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giovedì 8 maggio 2014

DIECI PASSI AVANTI, DIECI PASSI INDIETRO. Racconto di Piero Carbone






DIECI PASSI AVANTI, DIECI PASSI INDIETRO



                                                                                    “Era molto ammirato da tutti, senza eccezione”.
                                                     Oscar WILDE, Il Principe Felice.



- Ma gli uccelli ci andranno a cacare!
- Buttato lì sul marciapede…
- …come una prostituta.
- No, sembrerà che aspetta l’autobus, confuso con gli altri passeggeri.
- Senza neanche il nome, una targa.
- Non ce n’è bisogno, lo conoscono tutti.

Ci  fu bisogno invece di ricorrere ad un allegro referendum per stabilire se la statua del filantropo don Firdinannu i racalesi la volevano con o senza piedistallo, dieci passi avanti o dieci passi indietro: ad averla davanti la porta o si lamentava la banca o si lamentava la parrucchieria. Di sicuro la volevano, specialmente dopo il secondo funerale. 
Il primo era passato sotto silenzio, ancora non era stato aperto il testamento, ma dopo, apriti cielo!, i pianti, il dolore, il lutto cittadino. 
Al primo funerale non c’era andato nessuno, al secondo, anche la banda, le maestranze, la Confraternita dell’Itria e le orfanelle che reggevano i giummi ai quattro lati della carrozza. Le mamme affacciate sugli usci ravviavano i capelli sulla fronte dei figlioli e dicevano:
- Fatti la croce, passa don Firdinannu.

Don Firdinannu lasciava la piccola casa dove abitava alla sorella con sette figli, il cavallo e l’orologio con cassa d’argento al nipote più grande, tutto il resto, e cioè la cospicua quantità di danaro ricavata dalle miniere di zolfo e di sale, ai concittadini tutti perché si costruisse l’ospedale. .
- Se ci fosse stato l’ospedale forse lui non sarebbe morto,  – commentava la gente al secondo funerale.

Se un poverocristo stava male, bisognava recarsi a Canicattì o a Girgenti, e la gente o non ci andava o moriva; anche se erano pochi i chilometri, per l’ambulanza bisognava aspettare due ore. Vi si ricorreva nei casi estremi, tanto che la gente associava il suono della sirena o a un incendio o a qualcuno che stava morendo. Tuttavia, l’ospedale a Racalò, sinceramente nessuno se l’aspettava, tanto meno dal più ricco e più tirchio del paese. Meritoria opera senza dubbio. Non un solo racalese intanto solidarizzava con i poveri eredi che, invidiati inutilmente, poveri erano e poveri avrebbero continuato ad essere.    
  
Il funerale non era ancora terminato del tutto che il Sindaco pensò alla statua. “Dobbiamo onorare chi lo merita”, disse. Chiamò uno scultore di grido che aveva fatto statue in tutte le piazze e giardini d’Italia  e gli affidò l’incarico.
-Mi raccomando! Non badiamo a spese.

Dopo un anno la statua fu pronta e venne collocata, senza piedistallo, in piazza, sul marciapiede destro, di fronte la Matrice, ma ad averla davanti la porta o si lamentava la banca o si lamentava la parrucchieria: la gente si sentiva spiata da quella statua ad altezza d’uomo che  nella penombra sembrava un uomo veramente, con una mano sospetta in tasca  e l’altra protesa in avanti. Ci fu chi cambiò banca e chi parrucchieria o anche marciapiede. Quella statua inquietava: pur in mezzo alla gente, rimaneva in solitudine soffusa di mistero.

Prima delle elezioni, il sindaco non poteva inimicarsi nessuno, così la fece impacchettare e, in attesa di tempi migliori, la spedì al mattatoio comunale vicino la Fontana. Fungeva da deposito infatti l’antico macello, non in regola con le regole previste.

Dopo le elezioni – un vero successo per il sindaco - la statua venne ricollocata davanti la banca con una bellissima festa e concorso di autorità d’ogni tipo; venne spostata un po’ più avanti dopo sei mesi per le solite lamentele. I soldi del lascito erano stati depositati presso una banca concorrente. Nei primi tempi, i genitori portavano i figli a vedere la statua del benefattore e vi si facevano fotografare accanto. Era diventato un rito. La statua, a portata di mano, invogliava  a confidenze impensabili, con  l’uomo rappresentato, quando era in vita: chi gli metteva la mano sopra la spalla, chi gli faceva una carezza, chi gli aggiustava i capelli. I bambini per eccesso di familiarità hanno financo danneggiato la sempiterna sigaretta che teneva fra le dita, per non dire quello che facevano i randagi e quel tal barbone – poveretto- che stazionava con una bottiglia di vino nei paraggi della statua.          
- E l’ospedale?

La cerimonia della posa della prima pietra, con la pergamena benedetta e la medaglietta dell’Immacolata, venne annunciata e celebrata quattro o cinque volte, memorabili rimasero i discorsi del  primo vescovo e dell’onorevole Frangiamore, ma  dopo dieci anni dell’ospedale non se parlava per niente. Lungaggini burocratiche. Impugnazioni dei parenti. Permessi, contropermessi. I soldi del lascito nessuno li toccava; maturavano gli interessi, di banca in banca. 

La gente continuava ad ammalarsi e a guarire, o a morire, come prima. Languiva la memoria di don Firdinannu quale preclaro, generoso benefattore del paese. Le nuove generazioni non sapevano nemmeno chi fosse. Se ne ricordava qualche anziano, qualche politico antico e il custode del campo – unico acquisto - dove l’ospedale sarebbe dovuto sorgere.

Per mantenere la promessa elettorale e togliere ogni fastidio alla gente, l’ennesimo sindaco di turno, ignaro e ignorante delle patrie memorie, di patria riconoscenza, non appena insediatosi fece rimuovere la statua, che fu fatta fondere in una fornace del trapanese dalle parti di Mazara, e riunì i consiglieri in assemblea per decidere cosa si dovesse fare del metallo.
- Un’altra statua, naturalmente, - concluse il sindaco, con la ruota di un pavone, - e sarà la mia.
-       La mia, - ripeté ciascuno dei consiglieri.

E si misero a litigare.      





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venerdì 2 maggio 2014

DIECI PASSI AVANTI, DIECI PASSI INDIETRO?



Alcuni anni fa ho scritto un racconto intitolato Dieci passi avanti, dieci passi indietro. Mi ha dato molte soddisfazioni perché mi ha fatto vincere al concorso on line pordenonelegge.it del 2001. Una bellissima esperienza grazie anche alla partecipazione alla festa del libro di Pordenone che mi ha dato la possibilità di incontrare tanti scrittori artisti editori intellettuali tra cui Claudio Magris, Roberto Pazzi, Dacia Maraini, Piero Angela e l'esordiente Mauro Corona.
Per me, alla fine, quel racconto ha portato bene, nonostante il titolo rimandi a situazioni e a condizioni di immobilismo.

Lo pubblicherò fra qualche giorno  sperando che, nonostante il titolo, sia di buon auspicio in favore di processi dinamici, non solo personali, per scongiurare i falsi movimenti progressivi che vorrebbero dare l'idea del movimento e invece si rivelano, a la squagliàta di la nivi (dopo che si è disciolta la neve), una "spaziale" perdita di tempo, facendo, appunto, dieci passi avanti (a parole) e dieci passi indietro (nella realtà).

Se pensiamo che fin dall'Ottocento dalle mie parti, che non sono parti montane,  c'era una fabbrica che produceva la neve!...

mercoledì 24 luglio 2013

MA DA DOVE INCOMINCIARE? Gabriella Patti pittrice "astratta"



Non senza senso, ripropongo un'antica presentazione in catalogo.

Può sembrare perfino ovvio: il senso dell'oggi in quello che siamo, in quello che facciamo, va ricercato sempre nel passato. Se c'è un passato.

E' un'arte, un metodo, sapersi costruire un passato adeguato.

Altrimenti si veleggia sul mare della superficialità nell'affannosa ricerca della cosiddetta visibilità, perseguita ad ogni costo, anche se immeritata o inconsistente. E' la malattia di sempre, di quelli che, come diceva Seneca, “hanno bisogno della scena”, “scaenam desiderant” (Epistulae ad Lucilium, lib. XV, ep.II).

Ma per mostrare cosa?

Per recitare quale parte?

Gabriella Patti, detto ora con sguardo retrospettivo, col suo versare poesia in pittura, ha dimostrato nel tempo di saper recitare la propria.





LA PITTURA DI GABRIELLA PATTI
Il laico colore del mondo che l’arte ci sa dare.


     “Ma da dove cominciare?” è la domanda dell’adolescente Marianna Ucrìa alle prese con tele e colori, “dal verde tutto nuovo e brillante della palma nana o dal verde formicolante di azzurro della piana degli ulivi o dal verde striato di giallo delle pendici di monte Catalfano?”. 

Anche l’”astratta” Gabriella Patti, siciliana come la protagonista evocata da Dacia Maraini nell’omonimo romanzo, comincia  pittoricamente dal colore di un ente particolare (cristallo, nuvola, fondale marino) ma, come un pretesto, per smaterializzarlo, per estenuarlo ed accedere ad un colore mentale, fino a prescindere dalla stessa forma cui il colore originariamente ineriva. Ciò non stupisce se da architetto ricade come molti pittori-architetti nell’area d’influenza di Paul Klee con le sue svagate geometrie sottese al colore.

     Con processo inverso invece comincia non da un oggetto bensì da una suggestione poetica per “materializzarla” in macchie, in atmosfere, per dirla con la sintetica espressione di Paola Nicita, in “cromìe accese eppure evanescenti”. 
Il verso di Ibn Hamdìs, “ una boccetta rossa di rubino, con stimme di zafferano” le ha suggerito le macchie variegatamente rossoaggrumato della composizione “Baratro fluorescente” e “Il raggio verde” di Lucio Piccolo addirittura un trittico dove il poetico verde, simbolico, dialoga con circoscritti azzurri e pastose tonalità terrestri: “Ma il raggio che sembrò perduto/nel turbinio della terra/accese di verde il profondo/di noi dove canta perenne/una favola, fu voce/che sentimmo nei giorni, fiorì/di selve tremanti il mattino”. Un’intera mostra è sintonizzata sulla silloge del “barone magico” di Calanovella Gioco a nascondere...

Cartolina invito di una personale di pittura del 2009
   
     Neanche l’iniziale tecnica dell’acquerello ha fatto indugiare Gabriella Patti sul descrittivismo oleografico - siculo o non siculo non importa, con i soliti limoni e peperoni ad esempio - o su solipsistici ripiegamenti consolatori. La giovane pittrice siciliana  piuttosto va ad inserirsi in quella corrente di pittrici contemporanee che, secondo l’analisi di Emanuela De Cecco e Gianni Romano in un recente studio, “si sono fatte portatrici di messaggi più generali”. 
Ma per la giovane Patti, si capisce, la cui opera è in fieri, tale linea di tendenza va proiettata nel futuro, che auspicabilmente sarà ricco di validi inveramenti.
      Intanto, la Patti svolge un’opera didascalica: saturati come siamo dalle immagini, essa approda alla mistica del colore per cercare in qualche modo di rifondare il mondo usurato delle percezioni visive e ridare inizio al primordiale “e sia la luce. E la luce fu”. 
E quindi anche il colore, il laico colore del mondo che l’arte ci sa dare.
                                                                                                                    
Palermo, 1 Ottobre 2001                                                    Piero Carbone




Foto proprie