domenica 23 dicembre 2012

PAPA GIUSÈ















     Anticamente, passava per le strade del paese un vecchietto.
     Ogni mercoledì

Portava davanti al petto due piccoli contenitori, uno per l'olio, l'altro per le offerte in denaro, e un'immaginetta di san Giuseppe 

    falegname col bastone fiorito sulla destra. A tracollauna piccola bisaccia per raccogliere il pane raffermo.

    Quando bussava alle porte, la gente diceva: - L'olio, passa papa Giusè - e faceva la rituale offerta.

    Il vecchietto "san Giuseppe" aveva l'obbligo di tenere accesa la lampada ad olio dentro la chiesa dedicata a san Giuseppe, ai piedi della statua del santo.









La foto, proveniente dagli zii materni di mio padre (zì Ruardu e zà Pippinè Capobianco), risale agli Anni Venti del secolo scorso e ritrae una tipica tavolata di San Giuseppe, allestita in casa, i due ragazzini in piedi ai lati hanno un'aria familiare.
La foto dell'ultimo "papa Giusè", che rimanda sempre a San Giuseppe,  mi è stata fatta avere in copia qualche anno fa e mi riprometto di pubblicarla prossimamente.
Sarebbe interessante fare confluire le testimonianze fotografiche del nostro passato in un fondo comune. Chissà! 






sabato 22 dicembre 2012

CHIEDETE – COS’È SICILIA – A UNO SLOVENO



Poesie tradotte in sloveno da Albert Pucer sulla Rivista Primorska Srečanja, 1994


Risposte*



Chiedete - cos'è Sicilia - a un prete 
                                         a un possidente 
                                         a un contadino 
                                         a un mafioso 
                                         a un giudice 
                                         a un farmacista 
                                         a un poeta. 

A seconda della strada dove si abita
la Sicilia sarà vista diversamente:
sfumature in dialetto o dette in lingua.

Chiedete - cos'è Sicilia - a un emigrante.
Sarà un Eldorado in lontananza.
E a un disoccupato...
Ma turatevi le orecchie,
se ci sono donne.







Ad Aspra ho visto il mare*


Ad Aspra ho visto il mare
e uomini sui moli
la Sicilia specchiarsi
in acque azzurre.

Guttuso fumava
e la guardava:
negli occhi tavolozze di colori.
Era un'alba di gabbiani.

Ad Aspra ho visto il mare
nascere sulla tela che gridava
un grido pastellato di lucore.


*Da Sicilia che brucia, Edizioni Grifo, Palermo 1990.





          Pubblicazione di Albert Pucer 


giovedì 20 dicembre 2012

DA MONTEDORO VIA MILANO




In questo momento Racalmuto sta vivendo un momento difficile. 

E' bello pertanto leggere apprezzamenti e riconoscimenti riandando al suo passato, sperando che si proiettino sul presente assieme agli auguri di Buon Natale. 

Ricambio e ringrazio Federico Messana, montedorese, per le sue riflessioni e gli auguri inviati da Milano.






E' con molto piacere che ho ricevuto e letto i tuoi messaggi (o meglio i tuoi scritti) e non posso che complimentarmi! Montedoro e Racalmuto sono stati così vicini nei decenni passati sia per discendenza (tante famiglie, anche la mia, discendono da Racalmuto), sia per la miniera che ha affratellato quanto vi hanno lavorato.


Anche mio padre vi lavorò per parecchi anni come meccanico, ed io stesso (all'epoca studiavo geologia) mi avventurai in quei meandri per ben due volte.

Racalmuto è molto più bella e caratteristica di Montedoro, anche se forse il nostro paese negli ultimi anni si è un po' abbellita ed ha preso qualche iniziativa in più. Io sono a Milano dagli anni sessanta, ma spesso venivo con gli amici in certe trattorie dove si mangiava molto bene.

Con altri amici ci siamo presentati alla Noce, da Sciascia, per chiedere una prefazione al libro della Caico Hamilton, tradotto in "Vicende e costumi siciliani", che conoscerai. Sciascia prese tempo e non se ne fece nulla. Ma perchè?
In un passo del libro Luisa Hamilton visita il Castello accompagnato dal campiere Alessandro Augello di Montedoro. Questi prende come guida un certo prete, conoscitore dei luoghi racalmutesi, che illustra tutto alla perfezione. Tornando in paese a dorso di cavallo Alessandro spiega a donna Luisa che quel "prete" era uno dedito al malaffare e che girava sempre armato. Donna Luisa inorridita gli chiese come mai avesse osato tanto e se non l'avesse messa in pericolo. Alessandro la rassicurò e le disse che quel prete, tutto sommato, era "la persona più intelligente di Racalmuto"!

Sciascia si offese a tal punto che in quei giorni fece invece la prefazione al libro su Racalmuto di Tinebra Martorana, dove si dilunga a spiegare che Racalmuto era più grande, più bella, più.........di Montedoro.
E' una sciocchezza, come vedi, e mi vien da ridere solo a pensarci.Non voglio dilungarmi oltre.

Un caro augurio di Buon Natale. Ciao


                                                             Federico Messana

 













SERRA DEL PARCO. Verso Grotte e Milena

Questo è il centesimo post: casualmente coincide, e non mi dispiace,  con una contemplazione panoramica: un panorama che ne richiama un altro ed entrambi racchiusi da un visionario orizzonte, non esclusivamente per sé. 

Verso Grotte e Milena


Può accadere che inoltrandosi nella vasta area rimboschita di Passu Funnùtu si lasci lo stradale asfaltato, ci si inoltri in un sentiero e d'un tratto si presentino allo sguardo improvvisi spettacoli di fondovalle sormontati da creste rocciose e montagnose, digradanti in ripidi, aridi calanchi o in dolci coste collinari piene di distanziati cespugli. 

Tipiche casette in gesso, gelsi e fichi solitari, sparuti e scarmigliati mandorli. 


Una fila lontana e snodantesi di pecore lanose. 

Campanacci. 

Buca il silenzio, da immoto e asciutto Mar delle Tempeste lunare, il segmentato canto di un occhiocotto o di un'averla cinerina. 

Frulla un colombaccio. 

Volteggia il falco. 

Struscia furtivo un insospettito coniglio. 

Silenziosamente, insistentemente, si può essere osservati e "studiati" dal vigile, immobile, alto sguardo di una quasi planante poiana. Etc.

Questo e altro è - può essere - "Serra del Parco."







Colgo l'occasione per ringraziare quanti, da tante parti, amici e conoscenti, antichi e recenti, hanno visualizzato e magari gradito finora i vari post pubblicati sul blog. 

ANTICHI VUCI, SENTIMENTI DI SEMPRE



Lu suonnu di la notti m'arrubbasti:

ti lu purtasti a dormiri cu tia*

Si dice che due versi di un canto popolare, cantilenati da un contadino nella campagna silenziosa e sperduta di Cianciana, siano all'origine dell'attività poetica di Alessio Di Giovanni. 

Altri, ai canti popolari, si accostarono per conoscere e meno per poetare, racimolando frammenti e testimonianze. 

 Le più importanti e note sono quelle di Lionardo Vigo Calanna, marchese di Gallodoro (Acireale), di Antonino Uccello di Palazzolo Acreide,  del palermitano Giuseppe Pitrè, del salemitano Alberto Favara, ma altre raccolte di canti popolari di varie parti della Sicilia, nel tempo, hanno arricchito il patrimonio etnografico  di un aspetto significativo della cultura siciliana. 

La raccolta di cui si va a parlare è relativa a Mazara del Vallo.


*Il sonno della notte mi hai rubato:
l'hai portato a dormire con te.





SULLA RACCOLTA DI ANTICHI CANTI MAZARESI
raccolti e tradotti da Antonino Gancitano

Ogni raccolta di canti po­polari offre un contributo alla conoscenza dei sicilia­ni, del loro sentire.
In questa prospettiva si deve leggere Antichi vuci. Antichi canti mazaresi raccolti e tradotti da Anto­nino Gancitano, a cura del Gruppo Tradizioni Popolari "Coro - Città di Mazara del Vallo" 1985.
Questi canti sono stati amorevolmente raccolti da Antonino Gancitano, medico come il Pitrè, lungo un ar­co di tempo di 16 anni.
Sono 25 canti trascritti in un siciliano "difficile" ovvero in dialetto mazarese "stretto", per cui molto op­portuna cade la scelta di accompagnare la versione originale con la traduzione italiana a fronte. 
Ma ad una più attenta lettura, ancora più pregnante emerge la poesia di questi canti vei­colati dalla lingua in cui so­no nati (parole, cadenza, in­flessione): 

Dunni lu ciumi spizzica trumenti / e l'erva addummisciuta chiama pa­ci /  - Drocu, - rissi mè mà, - drocu è la vita! ("Dunni").

I temi oggetto dei vari
canti sono l'amore (con il suo rovescio: l'odio, lo sde­gno) e la morte nella sua va­ria tipologia (morte per disgrazia, morte naturale, morte come sentimento della caducità della vita): 

Lu ventu m'arrubbà / l'ultimu suspiru / e l'arma persi/ senza ciatari / e l'arma per­si/ senza dittiari / chi notti curri/ e tuttu va beni ("Muriloru").





Va notato che «lo stile esecutivo non va diviso da quella che potremmo chia­mare la struttura melodica di un canto, entrandovi piuttosto come momento determinante per la sua connotazione» (Elsa Guggino). Conseguentemente, sarebbe stato molto oppor­tuno far seguire il testo di questi canti mazaresi dalla trascrizione musicale delle loro melodie, secondo il chiaro esempio del Favara.
Un libro, tuttavia, anche di canti, non è un disco, e si deve apprezzare per quello che è letterariamente, per il suo valore documentario. E non mancano di autonomo valore poetico e letterario molti dei canti riportati.
Senza dire del valore storico-documentario della raccolta di antichi vuci che ferma, con certezza, sul­la carta, la fluidità e la labili­tà della memoria di un popo­lo — la nostra — che rischia di perdersi per sempre.


Mia recensione apparsa su "Universitas", Palermo, a. IX, nn. 5/6, giugno-luglio 1989.

Recentemente il libro è stato ristampato. Vedi:
http://mazaranews.blogspot.it/2012/03/presentazione-antiche-vuci.html


Questo post è stato ripreso da:
http://www.mazaralive.it/societa/401/antichi-vuci-sentimenti-di-sempre