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giovedì 27 settembre 2018

VITA DI ISSARA. Penultima versione






Vita di issara

               Testo di Piero Carbone
                     Musica di Giuseppe Maurizio Piscopo


Rit. 
Issu, issara: vita di carcara.
Issu, carcara: vita di issara.
Issu, balati: forti cafuddrati. 
Furnu famìa: issu bianchìa.

I
A Buovu e Gargilata issu c’era,
Bivona ccu Lercara china nn’era,
ci nn’era a Grutti, c’era all’antri banni:
luciva e luci muntagni muntagni.

Carretti sientu nni la notti scura,
un cantu, griddri, pidati di mula.
Carrianu, li scecchi di issara,
a prucissioni: su li urdunara.
Rit. 

II
Issotta, ciarmaliddri e baddruttati
Di hiatu e di sudura ncuttumati.
Biancu issu li mura abbianchìa.
Sciloccu nni li casi un ci putìa

Antichi casi di servi e patruna,
palazzi o cubbula senza purtuna
mpastati cu lu issu di carcara
e chiesi chini d’angili e d’antara. 
Rit. 

III
Ti nfurna, lu issaru, e mazzulìa,
balata, ca t’arrienni cu dulia
a cuorpi di mazzuottu e di sudura.
ti macinia, e iddru si ncuddrura.

Lu issu biancu ricotta paria,
tu ci hiuhiavi n pruvuli e spirìa:
resisti ancora; lu cimentu vinni:
palazzi frolli, ponti ntinni ntinni.
Rit. 

IV
Lu fuocu di lu tiempu cuciunia
E ardi e coci, a tutti nni famìa
A tutti com’abbastru di carcara,
bianchi dintra e fora chi nn’affara.

Nn’affara e coci, riduci a farina,
Mpastata cu suduri di carina.
Facivanu accussi nni la carcara.
Oh, issu binidittu di issara!

Rit. diversificato:

Issu, issara: vita di carcara.
Issu, carcara: vita di issara.
Issu, sudura: mpinti mura mura.  
Figli, lu pani, aspettanu dumani.

Recitato finale:
Figli, lu pani, aspettanu dumani

ph ©Giuseppe Pasquale Palumbo


mercoledì 8 agosto 2018

mercoledì 25 luglio 2018

"ISSU" E "SCECCHI DI ISSARA". Antichi mestieri e modi di dire. Ricerche curate da Eugenio Giannone

Occupandoni in questi giorni di issu e di issara, non da studioso beninteso ma da curioso e per sentimentali motivi di sangue visto che mio nonno era issaru nonché per alimentare di sostanza il testo di una canzone che sto scrivendo per la musica di Maurizio Piscopo e con i suggerimenti della studiosa Marina Castiglione,  mi sono riaffiorati tra le mani alcuni quadernetti  (il correttore automatico aveva virato in "quadretti") che l'amico Eugenio Giannone ha curato quando era in servizio in qualità di docente referente e coordinatore del Progetto Giovani 2000. 

C'è da dire che Eugenio è poeta e uomo di cultura di suo e che se dalla scuola ha avuto l'occasione di fare alcune ricerche con i ragazzi, alla scuola egli ha dato, profondendo quello che nessun contratto sindacale può prescrivere per legge, la passione e l'intelligenza nel senso vero ed etimologico del termine: leggere "dentro" le cose, per amarle meglio e, nel caso di un docente, indicare un metodo per farle amare.



Aggiungi didascalia





Note a cui si rimanda nel testo




Motivazioni di Eugenio Giannone sulla ricerca condotta con gli alunni della IV B  
dell'Istituto Tecnico-Commerciale "Lorenzo Panepinto" di Bivona nell'a. s. 1993/94


P.S. Il prossimo Post sullo stesso argomento lo scriverò con la complicità di Angelo Cutaia di Racalmuto e Giuseppe Pasquale Palumbo di Milena (ex Milocca). Loro sanno perché.



Nella foto di copertina il carrettiere sig. G. Troia. Foto Studio Cannata


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lunedì 23 luglio 2018








lunedì 22 febbraio 2016

CHISSÀ! L'archeologia sprecata.




Quello che rappresenterà l’isola di San Pantaleo, ridivenuta Mozia dopo gli studi e gli scavi del Commendatore, ormai archeologo a tempo pieno, è noto in tutto il mondo. 
Oggi Mozia è incessante meta di visitatori. L’impero economico dei Whitaker è tramontato ma Mozia è più viva che mai. 

I letterati, come Consolo, e i pittori lo sanno e la dipingono poco distante dalla terraferma, collegata da un carro che procede in mezzo al mare: “Un carro? Fino a quest’isola? - chiese Isidoro -. Nessuna meraviglia. Là a levante corre sott’acqua, ch’è alta qualche spanna, una strada lastricata di basole bianche che porta dritta giusto fino a Birgi”.

Rivivono oggi la strada lastricata sotto il mare, le mura con le torri, i leoni di pietra, la necropoli, il tophet, il kouros, il kothon. Rivive la città filocartaginese com’era prima di essere espugnata e bruciata dai greci, sepolta, dimenticata.



Chissà quale sarebbe stato il destino archeologico e turistico di Racalmuto se i contadini racalmutesi, invece di ridurre in frantumi gli antichi vasi di creta rinvenuti e altre cianfrusaglie, li avessero offerti al Commendatore Whitaker.
Di oggetti antichi, monete, sepolcreti, in tutto il territorio racalmutese ne sono stati sempre trovati, in abbondanza, come testimonia Nicolò Tinebra Martorana fino al 1897:

“In contrada ‘Cometi’, lungi tre chilometri da Racalmuto, in occasione di scavi, si rinvennero sepolcreti d’argilla rossa, resti d’ossa, lumiere anti- che, cocci di vasi ed alcune monete.
“In contrada ‘Culmitella’ (ex feudo Culmitella) furono rinvenuti due grandi vasi di creta rossa a mo’ di giarre. Contenevano polvere e pochi re- sti fragili di ossa.


“In contrada ‘Ferraro’, furono trovati piccoli vasi di creta, con disegno molto ben fatto e delicato, vernice nera e leggierissimi. Erano dei lacrima- toi. Graziosissimi a vedersi, furono ridotti in frantumi dagli ignoranti con- tadini, che dentro quei piccolissimi vasi sognavano un tesoro!
“In contrada ‘Cometi’ furono rinvenuti vasi antichi. [...]

“Infine a ‘Casalvecchio’, a poco meno di un chilometro dall’odierno Comune, in occasione di scavi eseguiti per istabilire una strada carreggia- bile, si rinvennero sepolcreti, ruderi d’antichi edifizi ed altri oggetti. Quest’ultima notizia è importantissima, per istabilire un’epoca memorabile per il paese nostro”.

Tutto questo nell’Ottocento.

Ma anche per tutto il Novecento...







Peppe Palumbo, animatore e responsabile
 dell'Antiquarium Petyx" di Milena, 
mostra orgoglioso un reperto restaurato.


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ph ©piero carbone ( 2 maggio 2015) Le foto ritraggono alcuni reperti dell'Antiquarium Petyx di Milena il cui territorio è limitrofo a quello di Racalmuto

sabato 13 giugno 2015

LA CICCARRUNA. Aneddoto riferito da Giuseppe Palumbo di Milena

Sul terrazzo di Totò Bufalino al  Serrone, una domenica d'agosto,  ci erudì sulla storia e l'archeologia di Milena e del suo territorio: da Sutera a Racalmuto, dalla preistoria ai nostri giorni.

Quando risalì di parecchi secoli nella linea del tempo,  nel bel mezzo della conferenza, Peppe Palumbo annunciò che avrebbe raccontato l'aneddoto della Ciccarruna, tutti i presenti immaginammo per un momento chissà a quale "femminone" si riferisse a causa di quell'accrescitivo dal suono rintronante, invece si trattava di una bambina, sposata appena tredicenne da un aitante giovanottone per evitare la leva introdotta subito dopo l'Unità d'Italia; con i borboni non si partiva per fare il soldato con i Savoia sì, per parecchi, lunghi anni per giunta, eccetto che uno non fosse sposato. Una sorta di moratoria per non incrementare, specialmente nel meridione, le fila dei renitenti.
Qui, se non si voleva partire per il militare si disertava o ci si sposava.

Giuseppe Palumbo

Pur di mettersi in regola e rientrare nella moratoria si era disposti ai passi più arditi: una valeva l'altra, purché respirasse...
Questi matrimoni di convenienza, combinati in fretta e furia, architettati per non fare il militare, non sempre davano ottimi risultanti coniugali, come nel caso della Ciccarruna che per la giovane età era attratta ancora dai giochi con le compagne a scapito dei lavori domestici e delle incombenze familiari: tra tutte le inadempienze della moglie, il non trovare la cena pronta dopo una giornata di lavoro nei campi al marito faceva saltare la mosca al naso... perché la mogliettina si attardava a giocare per strada con le compagne. 

I mugugni e i malumori erano continui e senza effetto cosicché un giorno, anzi, una sera, lui gliele cantò ben bene. 

Il rimbrotto in rima avrebbe assunto il valore di monito memorabile applicabile nelle situazioni in cui la vita costringe a fare buon viso a cattiva sorte:


Si nun era pi la leva furzusa
chi mi pigliava a tia lorda e fitusa?

Se non era per la leva forzosa
io  sposavo te sporca e puzzolente.
(mia traduzione a senso)

Solitamente le donne nell'Ottocento subivano in silenzio e non rispondevano per le rime,  ma questa volta a quanto pare sì, infatti la Ciccarruna, giovane sposa in quel di Milena che nell'Ottocento si chiamava Milocca, con l'incosciente insubordinazione della giovane età, così avrebbe risposto all'irato marito:



Mi maritasti e comu fu fu,
m'â dari a manciari e ti l'â vidiri tu.

Mi hai sposata comunque sia stato,
mi devi sostentare, sbrigatela tu.



Il botta e risposta, che ci fa indulgere al sorriso, non ha nulla di accademico  come potevano sembrare talvolta i canti d'amore e di sdegno, anzi fa passare in secondo piano ogni schermaglia amorosa per divenire drammatico documento di un costume tanto comune allora quanto oggi ci potrebbe apparire barbaro ed esotico: incredibilmente l'India ce l'avevamo in casa, una certa India dei cui costumi ancora oggi arrivano echi nelle nostre case attraverso i notiziari.  


Foto di Antonella Altese.

sabato 16 maggio 2015

LE SPIGHE E LA GROTTA DI FRA DIEGO. Prima o poi gli archeologi verranno?



AUSPICI ARCHEOLOGICI E ARCHEOFILIA

Della Grotta detta di Fra Diego, menzionata dalla tradizione popolare, situata lungo l'asse stradale che collega Racalmuto a Montedoro,  se ne sono occupati finora scrittori e poeti (in ordine cronologico: Luigi Natoli, Giuseppe Pedalino Di Rosa, Leonardo Sciascia). Luigi Natoli la visitò negli Anni Trenta del secolo scorso guidato da Giueseppe Pedalino Di Rosa. Ma non seguì alcuna campagna di scavi con annessi e connessi.

Non sarebbe l'ora che sopraggiungessero gli archeologi?
 Come nella limitrofa Milena, la Milocca di una volta, secondo il mirabile esempio di Giuseppe Pasquale Palumbo.

Un auspicio sottoscritto sicuramente da CalogeroTaverna e Angelo Cutaia i quali, oltre la leggenda, oltre la letteratura, si battono da anni per retroiettare la memoria storica di queste e altre contrade fino alla preistoria, con lo scopo di inverare con cognizione di causa i fugaci accenni archeologici dell'ottocentesco Nicolò Tinebra Martorana soffermatosi all'aneddotica.
Per la sensibilità finora dimostrata credo si unirebbero all'auspicio "archeologico" Giovanni Salvo, Carmelo Mulè, Domenico Romano, Carmelo Falco, Fabio Pilato, Silvia La Rosa. E chissà quanti altri.
Intanto...



Mentre il sangue dei papaveri rimanda a incruenti oblii, le spighe di  anno in anno ricrescono e vigilano come sentinelle. Attendono. Ma fino a quando?
Non di sole spighe è generoso il sito.

Speriamo sia foriera di una nuova tendenza, la prossima visita del 30 maggio da parte degli appassionati di archeologia di Trapani e Salemi.  Potrebbero stimolarci a percorrere proficui percorsi.
Chissà: contrada Fra Diego come Mokarta e Monte Bonifato?

Nelle foto,  in avanscoperta il 2 maggio scorso con Angelo Cutaia, Antonella Altese e Leonardo Lombardo. Attendendo la "carovana".










Ph ©piero carbone


sabato 11 gennaio 2014

I MILENESI RICORDANO COSÌ. Archivi materiali e archivi virtuali




La mostra si teneva alle scuole elementari di Milena. Quando con Angelo Cutaia una sera d'agosto siamo andati a visitarla, abbiamo trovato il suo curatore seduto davanti alla porta, ma di visitatori neanche l'ombra.  Quasi a prevenire un'ovvia domanda, il curatore Peppe Palumbo, dopo le presentazioni e i saluti, disse che erano andati a cenare e sarebbero venuti dopo. Sottinteso, i visitatori, i milenesi. 

Dopodiché ci fece visitare la mostra fornendo di ogni fotografia una didascalia raccontata che era una narrazione a sé: fatti, persone, precisazioni, documenti, luoghi, trasformazioni, aneddoti. Chiedemmo quanti fossero stati a raccogliere quelle foto e ad organizzare la mostra. Con pudore il signor Palumbo ci fece capire che in realtà dietro l'allestimento di quella mostra non c'era proprio una folla. Avviene così: da anni le persone gli affidano le foto di famiglia sapendo che lui custodisce la memoria del paese in ogni sua forma. Ci guardammo con Angelo e senza parlare comunicammo il comune desiderio di poter fare qualcosa del genere anche dalle nostre parti,  al netto della tara di ogni diffidenza.


Fotografammo le fotografie. Ci fotografammo. Peppe Palumbo ci condusse in un'aula che fungeva da laboratorio: morsetti, colla, cornici, ingrandimenti di foto sparsi sui vari banchi. Sembrava un cantiere con i lavori in corso. Ci mostrò al computer altre foto non esposte. 

Finalmente tornammo a sederci anche noi davanti al portone della scuola, ma restammo soli, io e Angelo, perché la gente incominciò a venire. L'ora della cena era trascorsa da un pezzo. 
"Ve l'avevo detto" disse Giuseppe Palumbo, alzandosi. 
E per tutta la serata fece da cicerone ai visitatori e rispondeva alle loro domande per appredere loro nomi di luoghi, rapporti di parentela delle persone fotografate, se alcuni erano ancora in vita. Un rito collettivo vero e proprio. Residenti, emigrati, singoli, a gruppi, nuclei familiari, giovani, anziani, venivano a conoscere, a riconoscere, a vedere e rivedere Milocca e i milocchesi lungo un arco temporale che andava dalla fine dell'Ottocento fin quasi ai giorni nostri. 
Insomma, venivano a vedere loro stessi fotografati, erano sempre loro anche se nel frattempo avevano cambiato denominazione e ora  vengono detti milenesi, da Milena.




















Al centro Giuseppe Palumbo fanciullo