giovedì 21 novembre 2013

IL DIALETTO E LA TOP TEN. Libro e intervista di Roberto Sottile



Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo

Il dialetto e la modernità. Detto così sembra il titolo di una delle solite conferenze barbose che uno si aspetta di sciropparsi in un santuario della cultura come l'università, invece a sorpresa ti capita di sentire tutt'altra musica, già, in senso proprio, canzoni rap nell'aula più prestigiosa della Facoltà di Lettere di Palermo. Non mi sembrava vero. 

La sorpresa si è completata ascoltando i commenti, le spiegazioni, l'esegesi, o come dir si voglia, di Roberto Sottile. Un giovane e dinamicissimo docente universitario, oirginario di Caltavuturo, che sa prestare orecchio a ciò che avviene fuori e intorno alla cittadella accademica.


Roberto Sottile


Contenuti nuovi, nuovissimi, irriverenti, al limite dell'iconoclastia, diciamo socialmente impegnati, quelli delle canzoni analizzate. O rivoluzionari e arrabbiati? 

Era indubbiamente un evento culturale importante e non clandestino se quel pomeriggio era presente perfino il Preside della Facoltà. 
Peccato che mi sia perso gli altri appuntamenti in cui sono stati analizzati i testi di altri cantanti e cantautori siciliani tra cui Francesco Giunta.


Biggaspano alla Facoltà di lettere e Filosofia di Palermo, dicembre 2012

Per me comunque è stata una rivelazione che il rap, nato negli anni settanta nei quartieri più popolosi e disagiati di New York fra gli afro e latinoamericani, fosse approdato in Sicilia per esprimersi nelle forme del superstite dialetto. 

Superstite ma non moribondo, però, stando alla ricognizione del prof. Roberto Sottile nella sua recente pubblicazione: Il dialetto nella canzone degli ultimi venti anni, Aracne Editrice 2013, anche se le canzoni in dialetto non risultano tra le top ten delle canzoni più vendute sol perché "della canzone in dialetto non esiste una hit parade".

Questo e altri interessanti concetti l'autore ha ribadito in una recente intervista radiofonica che ha suscitato tanti apprezzamenti  raggiungendo una platea di ascoltatori che va ben al di là delle mura accademiche.

In questo post si riportano la nota redazionale dell'editore e l'Introduzione, ne seguiranno altri con i testi di due canzoni rappate da Biggaspano di Castelvetrano e i relativi commenti messi a disposizione generosamente da Roberto Sottile: Mmarruggati e pani duru del 2011 e Lu giru di li vili del 2008, più precisamente quest'ultimo brano è stato rappato dal gruppo "Dimora del Padrino" formato da Nino Campanella, Kool Magic Flow, Aspano, Doctor Jho'. Mario Drama.

Nota redazionale

Negli ultimi decenni la canzone in dialetto ha conosciuto una straordinaria fioritura in concomitanza con lo “sdoganamento” delle varietà locali.
Oggi che «il dialetto non è più un delitto» si assiste a un impressionante proliferare di canzoni nelle quali il codice locale è impiegato per ampliare il «potenziale di variazione», per soddisfare attese di poesia o bisogni espressivi ai quali l’italiano non sembra in grado di rispondere e, più in generale, per simboleggiare il ritorno alle radici come “meccanismo di difesa” dall’effetto alienante della globalizzazione.

Il volume descrive il dialetto nella canzone facendo riferimento ai testi di artisti prevalentemente siciliani all’interno di un panorama quanto mai eterogeneo: dai cantautori dello Star System, come Carmen Consoli e Franco Battiato, alle esperienze più locali e meno note.
Nota redazionale



di Roberto Sottile

Il variegato e ampio panorama della canzone neodialettale disegna un quadro dinamico e sfaccettato, all’interno del quale il codice locale – più o meno arcaicizzante, più o meno italianeggiante, più o meno mescidato all’italiano o ad altre lingue, più o meno «destrutturato» (cfr. Berruto 2006) – emerge nel riuso artistico quale straordinaria possibilità espressiva utile ad ampliare il «potenziale di variazione» (Moretti 2006) e a soddi- sfare l’«attesa di poesia» alla quale sono chiamate a rispondere tutte le canzoni.

Riformulando il felice titolo di un articolo, di oltre vent’anni fa, di Alberto A. Sobrero, si potrebbe dire che «la ricchezza linguistica non sta solo tra i ‘top ten’» (cfr. Sobrero 1990). Ma proprio perché della canzone in dialetto non esiste una hit parade, selezionarne un corpus per un’analisi linguistica è un’operazione piena di limiti e rischi.
La scelta delle canzoni resta, infatti, arbitraria, parziale, affidata per lo più alle “conoscenze personali”, al passa parola, alle incursioni, talvolta disorientanti, nella Rete dove si trova di tutto, ma spesso senza la possibilità di discernere tra percorsi artistici costanti ed esperienze episodiche, sporadiche e, qualche volta, perfino casuali.
Procedendo “per istinto”, resta forte il rischio che le canzoni prescelte non costituiscano un campione veramente esaustivo, bensì parziale e comunque non adeguatamente rappresentativo dell’ampio “mercato” della canzone in dialetto, alimentato, in buona parte, dalle autoproduzioni.

La descrizione del dialetto nella canzone degli ultimi vent’anni è qui svolta facendo riferimento a circa duecentocinquanta testi di una cinquantina di artisti prevalentemente siciliani all’interno di un panorama quanto mai eterogeneo: dai cantautori dello Star System, come Carmen Consoli e Franco Battiato, ai “cuntastorie” dei centri più remoti della provincia.
La prospettiva di unificare l’analisi di esperienze musicali di suc- cesso, non solo nazionale, e di produzioni – più spesso autoproduzioni – locali, è stata determinata dall’idea di presentare un quadro della canzone in dialetto che tenesse conto tanto dei diversi generi musicali (e di conseguenza dei diversi «filoni» ai quali può essere ricondotto lo specifico uso artistico del dialetto da parte degli autori)1, quanto della variabilità areale dovuta all’assenza, in Sicilia, di un dialetto di koinè.

Roberto Sottile con il cantautore Ezio Noto
"Disìu" di Ezio Noto

L’ampio corpus su cui si basa questa ricerca ha consentito, in effetti, di verificare per ciascun artista il grado di coerenza tra il suo dialetto di riferimento e quello dei suoi testi. In questo caso si nota che non sempre i tratti diatopicamente marcati sono riproposti nelle canzoni e, inoltre, alcuni di questi, pur comparendo nelle canzoni cantate, non vengono annotati nei testi scritti.
Queste significative discrepanze tra dialetto scritto e dialetto cantato, assieme all’impossibilità di reperire molti dei testi (assenti sia nei booklet dei cd sia nella Rete), hanno indotto a (ri)trascrivere tutte le canzoni analizzate con il sistema di nota- zione «fono-ortografica» messo a punto in Matranga (2007) e già ampiamente utilizzato per la trascrizione dei materiali dia- lettali dell’Atlante Linguistico della Sicilia2.

All’interno di un orizzonte che appare assai complesso, si tenterà di descrivere l’universo della canzone in dialetto secon- do molteplici prospettive.

Nel Capitolo I viene offerto un quadro succinto sulla situazione sociolinguistica odierna con particolare riferimento al rapporto lingua-dialetto, così come emerge dai dati quantitativi tratti dalle indagini multiscopo (Istat e Doxa) degli ultimi quarant’anni, e sui “nuovi usi” del dialetto nella comunicazione giovanile all’interno dei nuovi media e in relazione ai nuovi valori del dialetto proposti da Berruto (2006).

Nel Capitolo II si presenta una sintesi dello stato dell’arte degli studi sulla lingua della canzone, che ormai da diversi de- cenni è al centro degli interessi dei linguisti, tesi a verificare il suo rapporto con l’italiano di oggi e con le lingue dei nuovi media e il suo cedimento verso le varietà del repertorio “medie” e substandard, ivi compreso il dialetto per il quale Coveri (2012) individua il valore ad esso attribuito («lirico-espressivo» o «simbolico/ideologico») dai diversi artisti.

Da sx: Ezio Noto e Francesco Giunta

Nel Capitolo III viene fornita una panoramica della canzone dialettale siciliana i cui autori sembrano presentare una specifica predisposizione a “dialogare” con la cultura tradizionale, in modo tale che, assumendo il dialetto come proprio codice espressivo, essi fanno sì che questo trascini con sé i contenuti socioculturali che mediante quel codice sono “predicati”.
Vengono così presentati alcuni dei topoi ricorrenti nella canzone siciliana di oggi, per i quali verrà mostrato come essi siano riconducibili alla volontà dei differenti autori di assumere il mondo della cultura tradizionale (che è cultura dialettale) come metafora e bagaglio di immagini e valori socioculturali mediante i quali parlare nella e della contemporaneità.

Il Capitolo IV evidenzia, per i diversi livelli dell’analisi linguistica, quale dialetto emerge dalle canzoni e il suo grado di coerenza con i tratti dialettali dell’area di provenienza dei diversi artisti. Si noterà, inoltre, come, al di là della prospettiva areale, nelle canzoni degli artisti di mezza età, il dialetto appaia generalmente in una condizione di continuo antagonismo tra forme arcaiche e forme variamente italian(izzat)e; tra forme italianeggianti e forme destrutturate – un “semidialetto giovanile” quale varietà piena di malapropismi, ipercorrettismi, paretimologie e cortocircuiti omofonici, tipico delle produzioni di “parlanti evanescenti” – nelle canzoni degli artisti giovani e, comunque, di quelli che hanno acquisito il dialetto nel corso della socializzazione secondaria. In entrambi i casi, si vedrà, inoltre, come sul piano fonetico, morfologico e lessicale, sia spesso evidente la tendenza all’uso di forme mutuate dal dialetto della tradizione letteraria.

Il cantautore Francesco Giunta tra Vincenzo Ognibene ( a dx) e me a sx
Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, dicembre 2012
Francesco Giunta traduce e canta Fabrizio De Andrè
http://www.youtube.com/watch?v=WH2lo9fvtuw


La necessità di indagare sui motivi che spingono gli artisti a scegliere il dialetto, sulle funzioni che essi assegnano all’uso di questo codice, sulle loro opinioni circa le ragioni dell’attuale ricchezza di produzioni musicali dialettali, sulla loro autopercezione delle caratteristiche del dialetto usato nelle canzoni, ha indotto a formulare un questionario (v. Appendice I) che è stato spedito ai diversi artisti, con la richiesta di compilarlo.


Il commento ad alcune delle risposte fornite costituisce il focus del Capitolo V. Nelle risposte è spesso possibile individuare uno stretto rapporto tra l’opinione che gli autori hanno del (le funzioni artistiche del) dialetto e la “qualità” del dialetto usato nelle canzoni. Ma questa qualità appare connessa anche alla competenza del codice dei vari artisti. Per tale ragione è stato anche chiesto loro di scrivere la propria autobiografia linguistica. E così le biografie presentate (Appendice II) permettono di gettare un po’ di luce sulle specifiche scelte linguistiche degli autori, che variano significativamente a seconda che il dialetto sia stato appreso nel corso della socializzazione primaria o secondaria.


Il volume contiene anche un’antologia di brani seguiti da un commento che, se non proprio volto ad analizzarli alla stregua dei testi letterari con la prospettiva di superare l’interesse per le «lunghe e (talvolta) grottesche digressioni su cosa dicono le canzoni» a favore di «una fredda rigorosa, quasi autoptica analisi sul come lo dicono» (Scrausi 1996, pp. 8-11), propone qualche nota, oltre che sugli aspetti linguistici, anche sullo strumen- tario retorico utilizzato. Inoltre nel commento dei testi viene generalmente evidenziato il loro rapporto con quelli di tradizione orale o con quelli in lingua appartenenti allo stesso genere.

Infine, poiché la natura di prodotto di nicchia della canzone dialettale fa sì che molti degli artisti che la praticano restino sconosciuti al grande pubblico, viene riportato in Appendice III un brevissimo profilo dei cantautori e dei gruppi dei quali sono citati i testi, con l’esclusione di Carmen Consoli, Franco Battiato e i Sud Sound System, artisti assai noti anche a livello internazionale.

Viene comunque esclusa la trattazione del genere neomelodico le cui canzoni, pur composte e cantate da autori siciliani, sono eseguite in napoletano.

Le parole straniere sono invece trascritte secondo l’ortografia delle rispettive lingue; le canzoni sono accompagnate dalle rispettive traduzioni per le quali viene eventualmente precisato quando si devono agli stessi autori; vengono anche segnalati i pochi casi in cui i testi presentati sono quelli scritti dagli autori, così come appaiono nei booklet dei cd o nelle trascrizioni appositamente fornite. La divisione in versi rende orientativamente la scansione ritmica e nella trascrizione mancano i segni di interpunzione, ad eccezione del punto fermo – che segna la fine di una strofa – e dei punti esclamativi e interrogativi.

ROBERTO SOTTILE, Il dialetto nella canzone italiana degli ultimi venti anni.
Prezzo: 13,00€ (ebook: 7,80€ );
Pagine:308;
Formato: 14 x 21;
Data pubblicazione: Settembre 2013;
Editore: Aracne;
ISBN:978-88-548-6378-1

http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/catalogo/area/areascientifica/scienze-dell-antichita-filologico-letterarie-e-storico-artistiche/9788854863781-detail.html


martedì 19 novembre 2013

LA MINIERA DEI MODI DI DIRE A RACALMUTO 1

Quella che si propone è soltanto una parte, molto sapida tra l'altro, delle trascrizioni di Calogero Taverna. A dimostrazione della bontà del suggerimento di arricchire la raccolta con altri apporti, ho trovato in rete un detto mai sentito prima e pubblicato recentemente da Edurado Chiarelli, emigrante racalmutese che vive a Setùbal in Portogallo in vena di ancestrali ricordi: "Come diceva Tanu Bamminu: ci su tanti maneri d´ammazzari li punci ". Come diceva Tano Bamminu : ci sono tante maniere per ammazzare le pulci.

Società di Mutuo Soccorso di Racalmuto, durante il convegno "Elegia e Protesta", 1993. 
Da sx: il poeta futurista Giacomo Giardina, Calogero Taverna, Piero Carbone

"Ecco la raccolta di proverbi, strambotti ed altro del CIRCOLO UNIONE. Vanno limati e corretti. Si gradiscono apporti."

Nel leggere questo annuncio del Taverna su fb ho provato immediato piacere, è una raccolta interessante e cospicua. Buona l'idea di ulteriori apporti e arricchimenti.
Per un mio antico interesse, anche se in misura molto ridotta, alcuni proverbi, strambotti e modi dire, li avevo pubblicati in A lu Raffu e Saracinu nel 1988.

Ho subito espresso il desiderio di ripubblicarli in questo blog e Calogero ha acconsentito prontamente. Data la vastità del materiale ne pubblico, come si diceva una volta, un'excerpta ovvero una piccola parte.

La mia richiesta:
Vorrei pubblicarli anche sul mio blog, citando la fonte naturalmente. Offrono spunti interessantissimi, non solo linguistici.

La risposta di Calogero Taverna è interessante per le notizie sulla genesi della raccolta e  sulle precauzioni linguistiche; le altre annotazioni "laterali" sono la spia della passione con cui si rievoca la vita del circolo di conversazione di ieri a fronte del successivo evolversi o involversi, a seconda dei punti di vista. 

Calogero Taverna:
Perché no? ovvio che l'autore non sono io, sono quei soci del 1974 e successivi anni. Molto vi contribuì l'avv. Totò Carlisi. Quasi tutti i coautori sono laggiù al Convento di Santa Maria; residuano il presidente Marchese, anche lui molto attivo e il buon Jachinu Farrauto, ilare che dava un tocco di erudizione. Nessun mio contributo. 

Io ebbi tra le mani i tanti fogli manoscritti che raccoglievano gli appunti buttati là man mano che a qualcuno veniva il destro di uno spunto, una rievocazione; la proponeva se ne dibatteva, l'eterno presidente Cicciu Marchese (ma anche prima di essere presidente) fungeva da segretario. 
Nasce il problema linguistico.

Tutto sommato è prevalsa l'opzione la lezione Marchese (piuttosto erudita). Io che sono pessimo dattilografo e non ho nessuna propensione addottorata verso il nostro grande dialetto racalmutese ho trascritto di gran fretta. Tutto andrebbe limato, corretto, non vorrei che la mia sbadataggine e il mio scarso acume linguistico tornassero a disdoro di quel CIRCOLO UNIONE che mi sta tanto a cuore (Quello di oggi, passato da granmassone a clerico-matriciano, non mi interessa più). 

Questa mia proposta è solo un invito a rendere omaggio al glorioso, e sciascianamente celebre, grande casino di Conversazione di via Rapisardi di Racalmuto. Naturale quindi che addirittura è tuo diritto pubblicare quello che vuoi e come più ti aggrada. Meglio sarebbe forse che andassi a fotocopiarti gli originali che dovrebbero stare nell'armadietto antistante il gabinetto. Ma di questi tempi di devianze cultural-giornalistiche, ci stanno ancora? Se poi gli interessanti fogli di quaderno manoscritti sono conservati meglio, meglio ancora.

Frammenti
1° gennaio 1974
a cura di Calogero Taverna
zolfatai


1. E vannu a la matina e li viditi
parinu di li muorti accumpagnati
vistiti di scuru ca li cumpunniti
‘mmiezzu lu scuru di li vaddunati

scinninu a la pirrera e ‘mmanu
portano la so lumera pi la via
ca no’ pi iddi pi l’erbi di lu chianu
luci lu suli biunnu a la campia.

1. Lu munnu è tradituri e ‘nganna genti
prumitti cuntintizzi e duna chianti

1. Buttana di tò mà, ngalera sugnu
senza fari na macula di dannu

1. Sì comu lu cannuolu di la chiazza
cu arriva, arriva, la quartara appuzza.

1. Cu dici ca lu carzuru è galera
a mia mi pari na villeggiatura

[zolfatai]
1. Mamma nun mi mannati a la pirrera
ca notti e jurnu mi pigliu turrura
scinnu na scala di cientu scaluna
cu scinni vuvu muortu s’innacchiana

1. Mamma nun mi mannati a l’acqua sula
lu vientu mi fa vulari la tuvagliola
e c’è un picciuttieddu ca mi vuliva
e mi vinni appriessu a li cannola

1. Puttani quantu trappuli sa’ fari
mancu nna forgia fa tanti faiddi

1. Sutta lu to palazzu c’è un jardinu
ci su chiantati arangi e pumadoru
e ni lu miezzu c’è cunzatu un nidu
ancidduzzi ci sunnu a primu vuolu.

Cala Rusidda e s’inni piglia unu
e si lu minti ‘nni la caggia d’oru.
La caggia siti vu timpa d’amuru
lu cardiddu sugnu iu ca canta e vuolu.

1. Dicci a to mamma ca nun si piglia pena
la robba ci ristà ‘nni li casciuna.

1. La donna c’avi lu maritu viecchiu
lu guarda e lu talia di maluocchiu

1. Di quinnici anni vi puozzu assicurari
un’ura di cuietu nun puozzu aviri
e m’haiu misu tuttu bieddu a cantari
darrieri la porta di l’amanti mia;
di ‘nna picciotta mi sientu chiamari:
trasi ca t’arrifriddi armuzza mia.
Iu ci lu dissi: nun vi stati a ‘ncumudari
lassatimi addivertiri cu l’amici mia.

1. Cartanissetta è’ncapu na rocca
chiunu di buttani e scarsu d’acqua.

1. E comu t’aiu a vidiri arridutta
a lu burdellu di Cartanissetta.

1. Primu tamava e ti tiniva stritta
Eratu lorda e mi parivatu netta
Ora ti vitti né ‘ncapu né sutta
e sì na buttana netta netta

1. Quann’era picciliddu nicu, nicu,
l’amuri cu li donni iu faciva
tutti li schetti mi pigliavanu ‘mbrazza
e ‘nni li vradduzza so m’addummisciva

Ci nni fu una ca mi piglià mbrazza
e mi dissi: vo’ minna amrmuzza mia?
P’essiri ‘nnamuratu di li donni
ristavu curtu e mancu spuntu fici.

1. M’addisiddassi scursuni di chiusa
quantu m’inni issi ‘nni la tò casa
a to maritu lu mannassimu a fusa
e n’antri du guardassimu la casa
e ni mintissimu cu la porta chiusa
e a lu scuru cu si vasa, vasa.
Quannu vinissi lu crastu di fusa
la truvassi carricata la cirasa.

1. Arsira mi arricuglivu notti, notti;
mi misi a cuntrastari cu du schetti;
una mi li ittava li strammotti
l’antra m’arriscidiva li sacchetti.
Quannu mi vitti li sacchetti asciutti:
Vattinni picciuttieddu ca è notti!
Iu mi misi a gridari a vuci forti:
cu havi dinari è amatu di tutti!

1. L’omu ca è ‘ngalera è miezzu muotu
l’omu ca nun havi dinari è muortu tuttu.

1. L’amuri s’arridducu a malatia,
veni e finisci comu uogliu santu;
iu curuzzu pi amari a vui
sugnu ‘mmiezzu quattru miedici malatu;
unu di li quattru m’arrispusi:
vo’ stari bbuonu? Nun l’amari cchiuni!
Iu di lu liettu ci arrispusi:
l’amari di cori, o muoru o campu.

1. L’amuri è cu lu lassa e piglia
comu lu fierru ‘mpisu a la tinaglia.

1. M’addividdassi gaddu di innaru
quantu cantassi la notti a lu scuru
e mi mintissi supra un campanaru,
e mi mintissi a ricitari sulu:
Domanna la me amanti di luntanu:
Chi hai gadduzzu ca reciti sulu?
Iu cci arrispunnivu di luntanu:
persi la puddastra e sugnu sulu!

1. Passu e spassu di la tò vanedda
‘nni la cammara tò luci ‘nna stidda
quantu po’ essiri currivusa e bedda
ca lu ma cori si fici pi idda

Oh Diu chi fussi cun na vannachedda
ca m’appinnissi a lu cudduzzu d’idda
quantu nni patu iu p’amari na bedda
idda mori pi mia ed iu pi idda.

1. Amuri, amuri pampina di canna
quantu sparaci fa la sparacogna

1. Arsira passavu di na banna
e vitti la ma amanti ca durmiva
era curcata ‘ntru un liettu di Parma
pi capizzieddu la mani ci aviva
nun l’addivigliati ca si spagna
ca l’addivigliu cu li muodi mia;
ti fazzu li carizzi di tò mamma:
ddivigliati, ddivigliati, armuzza mia.

1. Cori di canna, cori di cannitu
truiazza ca lu cori canniatu
lu facisti ammazzari a to maritu
pi dari agustu a lu tò nnamuratu;
ora nun hai né garzu né maritu
sì comu un casalinu allavancatu;
lu va a truvari a tò marito
darrieri di San Giorgiu truvicatu.

1. Stritta la cigna e larga la cudera
l’omu ca è minchiuni pari allura.

1. Ti lu facisti lu ippuni russu
nun lu vidi ca to patri scarsu
ti lu facisti lu jppuni a la moda
ti lu facisti a la garibaldina

1. Cummari sugnu muortu di la pena
c’aiu un mulinieddu e nun macina
mprustatimi lu vuostru pe na simana
vi lu martieddu e vi lu mintu ‘n farina
Aiu lu mulinieddu a la rumana
lu tiegnu ni li canzi di la tila
aiu un mulinieddu a la rumana
pi sta picciotta ca si chiama Nina.

1. O Mariuzza chiàmati sti cani
nun li teniri cchiù mmiezzu la via
ca mi strazzaru un paru di stivali
lu miegliu vistitieddu ca tiniva
e lu purtavu a lu mastru a cunzari
e lu pagavu di sacchetta mia;
mariuzza si mi vo’ pagari
spogliati e curcati cu mia.

1. Si Diu voli la mula camina
ci ammu arrivari a la missa a Ragona.
1. Carzaru a Vicaria quantu si duci
ca cu ti fabbricà beddu ti fici.

1. Amaru ca m’avera a maritari
presti lu siminavu lu lavuri
quannu fu ura di zappuliari
l’erba mi cummiglia lu zappidduni
poi vinni lu metiri e lu pisari
e mancu potti pagari lu patruni;
ora curuzzu si mi vo aspittari
d’auannu nun si po’, l’antra stagiuni.

1. Primu t’amava e ti tiniva stritta
eratu lorda e mi parivatu netta._
Ora nun ti vitti né ncapu né sutta
e si na liccatura netta netta
‘m Palermu ti sunaru la trummetta
cu si piglia a tia gran chiantu scutta.
Un jurnu t’aiu a vidiri arridutta
né maritata, né zita, né schetta
un jornu t’aiu a vidiri arridutta
a lu burdellu di Cartanissetta

1. Travagliu e nun travagliu, nun aiu casa
megliu ca quannu stancu m’arripuosu.

1. Lu sa chi dissi lu dutturi Vespa
cu havi lu chiuritu si lu raspa.

1. Lu puddicinu dissi ni la nassa
quannu maggiuri c’è minuri cessa.

1. Lu maritu ci dissi a la muglieri
la vesta cu la fa, l’av’a pagari.

1. La muglieri ci dissi a lu maritu
ad Agustu pari cu va carzaratu.
1. Lu suli si nni va dumani veni
si mi nni vaiu iu nun torna cchiuni.

1. Chiddu chi voli Diu la notti a gregni
lu jurnu a racinidda ni li vigni

1. Chiddu chi voli Diu dissi Guaglianu
la notti chiovi e lu juornu fa bbuonu

1. Vitti lu mari, vitti la marina
vitti l’amanti mia ca navicava

1. Comu aiu a fari cu sta ma vicina
c’avi lu meli mpiettu e nun mi nni duna.

1. M’aiu a maritari nun passa ouannu
pi campari muglieri nun mi cumpunnu

1. M’avera a maritari senza doti
chi sugnu foddi ca fazzu sta cosa

1. Dicci a tò mamma ca nun si piglia pena
la robba ci ristà ni li casciuna.

1. Si piccilidda e vatinni a la scola
ca quannu ti crisci m’è pigliari a tia.

1. Si piccilidda e ha lu cori ngratu,
mi vidi muortu e nun mi duni aiutu
quannu vidi affacciari lu tabbutu
tannu mi cierchi di darimi aiutu.

1. Si piccilidda e fa cosi di granni
pensa quannu ti criscinu sti minni

1. Quantavi chi studiu sta canzuna,
pi mpararimilla sta simana

1. L’aiu avutu na donna taliana
ca la so facci era na vera luna
nni lu piettu porta na cullana
si vuogliu lu so cori mi lu duna.

1. Vieni stasira ca mi truovi sula
l’ura è arrivata di la tò fortuna.

1. La carta di la leva a mia vinni
m’accumanciaru a viniri li malanni.

1. Partu e nun partu, comu vurria fari,
bedda sugnu custrittu di partiri
sugnu custrittu di lassari a tia
e quannu pienzu ca t’aiu a lassari
la vucca di feli s’amaria.
Lu vaiu diciennu nun ni puottimu amari
si nun muoru cca muoru addavia.

1. Mamma priparatimi un maritu
ca sutta lu fallarieddu c’aiu lu fuocu
Sutta lu fallarieddu c’aiu lu fuocu
dintra lu russu e fora è sbampatu
sutta lu fallarieddu ci hai lu meli
sugnu picciottu e lu vuogliu tastari
Sugnu picciottu e mi nni vaiu priannu
schiettu mi l’haiu a godiri lu munnu.

1. Vidi chi fannu fari li dinari
fannu spartiri a du filici cori
Ti pigliasti ad una ca nun sapi parlari
tutta pirciata e china di valori;
mancu a la chiazza cchiù la po’ purtari
vidi li beddi e lu cori ti mori.

Affaccia amuri e sientimi cantari
ca t’è fari pruvari comu si mori.

1. quannu ti viu lu me cori abballa
comu lu fuoco ni la furnacella,
quannu ti viu lu me cori abballa
comu lu vinu russu nni la buttiglia

1. Lu sabbutu si chiama allegra cori
mmiatu cu avi bedda la muglieri
cu l’avi ladia ci mori lu cori
e prega ca lu sabbatu nun veni.

1. Comu ci finì a lu gaddu di Sciacca
pizzuliatuddu di la sciocca.

[Pasqua 74]

1. Veru ca la mintissi la scummissa
cu si marita lu fuocu ci passa

1. L’omu ca si marita è ammunitu
la muglieri ci fa da diligatu

1. Hann’a passari sti vintinov’anni
unnici misi e vintinovi jorni

1. E li minneddi tò sciauru fannu
sunnu viglianti e mi cala lu suonnu

1. Chiddu chi voli Diu dissi Marotta
quannu si vitti lu fuocu di sutta.
[variante oscena e beffarda]
quannu si vitti la soru di sutta.

1. Chiddu chi voli Diu dissi Guaglianu
la notti chiovi e lu jornu fa bbuonu



domenica 17 novembre 2013

CASTELINHO INSPIRADOR



Ringrazio Eduardo Chiarelli per avere tradotto in portoghese la poesia "A lu Castiddruzzu"  . 
In coincidenza del compleanno, ad esempio, potrebbe intendersi come floreale augurio di petali musicali.








Per la lettura:
NH si legge GNI
LH si legge GLI
O finale si legge U
Aquí si legge achí
nota: 
CHOCAR cioè "covare" è simile al siciliano HIOCCA



Castelinho inspirador 


Ó meu Castelinho foste aqui esquecido 
em cima de uma montanhita abandonada 

o sol rodeia-te ao anoitecer com um circulo avermelhado 

e podes olhar para vila que fica em frente .



Diz-me quantos seculos já desafiaste 
sustentando esses calhaus de pedra

quantas injustiças ja viste 
naquela vila que te queira esquecer.



Seguro e firme, posto sobre uma altura 
ouves o vento soprar 

e alguma pedra que para baixo sempre vai caindo .


Meu querido aqui no alto ainda tens que ficar 
como aguia com olhar grifenho 
aninhada sobre os ovos para chocar.

Traduzione di Eduardo Chiarelli 



Anche Bing ha provato a tradurre, anzi, l'ha fatto meccanicamente: dal portoghese in italiano; riporto la traduzione per due motivi: primo, per fare accostare il Castelluccio antico all'ultimo ritrovato della tecnologia moderna qual è un traduttore universale informatico; secondo, per toccare quasi con mano quello che si perde nel "travaso" da una lingua ad un'altra. 

La traduzione non è un fatto meccanico, si traduce anche col cuore, col proprio vissuto e la fantasia.



Castelinho ispirata


O mio Castelinho erano qui dimenticato su di un montanhita abbandonato il sole ti avvolge la sera con un cerchio rosso e si può guardare il villaggio che si trova avanti.

Dimmi quanti secoli ha sfidato sostenere questi ciottoli pietre quante ingiustizie che avete visto in quel villaggio che vuole dimenticare.

Garantire e stretto, mettere su una volta che si sente il colpo di vento e una pietra che da sempre si cade.

Mia cara qui in alto devono rimanere ancora come Eagle con grifenho annidato guardare sopra le uova per schiudersi.

Poesia di: Piero Carbone (Tradotto da Bing)





Pubblico con piacere queste riflessioni di Eduardo: ci fanno capire meglio il criterio e direi il sentimento dai quali la traduzione è scaturita. 
Preliminarmente gli avrei dovuto mandare la versione in italiano, ma ha fatto prima lui a farmela leggere in portoghese.

Tradurre è come travasare il vino
di 
Eduardo Chiarelli

Spero aver lasciato un po' della dolcezza originaria della poesia. 
Ho fatto il possibile per non ridurla ad appena una versione in prosa, che l'avrebbe irrimediabilmente impoverita. 

All'inizio volevo aspettare la traduzione in italiano, ma poi ho pensato di tramutari lu vinu (travasare il vino) direttamente, visto l'impatto profondo che ha su di me la lingua siciliana, perché anche se sono un po' piu piccolo di te, ricordo che a Racalmuto si parlava il racalmutese, e se qualcuno parlava italiano era visto come uno snob; lo parlavamo in strada e anche a scuola, infatti il prof. M* faceva le lezioni in siciliano (dopo però voleva che scrivessimo in italiano) e allora succedeva di scrivere crapa invece di capra.


Ricordo che una volta una bambina in un tema invece di scrivere c'era una volta un bambino "cattivo" , scrisse, bambino " vedovo" perché vedovo in siciliano si dice cattivu
Insomma, le prime parole, che ho sentito pronunciare, sono state in siciliano. 

So che non mi fraintenderai, ma per me la lingua italiana è straniera quanto quella portoghese. 

Il suono della lingua siciliana negli ultimi anni ha assunto per me una dolcezza indescrivibile, entra direttamente nell'anima, persino quando mi arrabbio, lo faccio pronunciando parole in siciliano. 

Solo per darti un esempio, tempo fa ho rivisto il film "La lupa" tratto dal romanzo di Verga e sono rimasto così agitato che la notte non ho chiuso occhio: presumo che sia stato per il fatto di essere recitato in siciliano, proprio per questo il film mi ha così profondamente emozionato. 

E, per finire, io sogno in siciliano.


sabato 16 novembre 2013

PREGHIERA DI UN REGISTA


Il regista è Giovanni Volpe e  "Preghiera" è il titolo del suo film che, nell'intervista di Barbara Lazzarin, definisce una sorta di "preghiera laica". 

Una preghiera che diventa film in cui s'incarnano  i morali pensamenti del regista e diventano, in maniera forte,  attori dialoghi scene musica.




"Il film, secondo la presentazione ufficiale, racconta la storia di tre fratelli, Maria, Lorenzo e Nina, rimasti orfani e poveri, occupano il sotterraneo della scuola di un paese siciliano.

Maria, la sorella maggiore, sempre in bilico sulla sottile soglia che separa la ragione dalla disperazione,  ha una forza e una rabbia tale che riesce, comunque, a reggere le sorti di tutti e tre, ossessionata com'è dal dover salvaguardare i fratelli, entrambi disturbati, da un mondo esterno che avverte nemico e il tentativo di simulare un'esistenza normale.

Marta, assistente sociale del comune, si schiererà dalla loro parte, cercherà di prendere tempo al dovere, a ciò che anche lei sa che in fondo sarebbe giusto.

Ma chi può realmente dire cosa è giusto e per chi lo è?



Quel tempo che le occorre per arrivare ad una soluzione il più indolore possibile: per i fratelli e per lo Stato. Una lotta, quella di Marta, contro se stessa e la sua coscienza, incapace di arrendersi all'evidenza di un destino che incombe, freddo e insensibile, su briciole di umanità che consumano la loro esistenza ai margini delle nostre vite.

Preghiera è il dialogo di una Donna a tu per tu con Dio, in cui tutta la frustrazione e la rabbia verso se stessa e contro il mondo, emergono nella ricerca di un significato per un'esistenza rimasta sospesa tra ideale e mera contingenza."



Dopo aver letto questa presentazione e avere visto il trailer del film, che non mi ha lasciato indifferente, ne ho voluto sapere di più. L'ho chiesto a Irene Milisenda che mi aveva inviato l'uno e l'altra ma preliminarmente ero curioso di sapere del suo interessamento al film.

Con piacere ho appreso che era dentro il progetto del film e ne curava redazionalmente la promozione. Incominciavo a respirare un'aria di famiglia, visto che lei è racalmutese come me, grottese il regista, agrigentini gli attori, i luoghi, l'autore della colonna sonora e tanti altri collaboratori.

Era motivo di campanilistico orgoglio accedere al film attraverso una qualificata testimonianza diretta, Irene infatti è laureata presso la facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in filosofia della conoscenza e della comunicazione e da poco ha iniziato la specialistica in scienza della comunicazione pubblica, d'impresa e pubblicità. 
Conversando, è scaturita l'idea di rivolgere alcune domande ad Antonio Lo Presti, l'attore che nel film interpreta Lorenzo.




    Come ti sei preparato ad interpretare Lorenzo? 
    Lorenzo è un personaggio dissociato, ha problemi sia fisici che psichici, un personaggio lontano dal mio essere. La preparazione è stata abbastanza lunga e impegnativa, sono stato messo a dura prova in intensi laboratori guidati dal regista Giovanni Volpe, con esercizi di difficoltà fisica: tenuto dalle braccia o legato in condizioni stressanti, per riuscire a far esplodere quella rabbia che Lorenzo sfogherà nel film.

    Perché questa rabbia?
    Per una serie di motivi, come la preoccupazione di rimanere lontano dalle sorelle qualora venisse trasferito in una clinica. 

    Dunque una preparazione fisica a questa rabbia da manifestare? 
    Non solo. La difficoltà nella preparazione continuava quando, insieme all'esplosiva rabbia, dovevamo aggiungere dei testi dell'Orlando Innamorato, perché Lorenzo è figlio di un Puparo, e sappiamo che il teatro dei pupi siciliani tanto si rifà all'epica cavalleresca, per cui quasi posseduto da un continuo ricordo di quella spensierata infanzia, vissuta tra le quinte del teatro del padre, esprimerà le sue emozioni citando dei versi in stretto dialetto palermitano.

    E' un personaggio interamente assorbito dalla rappresentazione di un'ossessione?
    Non in maniera esclusiva. Anzi, nonostante la situazione in cui vive, gioirà nel giocare con la sorella Nina, sarà felice nel ritrovare i suoi vecchi giocattoli d'infanzia, sarà sereno, felice e pacato nel vedere che tra loro fratelli c'è amore.



Ad Irene, invece, anche come spettatrice, ho voluto chiedere le sue impressioni:

"Credo che il film, stando al titolo, potrebbe ingannare, non si tratta in effetti di una preghiera fatta in chiesa, ma di una chiamata d'aiuto di una donna che non vuole separarsi dai fratelli perché, nonostante la situazione in cui vivono, l'unica cosa che conta per lei è rimanere unita ai fratelli.

Credo sia una situazione che non solo in Sicilia ma anche in altre parti viviamo e ne veniamo a conoscenza ogni giorno; nonostante ciò, non siamo in grado di aiutare, di fare un piccolo gesto verso chi ha bisogno. 
Una frase del film che mi è rimasta impressa è proprio questa: il giorno arriverà... ci troverà superstiti nella notte sopravvisuti ...!".



Dopo queste testimonianze non restava che ascoltare il regista. Sono rimasto colpito, come si dice quando apprendiamo idee che ci fanno riflettere, dalla conversazione tenuta con Barbara Lazzarin in previsione della proiezione del film al Ciak d’Agrigento, sala blu, nei giorni 18/19 novembre prossimi.

Giovanni, come familiarmente credo di poterlo chiamare e a cui esprimo compiacimento e apprezzamento per la sua affermazione professionale, rivendica con orgoglio che il suo film è espressione di un cinema indipendente, eppertanto realizzato "grazie a sua maestà il digitale".

Ha voluto mettere in scena "una storia contemporanea" che esprimesse a suo modo aspetti e problematiche della contemporaneità e ha cercato di farlo con un film che è la "sua" preghiera, la preghiera "del suo povero autore in primis",  una "preghiera laica" però, un "parlare all'altrui compassione".

Un aspetto con forza ribadito è che, col suo film "tosto", intende porre un "aut aut a un'umanità che si sta spegnendo dietro miraggi di tipo consumistico e sta denudando l'umanità del suo valore più importante che è l'umanità stessa".
Infine, una riflessione viene rilasciata quasi come messaggio e cioè che possono  spiccarsi "bagliori di speranza anche nella tragedia", anche dalla storia più rude come quella proposta dal film. 



Bagliori, aneliti, desideri, bisogni, verrebbe da concludere, di cui in fondo l'uomo ha realmente bisogno. 
Forse questa propensione indica il senso, recondito, di quella che dovrebbe o vorrebbe essere una ricorrente, immutabile preghiera contemporanea.




Il film PREGHIERA è di genere drammatico, durata di 97’(due tempi),
Tra i protagonisti del film: Luana Licata, Ilaria Mitidieri, Claudia Palermo, Antonio Lo Presti, Angelo Costanza e con Luciano Caratto nel ruolo del Sindaco.
Musiche scritte e orchestrate da Antonio Accursio Cortese.
Sceneggiatura di Giovanni Volpe con la collaborazione di Antonio Castronovo.
Produttore preghieracast&troupe.

Giornale di Sicilia, 14 novembre 2013


Trailer

Intervista a Giovanni Volpe. Prima parte

Intervista a Giovanni Volpe. Seconda parte



Ringrazio Irene Milisenda per la squisita disponibilità e per i materali messi a disposizione, qui utilizzati.

giovedì 14 novembre 2013

CARA FONDAZIONE, TI SCRIVO



In attesa delle messianiche realizzazioni, la Fondazione Sciascia potrebbe incominciare col valorizzare ciò che ha di importante, dalle sue carte. Insomma, da se stessa. 


Intanto, il nipote di Sciascia pubblica (o pubblicizza?) le lettere della Fondazione Sciascia: vero incipit dell'affaire.




Dopo la prima pressoché deserta, alla seconda riunione del consiglio di amministrazione della Fondazione Sciascia a cui ho partecipato nel 2007, in quanto assessore alla cultura del comune di Racalmuto e quindi membro di diritto della Fondazione stessa, si è discusso sul regolamento per la consultazione dei libri della biblioteca  ma soprattutto delle carte dell'archivio; ad un certo punto venne letta per l'approvazione una bozza di regolamento precedentemente elaborata, in particolare, riguardo alla corrispondenza sciasciana se ne disponeva la consultazione in loco da parte degli studiosi ma per richiedere la fotocopia di qualche lettera si doveva fare richiesta scritta a due membri del consiglio di amministrazione ovvero ai due generi di Sciascia facenti parte del consiglio di amministrazione.

Chiesi a questo punto se la richiesta si doveva fare esclusivamente a loro due in quanto semplici membri sostituibili con altri o a loro e a loro soltanto in quanto generi di Sciascia. La differenza non era di poco conto: nel primo caso risultava che le carte venivano date alla Fondazione per farne il libero uso che credeva, nel secondo caso significava che Sciascia alla Fondazione non aveva dato le carte ma semplicemente la taliatìna delle carte. Perché il vincolo altrimenti a una donazione?





Obiettai, tra l'altro, che una tale procedura era difficoltosa, immaginando che uno studioso olandese o tedesco o spagnolo piombato a Racalmuto per consultare e fotocopiare qualche lettera dovesse inviare una richiesta scritta a Palermo dove vivono i generi e attendere la risposta. Proponevo pertanto di non vincolare la facoltà di concedere il permesso di fotocopia ai due generi ma genericamente a due membri del consiglio di amministrazione di volta in volta designati, a prescindere che fossero o meno generi di Sciascia. La figura del Direttore letterario sarebbe stata consona e perfetta.
Proposi inoltre quanto segue:  che la Fondazione si riservasse il diritto di renderle pubbliche  con tutti i vantaggi per il conseguente ritorno di immagine ed inoltre di farne una pubblicazione cercando di  ricavarne un guadagno quale forma di autofinanziamento.




Sorvolo sulle reazioni alla prima proposta; per quanto riguarda la seconda ovvero la pubblicazione, il consigliere Catalano fece notare che la pubblicazione si poteva fare solo se gli eredi degli autori delle lettere inviate al destinatario Sciascia  ne concedevano l'autorizzazione e cedevano i diritti, al che suggerii di contattare i vari eredi per i conseguenti permessi e consensi. Questo nel 2007, siamo nel 2013, in tutti questi anni qualche erede si sarebbe potuto contattare.
A prescindere dalla pubblicazione e dal permesso di fotocopiarle, con queste lettere quanti convegni tematici si potevano e si potrebbero organizzare ravvivando la funzione di stimolo della Fondazione nel dibattito nazionale e internazionale riguardanti tante problematiche letterarie, sociali, artistiche, politiche? 
Nel comitato scientifico voluto originariamente da Sciascia c'è il prof. Antonio Di Grado, critico,  professore universitario e con le adeguate competenze per assolvere egregiamente a tale ruolo (eppure chissà perché assente in Fondazione nelle importanti assisi del 24 luglio 2012 e dell'11 novembre 2013).
Questo l'assunto di quanto dibattuto nella riunione di cui sopra, il cui verbale però non ho avuto ancora  la possibilità di consultare materialmente o di averne copia.



Invece, a fronte delle originarie proposte e delle successive proposte, assistiamo oggi alla pubblicizzazione delle lettere di Enzo Tortora, di proprietà della Fondazione Sciascia, non alla Fondazione da parte della Fondazione ma da un privato giornalista in uno studio televisivo durante un programma nazionale, dove le lettere vengono presentate come una rivelazione, come uno scoop. Ma scoop con ritorno di immagine a favore di chi? E perché ora? E la Fondazione che ci sta a fare? E l'accattivante convegno che si poteva organizzare per il lancio delle lettere dov'è? Aspetteremo altri scoop in altri studi televisivi e da parte di chi? in favore di chi? Non per richiamare un anacronistico ius primae noctis, ma ciò non rappresenta un depauperamento dei documenti che andrebbero invece "spesi" dalla Fondazione in forza del loro essere unici ed inediti?

E' vero che in questi anni, ai fini di una dinamica programmazione e organizzazione di eventi, alla Fondazione sono venuti meno, per ragioni anagrafiche, alcuni componenti originariamente designati da Sciascia e che altri non possono dare, ormai da anni, molti anni, il loro contributo per la lontananza geografica e personali impegni; è vero purtroppo che si trova in ristrettezze economiche; ma appunto per questo deve aprirsi a nuove forze, a nuovi contributi, a nuove risorse economiche ed intellettuali. 
Diversamente, i commissari, in quanto reggenti pro tempore, possono soltanto coordinare le forze, le figure, le persone attualmente a disposizione né possono inventarsene altre, stando allo statuto: un po' ingessato e datato a dir la verità e ad osservarne la fenomenologia attuativa.




Eppure, a proposito di carte e documenti da cui siamo partiti in questa riflessione, con l'archivio che si ritrova, assieme ad altre idee ed iniziative, alcune delle quali rimaste lettera morta o semplice proposta nei consigli di amministrazione, quali l'invito sistematico delle scuole intestate a Sciascia e il percorso turistico cittadino appositamente strutturato, la Fondazione potrebbe sfruttare la potenziale ricchezza documentaria per pubbliche letture, suscitare utili dibattiti, movimento e interessi intorno a sé e  magari così operando sensibilizzare istituzioni ed enti nazionali ed europei, imprenditori, che possano sostenere una istituzione culturale percepita come viva, dinamica e che di conseguenza (sempre questo ci è stato prospettato) possa creare finalmente e fuor di retorica positivi processi economici, magari realizzando programmati flussi turistici.
Ma non solo carte, ovviamente. 
C'è un mondo intorno alla Fondazione o se si vuole un paese, una provincia, anzi, due, con mille opportunità. Dovrebbe esserci financo un Parco letterario.  
Né mancano le strade superveloci per gli spostamenti.




 Le lettere presentate in tv





Foto © Piero Carbone