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domenica 6 marzo 2016

STUPIDI. Dialogo tra L. e S.



L.
D'accordissimo, questa è la base in una società dove va smarrendosi il senso del dovere e della propria onestà.
Ma per continuare, come scrittori, a partecipare come Vittorini e Pasolini a cambiare gli altri, a cambiare la società non credi sia necessario non accontentarsi di essere se stessi, ma lottare perché anche gli altri imparino a essere se stessi?

S.
Uno scrittore, un artista, se ha qualcosa da dire, se sa dirlo, fa per gli altri nell'atto di fare per sé.

L.
A non accettare per loro parte verità rivelate o fabbricate come tu dici?
Anche questa nostra libera conversazione non è un riaprire il dialogo tra noi, senza barriere?

S.
Dovremmo sempre dialogare, polemizzare magari: ma sempre con cordialità, direi, senza malanimo, senza aggressioni. Invece, tante cose vanno oggi sotto il segno dell'aggressione. E l'aggressione è figlia della stupidità. Flaubert e, da noi, più tardi, Brancati hanno visto il segno della stupidità dominare la vita. Lo hanno previsto. Ed ecco che ci siamo.



Da: Leonardo Sciascia - Davide Lajolo, Conversazione in una stanza chiusa, Sperling & Kupfer editori, Milano 1981.


In perfetta sintonia con Luigi Russo:

Mi incuriosisce inoltre un titolo:
Critica come fraternità
http://www.minimaetmoralia.it/wp/critica-come-fraternita-marco-strappato/

mercoledì 29 ottobre 2014

NEMICO DI CHI? NEMICO DI CHE? NEMICO, CHI?




Per le riflessioni a cui può indurre, ripropongo anche per i lettori del blog una nota che ho già pubblicato su fb.

REALE O SURREALE?

10 ottobre 2014 alle ore 6.51
Nemico di chi? Nemico di che? Nemico, chi?

Scrivo la seguente nota nella speranza che non capiti agli altri quello che è capitato a me e specialmente se qualcuno pensa di  scrivere a un giornale per rettificare, precisare, integrare una notizia letta.

Una volta, era d'autunno, ho scritto a un giornale per precisare che il resoconto di un avvenimento pubblicato era parecchio inesatto in quanto sosteneva che al suddetto avvenimento erano presenti alcuni personaggi assenti, anche se pubblicizzati in precedenti comunicati stampa e nei manifesti, e non faceva i nomi invece di quelli presenti (alcuni dei quali pubblicizzati negli stessi comunicati stampa); sosteneva inoltre, erroneamente, che in quel pomeriggio era avvenuto quello che invece era avvenuto l'anno precedente in una circostanza simile.
Può capitare. Siamo umani. Anche i giornalisti lo sono.

In buona fede si può sbagliare, per mille motivi, imprevisti e maledette coincidenze.
In questo caso che si fa? Si ringrazia, si rettifica la notizia, e si va avanti.

A me è capitato qualcosa di incredibile e surreale: con un apposito articolo, inequivoco, sono stato dichiarato "nemico" del giornale stesso.  E poi, scimmiottando un metodo "boffino", illazioni, allusioni, tentativi di denigrazione, essere tirato in ballo infondatamente per questioni da cui ero lontano mille miglia. Insomma, dàlli al nemico.
Nemico, mamma mia!, che parola grossa. Ma nemico di chi? Nemico di che? Nemico, chi?

All'articolo contenente le inesattezze, di una certa entità per giunta visto che riguardava diverse persone e personalità artistiche nonché operatori culturali e quindi l'effettivo andamento dell'avvenimento stesso, all'articolo, dicevo, è toccata una sorte peggiore: la cassazione. Tecnicamente, il  link con l'articolo non si è trovato più. Che si fosse rintanato in qualche anfratto del web da rendersi praticamente irreperibile? Boh.

Comunque, bastavano, meno farraginosamente, la rettifica e un ringraziamento.

All'avvenimento cui mi riferisco, va da sé, ero presente.

Ma alla prossima, se dovesse ricapitare, e questo è un interrogativo che esula dalla singola vicenda,  che si fa? Si rettifica o non si rettifica?  Si scrive o non si scrive?
Nemico della verità per essere amico degli amici o amico della verità ed essere additato come nemico dai nemici?

P. S. Nemici, loro, della verità.



Riporto i commenti da fb di due amiche; per fortuna non tutti abboccano alle malevoli stoccate che ci vengono rivolte:

1. (Mara Gioia): Non c'è niente di più irritante che negare l'evidenza! Mi chiedo poi, a che pro?

2. Mi piacciono le puntualizzazioni in favore della chiarezza. Bravo!!!



Una canzone di Daniele Silvestri. 
"Il Mio Nemico"





La scultura dell'immagine è esposta al Palazzo Comitini di Palermo



giovedì 4 settembre 2014

CHI VINCE E CHI PERDE NELLE POLEMICHE




Riflessione di uno scrittore che di polemiche se ne intendeva; 
si potrebbe sintetizzare in

TEMPO E CANDORE 

"Ci sarà un tempo in cui non saremo più e Scalfari sarà meno potente: chi sa che qualcuno non si metta a fare i conti con un certo candore."

Leonardo Sciascia, A futura memoria, in Opere 1984-1989, a cura di Claude Ambroise, Bompiani, Milano 1990.

L'articolo in cui Sciascia fa cadere questa riflessione è stato pubblicato su "La Stampa" del 6 agosto 1988. L'incipit è tutto un programma: La trahison des clercs, il tradimento dei chierici ovvero degli intellettuali, categoria in cui, assieme agli scrittori, i poeti, i filosofi e gli artisti, si possono annoverare i giornalisti quando trascendono la mera cronaca, alla Scalfari insomma.



Link correlato: Elogio della polemica?

http://archivioepensamenti.blogspot.it/search?q=elogio+della+polemica


lunedì 25 febbraio 2013

POLEMISTI DI IERI, POLEMISTI DI OGGI. E LUIGI RUSSO DI DELIA


         
         

Così scrivevo nella mia tesi di laurea oltre venticinque anni fa, Luigi Russo e la poetica della "colta barbarie",  ma nel rileggere oggi taluni passaggi credo se ne possano  trarre attualizzanti applicazioni. 

E' pur vero che le categorie o caratterizzazioni russiane, cambiano, trasformandosi nel tempo in altre imprevedibili e insospettate, ma non manca nuova materia da ricadere  sotto la mannaia affilata dei Russo di turno, ammesso che i novelli censori posseggano, del critico deliano, le alte doti intellettuali, il buon senso e la possanza morale.




 Scorrendo gli indici dei quattro volumi di prose polemiche che il Russo compose raccogliendo gli articoli pubblicati su varie riviste, ma soprattutto sulla sua “Belfagor”, notiamo che i temi attorno ai quali si coagulano i suoi interessi sono il trinomio politica-moralità-religione e l’altro trinomio intellettuali-educazione-cultura, con l’appendice dei ricordi e delle commemorazioni di amici e affini.




         Il raggruppamento dei temi corrisponde alla intensità della loro frequenza ma ancor di più ad una facilitazione di ordine espositivo, di fatto, i due trinomi tematici formano per Russo l’unica realtà dell’uomo completo che è artista e che è religioso, morale e politico, educando ed educatore: per lui la vita dello spirito non si divide in compartimenti stagno, la sua stessa polemica vorrebbe essere esempio politico di democrazia e di moralità, promotrice di cultura, azione essa stessa.

         I contenuti della polemica sono offerti di volta in volta dalle occasioni, ma è vero anche che il Russo è particolarmente sensibile alla polemica quando questa gli offre il destro per ribadire i suoi convincimenti teorici, il suo moralismo, per battere gli interni (prima che esterni) bersagli della sua mente, per accarezzare i suoi miti, per confermarsi nella sua fede.


         Le nozioni di metodologia, il rigore dei giudizi e i temi o motivi critico-polemici, in sede strettamente di polemica (particolarmente quella su riviste e giornali a grande diffusione) vengono ripresi e adottati ancora una volta, anche se mutato è il tono, che si è fatto irridente, canzonatorio, qualche volta avvelenato e/o velenoso.

Il “muliebrismo”, la “religiosità”, l’ “autobiografismo”, i valori della cultura siciliana e tutte le altre nozioni metodologiche, fatte valere questa volta come formule di senso comune e non dimostrativamente, tutti questi elementi li ritroviamo nelle prose polemiche, che vengono caratterizzate in senso umanistico. 

Anche nella polemica più aspra e più tecnicamente politica o di costume o sulla riforma della scuola, vi è sempre il letterato che scioglie la sua polemica in una prosa di esperto, fine letterato.



Lo stile è la spia del complesso mondo morale del polemista, della sua formazione, della sua professione di studioso, del suo gusto per le belle lettere. 
Ma forse il maggior pregio delle prose polemiche è nella dissimulata dottrina che traspare dall’andamento apparentemente “estravagante” e senza regole del discorso.

Lo stile, infatti, se non è una questione di tropi, ma, come diceva il De Sanctis, di pensiero e di umanità, rivela un pensiero che si è fatto agile e appassionato.
Abbandonato il tono medio e serioso, discorsivamente ragionante, della prosa critica più accademica, lo stile delle prose polemiche diventa più scorrevole e frenetico, e dà la sensazione di essersi sbarazzato di un peso: le immagini vengono caricate di originali significati , le citazioni e i riferimenti  estrapolati dal loro contesto originario vengono ad assumere un valore emblematico che bene illustra i nuovi contenuti e le nuove situazioni, l’aggettivazione è “umorosa”, i periodi si assottigliano di proposizioni, queste divengono essenziali in una coordinazione che vuole martellare una stessa idea ripetendola cento volte.



Nei movimenti di stile e di pensiero la polemica assume il carattere di una “esegesi dei luoghi comuni” dell’ideologia dominante e delle moderne mode culturali, filosofiche, politiche, estetiche, critiche, etc., ma di segno opposto a quella del francese Léon Bloy che ha scritto una tale esegesi agli inizi del nostro secolo. 

Se il Bloy, cattolicissmo, faceva convergere tutte le armi della logica e della caricatura contro lo stereotipo del “Borghese” laicista e ateo, lo storicista Russo (l’accostamento, per contrasto vale però per capire meglio lo stile del francese e del siciliano) rifrange il suo bersaglio polemico in una serie di figure-tipo:

 il “venticinquenne” o dell’incompiutezza; 
il “mistico-alfonso o del bigottismo”; 
il “poeta-puro” o dell’astrattezza; il “terzaforzista o terzaforzato” o dell’indecisione; 
il “cattolico-ateo” o dell’ipocrisia; 
gli “uomini d’ingegno” o del velleitarismo; 
le “anime belle” o dell’inconcludenza.





Foto proprie: busto di Luigi Russo, monumenti di Delia, targa commemorativa.

Sempre su Luigi Russo e la polemica:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/09/elogio-della-polemica_13.html

giovedì 13 settembre 2012

ELOGIO DELLA POLEMICA?


Contro un falso concetto e una falsa pratica della polemica, tante volte gratuita e strumentale, a cui purtroppo ci hanno abituato  starnazzanti giornali, tv e web, mi piace riesumare come la concepiva Luigi Russo, la polemica, attraverso un brano tratto dalla mia  tesi di laurea  “Dai modelli culturali alla poetica della ‘colta barbarie’. Luigi Russo critico e polemista”, anno accademico 1984-’85, relatrice: ch.ma prof.ssa Michela Sacco Messineo.

Forse è superfluo ricordare che il termine “polemica” deriva dal greco pòlemos che significa “guerra”.

Sicuramente, è meno superfluo ricordare che al termine  “polemica”  vi è sottinteso il termine téchnè che significa arte, e dunque: l’arte della guerra con le sue regole, i suoi tempi e i suoi limiti. Altrimenti è guerriglia o sabotaggio. O, meno bellicamente, volgarità (non ricordo la traduzione in dialetto). 

Della polemica il Russo ha intessuto un “elogio” perché essa rappresentava per lui l’esercizio delle regole della logica e della democrazia e non un “gusto estetico della polemica e della stroncatura considerate in se stesse”.
“La critica, quella famosa critica, di cui oggi si incomincia a scoprire ingenuamente la necessità è già liberalismo, ed essa non è un fatto arbitrario, un  post factum, una cosa che può esserci e può non esserci, ma è la stessa coscienza riflessa dell’azione, e però è un’azione più illuminata. E là dove non si vuole critica, dove la si combatte come una nemica, sorge il surrogato, la calunnia”.
E’ la storia ad insegnarci che “è sempre la censura che genera gli scandali, e dove manca la libertà, fatalmente ivi nasce una vita licenziosa”.
Il Russo ha difeso sempre il diritto-dovere della polemica dai censori potenti siano stati esimi professori prestigiosi come il Volpe, o politici come i ministri Scelba e Gonella, e da quanti ritenevano eticamente corretto un Index librorum prohibitorum e nutrivano “nostalgia del rogo”.
E’ democrazia, ma anche salutare metodologia, discutere, dialogare e sottoporre al vaglio della critica, anche di quella dei ministri, le nostre azioni e i risultati delle nostre indagini scientifiche: la polemica, allora, diventa occasione di chiarificazione e di arricchimento reciproco, non una lotta corpo a corpo o concorrenza d’interessi; essa non  è priva di regole, che vanno cavallerescamente rispettate.
A proposito della polemica, per certi versi esemplare, col Padre Gemelli, il Russo lamenta: “Ma io non  seguirò lui sul terreno delle ingiurie, dove il Gemelli vorrebbe trascinarmi, protetto dalla impunità della sua tonaca fratesca. Egli, per polemizzare degnamente con uomini di scienza e di lettere, manca di stile, di quel tratto, di quella vis spirituale, di quel buon gusto, che permette le più dure battaglie, osservando le regole della buona guerra. Il nostro frate o viene  meno alle regole più elementari del giornalismo, rifiutando ospitalità all’avversario, per una rettifica di carattere obbiettivo, o ricorre ad allusioni cattive...”.
Ai metodi ricattatori, ingiuriosi o sleali il Nostro risponde “con le parole più dolci e cortesi” il cui scopo è solamente quello di  “persuadere il Gemelli che i suoi stessi sistemi polemici sono una stonatura nel campo scientifico e letterario. Quella che è polemica di idee e di tendenze, diventa, per lui, senz’altro, ingiuria alla persona... La discussione, che è dialettica, si converte, per loro (i chierici, n.d.r.), in querela stizzosa, predica iraconda, scomunica apocalittica. E i ragionamenti degli avversari, ragionamenti pacifici e obbiettivi, si tramutano nella loro fantasia in bestemmie ed offese”.
Per ristabilire la verità o per ripristinare la giustizia, la polemica è, dunque, necessaria e doverosa: “La critica e la polemica debbono essere organismo, sistema, come l’arte, come l’azione politica, come ogni forma di attività che trascenda il particolarismo della vita quotidiana”.
Polemica diventa, in tal senso, sinonimo di lealtà, anche il nostro oppositore è momento necessario della dialettica che ci fa pervenire alla verità. Il polemista vero “stringerebbe cordialmente la mano al suo avversario, se tale gesto non fosse interpretato come una rinunzia alla lotta, perché la sua battaglia è contro le cose e non contro gli individui, egli che sconta in dure malinconie la necessità dei suoi attacchi e delle violenze polemiche! Oh gran bontà dei cavalieri antichi! Eran rivali, eran di fè diversi; ma è forse questa la caratteristica della polemica ideale: combattere senza fiele e senza prezzo, e restare fedeli alla nostra parte, al nostro mondo, senza crucci e risentimenti di persone, e come covando, nel fondo del cuore, una forma di contrariato affetto e di ricoltosa stima per la stessa nostra pretesa vittima”.
Eppure, la polemica stanca ed abbatte perché coinvolge le persone e non solo le idee e le situazioni da discutere e chiarire.



Opere di Luigi Russo da cui sono tratte le citazioni:

Elogio della polemica. Testimonianze di vita e di cultura (1918-1932),  Laterza, Bari 1933
De vera religione. Noterelle e schermaglie (1943-1948), Einaudi, Torino 1949
Il dialogo dei popoli, “Il Sentiero”, Firenze 1953
Il tramonto del letterato. Scorci etico-politico-letterari sull’Otto e Novecento, Laterza, Bari 1960



Foto da Internet