità, rispondendo ad una domanda di Domenico Porzio.
“Com’è questa storia che il pino di Pirandello sta morendo? È una malattia?”.
“Sta morendo perché è vecchio. Ma si può salvare, con tutti gli accorgimenti tecnici che ci sono oggi. Soprattutto occorre liberarlo dal selciato: le radici non respirano, l’acqua non penetra. E poi bisogna affidarlo alle cure di uno specialista. C’è un giovane che è molto bravo in queste cose, è di Racalmuto e insegna alla Facoltà di agraria. Mi ha detto che l’amministrazione comunale non risponde a queste sollecitazioni: perché si sono messi in testa di sostiruirlo con un pino di plastica”.
Le origini della salina sapidità (salipidità?) si perdono nella notte dei tempi.


Il brano è tratto da Eretici a Regalpetra, Ettore Grillo Editore, Enna 1997.                             Vincenzo Consolo, nel ringraziarmi, con una bella e preziosa lettera, per il libro inviatogli, della categoria degli “insalanùti” ne fa un criterio di giudizio: 


Milano, 29 ottobre 2000
Caro Carbone, 
con molto ritardo ho finalmente letto il suo godibilissimo "Eretici a Regalpetra". Mi sento onorato di essere stato accomunato agli abitanti di Regalpetra, che hanno "l'eresia scritta nei geroglifici del sangue". Mi sono appassionato ai notai, preti, gesuiti, farmacisti, medici, contadini di questo straordinario paese del sale, così diverso dal mio S. Agata "insalanùtu". Cordiali saluti. 
Vincenzo Consolo