venerdì 3 maggio 2013

AL CASTELLUCCIO ACCADE!



Il ventisette aprile del corrente, non sappiamo se fausto o infausto, anno,



*
 di un imprendibile,



*
inespugnabile



*
maniero,





*
immerso 



*
in una pace verde



*
di cavalle brade,



*
si insospettisce la solitaria sentinella



*
che intravvede le sagome



*
di uno...



*
di tre...



*
di un drappello di strani paladini,



*
senza destrieri e senza durlindane,



*
che adocchiano un varco



*
ma un altro commodo ne eleggono,



*
ascendono e lo espugnano, il ritroso maniero,



*
e lo calcano, con spensierata cura,



*
scovando un ingresso,



*
varcano



e conquidono




*
la tozza fortezza



*
e la squadrano




*
e architettano 



*
di destinare saloni e archi a chissà che,




*
chissà quando,



*
e, in fine,



*
 sagaci, ispezionano, medicamentose verzure,



*
col proposito di ritornarvi, 



*
per infervorata pugna,



*
avverso svevi? 



*
avverso saracini?



*
e in pace progettare albe di luce,



*
gregoriani tramonti,



*
 sbocciare purpurei fiori del passato,



*
in compagnia di Clio, 



*
Urania 




*
ed Erato,



*
Tersicore,



 *
Calliope, 



*
Polimnia e Talìa, 



*
che donne!



*
in amichevole,



*
artistico simposio


































giovedì 2 maggio 2013

U PRINCIPINU SICILIANU





Mario Gallo

u principinu

Edition Tintenfass 2010


di Marco Scalabrino


L’immagine scelta per la copertina è quella del principinu sull’asteroide B 612, il pianeta d’origine del principinu che è stato visto al telescopio, una sola volta, all’incirca nell’anno 1920 da un astronomo turco. Altrove abbiamo rintracciato quella del principinu che “approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici” o quell’altra del principinu nel “miglior ritratto che riuscii a fare di lui più tardi”. Quale comunque che essa sia, sono tutte immagini assai belle, le quali, è risaputo, sono creazioni dell’autore stesso di le petit prince, ovvero dell’aviatore-scrittore francese Antoine De Saint-Exupéry.

Per questa illustrazione e per le successive, la più parte a colori, assodata la felice collocazione rispetto al progredire della narrazione, un primo aspetto che ci colpisce (che c’entri la globalizzazione?!) è che questo volume, pubblicato in settecento copie col patrocinio della Regione Siciliana, dell’Assemblea Regionale Siciliana e della Fondazione Ignazio Buttitta di Palermo, risulta essere stato stampato in … Germania, dalle Edition Tintenfass.

Non i contenuti e le forme de le petit prince, né i contenuti e le forme della versione in lingua italiana a noi più vicina saranno all’attenzione di questa breve testimonianza, quanto piuttosto i temi e soprattutto gli esiti di questa ennesima versione
Come non mai possiamo affermare ennesima versione, giacché le petit prince, che ci risulti, è stato tradotto ad oggi in oltre 220 idiomi, dall’afrikaans allo zulu, dal bengalese allo yiddish, passando per l’armeno, il bielorusso, il croato, il coreano, il lituano, lo swahili, il tahitiano, il tamil, e perfino l’esperanto, il gaelico, il latino, il provenzale, e ciò fa di le petit prince un’opera universale, una tra le più diffuse, conosciute e lette al mondo. 
Tant’è che, soltanto in Italia, essa è stata adattata, oltre che nella lingua nazionale, altresì nei dialetti bergamasco, bolognese, friulano, milanese, napoletano, piemontese, sardo, veneziano e, ora, anche siciliano. Alla edizione in italiano curata da Nini Bompiani Bregoli ci rifaremo, comunque, per quegli accostamenti fra gli esiti in lingua e quelli in siciliano realizzati da Mario Gallo dei quali ci occuperemo.

Conosciamo da parecchi anni Mario Gallo, quale Siciliano autentico (benché abbia trascorso grande fetta della sua esistenza fuori dai confini del Triangolo), quale appassionato direttore del periodico fiorentino lumie di sicilia, quale autore di alcune pubblicazioni tra cui i vespi siciliani, pungente satira di costume; ma in verità egli ci ha sorpreso allorquando, qualche tempo fa, ci partecipò di avere concepito e intrapreso questo progetto e non meno adesso che il progetto vediamo compiuto. 
Ci viene da supporre che, oltre alla predisposizione dell’animo, oltre all’interesse per la Cultura, il frangente di avere dei nipoti in età adolescenziale possa avere favorito questa impresa.

La lettura della traduzione eseguita da Mario Gallo, che per quanto di nostra conoscenza è la prima in siciliano e quindi essa pure da considerarsi un originale, mentre il testo le petit prince di Antoine De Saint-Exupéry è da intendersi quale l’opera prima alla quale la traduzione fa riferimento, ci fornisce il destro per numerose notazioni sul dialetto siciliano, talune delle quali di seguito riporteremo.

Ad iniziare dalla didascalia relativa alla illustrazione che per prima incontriamo all’interno, la quale, a ben leggerla, si mostra come una sorta di identikit del traduttore e ne “tradisce” nettamente la provenienza. La frase in argomento è: “Jò criu chi iddu, pi jirisinni, apprufittau di na migrazioni d’aceddi sarvaggi.” 
[...]


Quella posta in essere da Mario Gallo, apprendiamo, è “traduzioni dû francisi ‘nsicilianu”.

Ecco, notiamo, Mario Gallo utilizza le preposizioni articolate contratte, che egli caratterizza con l’accento circonflesso, per cui troveremo: dû francisi, ê picciriddi, ntô munnu, dâ natura, â storia, pâ virità, nnâ me vita, ô stessu liveddu, pî ranni, nô misteru, cû tiliscopiu, dî cosi, câ so pecura, chî matiti, pû culuri, dî baobab, ntê visciri, eccetera. 
Forme che sono in buona sostanza quelle proprie della parlata e di questa trasmettono l’immediatezza; mentre, per contro, il siciliano letterario lascia separate le due parti morfologiche e preferisce la soluzione preposizione più articolo.

Il dialetto siciliano: i suoi lemmi che tuttora noi adoperiamo con naturalezza, con proprietà di significato, con i quali assolviamo egregiamente l’esigenza sociale della comunicazione, che fanno parte a pieno titolo dell’odierno, nostro, quotidiano conversare. Orbene, quantunque pregni di vitalità, di attualità, essi sono antichi di secoli, quando non addirittura di millenni; ma di ciò non abbiamo consapevolezza, perché, invero, forse mai ci siamo interrogati in tal senso. 
[...]



Tra le notazioni doverose su questo lavoro di Mario Gallo è da rilevare, pertanto, quella afferente alla scelta lessicale; scelta che, estraendo appunto dall’incommensurabile patrimonio del nostro dialetto voci, espressioni, soluzioni assai felici, impreziosisce alquanto la traduzione. 
Ne proponiamo solo pochi eloquenti esempi, con a fianco in parentesi il corrispettivo in lingua italiana: passatera (incidente), ‘nfastiriatu (di malumore), crastu (ariete), prescia (fretta), ‘nfrinzai (tirai fuori), m’abbaggianava (ero molto fiero), tistiannu (scrollò il capo), ntracchiatu (elegante), arrunchianu i spaddi (suggestivo ed efficace persino nella postura che ci sembra proprio di vedere, alzeranno le spalle), na larma chiù ranni (letteralmente una lacrima, poco più grande), pirciannu i cascittini cu l’occhi (per vedere attraverso le casse), scantu (paura), cuddata dû suli (letteralmente tracollo del sole, tramonto), alluccutu (stupefatto), zicchiava (sceglieva), munciuniatu (sgualcito), tampasiari (indugiare), fa attaccari i nervi (è irritante), siddiarsi (letteralmente scocciarsi, annoiarsi), pinnuliannusi (sporgendosi), vavusu (vanitoso), quannu ammicciau (appena scorse), arrusciu (innaffio), astuta (spegne), vecchiu bonentu (vecchio signore), mazzacani (grosse pietre), abbanidduzza (semiaperte), sdirrupatu (in rovina), additta (in piedi).  [...]

Sin dalle battute d’esordio, queste pagine di Mario Gallo sono una vera e propria miniera di suggerimenti, che ci consentono di argomentare su parecchie delle peculiarità del dialetto siciliano. 
Una tra esse, saldamente legata al latino, è costituita dalla perifrastica (da perifrasi: giro di parole, circonlocuzione), che in siciliano non è passiva come nel latino e viene resa mutando il verbo Essiri in Aviri. Il latino mihi faciendum est, difatti, in italiano si volge con la perifrasi io debbo fare, o consimili, mentre il siciliano lo rende con aju a fari. E, nel principinu: aviti a pinzari, dovete pensare, si ci avâ diri, bisogna dire, m’appâ fari vecchiu, devo essere invecchiato, tu m’â discriviri, tu mi devi descrivere …

Come del resto è già avvenuto in altre lingue, nel siciliano il verbo Essiri ha perduto, in favore del verbo Aviri, le funzioni di verbo ausiliare: m’avissi piaciutu, mi sarebbe piaciuto, avissi statu, sarebbe stato. Si è verificato inoltre l’evidente ripiegamento del modo Condizionale a vantaggio del Congiuntivo: truvassiru, troverebbero, fussi, sarebbe,  facissi, farebbe, lassassi, lascerebbe, l’avissivu vui, l’avreste voi, e del tempo Passato Prossimo a beneficio del Passato Remoto: ‘ncuntrai, ho incontrato, campai, ho vissuto, caristi, sei caduto, vi cuntai, vi ho raccontato, vitti, ho visto, accattai, ho comperato …    
  
Nel dialetto siciliano manca il tempo futuro dei verbi. “Come interpretare (quasi filosoficamente) questa anomalia? Ecco lo spunto – asserisce Paolo Messina – per un nesso fra lingua e cultura, modi di essere e di pensare.
[...]

Quello che conta è il presente. Essere e divenire, insomma, nell’ansia metafisica si fondono o si confondono.” Manca il tempo futuro e ogni proposizione riguardante un’azione futura viene costruita al presente e al verbo si associa un avverbio di tempo. Il principinu non deroga a tale precetto: ti pozzu aiutari ‘n jornu, potrò aiutarti un giorno, tu rumani sî luntanu, tu sarai lontano, capisci allura, capirai, ci sugnu stanotti, ci sarò questa notte, aiu chiù scantu stasira, avrò più paura questa sera …  

Largo è, in Mario Gallo, l’uso della desinenza in “a” per il plurale dei sostantivi: jocura, maruna, miliuna, culura, munna, putruna, fuculara, jorna, libra, cunta, spuntuna, diserta, ‘mmriacuna, viaggiatura, lampiuna, liama, cacciatura, labbra, puzza, vrazza, disigna, prugetta, migghia, munzedda. 

Beninteso, anche il numero dei nomi è soggetto alle norme; e allora vediamole: “Il plurale dei nomi, sia maschili che femminili – scrive Salvatore Camilleri sulla sua ortografia siciliana del 1976 e riprende nella sua grammatica siciliana del 2002 – termina in “i”; ad esempio: quaderni, casi, pueti, ciuri
Un certo numero di nomi maschili terminanti al singolare in “u” fanno il plurale in “a” alla latina; sono nomi che di solito si presentano in coppia o al plurale: jita, vrazza, labbra, corna, ossa, vudedda, coccia, gigghia, mura, linzola, dinocchia, cucchiara

Molto più numerosi sono i plurali in “a” dei nomi maschili terminanti al singolare in “aru” (latino arius) significanti, in gran parte, mestieri e professioni.” Tra i più comuni se ne elencano: aciddara, birrittara, carvunara, ciurara, dammusara, furnara, ghirlannara, jardinara, jurnatara, libbrara, marinara, massara, nutara, picurara, pisciara, quadarara, ricuttara, ruluggiara, scarpara, tabbaccara, uvara, vaccara, vitrara, zammatara.
[...]


E caliamo il sipario su queste succinte esplorazioni richiamandoci alle due lettere che caratterizzano l’alfabeto siciliano: la DD, da non confondere con la doppia “d” che è un segno diverso, e la J, una consonante, da non confondere con la “i” che è una vocale. 

La DD, citiamo ancora Salvatore Camilleri, derivante dal tardo-latino (capillus, caballus, nullus, etc.) è talmente fuso nella pronuncia da essere considerato un segno a sé stante e non il raddoppiamento di due “d”; infatti, la suddivisione sillabica di addivintari, ad esempio, è ad-di-vin-ta-ri, mentre quella di cavaddu è ca-va-ddu. Da rimarcare in aggiunta che il suono di “d” è dentale, mentre quello di DD è cacuminale e gli infruttuosi tentativi di sostituire nel tempo il segno DD con DDH o DDR e con i puntini in cima o alla base di DD. 
[...]

Mario Gallo, nel principinu, sfodera fra gli altri: chiddu, capiddi, nuddu, idda, stiddi, beddi, picciriddi, liveddu, coddu … jorna e ghiorna, ‘n ghiornu

Dulcis in fundo, un plauso a Mario Gallo e buon Principinu a tutti.   


martedì 30 aprile 2013

AMMAZZA, CHE VIOLENZA (ESPRESSIVA)!




Una voce a distesa, quella del diretto interessato 
o di altri per lui, si staccava dal discorde sottofondo musicale all'indirizzo di un ostinato balcone chiuso:


         Quantu t'accattavu, ti vinnivu, 
                  né ci persi e mancu ci guadagnavu. 

   E ora ca finieru tutti cosi,
                 la porta è aperta e cu' ci trasi trasi.

Poi c'erano i ripensamenti:

Affaccia, bedda, di lu purtidduzzu 
ca ti dugnu la littra cu lu lazzu

lei che, facendo finta, s'infastidiva:

Chi havi stu sciccazzu ca mi raglia, 
havi la corda longa e si 'mpiduglia

e lui che irriducibilmente tornava all'attacco a protestare purezza di se timenti:

Vicenza mi prumisi quattru trunza 
nni l'urticieddu so quannu accumencia.
Nun vuogliu né cavuli né trunza, 
vuogliu na vasatedda di Vicenza.

Dai toni elegiaci, però, non si esitava a passare, con netta scansion a toni e a intenzioni più bellicose. Alcune piccole strofe, esplosive, sbalordiscono ancora oggi per la solforosa, lavica escandescenza: da rimanere, per dire l'effetto emotivo che esse possono provocare, 'ncitratidi ghiaccio. In tal caso le canzoni diventavano micidiali nel senso che facevano sempre succedere qualcosa.

Quando venne eseguito il canto che sotto si riporta, ad esempio, ne seguì una scaramuccia, pistole alle mani: il padre e i fratelli di lei accerchiarono i suonatori e li minacciarono se non la smettevano di 'ncuitaridi importunare la figlia e sorella. L'energia e la prontezza di spirito dell'innamorato «ferito» fecero sfumare onorevolmente il contrasto. 
Le passioni oltre a conferire amabilità e irruenza sembra sollecitino l'ingegno. Il fatto avvenne una fosca sera d'inverno di tanti anni fa, al Piano di San pasquale:

Quannu t'amava ti tiniva 'n-vrazza 
e ora mi sierbi pi pupa di pezza. 
Di lu to sangu nni vippi na tazza, 
cu' arriva ora si vivi la fezza.

Si comu li cannola di la chiazza, 
cu' arriva prima la quartara appuzza. 
E ti schifìu a tia e a tutta la razza, 
e di li piedi 'nsinu a la to trizza.

Ci avèratu a pinsari dda iurnata 
quann'era chiara la funtana mia. 
Ora è tutta lorda e 'ntribbulàta, 
ci vippi una cchiù meglia di tia.

Gli è che per la loro violenza espressiva, alcuni canti — non risparmiavano nessuno — non avevano da invidiare nulla ad Archiloco, l'inventc del canto popolare secondo Nietzsche. La tematica è sempre quella:

Ddu crastu di to pà ca era sbagliatu 
diciva m'avera a mìntiri ammunitu. 
Quant'ha ca un passu di cca m'ha' disiàtu, 
nun passa assa' e ti priparu lu tabutu.

Intrecciati a melodie lineari e orientaleggianti, non solo le classiche e lave, ma anche una singola quartina o un lapidario distico compendiava: una fortunosa o felice esperienza e costituivano un canto autonomo concluso. 
Nelle serenate: quando si usciva d'attùrnu«in notturna»; o sul posto di lavoro: all'àntu (in campagna); nei budelli semirischiarati delle miniere; sul carretto nelle notti senza luna; o nelle taverne durante gli schiticchi con gli amici (Schitìcchiu«sollazzevole cibarsi in più persone di buon umore, con bibita — leggi: vino — sia di giorno, sia di sera, o in citta. in villa, o per rata, o a spesa di un solo»); nelle feste e ricorrenze gioio; parole e melodie venivano replicate, macerate, fino all'assillo, fino alla decantazione e alla catarsi:

E mi nn'a iri di stu paisazzu,
cu li 'nfami e li sbirri 'un ci la puozzu.

Cumuli 'un ci nni vannu 'n-paradisu, 
san Pietru l'assicuta cu lu nasu.

Ch'è ladiu l'amuri a lassa e piglia, 
comu lu fierru 'mpintu a la tinaglia.

Ti salutu e mi nni vaiu, Cruci, 
dumani nni vidiemmu a la Matrici.