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giovedì 15 ottobre 2015

giovedì 18 aprile 2013

I CIOTTOLI D'AMORE DI "MICHETTO" ROMANO

Lo vedevo qualche volta nei corridoi dell'Università ma non è stato mio professore, il corso di latino per gli studenti di filosofia lo teneva la professoressa Gianna Petrone di cui conservo un ricordo bellissimo e che mi ha fatto amare la modernità di Orazio; il prof. Domenico Romano invece l'ho incontrato nella veste di poeta nella mitica tipografia di Totò Lazzara dove tutti lo chiamavano familiarmente Michetto. 


Sinceramente strideva ai miei occhi una tale trasformazione: il chiarissimo professore universitario della cattedra di Latino I per gli iscritti a Lettere classiche, che intravedevo di mattina nei corridoi della Facoltà, veniva "declassato" a "Michetto" e poeta underground per giunta nello scantinato di una tipografia.


Ma bisognerebbe sapere e capire cos'è stata l'officina tipografica S. T. ASS. di via Maggiore Toselli, 21, cosa ha rappresentato per la cultura palermitana, per tanti accademici, artisti e uomini di cultura, se un prof. universitario veniva trattato così familiarmente e gli si dava del tu: in questo luogo, ormai scomparso, si veniva a consacrare attraverso accuratissime pubblicazioni, coordinate e supervisionate dal "regista" Totò, il valore della propria arte e della propria cultura, senza boria, senza accademismi, ma con naturalezza, con familiarità, addirittura in amicizia. L'aria che si respirava era quella di un ideale cenacolo. Le Edizioni Grifo ne suggellavano quasi l'appartenenza. 


L'avrei capito bene dopo, col tempo, irreversibilmente quando la tipografia ha chiuso. E che ora mi manca, che manca alla cultura palermitana e quindi siciliana. Per dare l'idea del fervore culturale che vi aleggiava e dei personaggi che vi bazzicavano occorrerebbe una lunga processione di nomi.


E' stato in questo luogo che ho avuto in dono la copia di Ciottoli dal professore Domenico Romano, per farne una recensione, e altre copie da Totò Lazzara perché ne facessi dono agli amici. 




Ciottoli d'amore
Mia recensione del libro di
Domenico Romano, CiottoliGrifo, Palermo 1990, pag.66 (ed.fuori commercio)


Gudemula sta vita.
Lesbia du me cori.
e amamunni...

E' la fresca traduzione, ad opera di un professore universitario, del primo verso del famoso Carmen 5 di Catullo : Vivamus, mea  Lesbia, atque amemus...
Opera di un poeta poliglotta, dunque, polifono e policorde. Pochi altri, oltre il Carducci, hanno saputo resistere all'abitudinaria forza spoeticizzante dell'accademia. Essere professore universitario e poeta, giudice e "attore": un "acrocoro", un ossimoro : iperbole, contraddizione e rarità. 

E' occorso al chiarissimo professore di Letteratura Latina della spoeticizzante Università di Palermo. Domenico Romano (per gli amici ''Michetto"), che ha dedicato all' "assidua compagna dei suoi sogni", alla "sua Ermelinda", una piccola silloge di quarantanove poesie proprie e di due altrui (tradotte dal lati­no in siciliano e dal tedesco in italiano). 


Artifex. il Professore, anzi il Poeta, di un unico atto di poesia, scandito in tre tempi: 1972, 1975, 1990, cui corrispon­dono rispettivamente: Il sentiero spezzato, Dietro la storia,  Ciottoli. 



Quest'ultimo piccolo libretto, dal forma­to graziosissimo (è una "botticina picco­la": puntuale la copertina "acciottolata" di Nicolo D'Alessandro, curata perso­nalmente da Totò Lazzara), stampato in trecento copie non numerate, è un gesto di autentico nascondimento che varrebbe la pena di far conoscere per la sua autenticità, esso infatti va ben oltre l'occasionalità di un anniversario coniu­gale.

Anzi, partendo da questo dato si può notare che la limpidezza dei versi, non rimati ma cadenzati semplicemente e con realismo sul sentimento, denuncia la resistenza ad una duplice usura : l'u­sura quotidiana anche degli amori più grandi e l'usura delle parole che s'in­grommano e diventano sfilza di luoghi comuni, sorde e senz'anima. 
"Come amarti ancora/ mia luna...?"  l'uomo si chiede dinanzi al "desolato silenzio / di pietre' (Non sei) .

"Sei stata, felicità... Eppure sei stata, feli­cità... Sei stata felicità..."(Storia). L'uomo non si vuole ingannare dinanzi al precipitare del tempo, all'appesantirsi delle ali della giovinezza. Ma il poeta non vuole disperare e sublima nel canto e col canto le gioie antiche: le antiche irruenze sono ora un "frullio", si ricono­sce e si accetta la nuova condizione perché tutto appare rasserenato, irreale come la bellezza / folgorante d'un sogno" (Frullio) . 

Ed ancora, la sensua­lità della poesia Eloisa è una sensualità pudica, temprata e temperata dal rispetto del tempo trascorso : "La mano ansiosa / che fruga tra sparsi brandelli di alabastro / tesori celati, / ignota sor­giva / d'incanto di sensi". Si contemplano il fuggire e lo svanire della vita, l'impernanenza degli eventi, per approdare al porto fermo della memoria che "allegra" "punge": "...resta murmure lene / d'onda di smemorati pensieri" ( Mi sperdo).


Questo tono da Ecclesiaste di molte poesie ne fa una raccolta assonante col bufaliniano "amaro miele" della giovi­nezza trascorsa, dove l'amaro è la colpa della giovinezza ormai andata, perché andata, che ha lasciato posto ad una debilitata ragione di vivere. 
Le poesie così intonate formano uno scarno rima­rio senza rime del cuore, disadorno di ogni ottimistico fiore, quasi disinteressa­to a un mondo svuotato di vitalità. 
Ma è appena un momento. 
Riemerge l'uomo con la sua responsabilità e le sue idee, col suo sentimento morale, col suo impegno. 
Il poeta ne prende atto. 

Alla melanconica corda poetica si intrecciano altri fili che la fanno più robusta. 

Il poeta "civile", questa volta, incita gli studenti di Lettere ad essere "impeto grande/che pulisca l'aria, che si nutre dello sterco / dei potenti del mondo" (Agli studenti di lettere); ama la sua "terra di Sicilia"con la sua "antica miseria / e opulenza mischiate" che gli "graffiano l'anima" (Terra mia) ; con­danna il "furore di belve" che si avventa sul mondo (Storia).

Suggellano infine il libro, ovvero il peri­plo di questa awentura poetica, un sen­timento cosmico , la speranza di una progressiva umanizzazione dell'uomo, un'ansia metafisica e una risposta luci­damente laica.









Seguiteranno i grilli 
a scuotere l'aria 
d'allegria di festa
... Io non ci sarò.
Seguiteranno i bimbi 
a correre spensie­rati
...ed i corpi amanti 
a confondersi
 in stretta vogliosa 
d'oblio.
Io non ci sarò. 
...Un giorno l'uomo 
si donerà agli altri,
 allora sarà uomo.
Io non ci sarò
(Non ci sarò).

Questo "non esserci" è una rovesciata voglia di "volerci essere", un desiderio strozzato. L'ultima parola dell'ultima poesia della raccolta è, seppure interro­gativamente, "eterno".
P.C.
Pubblicata precedentemente su:
“Lumìe di Sicilia”, n. 23, febbraio 1995, pag. 3

http://www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n23.pdf 


Vasati a nun finiri:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/04/vasammuni-lesbia-o-comu-schifiu-ti.html


martedì 16 aprile 2013

"CUTI" ARTISTICHE E CIOTTOLI IN POESIA


In dialetto si dice cuti e il termine, nome comune di cosa, perlopiù femminile, singolare, non è dei più lusinghieri: serve per dare del duro di cervice a qualcuno, testa dura, i romani dicono de coccio, ma cuti è anche l'ottuso e talvolta lo stupidotto o il testardo. Viene detto anche giaca: al plurale giachi. Con l'articolo: la cuti, li cuti, la giaca, li giachi.

In italiano, il ciotttolo è la pietra genericamente ovale dalle più svariate sfumature e forme seppur tondeggiante e liscia o di mare o di fiume: serve per lastricare le strade con un tocco di antico decoro o  per adornare aiuole e pareti di rustici villini. 

Di genere maschile, lu cuti, se  indica quello impugnabile che fungeva anticamente da rudimentale ferro da stiro o se, in scalare grandezza, si utilizzava da contrappeso sui piatti delle antiche bilance. 
Sicché cuti,  anticipando conquiste paritarie, assomma in sé il doppio genere di pietra e di sasso.

Ci a fari truvari cuti! è il modo di dire per indicare la volontà di chi, alla propria morte, non vuole lasciare in eredità ricchezze e denari ai discendenti e parenti ai quali riserba, quasi come una minaccia, una brutta sopresa: - Troveranno ciottoli! 

Una cote famosa è quella di Orazio, evocata in fondo alla sua Ars poetica dove l'autore, dopo aver dato consigli sul buon poetare, si paragona ad una cote che serve per affilare i coltelli ma essa stessa non taglia. Un buon riscatto semantico, comunque.

Non sappiamo se il poeta a cui ci riferiamo abbia affilato le sue liriche e la sua metrica sulla cote oraziana ma un qualche arcano significato l'ha attribuito a queste pietre lisce di fiume o di mare se ha intitolato la sua raccolta di poesie Ciottoli. Ciottoli d'amore.



E' quello che ha fatto anche Giovanna Lauricella, non con le parole ma con i pennelli e i colori: ha intravisto nei comuni ciottoli potenziali idee pittoriche dopodiché ha sfruttato  la volumetrica forma e le sfumature naturali di marrone, di nero o di bianco di queste pietre di fiume o di mare per dare tondeggiante supporto alle sue figure colorate, al suo amore gattaro: i gatti rannicchiati nel palmo di una mano sono così dotati di un volumetrico corpo,  lei ci ha messo come pittrice il pigmento e il cesello iconico ma i ciottoli tridimensionali li fanno risultare sculture. 
Ciottoli d'amore, ciottoli come sculture, ciottoli rivestiti da una fantasia multicolore. Ciottoli artistici. Ciottoli di poesia. 
Vanno ad aggiungersi alla creativa sequela dei supporti naturali scelti da estrosi pittori in vena di assecondare le venature del marmo, le nodosità del frassino, le contorsioni dell'ulivo. 
Che siano accomunati da un latente "manifesto" di arte ecologica? Da farne una mostra collettiva.





I ciottoli dipinti di Giovanna Lauricella e il libro di poesia del prof. Domenico Romano, intitolato Ciottoli, sono accomunati, come ben si evince, dall'utilizzazione degli stessi "oggetti" nel linguaggio poetico o nella concreta pittura, ma un'altra circostanza, e casuale, li stringe in un ideale rapporto: il professore di latino è stato docente molto apprezzato di Giovanna che lo ricorda con stima e affetto. 
 Una ragione in più per rendere omaggio alla dimensione poetica  del professore Domenico Romano, detto familiarmente "Michetto", ricordando la sua raccolta di liriche Ciottoli.






Una poesia del prof. Domenico Romano:


Ricordo e recensione:


Le foto dei ciottoli dipinti sono di Giovanna Lauricella