domenica 15 settembre 2013

LO ZOLFO, LA CHIESA E DON GASPARE RIZZO. 1 di 2


Pietre incrostate di zolfo.


UOMINI DI CHIESA E UOMINI DI ZOLFO


Calogero Messana traccia il profilo di un prete-imprenditore montedorese dell'Ottocento poco curante del proprio ministero, anzi, dal comportamento decisamente esecrabile.

Per colpa dello zolfo, anzi, si direbbe delle sue esalazioni infernali in quanto fonte di ricchezza, di sfruttamento, di imbrogli.



"È una febbre, quella dello zolfo," scrive Consolo, "che cresce col tempo, una drammatica epopea che si sviluppa nell'arco di due secoli, tra congiunture, crisi, crolli di prezzi, riprese e miracoli..." (Di qua dal faro). 


La Chiesa sarebbe dovuta stare dalla parte dei poveri e degli sfruttati, e in effetti lo era, o meglio, lo sarebbe stata con più decisione negli anni successivi al "caso Rizzo", dopo lo scossone socialista dei Fasci siciliani del 1892, ma, nonostante alcuni esempi negativi, per non appiattirsi su posizioni anticlericali e per un più esaustivo inquadramento della dialettica  intercorsa tra Chiesa nissena e "società dello zolfo" bisognerà ricorrere agli studi degli storici come ad esempio a quelli di mons. Cataldo Naro.


"La Chiesa nissena dovette misurarsi con questa 'società dello zolfo'. Il confronto con la realtà sociale nata e cresciuta dallo zolfo e per lo zolfo rappresenta uno degli aspetti più importanti del complesso e articolato rapporto della Chiesa nissena con la società circostante...". 

Cataldo Naro, "Chiesa nissena e società dello zolfo nella seconda metà dell'Ottocento", in Momenti e figure della Chiesa nissena dell'Otto e Novecento, Edizioni del Seminario, Caltanissetta 1989, pag. 95.

Resta intanto il  caso di don Gaspare Rizzo, sfruttatore dei "coetus inferiores".                                                                                  P. C.

 



MONTEDORO 1850 - UN CASO EMBLEMATICO:
DON GASPARE RIZZO

di Calogero Messana 

APPALTATORE SPREGIUDICATO E CONCUBINO

Appaltatore di miniere, Vicario Curato, Consigliere Comunale... e concubino.Un personaggio che ho più volte incontrato tra le carte delle vicende minerarie di Montedoro è il Sac. Gaspare Rizzo.

Dalle notizie fornite da Petix risulta nato a Racalmuto ma figlio di Calogera Caico di Montedoro e cugino di Cesare Caico.
Dopo la restaurazione borbonica, seguita alle vicende del 1848, restò libero il posto di Vicario Curato del paese poiché il Sac. D. Giovanni Petix aveva aderito alla rivoluzione e ne fu una delle vittime. L’incarico, di nomina comunale, venne assegnato quindi a D. Gaspare Rizzo.

Il primo documento, del Febbraio 1853, di suo pugno risulta inviato a Pietro Tucci , Ispettore Scientifico per la estrazione degli zolfi etc, in cui esordisce "Con ragione Ell’assordato dalle voci di quei miseri abitatori delle case presso la miniera Comunale, poiché il Sindaco Morreale e quell’impostore di Guarino medico comunale che non potendo sfogare i loro livori hanno persuaso quei miseri che, se non è oggi sarà domani sprofonderanno negli abissi di una miniera cadente. ( omissis – vedi doc. integrale Rizzo-Tucci).

Qualche anno prima (1850), assieme ad altri soci, aveva preso il sub-appalto della miniera Comunello (sotto il cozzo della chiesa) dopo circa 16 anni di abbandono. Iniziati i lavori ricominciarono i problemi per i fabbricati posti nelle vicinanze e sovrastanti la miniera stessa. Come si legge dalla lettera accusa gli esponenti del partito avverso di calunnia nei confronti dei gestori della miniera. L’avventura come appaltatore durò poco poiché le case crollavano davvero e non si trattava di imposture.

Nel mese di Agosto un gruppo di proprietari di fabbricati danneggiati scrivono all’Intendente per denunziare il comportamento del "Vicario Rizzo gabelloto della zolfara Comunale per non avere voluto pagare il lucro delle case locate agli esponenti da Maggio a questa parte vengono espulsi dalle case locate e quindi rimangono in mezzo alla strada" …(lettera del 7 Agosto 1853).

L’intervento del Luogotente Generale di Sicilia, Principe di Satriano, blocca le attività di scavo "di quei tristi che hanno malmenato gli interessi comunali. Essi poi malgrado il divieto lor fatto non hanno lasciato di scavare nelle terre sottostanti al caseggiato, in modo che pei danni arrecati nelle case può esserne compromessa la vita degli abitanti... e mi sono determinato a disporre ch’ella proceda in via civile e criminale, chiedendo con la prima lo scioglimento del contratto ed il ristoro dei danni ed interessi pei guasti commessi dai gabellieri con la pessima conduzione degli scavi… nella via criminale poi farà ammannire tutti gli elementi che valgono a provare le frodi commesse nella licitazione del 1850 e le usurpazioni dei fittajuoli al di la del terreno nel quale avrebbero dovuto limitarsi…etc (lettera all’Intendente del 12 Agosto 1853).

Quest’ avventura finì male.


CONDANNATO AL SOGGIORNO OBBLIGATO

Il Rev. Rizzo venne inviato al soggiorno obbligato a Caltanissetta. Scrive da questa città al Luogotenente Generale di Sicilia affinché venga rimandato a Montedoro o in caso negativo che venga inviato in carcere in cui almeno avrebbe avuto un pezzo di pane!

A Sua Eccellenza Luogotenente Gen. In Sicilia Palermo

5 Agosto 1853

Il Sacerdote D. Gaspare Rizzo Vicario in Montedoro, pieno del più profondo rispetto espone all’E.V. che dall’Intendente di Caltanissetta è stato chiamato a residenza forzata in quel Capo provincia e sottoposto alla sorveglianza di Polizia. Causa di questo severo provvedimento vi è una questione d’interesse per affitto di zolfatara vertente tra lui e la Comune di Montedoro; questione tutta civile, e dei Magistrati esclusiva competenza.

Dopo 11 anni di Parrocato, dopo avere a proprie spese fornita la chiesa degli arredi sacri che la decorano; dopo aver serbata nelle passate vicende intemerata condotta, e mostrato il maggiore attaccamento al Real Trono (!), non sa il ricorrente trovar modo a comprendere i rigori immeritati che lo colpiscono. Epperò prega quindi l’E.V. perché con quella eminente giustizia voglia emettere gli opportuni ordini onde sia egli restituito alla sua famiglia, ed alla cura di cui trovasi investito; rinviandosi ai Tribunali Civili la contesa per lo affitto della Zolfara.

Egli non dubbita di questo tratto di sua benignità. Che se poi la sventura, che lo colpisce, dovrà portare la continuazione del Domicilio forzoso impostogli, allora l’infelice supplicante nella assoluta impotenza a vivere, cui trovasi ridotto, desidera che il confino gli fosse cambiato col Carcere, onde così, al pari del più tristo malfattore ottenere un pezzo di pane per alimentarsi, e sottrarsi agli orrori dell’indigenza".

Grazia che spera.

Cosa era successo per tale provvedimento ?



MEGLIO IL CARCERE

Dalle indagini sulla gestione della Miniera Comunale si era scoperto un grosso imbroglio che oggi sarebbe definito peculato.
Il gabelloto ufficiale figurava Don Ludovico Morreale che aveva convenuto col Comune lo estaglio del 10% sullo zolfo prodotto; in realtà con più contratti di sub-gabella, alcuni degli amministratori Comunali, avevano stimato e concordato un estaglio reale del 25% , la differenza del 15% restante sarebbe stata divisa tra Ludovico Morreale, Salvatore Scalia, Cesare Caico, il Sacerdote Guarino ed il Sacerdote Rizzo.



Foto di Giuseppe Palumbo

giovedì 12 settembre 2013

I CAVOLI IN PIAZZA E I BASOLI DI PALERMO. Racconto e foto

Circa un anno fa leggevo che sarebbe stato ripristinato l'antico basolato nel corso principale del mio paese, o di un paese non importa quale, suscitando ricordi e svariate impressioni.
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/12/corsi-ricorsi-e-modi-di-dire.html
Forse siamo alla vigilia di un'inversione di tendenza rispetto a quando era l'asfalto che assediava le lastre bugnate in pietra lavica di Catania dette basuli, fino a smantellarle.




I CAVOLI IN PIAZZA


                                                           “Ma che cosa si mettono a fare questi insensati?
                                                           Venire a piantare dei carciofi dove passano i leoni…”.
                                                           Alphonse DAUDET, Tartarino di Tarascona


Brulicavano nel buio tante piccole luci. Erano i minatori con le lampade ad acetilene: si davano appuntamento in Piazza e da lì si avviavano verso le miniere.

Anche quella notte, credendo di essere arrivati al solito posto, si accorsero di trovarsi in aperta campagna, guardavano la luna, una bella luna in quintadecima, col chiarore potevano ben vedere di calpestare terra, una striscia scura ai cui lati c’erano case, e, in fondo, la facciata della Matrice, dubitarono: che ci faceva la Matrice in campagna?
Sarà stato uno scherzo del sonno, un gioco della vista, si strofinarono gli occhi pesanti, toccarono l’istoriato portone di ferro della Matrice.
Alla fine, dovettero convincersi.
- Siamo a Racalò!

Ma che c’entravano quella striscia di terra e quelle ombre di cavoli? Sissignori, ai lati del nastro di terra, due impettiti filari di cavoli erano piantati a distanza di zappa uno dall’altro nel corso principale del paese. Dove una volta c’era il lastricato di pietra lavica, davanti agli usci di caffè e negozi, erano spuntate odorose crocifere cavolacee.

Nell’oscurità risuonarono risate di stupore.

- Ieri sera niente c’era, - disse uno.
- Chi sarà stato? – domandò un altro.

Avrebbero voluto vedere la reazione dei compaesani, commentare con loro l’accaduto. A malincuore andarono via. Le lampade ad acetilene si agitarono disordinatamente e si avviarono verso la vallata.

Svaniti i minatori, altre categorie di operai arrivarono a scaglioni sul far del giorno: chi commentava un poco e se ne andava, chi rimaneva.
La Piazza fu piena quando il sole proiettò chiaramente i suoi raggi sulla meridiana della Matrice. I negozianti aprirono le botteghe, arrivarono gli impiegati per il rito del caffè. Entravano e uscivano dai bar. Tutti si attardavano. I cavoli irruppero nelle chiacchierate mattutine. Volavano interrogativi e allusioni.

Il fotografo Bellavia attaccò sulla porta dello studio il “Torno subito” prestampato, vi aggiunse a penna “Non aspettatemi” e si allontanò con la sua Rolex a tracolla. Voleva fotografare la Piazza “bombardata”, con i cavoli al posto dei cannoni.

- Ma quando li hanno piantati?
- Stasera minestra!
- Sono gratuiti.

L’arciprete si rammaricò davanti al portone della Matrice, allargò le braccia. - Agli ebrei nostro Signore ha mandato manna e quaglie, ai racalesi che sono peccatori solo verdura, anzi cavoli.

- Non lo dovevano fare! – sbraitò una voce in mezzo alla folla.
– I basoli del lastricato non li dovevano levare. Ecco cosa ci meritiamo ora: tronzi di cavoli.

Bella gratitudine dimostravano i racalesi nei confronti dei Martinez, munifici benefattori del paese, almeno stando a quel che la voce popolare tramandava. Non erano bastati il Mattatoio, il Teatro, il Municipio, le Fontanelle rionali, le Scuole, la Fogna pubblica, per arredare il paese, anche il corso principale avevano voluto rendere dignitoso: i concittadini non si sarebbero più inzaccherati d’inverno o impolverati d’estate, avrebbero passeggiato grazie a loro sopra lastre di pietra lavica, fatte arrivare appositamente da Catania. I discendenti puntualmente smantellarono.

Non dall’oggi al domani, si capisce, ma tanto dissero che lo fecero, le scope degli spazzini, dissero, senza gli interstizi, sarebbero scivolate meglio.
Divelti con cura, i lisci basoli vennero caricati su camion e furgoncini. La storica pavimentazione, frammentata secondo occulti bisogni, venne scaricata in diverse contrade lontane dal paese, su private stradelle di campagna, secondo indicazioni precise.
Al posto dei basoli squadrati, scivolosi, avrebbero steso l’asfalto, seguendo l’esempio dei comuni più progrediti. Non è che ai racalesi piacesse tanto quel nerume in Piazza.

- Fa puzza di petrolio, - dicevano.
- La Piazza si vestirà a lutto.
- Nera come la pece!

Ma per gli amministratori era un segno di modernità.
Estirpati i basoli, al loro posto venne attumulata terra buona di Garamoli, un macchinario cilindrico la pressò, in attesa dell’asfalto, ma bastava la punta di un ombrello per rimuoverla. L’ex consigliere non rieletto Piedidizichi fece a meno dell’ombrello, con le mani scaliò la terra come fanno le galline quando raspano per cercare chicchi nascosti, se ne riempì i pugni e tenendoli alzati fece scorrere a cannolicchio la terra sbriciolata. A manciate la spagliò a destra e a manca. Sembrava danzasse con i suoi larghi movimenti. Si mise a cicchettare gli amministratori.
La gente, curiosa, si raccoglieva , guardava, ascoltava e gli dava ragione. Anche se non erano ingegneri, tutti si rendevano conto che il lavoro nel corso non era fatto bene: volevano l’asfalto? e sia! ma, sotto, il pietroso rosticcio ci voleva, non terra battuta di Garamoli.
Come farlo capire alla ditta appaltatrice? all’assessore ai lavori pubblici? Con una petizione? Inutile. Con un intervento in consiglio comunale? Parole. Ci voleva un gesto.
Quando spuntarono i cavoli in Piazza, la popolazione si scaldò.

- Questa è una vergogna.
- I carabinieri.
- Il Prefetto.
- E ora che succede?
- Venga il Sindaco a vedere.
- I vigili, che fa, dormono?!

Arrivarono, le guardie municipali, con il loro comodo e con l’ordine di fare sgomberare la Piazza, in mezzo alla folla agitata non si scomposero: sembrava sbarcassero dalla luna dove mai succede qualcosa fuori dall’ordinario. Dalle guardie venne dato l’ordine al palista di rimuovere la causa di tanto trambusto. Ma inutilmente.
La gente osservava.
La pala meccanica non si muoveva: dopo vari tentativi si accorsero che nell’abitacolo del mezzo meccanico vi si era arroccato un estraneo.

- Scendi, - gli intimarono le guardie, poco gentili questa volta.
- Salite voi, - rispose quello.

I vigili lo pregarono mutando tono. Prima di ricorrere alle maniere forti pubblicamente, bisognava tentare quelle persuasive. In paese si conoscevano tutti. Nel frattempo era arrivato il vero palista, allarmato dalla novità. - Vieni giù, - implorò una delle guardie, indicando con la mano il vero palista.
- Fagli guadagnare il pane, a questo padre di famiglia. Scendi. - Sali tu.
- Ma io non sono il palista, - disse rassegnato il vigile.
– Comunque, se vuoi così, va bene, salgo io, purché ci sbrighiamo. Incomincia a scendere.
- Non posso, - rispose quello da lassù.
- E perché non puoi?
- Sono legato.
Era vero: una cordaccia malritorta legava le sue braccia alle leve di comando. Un – oooh – di meraviglia e di compassione si levò dalla folla.
- E chi ti ha legato? – chiese uno dei vigili.
- L’ Angelo.
- Quale Angelo?
- Un Angelo. E’ passato di qui e mi ha legato.
- E chi era questo Angelo?
- Booh! Dormivo.
- Non scherzare. Sai niente dei cavoli?
- Non ne mangio. Ci fu una risata generale.

Il vigile più alto strattonò il collega più basso soffiandogli nell’orecchio che bisognava essere, sì, delicati ma non ridicoli: cento occhi li osservavano maliziosamente. La storia dell’Angelo o di qualcuno chiamato Angelo nessuno se la beveva.

Si sospettava chi poteva essere stato ad architettare lo scherzo. Incominciando anzi a pensare che fosse tutto una minchionatura , il vigile più alto cercò di tagliar corto.
– Finiscila, - disse rivolgendosi al finto palista, - scendi, è grave quello che hai fatto ma se scendi subito chiuderemo un occhio.

Insomma, un tiremmolla che faceva sghignazzare la gente. Beppe Mirto detto Chirillo (già! era proprio lui! capace delle trovate più imprevedibili), in questo caso ortolano notturno e sequestrato autista per protesta, era disposto, sì, a scendere, ma solo a ben precise condizioni.

Per far cessare la gazzarra lo accontentarono.
Secondo le sue richieste, espresse pubblicamente, furono fatti venire, nella Piazza disastrata, l’Appaltante il Capocantiere il Sindaco l’Assessore ai lavori pubblici. Costoro capirono subito, ascoltarono il difensore della Piazza, promisero coram populo che avrebbero fatto rimuovere la terra grigia e soffice di Garamoli e l’avrebbero finalmente rimpiazzata col solido rosticcio, “come da capitolato”.
Solo allora, promisero le autorità, avrebbero fatto stendere lo strato d’asfalto fumigante.

- Scrivi, - disse Chirillo, rivolgendosi a un giornalista di paese. I racalesi applaudirono.
Il Sindaco tirò un sospiro di sollievo.
l signor Bellavia storicizzò l’avvenimento dopo che li fece mettere tutti in posa.
Soddisfatto delle trattative, Beppe Mirto detto Chirillo si slegò di colpo e con un agile salto fu a… terra. Un altro applauso.
- Asfalto, sì, ma almeno il lavoro dev’essere fatto bene! – disse come un eroe.

I Martinez erano stati vendicati.


BASOLI A PALERMO
Foto









  



Testo e foto © Piero Carbone
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martedì 10 settembre 2013

I BAMBINI E SANTA ROSALIA



Sutta un pedi di piriddu,
Cc'è Gesuzzu nuduliddu;

Cammisedda nun avìa,
Cci la ficiru a la batìa;

Cci la ficiru arraccamata:
- Viva! viva la 'Mmaculata!

La 'Mmaculata è a lu cummentu.
- Viva! viva lu Sacramentu!

Lu Sagramentu è a la batìa.
- Viva santa Rusulia!


Mia libera traduzione:

Sotto un albero di pero
c'è Gesù nudo nudo;

cammisella non aveva,
gliela fecero all'abbadia;

gliela fecero ricamanta:
- Viva! viva l'Immacolata!

L'Immacolata è al convento.
- Viva! viva il Sacramento!

Il Sacramento è a l'abbadia.
- Viva santa Rosalia!



Raccolta da Alessio Di Giovanni e pubblicata in
Il dialetto e la lingua. Libro per gli esercizi di traduzione dal siciliano
Parte Prima. Terza classe elementare
IRES Industrie Riunite Siciliane, Palermo,1924



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sabato 7 settembre 2013

NNIMINAGGHIA O DUBBIU DI ALESSIO DI GIOVANNI


In questi giorni di anticipate piogge e temporali, provate a rispondere al seguente indovinello (nniminagghia o dubbiu). Se non ci riuscite, potrete leggere la risposta tra i commenti.




Duna accura a caminari!
Cicchiteddu è supra mari!
Senza denti né scagghiuna
Duna forti muzzicuna.

Riportato da Alessio Di Giovanni in 
Il dialetto e la lingua. Libro per gli esercizi di traduzione dal siciliano
Parte Prima. Terza classe elementare
 IRES Industrie Riunite Siciliane, Palermo,1924

Fai attenzione a stare in giro!
Cicchitello sta sul mare!
Senza denti né dentoni
Prende a morsi e "morsiconi".

Mia libera traduzione.




Ringrazio l'amico Enzo Di Salvo per avermi fatto graditissimo dono del piccolo grande libro del Di Giovanni  fortunosamente ritrovato  sulle affollate bancarelle domenicali di Piazza Marina e su cui varrà la pena soffermarsi prossimamente.

venerdì 6 settembre 2013

"NON SIAMO QUI PER FARE POLITICA". Traduzione di Calogero Messana









Calogero Messana. 31 agosto 2013
"Incontri sui terrazzi di Racalmuto"



NON SIAMO QUI PER  FARE  POLITICA

Traduzione di Calogero Messana


dal saggio
MILOCCA'S CHARLOTTE GOWER CHAPMAN
di
Sam Migliore, Margaret-Dorazio Migliore, Vincenzo Ingrascì


Saggio di Sam Migliore e altri in pdf

"Alba Angilella, la figlia di Don Totò Angilella, ricorda che Charlotte Gower Chapman inviò almeno una copia della sua etnografia a  Milena una volta che fu data alle stampe. Dal 1976, Giovanni Cordaro, Arturo Petix, e  altri  in Milena mostrarono un serio interesse al manoscritto. Cordaro, infatti,  arrivò a scrivere a Fred Eggan per indagare  formalmente  circa la possibilità che  qualcuno a Milena provvedesse  ad  una versione Italiana della etnografia, e  lo informava  che  uno studente era interessato a  condurre  un conseguente  studio su  Milocca-Milena. Il nome dello studente  non risulta specificato nella  corrispondenza  a noi disponibile. Wim Ravesteijn, come  prima menzionato, condusse delle ricerche a  Milena nel 1977/78. 

Lo studente a  cui si riferiva Cordaro potrebbe, tuttavia,  essere Paolino Schillaci. Schillaci, un Milocchese  buon conoscitore dell’Inglese, condusse uno studio su Milocca-Milena  come  parte della  corso di laurea all’Università di Palermo. La sua tesi, Rileggendo: Milocca a  Sicilian Village, tenta di correggere  alcun errori  di fatto nel testo della  Gower Chapman, e allo  stesso tempo amplia la discussione su certe credenze culturali e  pratiche presenti negli anni venti attraverso interviste  con persone della comunità.


Copertina del lbro della Chapman
Milocca: un Villaggio Siciliano

Arturo Petix (1919-1987), un  storico locale  molto stimato, pubblicò  nel 1984 la prima edizione del suo  “Da  Milocca a Milena” (ristampato nel 1992). Il manoscritto fa  solo un breve cenno al lovoro di CG Chapman. Questo fu dovuto, in parte, al fatto che  Petix non aveva conoscenza  della lingua Inglese. Allo stesso tempo, tuttavia, fu  critico per la mancanza  di approfondimenti, e la presenza  di errori di fatto nelle  numerose  pagine dove la CG Chapman fa commenti  sulla storia  locale. Ciononostante,  durante i primi anni 80, Petix lavorò sodo per promuovere la pubblicazione di una versione Italiana, attraverso  gli sforzi di Paolino Schillaci. 

Le  autorità locali, tuttavia, si andavano convincendo che una traduzione italiana  sarebbe  stata  vista, almeno da  alcuni  paesani, come un rappresentazione negativa di certe famiglie, e persino l’intero paese, poiché l’intera  ricerca  era basata sulla   osservazione  diretta   e sulle  interviste; e la CG Chapman  cita le persone per  nome ( o soprannome) quando descrive le condizioni  in cui essi vivono (per  esempio il fatto che alcuni vivono nella stessa casa assieme agli animali).
Senza  il supporto dell’Amministrane Comunale, il progetto andava  verso un  blocco totale.

Fu Vito Messana di Montedoro, (sociologo e traduttore di professione per la  casa Editrice Franco Angeli) un paese a breve distanza  da  Milena, che alla fine pubblicò la versione Italiana--- Milocca: 
Un Villaggio Siciliano (1985). Messana  (1984)  completò la traduzione mentre scontava una detenzione nel carcere di Rebibbia a  Roma per  partecipazione ad  attività terroristiche. 
Sebbene  Arturo Petix fosse  coinvolto nel progetto, limitò i suoi sforzi nella traduzione dei  termini  linguistici siciliani. 
Nella prefazione Messana brevemente descrive la situazione  di base (background) in cui la CG Chapman svolse la sua ricerca, ed   evidenzia delle debolezze inerenti il manoscritto (come il concetto di “cambiamento”) ed  esprime  la  speranza  che la  traduzione serva da  catalizzatore  per  future  ricerche su  Milena.


Per  commemorare la  nuova traduzione, gli amici e parenti di Messana organizzano una manifestazione a Montedoro. Vito Messana  venne  rilasciato temporaneamente per  prendere parte alla cerimonia. Arrivò per l’occasione accompagnato da  due Carabinieri. 



Da sx: Vito e Calogero Messana

La cerimonia divenne  subito una manifestazione  di carattere  politico. Secondo Mangiameli (giornalista ?? ndt) lo svolgimento dei lavori venne interrotto quando uno degli oratori  di Montedoro dichiarò che tale lodevole iniziativa, così importante per i Milocchesi, si sarebbe  dovuta svolgere a  Milena e  nessuno del Consiglio Comunale di Milena si era  preso  la briga anche di partecipare all’evento.

La  discussione  si andò deteriorando  in uno scambio vivace di opinioni tra  persone delle due  comunità. Mangiameli  valutò il confitto  come un caso di campanilismo, amplificato  dalla passione politica. 
Il Partito Comunista  era  in carica a Montedoro, mentre  quello Socialista  controllava Milena. 

Vi sono differenti versioni  sull’accaduto. Alcuni Milocchesi  ricordano  che  fu il capo dei Comunisti di Milena stesso  che  fece  commenti offensivi. 
Sebbene il Sindaco di Milena, Salvatore Luparelli, non fosse presente all’evento, membri del Partito Socialista erano presenti a seguire  i lavori, e  reagirono rapidamente ai commenti negativi relativi alla  loro amministrazione. 
Federico Messana, sindaco di Montedoro (e  parente  di Vito Messana), intervenne  dichiarando ad alta voce
“non siamo qui per  fare  politica, siamo qui per  fare cultura”. 

Per sedare il conflitto, iniziò a leggere un passo di una composizione Siciliana( Matrimonii e viscuvati ndt) sul  corteggiamento ed il matrimonio, come citato da  CG Chapman (1985:124-125). L’arciprete di Montedoro, Don Andrea Duminuco, benedisse  i presenti e  invitò a  prevenire  ulteriori ostilità."





QUANDO, DOVE E COME NASCE QUESTA TRADUZIONE

In occasione dell'incontro "sui terrazzi di Racalmuto" del 31 agosto 2013, pubblicamente ho donato a Peppe Palumbo di Milena il saggio in pdf che il prof. universtiario canadese di origini racalmutesi Sam Migliore mi aveva inviato sulla Chapman, l'autrice americana di un famoso libro su Milena quando ancora si chiamava Milocca,  la cui traduzione italiana venne  fatta da Vito Messana. L'auspicio era di sensibilizzare le istituzioni per una traduzione integrale da pubblicare.

Tra i presenti, sul terrazzo del Serrone, c'era Calogero Messana, il fratello di Vito, che platealmente me ne chiese copia ovvero il file. 

Glielo inviai con la richiesta di tradurre un paragrafo da anticipare sul blog. Assieme alla  parziale traduzione, Calogero mi chiedeva di indagare se esistesse già la traduzione completa. 

Montedoro, 1 set 2013 h 21.56

Grazie per  il documento  che  ho letto,  l'ho trovato denso di notizie, e  che immaginavo avrebbe  coinvolto anche la mia famiglia! Si parla abbastanza  del  lavoro di mio fratello Vito e delle  vicende correlate alla traduzione e presentazione del libro a Montedoro. Fammi sapere se  ti risulta  che il testo sia già stato tradotto o meno.
 Ciao ,  a presto. 

"Girai" la domanda al prof. Migliore che così mi ha risposto:



3 sett 2013 h 2.57


Ciao Piero,
l'articolo è stato tradotto. Vincenzo Ingrascí di Milena ha una copiae ha parlato all'amministrazione per la pubblicazioneNon so se o quando l'articolo sarà pubblicato. Spero di sì. Se  qualche giorno vai a Milena  ti prego di contattare Vincenzo . Grazie dell'interesse per questo articolo, and best regards,
Sam

Ho comunicato la notizia a Calogero Messana e Peppe Palumbo perché mi facciano sapere e possa soddisfare la richiesta canadese. Al signor Vincenzo Ingrascì andrò a porgere personalmente i saluti di Sam. 
Chissà che non si possa presentare a Milena la traduzione pubblicata anche con la presenza di Sam Migliore oltre che dei coautori Vincenzo Ingrascì e Margaret-Dorazio Migliore!      P.C.



Link correlato (notizie sul saggio di Sam Migliore e la Chapman):
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/08/rimpianto-del-single-siciliano.html