venerdì 5 aprile 2013

RACCONTARE ASTRATTAMENTE


Testimonianza per Maria Anna D'Agostino Mattiello




   Se la pittura astratta della prima metà del Novecento e l’avanguardia del secondo dopoguerra rifiutano la forma a favore, potremmo dire, del colore in sé, c’è chi, pur riferendosi a quelle scuole di pensiero, intraprende un personale cammino di ricerca artistica e piega quei modi di fare pittura alle proprie esigenze interiori.

   E’ così che in Maria Anna D’Agostino Mattiello notiamo un’apparente contraddizione: quella di indicare alcuni suoi quadri con titoli molto formali, descrittivi o narrativi addirittura,  per poi svolgerli astrattamente.

   Creano scontate aspettative titoli come “Popoli e costumi”, “Veliero”, “Cuore”, “Missionari”, “Lento cammino”, “Esuli”. Ma la D’Agostino non è una illustratrice, anzi, l’argomento annunciato è un pretesto, il punto di partenza di un processo astrattivo che la porta nel mare aperto del colore ove il cielo il mare i gabbiani sono calchi convenzionali ma vuoti, invisibili, in attesa di essere colmati  e resi visibili dalla scelta dell’artista, da una mano che brandisce  pennelli bene intrisi o trascina la spatola carica  di intenzionali impasti. Perché altrimenti la serie dei volti monocromi, gialli, azzurri, rosa, e i missionari biancoceleste, e il veliero di un rossonero materico? La pittura pensata diventa pittura vissuta.


     Più consona  pertanto appare la scelta di altri temi meno concreti, quali “Torpore”, “Conforto”, “Libertà”, “Divinazione”. Ma anche qui, perché la Libertà è un rossointenso assediato dal blunero  e il Torpore un cordone scuro che si distacca da uno sfondo chiaro di bianchi variamente venati e di gialli e arancioni  quasi allegri? 
     In ogni caso, come sostiene Wittgenstein nei suoi Pensieri diversi , e ben s’attaglia alla libera pittura della D’Agostino, “i colori stimolano alla filosofia. (…) I colori sembrano presentarci un enigma, un enigma che ci stimola – senza inquietarci”.   

Palermo, 2001


                                                                                                      

giovedì 4 aprile 2013

OLTRE LO SCHIAFFO, OLTRE IL DUELLO






Sabato prossimo 6 aprile, in mattinata, incontrerò i ragazzi della scuola media Pietro D'Asaro di Racalmuto al Castello Chiaramontano. 
Sarà bello vedere i ragazzi, preparati da dinamicissime professoresse che già l'hanno fatto in passato, cimentarsi con la Recita sulla venuta della Madonna del Monte. 
E' la memoria rappresentata, che ogni anno, per un'intera comunità, assume il valore di una celebrazione.
Ripropongo soprattutto per i giovanissimi un post che orbita intorno alla festa tra tradizione e innovazioni, su fatti lontani nel tempo ma non a loro estranei, sicuramente non estranei alla loro identità.






Le vicende particolari di Racalmuto e Castronovo di Sicilia si sono incontrate parecchie volte nella storia: nel 1503, a proposito di un sacro simulacro rimasto  miracolosamente a Racalmuto; fra il 1527 e il 1528, per uno schiaffo inferto da Paolo del Carretto, originario di Racalmuto, ad un rappresentante dei Barresi, di Castronovo.

        La prima volta, se ci fu il prodigio, come attestano storici locali (B. Caruselli, N. Tinebra Martorana) e non (G. Traina), ci fu anche il duello - secondo la tradizione orale - a dirimere la questione insorta: Ercole del Carretto, “conte” di Racalmuto, feriva Eugenio Gioeni, principe di Castronovo, e il simulacro della Madonna, oggetto del contendere, rimaneva in terra racalmutese. Correva l’anno 1503 ed il principe Eugenio Gioeni, proveniente dall’Africa dove si era recato per curarsi l’ipocondria, sbarcava a Punta Bianca etc. etc. etc. Di ncapu mari na navi vinìa, / facennu festa e sparannu cannuna. / Ascontra Racarmutu pi la via / vonzi ristari ccà sta gran Signura…


            La seconda volta, sullo spiazzo adiacente la chiesetta di San Pietro che costeggia la strada a scorrimento veloce per Palermo, ha avuto luogo uno dei fatti più sanguinosi nella storia di Sicilia, paragonabile, per efferatezza e teatrali colpi di scena, al “caso di Sciacca”. Don Paolo del Carretto morirà ucciso nell’agguato tesogli dallo schiaffeggiato Barresi. Né la faida si arresterà: altre vendette, altri agguati e altri spargimenti di sangue saranno strascico inevitabile.

            E sono tornate ad incontrarsi, per la terza volta, nel 1986, a Racalmuto,  in occasione della Festa del Monte, per stringere un patto d’amicizia attraverso il simbolico abbraccio dei due rispettivi sindaci. Scopo dell’incontro, il gemellaggio fra i due comuni; la motivazione è semplice:  se le storie dei due paesi si sono intersecate per un diverbio e per una questione d’onore e di puntiglio,  c’è stato di nuovo spazio, nella Storia, per incontrarsi in nome dell’amicizia. Dopo quattro secoli e passa, è vero, ma perché continuare ad essere storicamente  divisi se non persistevano i motivi del rancore di quei “nostri” signori? Chi se ne ricordava più?


            Anzi, a ben riflettere, si può notare che le storie delle due comunità corrono su tracciati invisibili e paralleli, che ora combaciano, ora si allontanano, per confluire di nuovo in episodi di comune storia, di relate passioni, di contrastanti interessi. Storie per certi versi confluenti, analoghe, corrispondenti. Si guardi al carattere “berbero” – lo dico per suggestione del Tinebra Martorana, - forte, tenace, del racalmutese  e del castronovese: così come emerge dalle loro storie, dall’avvicendarsi di mille contingenze. Il Tirrito, nella sua storia di Castronovo, riporta l’ipotizzata derivazione di Crastos, poi Castronuovo, da un etimo greco con significato di “fortissimo”.

            Sui motivi e la genesi che hanno portato a realizzare il gesto del gemellaggio ci stanno innanzi tutto la conoscenza e la simpatia di alcuni amici castronovesi: Totò Mastrangelo, Tonino Ceraolo, Nino Di Chiara, il sindaco Salvatore Tirrito. Il tutto nato, si può dire, da un quasi occasionale colloquio con Totò Mastrangelo. Ma sulla congruità di stringere il pacifico sodalizio si è subito concordato per altre ragioni, oltre che per l’amichevole conoscenza, e cioè per ragioni storiche, culturali, folkloriche: la Festa del Monte appartiene ad entrambe le comunità perché dal loro incontro è nata.


Per ratificare cotanti premesse, la mattina dell’11 luglio 1986, venerdì del Monte, è stata convocata una seduta consiliare straordinaria, aperta al pubblico, durante la quale è stato ufficializzato il gemellaggio, presenti i sindaci e gli amministratori delle due comunità.

            Dopo il simbolico abbraccio dei rispettivi sindaci e lo scambio delle pergamene, per suggellare l’evento, il corteo storico detto  u Triunfu  è stato particolarmente articolato e sontuoso: apriva la processione il drappello rullante dei tammurinara; seguivano: centinaia di giovani con torce e candele della pontificia cereria Gange; i gonfaloni municipali; gli stendardi delle parrocchie, dell’azione cattolica, delle confraternite, dei circoli ricreativi e dei sodalizi, delle altre associazioni religiose e laiche racalmutesi; i bambini della prima comunione in abito bianco, recanti un giglio e l’immagine infiocchettata della Madonna del Monte incollata su un cartoncino, andavano cantilenando la vugliddra la vuglidda la ciancianeddra, / dunni mi vinni, dunni mi vinni sta parrineddra;  bardatissimi cavalieri, disposti ai due lati del corteo, in costumi cinquecenteschi della rinomata sartoria teatrale Pipi di Palermo, porgevano la mano alle damigelle e facevano ala a lu carruozzu, trainato da due ieratici buoi di Cammarata.


Dietro il carroccio, che trasportava il simulacro della Madonna adagiato su un letto di rose, le autorità religiose e civili delle due comunità:  arcipreti e rettore del santuario in cotta e stola, sindaci con la fascia tricolore, marescialli e rappresentanti delle altre forze dell’ordine  in uniforme d’ordinanza, assessori in carica e in pectore, consiglieri, diaconi, collaboratori pastorali, suore dei vari conventi, educande del collegio di Maria, orfanelle del Boccone del Povero, pie signorine di chiesa con il rosario in mano.

In coda, il drappello della delegazione castronovese e il restante popolo racalmutese. Tutti a cantare, tra una posta e l’altra del rosario, Di Trapani affaccià Maria di Gèsu / n coddru li marinara la purtaru / n coddru li marinara la purtaru, mentre piovevano petali e fiori dai balconi adorni di biancheria ricamata e vellutate coperte di sciniglia. La banda suonava. Le percussioni dei tamburi grandinavano. Quando la testa del corteo giunse in Piazza Carmelo, s’udì un frenetico scampanio mentre gli ultimi fedeli uscivano dalla chiesa del Monte e chiudevano la chilometrica processione, cingendo idealmente il paese con un sinuoso abbraccio. Sarebbero dovuti arrivare cavalli e cavallerizzi danzanti dalla Festa del Taratatà di Casteltermini, ma per motivi organizzativi non è stato possibile. Ci si accontentò delle cavalcature locali.

Si vuole precisare che la festa del Monte non è la festa dei cavalli o per i cavalli anche se ne fanno strutturalmente parte in quanto attraverso muli e cavalli, connaturati alla società contadina, si trasportavano le prummisioni di grano e altri cereali fin dentro la chiesa dopo la devozionale acchianàta e si rendevano solenni: il triunfu del venerdì; la sfilata del sabato fino  a la pigliàta di lu Ciliu, distribuendo ceci abbrustoliti;  la processione della domenica, sferragliando sui basoli, che sprizzavano scintille, addobbati con coloratissime bardature, ciondolanti nappe, campanacci e drappi d’epoca, dietro il solenne carro a forma di nave.


Solennità sì, ma a precise condizioni, e lontani mille miglia da certi teatrini che sarebbero venuti dopo, alludendo a quegli improvvisati quanto pericolosi caroselli equestri tra la folla che poco hanno a che fare con la devozione e molto con il vacuo e talvolta impudico esibizionismo, somiglianti più a un rodeo argentino che a una nostrana processione religiosa.

Quando, alla fine degli  Anni Settanta, la gloriosa Pro Loco capitanata da Giovanna Lauricella si prodigò per  rimpolpare la festa con la partecipazione  di cavalli bardati e cavalieri in costumi d’epoca, visto che i preziosi quadrupedi in paese si erano ridotti al lumicino vuoi perché soppiantati dai mezzi agricoli vuoi per l’emigrazione dei contadini e dei carrettieri, si addivenne alla risoluzione di noleggiare un determinato numero di cavalli regolarmente assicurati. In questo modo il Conte del Carretto e il suo seguito poterono continuare ad arrivare a cavallo sul luogo della “Recita”. Così è stato anche in quella del 1986.

Quell’anno, la Recita, che ricostruisce l’episodio della “venuta” della statua della Madonna a Racalmuto, registrò  alcune modifiche e integrazioni: la Contessa, la cui presenza era stata inserita qualche anno avanti da un giovane poeta locale, venne condotta in portantina da quattro prestanti giovanotti detti vastàsi, un termine di origine greca che rimanda al verbo trasportare; il Principe Eugenio Gioeni e i suoi scudieri sono stati interpretati da giovani attori castronovesi; Recita e corteo storico sarebbero stati riproposti qualche anno dopo a Castronovo. Anche la mostra fotografica di un naturalista racalmutese, sulla flora e la fauna della montagna castronovese, ha seguito la trasferta della Recita  e arricchito il dialogo culturale tra racalmutesi e castronovesi. Il gemellaggio insomma è stato un avvenimento memorabile oltreché significativo.


Significativo è ancora oggi, a distanza di ventisei anni; rincuorante, trovare nel passato di un paese ciò che si vorrebbe trovare nel suo deprimente presente, per risollevarlo: segni di violenza trasmutati in segni di festosa amicizia collettiva e corale fede; prassi di violenza convertite in pratiche di simbolica pace e laboriosa convivenza civile; storiche malerbe e malsane zizzanie rimpiazzate da più commestibili alimenti di festevole pasticceria.

E’ con questa pronuba “filosofia”, foriera di prospero e pacifico futuro, che probabilmente vale la pena di ricordare schiaffi e duelli del passato, come quelli intercorsi tra il nostro e un altro paese del palermitano.

                                                                                             Piero Carbone



               - Uno schiaffo, un duello e... finalmente amici, in “Giornale di Sicilia”, 19.11.1986;
 - La vinuta di la Madonna di lu Munti (con E. N. Messana e N. Macaluso), 2a ed.
    Edizione fuori commercio, Racalmuto 1988
http://castrumracalmuto.blogspot.it/search?q=oltre+lo+schiaffo lunedì 25 giugno 2012

 


Altri post sulla festa del Monte:



mercoledì 3 aprile 2013

LA BENEDIZIONE




"// dottor Lannina afferrò Ie mutandine e Ie buttò a terra, in un angolo.
- Lucia, tua figlia continua a lasciare per casa Ie sue cose! - urlò insaponandosi il viso.
-Lei è testarda, ma tu non scherzi, -arrivò,ciabattando,
sua moglie. - Dove sono? -
Li,-indico col piede il dottor Lannina".
Matteo COLLURA, Associazione indigenti.
Abusivi e paninari (con la milza), ladruncoli, travestiti, droga, e una chiesa antica; come il proverbio ci rammenta: dove ci son campane, ci son puttane. II peccato al cospetto della virtù.
Ma ci sono, in una casa vecchissima, come lo sono quelle vecchissime e cadenti del Capo (in fior di splendidi monumenti), ci sono, si diceva, quattro camilliani.
Uno e alto e robusto, uno giovane e magro, 1'altro santo, un quarto camilliano e basta. Tutti e quattro con la croce rossosangue al petto che sormonta un cuore istoriato. La loro teologia: insegnare un po' di vangelo alla gente rozza e istintiva del quartiere facendo vedere semplicemente come si fa.
E' la didattica per i semplici e per i poveri che somiglia tanto a quella per gli ignoranti.
In simbiosi con 1'ambiente, cercano di rilievitarlo dall'interno; mentre impartiscono il catechismo e le buone maniere ai figli, sono i depositari in confessione dei detriti dei padri e dei fratelli: scippi, droga, tradimenti, certi affari, mafiate insomma, etc.
Loro, i missionari, mirano all'umanità che resta.
Quando finiscono all'Ucciardone, i galeotti vorrebbero temperini, coltelli, lupare, astutari i nemici, scannare i giudici, punire i traditori, poi piangono pensando alla famiglia.
I bravi camilliani fanno i corrieri dell'affetto, della parola buona, del perdono, dei sentimenti familiari, senza ergersi a moralisti, con un tono, una discrezione, da non esserci bisogno di citare il vangelo con capitolo e versetto. Così tutto 1'anno. Per loro è la regola, non l'eccezione.
I quattro sono poveri, per 1'appunto, per connaturarsi al vivaio dove operano, non hanno macchina, né riscaldamenti, né telefono; vivono della generosità del quartiere.
- Oggi ho ospiti, Tanino. - Tanino, il macellaio, spicca un trapezio di filetto da due chili e mezzo e lo lancia sulla bilancia. - Ma no, Tanino, - rettifica il camilliano che ha già capito, - solo un chilo ne volevo.
- Va bene. Padre, è un chilo. Te lo dò per un chilo e me lo paghi per un chilo. Pensa alla salute. Ciao.
A Natale, come segno tangibile di un avvenimento diverso, avviene qualcosa di simbolico che consiste nel fare il contrario di ciò che normalmnte si fa: i camilliani regalano doni e la gente ricambia auguri a parole, con un - grazie.
II santo dei quattro si reca in quel periodo al mercatino di un altro nome e compra indumenti, derrate, giocattoli e qualche fantasia. Sommerso da pacchi e pacchettini, arriva nella casa-convento e incomincia la distribuzione.
- Questo a te, un golfino. Ti va bene?
- Sì, certo, grazie, Patri.
- E' una maglia, ti serve? Fina.
- Sì, certo, grazie, Patri.
Estrae da sotto il tavolo pantaloni cinture orologi scarpe fazzoletri: - Ecco, Filippo; Antonio; Giacomo; Maria.
Ogni volta, un boato di - aah - ooh - aah .
Così fino a quando tutti i regali vengono prosciugati.
- E a me, Patri, niente c'e per me?- chiede una ritardataria.
Imbarazzato, il Padre:
- Ma veramente non ti ho vista. Non ci ho pensato. Credevo... Cosa ti piacerebbe ricevere?
La donna, che tutti conoscevano chi fosse e che attività svolgesse, con naturalezza si alzò la veste scoprendosi tutta fino al seno.
- E non lo vedi che mi mancano le mutande?! - si sentì da dietro la stoffa che copriva il volto.
Nuda, frontalmente nuda, tra gli sguardi umoristici e desolati degli astanti, stette la donna col seno penzolante.
L'anziano camilliano, che tutti tenevano per santo, mirò, si stette, alzò 1a mano e, segnando un crocione in aria verso il corpo nudo e frontale della donna, disse:
-       Ti dò la benedizione, figliola. Buon Natale. E la prossima volta cerca di arrivare prima.
Ci fu 1'applauso.




Da Emarginalia, Associazione dipingi la pace, Palermo 1996, volumetto destinato a progetti di solidarietà.

Recensione di Nicola Lo Bianco:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/04/emarginalia-e-auguri-primaverili-grazie.html