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giovedì 22 novembre 2012

I CAVOLI IN PIAZZA



TITOLO:I cavoli in piazza
AUTORE:Piero Carbone
GENERE:Racconto
Gennaio 2003


“Ma che cosa si mettono a fare questi insensati?
Venire a piantare dei carciofi dove passano i leoni…”.      Alphonse DAUDET, Tartarino di Tarascona. 


          Brulicavano nel buio tante piccole luci. Erano i minatori con le lampade ad acetilene: si davano appuntamento in Piazza e da lì si avviavano verso le miniere. 


Anche quella notte, credendo di essere arrivati al solito posto, si accorsero di trovarsi in aperta campagna, guardavano la luna, una bella luna in quintadecima, col chiarore potevano ben vedere di calpestare terra, una striscia scura ai cui lati c’erano case, e, in fondo, la facciata della Matrice, dubitarono: che ci faceva la Matrice in campagna?
Sarà stato uno scherzo del sonno, un gioco della vista, si strofinarono gli occhi pesanti, toccarono l’istoriato portone di ferro della Matrice.
Alla fine, dovettero convincersi. 

- Siamo a Racalò!   

Ma che c’entravano quella striscia di terra e quelle ombre di cavoli? Sissignori, ai lati del nastro di terra, due impettiti filari di cavoli erano piantati a distanza di zappa uno dall’altro nel corso principale del paese. Dove una volta c’era il lastricato di pietra lavica, davanti agli usci di caffè e negozi, erano spuntate odorose crocifere cavolacee.

Nell’oscurità risuonarono risate di stupore. 


- Ieri sera niente c’era, - disse uno. 
- Chi sarà stato? – domandò un altro. 

Avrebbero voluto vedere la reazione dei compaesani, commentare con loro l’accaduto. A malincuore andarono via. Le lampade ad acetilene si agitarono disordinatamente e si avviarono verso la vallata. 

Svaniti i minatori, altre categorie di operai arrivarono a scaglioni sul far del giorno: chi commentava un poco e se ne andava, chi rimaneva.
La Piazza fu piena quando il sole proiettò chiaramente i suoi raggi sulla meridiana della Matrice. I negozianti aprirono le botteghe, arrivarono gli impiegati per il rito del caffè. Entravano e uscivano dai bar. Tutti si attardavano. I cavoli irruppero nelle chiacchierate mattutine. Volavano interrogativi e allusioni.

Il fotografo Bellavia attaccò sulla porta dello studio il “Torno subito” prestampato, vi aggiunse a penna “Non aspettatemi” e si allontanò con la sua Rolex a tracolla. Voleva fotografare la Piazza “bombardata”, con i cavoli al posto dei cannoni. 


- Ma quando li hanno piantati?
- Stasera minestra!
- Sono gratuiti. 


L’arciprete si rammaricò davanti al portone della Matrice, allargò le braccia. - Agli ebrei nostro Signore ha mandato manna e  quaglie, ai racalesi  che sono peccatori solo verdura, anzi cavoli.

- Non lo dovevano fare! – sbraitò una voce in mezzo alla folla. 

– I basoli del lastricato non li dovevano levare. Ecco cosa ci meritiamo ora: tronzi di cavoli. 

Bella gratitudine dimostravano i racalesi nei confronti dei Martinez, munifici benefattori del paese, almeno stando a quel che la voce popolare tramandava. Non erano bastati il Mattatoio, il Teatro, il Municipio, le Fontanelle rionali, le Scuole, la Fogna pubblica, per arredare il paese, anche il corso principale avevano voluto rendere dignitoso: i concittadini non si sarebbero più inzaccherati d’inverno o impolverati d’estate, avrebbero passeggiato grazie a loro sopra lastre di pietra lavica, fatte arrivare appositamente da Catania. I discendenti puntualmente smantellarono.

Non dall’oggi al domani, si capisce, ma tanto dissero che lo fecero, le scope degli spazzini, dissero, senza gli interstizi, sarebbero scivolate meglio.
Divelti con cura, i lisci basoli vennero caricati su camion e furgoncini. La storica pavimentazione, frammentata secondo occulti bisogni, venne scaricata in diverse contrade lontane dal paese, su private stradelle di campagna, secondo indicazioni precise.
Al posto dei basoli squadrati, scivolosi, avrebbero steso l’asfalto, seguendo l’esempio dei comuni più progrediti. Non è che ai racalesi piacesse tanto quel nerume in Piazza.

- Fa puzza di petrolio, - dicevano.
- La Piazza si vestirà a lutto.
- Nera come la pece!

Ma per gli amministratori era un segno di modernità.
Estirpati i basoli, al loro posto venne attumulata terra buona di Garamoli, un macchinario cilindrico la pressò, in attesa dell’asfalto, ma bastava la punta di un ombrello per rimuoverla. L’ex consigliere non rieletto Piedidizichi fece a meno dell’ombrello, con le mani scaliò la terra come fanno le galline quando raspano per cercare chicchi nascosti, se ne  riempì i pugni e tenendoli alzati  fece scorrere a cannolicchio la terra sbriciolata. A manciate la spagliò a destra e a manca.  Sembrava danzasse con i suoi larghi movimenti. Si mise a cicchettare gli amministratori.
La gente, curiosa, si raccoglieva , guardava, ascoltava e gli dava ragione. Anche se non erano ingegneri, tutti si rendevano conto che il lavoro nel corso non era fatto bene: volevano l’asfalto? e sia! ma, sotto, il pietroso rosticcio ci voleva, non terra battuta di Garamoli.
Come farlo capire alla ditta appaltatrice? all’assessore ai lavori pubblici? Con una petizione? Inutile. Con un intervento in consiglio comunale? Parole. Ci voleva un gesto.
Quando spuntarono i cavoli in Piazza, la popolazione si scaldò.

- Questa è una vergogna.
- I carabinieri.
- Il Prefetto.
- E ora che succede?
- Venga il Sindaco a vedere.
- I vigili, che fa, dormono?!

Arrivarono, le guardie municipali, con il loro comodo e con l’ordine di fare sgomberare la Piazza, in mezzo alla folla agitata non si scomposero: sembrava sbarcassero dalla luna dove mai succede qualcosa fuori dall’ordinario. Dalle guardie venne dato l’ordine al palista di rimuovere la causa di tanto trambusto. Ma inutilmente.
La gente osservava.
La pala meccanica non si muoveva: dopo vari tentativi si accorsero che nell’abitacolo del mezzo meccanico vi si era arroccato un estraneo.

- Scendi, - gli intimarono le guardie, poco gentili questa volta.
- Salite voi, - rispose quello.

I vigili lo pregarono mutando tono. Prima di ricorrere alle maniere forti pubblicamente, bisognava tentare quelle persuasive. In paese si conoscevano tutti. Nel frattempo era arrivato il vero palista, allarmato dalla novità. - Vieni giù, - implorò una delle guardie, indicando con la mano il vero palista.
- Fagli guadagnare il pane, a questo padre di famiglia. Scendi. - Sali tu.
- Ma io non sono il palista, - disse rassegnato il vigile.
– Comunque, se vuoi così, va bene, salgo io, purché ci sbrighiamo. Incomincia a scendere.
- Non posso, - rispose quello da lassù.
- E perché non puoi?
- Sono legato.
Era vero: una cordaccia malritorta legava le sue braccia alle leve di comando. Un – oooh – di meraviglia e di compassione si levò dalla folla.
- E chi ti ha legato? – chiese uno dei vigili.
 - L’ Angelo.
- Quale Angelo?
- Un Angelo. E’ passato di qui e mi ha legato.
- E chi era questo Angelo?
- Booh! Dormivo.
- Non scherzare. Sai niente dei cavoli?
- Non ne mangio. Ci fu una risata generale.

Il vigile più alto strattonò il collega più basso soffiandogli nell’orecchio che bisognava essere, sì, delicati ma non ridicoli: cento occhi li osservavano maliziosamente. La storia dell’Angelo o di qualcuno chiamato Angelo nessuno se la beveva.

Si sospettava chi poteva essere stato ad architettare lo scherzo. Incominciando anzi a pensare che fosse tutto una minchionatura , il vigile più alto cercò di tagliar corto.
– Finiscila, - disse rivolgendosi al finto palista, - scendi, è grave quello che hai fatto ma se scendi subito chiuderemo un occhio.

Insomma, un tiremmolla che faceva sghignazzare la gente. Beppe Mirto detto Chirillo (già! era proprio lui! capace delle trovate più imprevedibili), in questo caso ortolano notturno e sequestrato autista per protesta, era disposto, sì,  a scendere, ma solo a ben precise condizioni.

Per far cessare la gazzarra lo accontentarono.
Secondo le sue richieste, espresse pubblicamente, furono fatti venire, nella Piazza disastrata, l’Appaltante il Capocantiere il Sindaco l’Assessore ai lavori pubblici. Costoro capirono subito, ascoltarono il difensore della Piazza, promisero coram populo che avrebbero fatto rimuovere la terra grigia e soffice di Garamoli e l’avrebbero finalmente rimpiazzata col solido rosticcio, “come da capitolato”.
Solo allora, promisero le autorità, avrebbero fatto stendere lo strato d’asfalto fumigante.

- Scrivi, - disse Chirillo, rivolgendosi a un giornalista di paese. I racalesi applaudirono.
Il Sindaco tirò un sospiro di sollievo.
l signor Bellavia storicizzò l’avvenimento dopo che li fece mettere tutti in posa.
Soddisfatto delle trattative, Beppe Mirto detto Chirillo si slegò di colpo e con un agile salto fu a… terra. Un altro applauso.
- Asfalto, sì, ma almeno il lavoro dev’essere fatto bene! – disse come un eroe.

I Martinez erano stati vendicati.




http://www.ilraccontoritrovato.it/lo-scrittore-protagonista/i-cavoli-in-piazza

http://www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n33.pdf

giovedì 12 settembre 2013

I CAVOLI IN PIAZZA E I BASOLI DI PALERMO. Racconto e foto

Circa un anno fa leggevo che sarebbe stato ripristinato l'antico basolato nel corso principale del mio paese, o di un paese non importa quale, suscitando ricordi e svariate impressioni.
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/12/corsi-ricorsi-e-modi-di-dire.html
Forse siamo alla vigilia di un'inversione di tendenza rispetto a quando era l'asfalto che assediava le lastre bugnate in pietra lavica di Catania dette basuli, fino a smantellarle.




I CAVOLI IN PIAZZA


                                                           “Ma che cosa si mettono a fare questi insensati?
                                                           Venire a piantare dei carciofi dove passano i leoni…”.
                                                           Alphonse DAUDET, Tartarino di Tarascona


Brulicavano nel buio tante piccole luci. Erano i minatori con le lampade ad acetilene: si davano appuntamento in Piazza e da lì si avviavano verso le miniere.

Anche quella notte, credendo di essere arrivati al solito posto, si accorsero di trovarsi in aperta campagna, guardavano la luna, una bella luna in quintadecima, col chiarore potevano ben vedere di calpestare terra, una striscia scura ai cui lati c’erano case, e, in fondo, la facciata della Matrice, dubitarono: che ci faceva la Matrice in campagna?
Sarà stato uno scherzo del sonno, un gioco della vista, si strofinarono gli occhi pesanti, toccarono l’istoriato portone di ferro della Matrice.
Alla fine, dovettero convincersi.
- Siamo a Racalò!

Ma che c’entravano quella striscia di terra e quelle ombre di cavoli? Sissignori, ai lati del nastro di terra, due impettiti filari di cavoli erano piantati a distanza di zappa uno dall’altro nel corso principale del paese. Dove una volta c’era il lastricato di pietra lavica, davanti agli usci di caffè e negozi, erano spuntate odorose crocifere cavolacee.

Nell’oscurità risuonarono risate di stupore.

- Ieri sera niente c’era, - disse uno.
- Chi sarà stato? – domandò un altro.

Avrebbero voluto vedere la reazione dei compaesani, commentare con loro l’accaduto. A malincuore andarono via. Le lampade ad acetilene si agitarono disordinatamente e si avviarono verso la vallata.

Svaniti i minatori, altre categorie di operai arrivarono a scaglioni sul far del giorno: chi commentava un poco e se ne andava, chi rimaneva.
La Piazza fu piena quando il sole proiettò chiaramente i suoi raggi sulla meridiana della Matrice. I negozianti aprirono le botteghe, arrivarono gli impiegati per il rito del caffè. Entravano e uscivano dai bar. Tutti si attardavano. I cavoli irruppero nelle chiacchierate mattutine. Volavano interrogativi e allusioni.

Il fotografo Bellavia attaccò sulla porta dello studio il “Torno subito” prestampato, vi aggiunse a penna “Non aspettatemi” e si allontanò con la sua Rolex a tracolla. Voleva fotografare la Piazza “bombardata”, con i cavoli al posto dei cannoni.

- Ma quando li hanno piantati?
- Stasera minestra!
- Sono gratuiti.

L’arciprete si rammaricò davanti al portone della Matrice, allargò le braccia. - Agli ebrei nostro Signore ha mandato manna e quaglie, ai racalesi che sono peccatori solo verdura, anzi cavoli.

- Non lo dovevano fare! – sbraitò una voce in mezzo alla folla.
– I basoli del lastricato non li dovevano levare. Ecco cosa ci meritiamo ora: tronzi di cavoli.

Bella gratitudine dimostravano i racalesi nei confronti dei Martinez, munifici benefattori del paese, almeno stando a quel che la voce popolare tramandava. Non erano bastati il Mattatoio, il Teatro, il Municipio, le Fontanelle rionali, le Scuole, la Fogna pubblica, per arredare il paese, anche il corso principale avevano voluto rendere dignitoso: i concittadini non si sarebbero più inzaccherati d’inverno o impolverati d’estate, avrebbero passeggiato grazie a loro sopra lastre di pietra lavica, fatte arrivare appositamente da Catania. I discendenti puntualmente smantellarono.

Non dall’oggi al domani, si capisce, ma tanto dissero che lo fecero, le scope degli spazzini, dissero, senza gli interstizi, sarebbero scivolate meglio.
Divelti con cura, i lisci basoli vennero caricati su camion e furgoncini. La storica pavimentazione, frammentata secondo occulti bisogni, venne scaricata in diverse contrade lontane dal paese, su private stradelle di campagna, secondo indicazioni precise.
Al posto dei basoli squadrati, scivolosi, avrebbero steso l’asfalto, seguendo l’esempio dei comuni più progrediti. Non è che ai racalesi piacesse tanto quel nerume in Piazza.

- Fa puzza di petrolio, - dicevano.
- La Piazza si vestirà a lutto.
- Nera come la pece!

Ma per gli amministratori era un segno di modernità.
Estirpati i basoli, al loro posto venne attumulata terra buona di Garamoli, un macchinario cilindrico la pressò, in attesa dell’asfalto, ma bastava la punta di un ombrello per rimuoverla. L’ex consigliere non rieletto Piedidizichi fece a meno dell’ombrello, con le mani scaliò la terra come fanno le galline quando raspano per cercare chicchi nascosti, se ne riempì i pugni e tenendoli alzati fece scorrere a cannolicchio la terra sbriciolata. A manciate la spagliò a destra e a manca. Sembrava danzasse con i suoi larghi movimenti. Si mise a cicchettare gli amministratori.
La gente, curiosa, si raccoglieva , guardava, ascoltava e gli dava ragione. Anche se non erano ingegneri, tutti si rendevano conto che il lavoro nel corso non era fatto bene: volevano l’asfalto? e sia! ma, sotto, il pietroso rosticcio ci voleva, non terra battuta di Garamoli.
Come farlo capire alla ditta appaltatrice? all’assessore ai lavori pubblici? Con una petizione? Inutile. Con un intervento in consiglio comunale? Parole. Ci voleva un gesto.
Quando spuntarono i cavoli in Piazza, la popolazione si scaldò.

- Questa è una vergogna.
- I carabinieri.
- Il Prefetto.
- E ora che succede?
- Venga il Sindaco a vedere.
- I vigili, che fa, dormono?!

Arrivarono, le guardie municipali, con il loro comodo e con l’ordine di fare sgomberare la Piazza, in mezzo alla folla agitata non si scomposero: sembrava sbarcassero dalla luna dove mai succede qualcosa fuori dall’ordinario. Dalle guardie venne dato l’ordine al palista di rimuovere la causa di tanto trambusto. Ma inutilmente.
La gente osservava.
La pala meccanica non si muoveva: dopo vari tentativi si accorsero che nell’abitacolo del mezzo meccanico vi si era arroccato un estraneo.

- Scendi, - gli intimarono le guardie, poco gentili questa volta.
- Salite voi, - rispose quello.

I vigili lo pregarono mutando tono. Prima di ricorrere alle maniere forti pubblicamente, bisognava tentare quelle persuasive. In paese si conoscevano tutti. Nel frattempo era arrivato il vero palista, allarmato dalla novità. - Vieni giù, - implorò una delle guardie, indicando con la mano il vero palista.
- Fagli guadagnare il pane, a questo padre di famiglia. Scendi. - Sali tu.
- Ma io non sono il palista, - disse rassegnato il vigile.
– Comunque, se vuoi così, va bene, salgo io, purché ci sbrighiamo. Incomincia a scendere.
- Non posso, - rispose quello da lassù.
- E perché non puoi?
- Sono legato.
Era vero: una cordaccia malritorta legava le sue braccia alle leve di comando. Un – oooh – di meraviglia e di compassione si levò dalla folla.
- E chi ti ha legato? – chiese uno dei vigili.
- L’ Angelo.
- Quale Angelo?
- Un Angelo. E’ passato di qui e mi ha legato.
- E chi era questo Angelo?
- Booh! Dormivo.
- Non scherzare. Sai niente dei cavoli?
- Non ne mangio. Ci fu una risata generale.

Il vigile più alto strattonò il collega più basso soffiandogli nell’orecchio che bisognava essere, sì, delicati ma non ridicoli: cento occhi li osservavano maliziosamente. La storia dell’Angelo o di qualcuno chiamato Angelo nessuno se la beveva.

Si sospettava chi poteva essere stato ad architettare lo scherzo. Incominciando anzi a pensare che fosse tutto una minchionatura , il vigile più alto cercò di tagliar corto.
– Finiscila, - disse rivolgendosi al finto palista, - scendi, è grave quello che hai fatto ma se scendi subito chiuderemo un occhio.

Insomma, un tiremmolla che faceva sghignazzare la gente. Beppe Mirto detto Chirillo (già! era proprio lui! capace delle trovate più imprevedibili), in questo caso ortolano notturno e sequestrato autista per protesta, era disposto, sì, a scendere, ma solo a ben precise condizioni.

Per far cessare la gazzarra lo accontentarono.
Secondo le sue richieste, espresse pubblicamente, furono fatti venire, nella Piazza disastrata, l’Appaltante il Capocantiere il Sindaco l’Assessore ai lavori pubblici. Costoro capirono subito, ascoltarono il difensore della Piazza, promisero coram populo che avrebbero fatto rimuovere la terra grigia e soffice di Garamoli e l’avrebbero finalmente rimpiazzata col solido rosticcio, “come da capitolato”.
Solo allora, promisero le autorità, avrebbero fatto stendere lo strato d’asfalto fumigante.

- Scrivi, - disse Chirillo, rivolgendosi a un giornalista di paese. I racalesi applaudirono.
Il Sindaco tirò un sospiro di sollievo.
l signor Bellavia storicizzò l’avvenimento dopo che li fece mettere tutti in posa.
Soddisfatto delle trattative, Beppe Mirto detto Chirillo si slegò di colpo e con un agile salto fu a… terra. Un altro applauso.
- Asfalto, sì, ma almeno il lavoro dev’essere fatto bene! – disse come un eroe.

I Martinez erano stati vendicati.


BASOLI A PALERMO
Foto









  



Testo e foto © Piero Carbone
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domenica 10 marzo 2013

ORA CAMBIO PAESE

Un racconto del 2001. Da un'inedita raccolta.


*

NOI SIAM DI RACALO'


"Le persone che sono soltanto comuni non fanno                                                              assolutamente per noi”.                              
 Robert WALSER,  La passeggiata.                            

Di ritorno dalla gita parrocchiale, Giugiù Li Vigni maturò l’idea che non bastava amare il proprio paese per renderlo unico agli occhi del mondo né avere quattro chiese o anonimi monumenti: occorreva caratterizzarlo.

Caccamo era famoso per la salsiccia e Linosa per i capperi salati, cipuddàra venivano detti quelli del Casale e i pratesi, che non coltivano cipolle ma raccolgono pezze, pizzàra. 

A Racalò, volendo, si producevano tegole all’antica, con poca paglia e molto sale, ma canalàra sarebbe stato poco indicato: quasi nessuno ormai adoperava gli antiquati coppi o canàla. Occorreva qualcosa di duraturo, che qualche artista vi si ispirasse per un’opera d’arte. Così come era avvenuto per Tindari: il santuario a picco sul mare, le chiazze miracolose, la Madonnina Nigra sum sed formosa, ma anche la lapide con la poesia di Quasimodo Mite ti so pensile sull’acque... 

Giugiù Li Vigni ne parlò a qualche consigliere, ma gli fu risposto che loro, gli amministratori, si occupavano di cose concrete, di servizi, fogne, marciapiedi, e non avevano tempo da perdere. 
Giugiù non si scoraggiò, la risposta la sapeva prima ancora di parlare, prese carta e penna e scrisse all’amico Janich, proponendogli di rappresentare la Fontana Pazza, così detta perché le sue acque freschissime scorrevano solo sei mesi l’anno mentre per il restante tempo rimanevano nascoste in qualche falda incuneata sotto terra. 

L’artista, un vero genio, entusiasta, accettò. 
Gli bastarono alcune fotografie per farsene un’idea. 
Il resto se l’inventò. 
Dov’egli viveva, alla Giudecca, in compagnia dei gatti accanto ad un costruttore di gondole, non gli mancavano spunti. 

Tirò fuori un’incisione su pietra di Bavaria che era un puntinato zampillio di luce: le stelle che stanno sopra San Marco si specchiavano nei riflessi tremolanti della Fontana di Racalò. Un capolavoro. Da museo.  

Arrivata l’opera da Venezia, Giugiù invitò i concittadini a contribuire alle spese e a scrivere su un librone pensieri e commenti sul loro paese e sull’opera d’arte. 
La cifra racimolata venne spedita al Maestro, quale simbolico compenso; dei pensieri e commenti, l’ideatore della singolare iniziativa trascelse i più significativi e li incolonnò in un discorso filato, con qualche aggiunta. 
Venne stampato su cartoncino resistente, a caratteri  corposi e posto sotto vetro. Vi si leggeva:  

NOI SIAM DI RACALO’
 CI ACCONTENTIAMO D’ESSER DI RACALO’
 E SE NON FOSSIMO NATI RACALESI
 VORREMMO NON ESSER VENUTI AL MONDO
 TANTO COMPIANGIAMO COLORO CHE
 APRENDO GLI OCCHI ALLA LUCE
 NON SI VEDONO INTORNO
 LE PENSOSE FACCE RACALESI
 DAGLI OCCHI IRONICI E DALLA BOCCA CHIUSA 
PER NON ESSER DETTI ”BOCCA APERTA”
 MA AVER LA BOCCA CHIUSA
 A RACALO’
 NON VUOL DIRE COME ALTROVE
 ESSERE MUTONE
 O
 “ZUCCA” DEL PROVERBIO:
 TESTA CA ‘UN PARLA
 SI CHIAMA CUCUZZA
 OGNUNO HA LINGUA QUI
 E PASSA IL MARE
 E COMPIANGIAMO COLORO CHE
 NON SI VEDONO INTORNO
 FUORI DELLE COLLINE
 LE MAMMELLE DI COZZO DELLA PERGOLA
 LA DENTATA CRESTA DI DON LIDDRU
 L’INARCATO SERRONE
            IL RAFFO E IL SARACENO
 BUOVO GARGILATA
 JUDI’ E L’OLIFESA
 LA CAMPAGNA INEGUALE
 CHIAZZATA DI STOPPIE E DI MAGGESE
 I VIGNETI I PISTACCHIETI
 E I CARRUBI MAESTOSI E PIENI DI VENTO
 QUESTO DICIAMO
 NON PERCHE’ SIAM RACALESI
 E VOGLIAMO “LISCIARCI” TRA DI NOI
 O PERCHE’ PENSIAMO CHE
 IL SOLO DIFETTO DEGLI ITALIANI
 SIA QUELLO DI NON ESSER TUTTI SICILIANI
 E DEI SICILIANI
 DI NON ESSER TUTTI RACALESI
 NON SIAM COME I PRATESI
 CHE LO PENSANO DI SE’
 TUTTA A PRATO VA A FINIRE LA STORIA
 D’ITALIA
 E D’EUROPA
 TUTTA A PRATO
 IN STRACCI
 CIASCUNO E’ POETA DEI LUOGHI
 CHE L’HAN VISTO CRESCERE
 TUTTI HANNO IL DIRITTO
 DI AVERE I LORO
 MA I NOSTRI
 SONO I LUOGHI IN ASSOLUTO
 NOI SIAM DI RACALO’
 M.C.N.

   L’incisione della Fontana venne collocata, assieme al testo, all’ingresso del paese: accoglieva chi entrava, dava da riflettere a chi usciva. 
Era un monito. 
Doveva suscitare, non per mala parte, stupore e ammirazione. 
Per qualcuno tanta arte si tramutava in indizio di follia.  

- Che megalomani, questi racalesi! 

Inutile dire che l’incisione e la scritta vennero scoperte, benedette, festeggiate, celebrate, alla presenza del popolo e delle autorità.    
- Che idea! 
- Che quadro! 
- Che parole! 
- Che Fontana! 
- Un’opera d’arte!  

Se ne parlò per parecchio tempo. 
Nei paesi vicini, Racalò e la Fontana ormai erano diventati inseparabili, come il pistacchio con lo scornabecco: quando si nomina l’uno si deve per forza nominare l’altro, e viceversa. 

Per i forestieri andava bene così, ma i racalesi dopo un paio di anni incominciarono a mugugnare. 
Non sopportavano le incongruenze. Vennero fuori le critiche.

 Finché nella realtà l’acqua della Fontana Pazza scorreva sonoramente dalle molteplici bocche a forma di conchiglia, il quadro del maestro Edo Dušan Janich, posto all’ingresso del paese, veniva pacificamente ammirato, ma nel periodo in cui l’acqua della Fontana s’indeboliva fino a seccarsi, il tripudio d’acque zampillanti ideato dall’artista veneziano sembrava una  caricatura. 
“Che ci sta a fare un quadro della Fontana se l’acqua dalle conchiglie non scorre più?!” si chiedevano in molti.

Ma i sostenitori del quadro esposto, Giugiù Li Vigni in testa, si opponevano alla sua rimozione o anche ad un temporaneo occultamento. 
“Perché,” ragionavano costoro, “la lapide con la poesia di Quasimodo viene spiccicata dal muro ogni volta che a Tindari non tira vento?!”. 

E così il quadro, con l’inneggiante scritta, rimase dov’era a significare che quello era un paese d’arte. La perentoria sigla finale M.C.N. non indicava il secolo, toglieva però ogni dubbio: Minchia Cacàta, Nènti. Era l’orgoglio dei racalesi. 
Ma ai forestieri, che da Racalò andavano via, dopo avervi sbrigato prosaiche faccende, il singolare monumento, nel suo insieme, suggeriva tutt’altri pensieri.
- Maledetti racalesi!








Noi siam di Racalò
http://www.ilraccontoritrovato.it/lo-scrittore-protagonista/noi-siam-di-racalo
I cavoli in Piazza
http://archivioepensamenti.blogspot.it/search?q=i+cavoli+in+piazza
Il partito delle pellicce
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/02/il-partito-delle-pellicce-ovvero.html

giovedì 28 luglio 2016

MISTERO A RACALMUTO. Si tratta di un muro. O di un murales?



Erano i primi di luglio. Mi ha colpito la riservatezza, o meglio, il fare misterioso, quasi a nascondersi, delle due ragazze che a terra accosciate armeggiavano con colori e rulli: la cosa mi avrebbe lasciato indifferente o rispettosamente lontano se non fosse stato che erano davanti ad un muro pubblico. 

E quando c'è aria di "lavori in corso" nelle strutture pubbliche e spazi di pertinenza non si può stare tranquilli perché alla curiosità subentra l'apprensione: sono sempre in agguato interventi della cui inadeguatezza o inopportunità  o semplicemente modalità (lo dico col condizionale) ci si potrebbe rendere conto a lavori ultimati quando spesso nulla si può fare per ritornare indietro. 
I recenti lavori alla Rupe del Bastione non insegnano nulla? 

E andando indietro nel tempo, se ci fosse stata una scaltrita sensibilità civica e più interessamento, disinteressato, forse avremmo ancora in piazza i basoli in pietra lavica al posto dell'asfalto, e l'acciottolato al Piano della Badia invece del catrame, e le facciate di talune chiese meno "ducotonate", e la Pescheria ripristinata, e la Fontana di San Pasquale nella solenne semplicità originaria...


Ma qui si trattava di un semplice e recente muro in cemento, almeno apparentemente. 
Tuttavia, essendo di pertinenza pubblica, l'interessamento non era curiosità da perdigiorno ma quasi un dovere civico, anche se è scomodo e contro ogni tornaconto esercitare una coscienza critica, attiva e partecipativa. E' molto più comodo far finta di non vedere, coscientemente tacere. 
Sennonché, in questi casi non si può dire "mi faccio i fatti miei", "che me ne importa". Importa, importa. Eccome! Sarà il cittadino alla fine a fruirne. E ognuno di noi lo è.


Dunque, mi avvicinai. Chiesi delicatamente che lavori stessero facendo; a primo impatto, invece di una risposta ci fu quasi uno schermirsi. E perché mai? Cosa c'era da nascondere? Subito però compresi che non c'era da nascondere nulla perché le due ragazze non parlavano l'italiano e avevano difficoltà a farsi capire. 
C'era anzi una tale voglia di comunicare che alla fine compresi perfettamente: sul muro in cemento dovevano realizzare un murales; la difficoltà di farsi capire era dovuta al fatto che io non sapevo il polacco. 


La voglia di comunicare, miracolosamente, fece dissolvere il muro linguistico  che prima era un impedimento: le simpaticissime Agnieszka Śmiech e Beata Kukawska, questo il loro nome dalla pronuncia non facile,  erano polacche e frequentavano Università di Maria Curie-Sklodowska University di Lublino, erano ospiti del comune di Racalmuto all'interno di un progetto che prevedeva scambi culturali con alcune cittadine della Polonia. Ne fui contento.


Andai via, ma con una grande curiosità.  In realtà hanno fatto qualche riferimento riguardante il soggetto del murales e i possibili riferimenti pittorici, ma più che rivelarlo in anticipo mi piace vederne gli sviluppi, come giusto che sia.



Dopo una decina di giorni la parete, appositamente preparata, incominciava ad "animarsi". 


Oggi ho visto che sulla bianca parete da affrescare è comparso RA-CALM-UTO.



Rimane ancora tanta superficie da affrescare: buon lavoro, ragazze.


Fateci sognare! 


Al prossimo appuntamento.


ph ©piero carbone



sabato 29 dicembre 2012

CORSI, RICORSI E MODI DI DIRE

Sembrava che negli ultimi tempi fossero sparite le teste dure da Racalmuto perché era sparito il modo di dire che le designava: 


Ha' la testa dura comu li basuli di 'n mièzzzu la Chiazza. 
Hai la testa dura come le basole che ci sono in Piazza.

Ed era sparito perché erano state eliminate le squadrate pietre laviche che si possono ammirare ancora oggi alla Vuccirìa di Palermo dove le basole hanno dato origine ad un altro modo di dire.


La Piazza con le luminarie della Festa del Monte


Ora quel vecchio modo di dire racalmutese ritornerà comprensibile e possibilmente in auge visto che le laviche basole verranno ripristinate nelle strade da dov'erano state divelte. Speriamo però che al vecchio modo di dire non ci sia bisogno di ricorrervi spesso. 


Comunque sia non si può fermare il mondo e condannarlo all'immobilismo, e così lo si rivoluziona sempre con plausibili ragioni.
Corsi e ricorsi della storia, anzi, della Piazza ovvero del corso principale del paese.
Nell'Ottocento i Matrona lo hanno civilmente lastricato con le basole laviche di Catania, negli Anni Sessanta gli amministratori per essere moderni hanno smantellato per sostituirlo con l'asfalto nero, ora a quanto pare sarà ripristinata la pavimentazione ottocentesca per riqualificare il centro storico.


I cittadini di volta in volta hanno mostrato apprezzamento o dissenso a modo loro, come testimonia il racconto pubblicato qualche post fa e a cui si rimanda con un link:   




http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/11/i-cavoli-in-piazza.html

mercoledì 9 settembre 2015

COME TI CONSERVO O AMMODERNO IL CENTRO STORICO. Conversazione con Ettore Liotta



Dopo la pubblicazione di alcune foto sullo stato molto precario del monumento ai caduti sul lavoro, l'intervento di Ettore Liotta ha suscitato alcune riflessioni che penso valga la pena estrapolare e riproporre per gli spunti che potrebbero fornire.





La gestione dello spazio urbano dove siamo nati e cresciuti, o dal quale ci allontaniamo (temporalmente o geograficamente), non può essere una mera questione di burocratica manutenzione o di momentanea politica: attiene alla nostra identità. 



Dello spazio urbano, con il suo cuore rappresentato dal centro storico, ne usufruiamo, lo viviamo, lo riviviamo nel ricordo ed è giusto che tutti lo testimoniamo per preservarlo. (P. C.)





Riferendosi ad un post precedentemente pubblicato, Ettore Liotta scrive:

E' forse fuori luogo, a commento di questo articolo, associare la doverosa, e sempre tardiva, manutenzione del monumento ai caduti sul lavoro e la distruzione della precedente fontana con ringhiera in ferro battuto. Ma per onestà va fatto.
Per la verità la fontana è stata spostata, abbassandola, in un angolo del monumento, ma avrebbero fatto meglio a toglierla del tutto.


Piero Carbone
Ma le cose credo debbano stare diversamente, non doveva spostarsi o sminuirsi la preesistente fontana. 
Scelte del passato o che attengono ad un'altra concezione dello spazio urbano, della sua articolazione, della conservazione e dell'ammodernamento nonché del suo arredo. 
Ma ora, vogliamo parlarne? 
Pubblicamente? 
Non certo per racchiudersi il tutto in un disegno dell'ufficio tecnico o di questo o quell'architetto o geometra o ingegnere avulso dalle risultanze dello stesso dibattito pubblico: per dirla in terza persona, e generalizzando, Ettore Liotta e altri come lui possono portare un contributo di idee da appassionati e competenti. 
Al tempo della restauro della Fontana, da semplice cittadino che ama i propri luoghi, ho fatto tante foto sognando che al termine dei lavori si facesse una esposizione di foto della fontana prima, durante e dopo il restauro e che pubblicamente si illustrassero le metodologie e le finalità dell'intervento di restauro. Addirittura si dovrebbe fare prima di ogni restauro: partire dall'esistente per illustrare metodologie e finalità dell'intervento da porre in atto. Sogno?

Foto di Louise Hamilton Caico (antecedente il 1910)

Ettore Liotta:
Ben detto Piero. 
Aggiungerei: prima che le scelte urbanistiche, architettoniche, di arredo urbano, di restauro e in tanti altri campi, vengano prese, c'è tutto un lavoro da fare a monte. I migliori esperti per ciò sono tutti i cittadini del paese. Essi infatti possono contribuire, non poco, alle scelte che poi l'Amministrazione cittadina deve fare, riunendosi in comitati, gruppi, pro-loco, amanti delle tradizioni locali etc., e raccogliendo idee di intervento, che inevitabilmente sono/devono essere ascoltate dalla stessa Amministrazione cittadina. 
Il vero guaio è quando questa viene lasciata sola e poi, nel chiuso di una stanza, pochi, anzi pochissimi, prendono decisioni che scontentano la maggioranza dei cittadini. 
Il tuo attaccamento al paese, che manifesti attraverso il tuo blog e facebook, è lodevole e va nella giusta direzione, cercando di coinvolgere tutti nella conoscenza e partecipazione, iniziando dalla lingua siciliana, dalle nostre abitudini di vita e di tradizione,mettendo in risalto fatti e persone che hanno fatto la storia del nostro paese etc.

Piero Carbone:
Ti ringrazio per l'apprezzamento ma credo che generale dovrebbe essere il civico attaccamento ai "nostri cari luoghi".

La Fontana (di li novi cannola)
 durante i lavori di restauro






Claude Ambroise con la moglie visitano la Fontana durante i lavori

Altri interventi a proposito  

della Pescheria "scancellata", 

di una fontana posticcia

del corso principale asfaltato






Foto di ©piero carbone

martedì 31 dicembre 2013

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