Visualizzazione post con etichetta AntoninoUccello. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta AntoninoUccello. Mostra tutti i post

venerdì 6 marzo 2015

SE L'ALTARE VA IN ROVINA, IL POPOLO SOCCORRE



Ho rinvenuto questa antica cartolina tra le carte della sorella di mia nonna Angelina, Giuseppina Capobianco, donna devotissima, socievole, la sua casa era un via vai di amici, un punto di riferimento del quartiere, anzi, della via Pomo. 

Una casa povera, all'antica: 
due ambienti attigui con uno stanzino ricavato al pianterreno e una grande stanza al piano superiore riservata alla conservazione dei cereali raccolti durante l'estate nei terreni di Gargilàta nonché ripostiglio o "casa di ritiro" di frutta invernale, ortaggi e varie conserve alimentari; 
l'ingresso al pianterreno fungeva da soggiorno e stanza da pranzo; nello stanzino, il focolare e il forno a legna; 
attraverso l'ingresso-soggiorno-stanza da pranzo si accedeva alla contigua e retrostante stalla fornita di mangiatoia per il mulo e strapiena di paglia e di arnesi da lavoro; 
nel sottoscala erano appoggiate le quartare piene d'acqua; in un cantuccio riparato, il cantaro per i bisogni; 
sotto il letto altissimo con materassi di crine o di lana c'era spazio per la corriola piena di biancheria, incluso il corredo da sposa che non venne mai utilizzato perché Pippineddra rimase signorina; 
alle pareti, quadri e quadretti di santi, crocifissi e madonne; 
le stoviglie a vista; 
le galline scorrazzavano liberamente dove potevano e dove volevano, le uova freschissime, però, non mancavano mai e spesso ne beneficiavano i bambini del vicinato.
I galli invece, sotto mani abili, diventavano, con un castrante intervento chirurgico, capponi.



Ogni pomeriggio, prima che ritornassero gli uomini dai campi, la casa si animava di donne e giovinette per la recita del santo rosario, come con altre fogge e altro clima avveniva nelle case più ampie e ricche di borghesi, principi e baroni, come nella scena iniziale del Gattopardo per intenderci. Solo che in casa della za Pippinè il rosario si recitava in rigoroso dialetto siciliano. Teologicamente, il rosario dei poveri era identico al rosario dei ricchi e dei nobili anche se con meno fruscii e più vocii.

Analogie e differenze culturali, economiche, sociali e si direbbe di umanità. Un'umanità, quella di via Pomo, diversamente ricca, e forse, sotto certi aspetti, incredibilmente più ricca delle ricche dimore dei signori. La casa povera e dignitosa della za Pippinè, dove viveva anche il fratello, lu zi Ruardu, anch'esso scapolo, era indubbiamente la più ricca del vicinato proprio perché era sempre piena e animata al punto che era definita "la casa di tutti". Anche perché sapeva leggere, sapeva scrivere, e leggeva libri per tutti e scriveva le lettere per conto di chi era analfabeta.
Ogni particolare sembra rimandare a una pagina di Verga o a un ragguaglio del Pitrè e invece era semplicemente la vita, e seppure nei suoi estremi bagliori, la nostra vita.
Conservare una di questa case, come Antonino Uccello ha fatto a Palazzolo Acreide,  sarebbe un riconoscimento delle nostre radici a cui pur dobbiamo qualcosa. Sarebbe una sorta di tempio laico della nostra memoria. 

Ma da altri templi, di ben altra natura, eravamo partiti.



La cartolina, che pur ci ha portati lontano, la cartolina, dunque, rappresenta l'altare del Santuario della Madonna del Monte e sul retro è riportato un appello scritto a mano, in favore del suddetto altare che versava in non buone condizioni e aabbisognava di interventi di restauro e di offerte da convogliare e far convergere all'indirizzo indicato.

La richiesta di offerte e contributi da parte dei devoti della Madonna del Monte veniva fatta attraverso la cartolina perché probabilmente veniva inviata agli emigrati racalmutesi sparsi per il mondo, che erano tanti. 




link correlato
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2014/03/la-miniera-dei-modi-di-dire-racalmuto-3.html

giovedì 20 dicembre 2012

ANTICHI VUCI, SENTIMENTI DI SEMPRE



Lu suonnu di la notti m'arrubbasti:

ti lu purtasti a dormiri cu tia*

Si dice che due versi di un canto popolare, cantilenati da un contadino nella campagna silenziosa e sperduta di Cianciana, siano all'origine dell'attività poetica di Alessio Di Giovanni. 

Altri, ai canti popolari, si accostarono per conoscere e meno per poetare, racimolando frammenti e testimonianze. 

 Le più importanti e note sono quelle di Lionardo Vigo Calanna, marchese di Gallodoro (Acireale), di Antonino Uccello di Palazzolo Acreide,  del palermitano Giuseppe Pitrè, del salemitano Alberto Favara, ma altre raccolte di canti popolari di varie parti della Sicilia, nel tempo, hanno arricchito il patrimonio etnografico  di un aspetto significativo della cultura siciliana. 

La raccolta di cui si va a parlare è relativa a Mazara del Vallo.


*Il sonno della notte mi hai rubato:
l'hai portato a dormire con te.





SULLA RACCOLTA DI ANTICHI CANTI MAZARESI
raccolti e tradotti da Antonino Gancitano

Ogni raccolta di canti po­polari offre un contributo alla conoscenza dei sicilia­ni, del loro sentire.
In questa prospettiva si deve leggere Antichi vuci. Antichi canti mazaresi raccolti e tradotti da Anto­nino Gancitano, a cura del Gruppo Tradizioni Popolari "Coro - Città di Mazara del Vallo" 1985.
Questi canti sono stati amorevolmente raccolti da Antonino Gancitano, medico come il Pitrè, lungo un ar­co di tempo di 16 anni.
Sono 25 canti trascritti in un siciliano "difficile" ovvero in dialetto mazarese "stretto", per cui molto op­portuna cade la scelta di accompagnare la versione originale con la traduzione italiana a fronte. 
Ma ad una più attenta lettura, ancora più pregnante emerge la poesia di questi canti vei­colati dalla lingua in cui so­no nati (parole, cadenza, in­flessione): 

Dunni lu ciumi spizzica trumenti / e l'erva addummisciuta chiama pa­ci /  - Drocu, - rissi mè mà, - drocu è la vita! ("Dunni").

I temi oggetto dei vari
canti sono l'amore (con il suo rovescio: l'odio, lo sde­gno) e la morte nella sua va­ria tipologia (morte per disgrazia, morte naturale, morte come sentimento della caducità della vita): 

Lu ventu m'arrubbà / l'ultimu suspiru / e l'arma persi/ senza ciatari / e l'arma per­si/ senza dittiari / chi notti curri/ e tuttu va beni ("Muriloru").





Va notato che «lo stile esecutivo non va diviso da quella che potremmo chia­mare la struttura melodica di un canto, entrandovi piuttosto come momento determinante per la sua connotazione» (Elsa Guggino). Conseguentemente, sarebbe stato molto oppor­tuno far seguire il testo di questi canti mazaresi dalla trascrizione musicale delle loro melodie, secondo il chiaro esempio del Favara.
Un libro, tuttavia, anche di canti, non è un disco, e si deve apprezzare per quello che è letterariamente, per il suo valore documentario. E non mancano di autonomo valore poetico e letterario molti dei canti riportati.
Senza dire del valore storico-documentario della raccolta di antichi vuci che ferma, con certezza, sul­la carta, la fluidità e la labili­tà della memoria di un popo­lo — la nostra — che rischia di perdersi per sempre.


Mia recensione apparsa su "Universitas", Palermo, a. IX, nn. 5/6, giugno-luglio 1989.

Recentemente il libro è stato ristampato. Vedi:
http://mazaranews.blogspot.it/2012/03/presentazione-antiche-vuci.html


Questo post è stato ripreso da:
http://www.mazaralive.it/societa/401/antichi-vuci-sentimenti-di-sempre