venerdì 23 novembre 2012

CHI VA E CHI VIENE. IN VERSI.





Giornalisti, politici e studiosi li chiamano "clandestini", "extracomunitari", "fenomeni migratori". Ma non sono solo numeri o questione di ordine occupazionale e di sicurezza. Dietro i numeri ci stanno le persone: oggi come ieri, qui come altrove. Con i loro sogni, la loro dignità.

Emigranti di ieri, immigrati di oggi: facce di una stessa medaglia. Stessi bisogni, stessi sentimenti: ricerca di sopravvivenza, distacco dalla propria terra e dai propri affetti, desiderio del ritorno.







 L’emigranti

Torna, torna l’emigranti
duoppu un annu di stranìa,
si sunnava a lu paisi
mentri era ancora n via.

Si sunnava la Funtana,
li parienti ccu l’amici,
lu turrenu, la taverna,
penza chissu ed è filici.

Po’ s’assetta a lu scaluni
di la casa di sò patri,
quannu era picciliddru
di lassarlu un si sunnava.

Ma, purcazza la miseria!
Mpami Giuda e tradituri!
Duoppu un misi o tri simani,
lu bigliettu ppi turnari.

A sirpenti già lu trenu
di luntanu scumparisci,
ma ogni annu all’emigranti
la spiranza... ci’annivisci.

1981


Torna, torna l’emigrante dopo un anno in terra straniera, / sognava il paese /mentre era ancora in viaggio. // Sognava la Fontana, / i parenti con gli amici, / il terreno con la taverna, / pensa a questo ed è felice. //  Poi si siede sullo scalino / della casa di suo padre, / quando era piccolino / di abbandonarlo non pensava. //  Ma, porcaccia la miseria! /  Giuda infame e traditore!  / Dopo un mese / o tre settimane, / il biglietto per tornare. // A serpente già il treno  / da lontano già svanisce, / ma ogni anno all’emigrante / la speranza… gli rinasce.

























n-silenziu si l’agghiutti


Mamma, li turchi
su junti a la marina,
cantava anticamenti
la canzuna.



Scinnìvanu ccu armi 
e scimitarri.
Sbarcavanu arraggiati
comu cani.



Ora arrivanu di notti
a l’ammucciuni,
ammunziddrati
ncapu li varcuna.



Parinu lapi, lapi
appizzati
a na vrisca di feli
ncatinati.



L’acqua l’annaculìa.
Màncianu luna.
Chjinu lu cori
ma muorti di fami.


A Puortu Palu cc’è cu và,
cu và a Pachinu,
a Lampedusa, o puru
cchjù luntanu.


Nuddru li vidi,
nuddru li scummatti,
pirchì lu mari n silenziu
si l’aggliutti.

2009




Mamma, li turchi / son giunti alla marina, / cantava anticamente/ la canzone. / Scendevano con armi / e scimitarre. / Sbarcavano arrabbiati / come cani. / Ora arrivano di notte / di nascosto, / ammassati / sopra i barconi. / Sembrano api, api / attaccate / a un favo di miele / incatenate. / L’acqua li dondola. / Mangiano luna. / Pieno il cuore / ma morti di fame. / A Porto Palo c’è chi va, / chi va a Pachino, / a Lampedusa, oppure / più lontano. / Nessuno li vede, / nessuno li cerca, / perché in silenzio / il mare se li
inghiotte.







EN SILENCIO LOS TRAGA

"Mamá, los moros
 llegaron de la mar."
Cantaba hace
 tiempo una canción.

Bajaban con armas
Y sables.
Desembarcando
Feroces como perros.

Ahora llegan de noche
A escondidas,
Amontonados 
Arriba de barquitos.

Parecen abejas, 
Abejas pegadas 
A  un pañal de miel
Encadenadas.

El agua los arrulla.
Comen de luna.
Lleno el corazón
Y muertos de hambre.

Hacia Portu Palu algunos van,
Otros para Pachinu,
A Lampedusa
O tal vez más allá.

Nadie los ve,
Nadie los enfrenta
Porque la mar
 en silencio los traga



Traduzione di Juan Diego Catalano


Enzo Li Puma, Palermo, leaving or
 waiting 5 febbraio 2011





Foto proprie.

Poesie tradotte e recitate da Juan Diego Catalano:
http://www.youtube.com/watch?v=_odakdS0aig

I componimenti sono tratti da Pensamenti, Coppola editore e Venti di sicilinconia, Medinova editrice.

http://www.coppolaeditore.com/category/31-poesia.aspx

http://www.medinova.it/index.php?option=com_library&Itemid=11

Letteratura:
http://www.nazioneindiana.com/2012/12/07/riapparizioni/


giovedì 22 novembre 2012

I CAVOLI IN PIAZZA



TITOLO:I cavoli in piazza
AUTORE:Piero Carbone
GENERE:Racconto
Gennaio 2003


“Ma che cosa si mettono a fare questi insensati?
Venire a piantare dei carciofi dove passano i leoni…”.      Alphonse DAUDET, Tartarino di Tarascona


          Brulicavano nel buio tante piccole luci. Erano i minatori con le lampade ad acetilene: si davano appuntamento in Piazza e da lì si avviavano verso le miniere. 


Anche quella notte, credendo di essere arrivati al solito posto, si accorsero di trovarsi in aperta campagna, guardavano la luna, una bella luna in quintadecima, col chiarore potevano ben vedere di calpestare terra, una striscia scura ai cui lati c’erano case, e, in fondo, la facciata della Matrice, dubitarono: che ci faceva la Matrice in campagna?
Sarà stato uno scherzo del sonno, un gioco della vista, si strofinarono gli occhi pesanti, toccarono l’istoriato portone di ferro della Matrice.
Alla fine, dovettero convincersi. 

- Siamo a Racalò!   

Ma che c’entravano quella striscia di terra e quelle ombre di cavoli? Sissignori, ai lati del nastro di terra, due impettiti filari di cavoli erano piantati a distanza di zappa uno dall’altro nel corso principale del paese. Dove una volta c’era il lastricato di pietra lavica, davanti agli usci di caffè e negozi, erano spuntate odorose crocifere cavolacee.

Nell’oscurità risuonarono risate di stupore. 


- Ieri sera niente c’era, - disse uno. 
- Chi sarà stato? – domandò un altro. 

Avrebbero voluto vedere la reazione dei compaesani, commentare con loro l’accaduto. A malincuore andarono via. Le lampade ad acetilene si agitarono disordinatamente e si avviarono verso la vallata. 

Svaniti i minatori, altre categorie di operai arrivarono a scaglioni sul far del giorno: chi commentava un poco e se ne andava, chi rimaneva.
La Piazza fu piena quando il sole proiettò chiaramente i suoi raggi sulla meridiana della Matrice. I negozianti aprirono le botteghe, arrivarono gli impiegati per il rito del caffè. Entravano e uscivano dai bar. Tutti si attardavano. I cavoli irruppero nelle chiacchierate mattutine. Volavano interrogativi e allusioni.

Il fotografo Bellavia attaccò sulla porta dello studio il “Torno subito” prestampato, vi aggiunse a penna “Non aspettatemi” e si allontanò con la sua Rolex a tracolla. Voleva fotografare la Piazza “bombardata”, con i cavoli al posto dei cannoni. 


- Ma quando li hanno piantati?
- Stasera minestra!
- Sono gratuiti. 


L’arciprete si rammaricò davanti al portone della Matrice, allargò le braccia. - Agli ebrei nostro Signore ha mandato manna e  quaglie, ai racalesi  che sono peccatori solo verdura, anzi cavoli.

- Non lo dovevano fare! – sbraitò una voce in mezzo alla folla. 

– I basoli del lastricato non li dovevano levare. Ecco cosa ci meritiamo ora: tronzi di cavoli. 

Bella gratitudine dimostravano i racalesi nei confronti dei Martinez, munifici benefattori del paese, almeno stando a quel che la voce popolare tramandava. Non erano bastati il Mattatoio, il Teatro, il Municipio, le Fontanelle rionali, le Scuole, la Fogna pubblica, per arredare il paese, anche il corso principale avevano voluto rendere dignitoso: i concittadini non si sarebbero più inzaccherati d’inverno o impolverati d’estate, avrebbero passeggiato grazie a loro sopra lastre di pietra lavica, fatte arrivare appositamente da Catania. I discendenti puntualmente smantellarono.

Non dall’oggi al domani, si capisce, ma tanto dissero che lo fecero, le scope degli spazzini, dissero, senza gli interstizi, sarebbero scivolate meglio.
Divelti con cura, i lisci basoli vennero caricati su camion e furgoncini. La storica pavimentazione, frammentata secondo occulti bisogni, venne scaricata in diverse contrade lontane dal paese, su private stradelle di campagna, secondo indicazioni precise.
Al posto dei basoli squadrati, scivolosi, avrebbero steso l’asfalto, seguendo l’esempio dei comuni più progrediti. Non è che ai racalesi piacesse tanto quel nerume in Piazza.

- Fa puzza di petrolio, - dicevano.
- La Piazza si vestirà a lutto.
- Nera come la pece!

Ma per gli amministratori era un segno di modernità.
Estirpati i basoli, al loro posto venne attumulata terra buona di Garamoli, un macchinario cilindrico la pressò, in attesa dell’asfalto, ma bastava la punta di un ombrello per rimuoverla. L’ex consigliere non rieletto Piedidizichi fece a meno dell’ombrello, con le mani scaliò la terra come fanno le galline quando raspano per cercare chicchi nascosti, se ne  riempì i pugni e tenendoli alzati  fece scorrere a cannolicchio la terra sbriciolata. A manciate la spagliò a destra e a manca.  Sembrava danzasse con i suoi larghi movimenti. Si mise a cicchettare gli amministratori.
La gente, curiosa, si raccoglieva , guardava, ascoltava e gli dava ragione. Anche se non erano ingegneri, tutti si rendevano conto che il lavoro nel corso non era fatto bene: volevano l’asfalto? e sia! ma, sotto, il pietroso rosticcio ci voleva, non terra battuta di Garamoli.
Come farlo capire alla ditta appaltatrice? all’assessore ai lavori pubblici? Con una petizione? Inutile. Con un intervento in consiglio comunale? Parole. Ci voleva un gesto.
Quando spuntarono i cavoli in Piazza, la popolazione si scaldò.

- Questa è una vergogna.
- I carabinieri.
- Il Prefetto.
- E ora che succede?
- Venga il Sindaco a vedere.
- I vigili, che fa, dormono?!

Arrivarono, le guardie municipali, con il loro comodo e con l’ordine di fare sgomberare la Piazza, in mezzo alla folla agitata non si scomposero: sembrava sbarcassero dalla luna dove mai succede qualcosa fuori dall’ordinario. Dalle guardie venne dato l’ordine al palista di rimuovere la causa di tanto trambusto. Ma inutilmente.
La gente osservava.
La pala meccanica non si muoveva: dopo vari tentativi si accorsero che nell’abitacolo del mezzo meccanico vi si era arroccato un estraneo.

- Scendi, - gli intimarono le guardie, poco gentili questa volta.
- Salite voi, - rispose quello.

I vigili lo pregarono mutando tono. Prima di ricorrere alle maniere forti pubblicamente, bisognava tentare quelle persuasive. In paese si conoscevano tutti. Nel frattempo era arrivato il vero palista, allarmato dalla novità. - Vieni giù, - implorò una delle guardie, indicando con la mano il vero palista.
- Fagli guadagnare il pane, a questo padre di famiglia. Scendi. - Sali tu.
- Ma io non sono il palista, - disse rassegnato il vigile.
– Comunque, se vuoi così, va bene, salgo io, purché ci sbrighiamo. Incomincia a scendere.
- Non posso, - rispose quello da lassù.
- E perché non puoi?
- Sono legato.
Era vero: una cordaccia malritorta legava le sue braccia alle leve di comando. Un – oooh – di meraviglia e di compassione si levò dalla folla.
- E chi ti ha legato? – chiese uno dei vigili.
 - L’ Angelo.
- Quale Angelo?
- Un Angelo. E’ passato di qui e mi ha legato.
- E chi era questo Angelo?
- Booh! Dormivo.
- Non scherzare. Sai niente dei cavoli?
- Non ne mangio. Ci fu una risata generale.

Il vigile più alto strattonò il collega più basso soffiandogli nell’orecchio che bisognava essere, sì, delicati ma non ridicoli: cento occhi li osservavano maliziosamente. La storia dell’Angelo o di qualcuno chiamato Angelo nessuno se la beveva.

Si sospettava chi poteva essere stato ad architettare lo scherzo. Incominciando anzi a pensare che fosse tutto una minchionatura , il vigile più alto cercò di tagliar corto.
– Finiscila, - disse rivolgendosi al finto palista, - scendi, è grave quello che hai fatto ma se scendi subito chiuderemo un occhio.

Insomma, un tiremmolla che faceva sghignazzare la gente. Beppe Mirto detto Chirillo (già! era proprio lui! capace delle trovate più imprevedibili), in questo caso ortolano notturno e sequestrato autista per protesta, era disposto, sì,  a scendere, ma solo a ben precise condizioni.

Per far cessare la gazzarra lo accontentarono.
Secondo le sue richieste, espresse pubblicamente, furono fatti venire, nella Piazza disastrata, l’Appaltante il Capocantiere il Sindaco l’Assessore ai lavori pubblici. Costoro capirono subito, ascoltarono il difensore della Piazza, promisero coram populo che avrebbero fatto rimuovere la terra grigia e soffice di Garamoli e l’avrebbero finalmente rimpiazzata col solido rosticcio, “come da capitolato”.
Solo allora, promisero le autorità, avrebbero fatto stendere lo strato d’asfalto fumigante.

- Scrivi, - disse Chirillo, rivolgendosi a un giornalista di paese. I racalesi applaudirono.
Il Sindaco tirò un sospiro di sollievo.
l signor Bellavia storicizzò l’avvenimento dopo che li fece mettere tutti in posa.
Soddisfatto delle trattative, Beppe Mirto detto Chirillo si slegò di colpo e con un agile salto fu a… terra. Un altro applauso.
- Asfalto, sì, ma almeno il lavoro dev’essere fatto bene! – disse come un eroe.

I Martinez erano stati vendicati.




http://www.ilraccontoritrovato.it/lo-scrittore-protagonista/i-cavoli-in-piazza

http://www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n33.pdf

mercoledì 21 novembre 2012

UNA VOLTA MARTA, UN'ALTRA VOLTA MARIA




RICORDO DELLA ZÀ MARICCHIÈ


Quando si pensa alla zà Maricchiè, viene spontaneo  richiamare quell’episodio del vangelo di Luca in cui Gesù rivolgendosi ad una delle sorelle di Lazzaro la esorta ad occuparsi delle cose spirituali.

“Marta, occupata nelle varie faccende domestiche, si fece avanti e disse:

- Signore, non t’importa che mia sorella mi lasci sola a servire? Dille che mi aiuti. - Ma il Signore le rispose: - Marta, Marta, tu t’inquieti e ti affanni per molte cose; ma una sola è necessaria: Maria ha scelto la parte migliore.”  

Ebbene, si può dire che la zà Maricchiè, così detta e così universalmente conosciuta, ovvero Maria Castiglione, nata nel lontano 1908, di cui ricordiamo con affettuosa familiarità la figura piccola, minuta ma energica, per metà della sua vita abbia fatto la parte laboriosa di Marta e per l’altra metà quella mistica di Maria.





         Nella prima parte, diciamo così, della sua vita, la zà Maricchiè è stata la signora Licata, moglie solerte e sodale del marito: a dorso della mula baia, rossa in viso sotto un sole cocente, la testa fasciata da un fazzoletto bianco, si indirizzava verso la campagna in contrada Garamoli-Roccarussa dove non si risparmiava ad aiutare il marito curando l’orto e coltivando terreni. Chi andava a trovarla, d’estate,  veniva colpito dalla sua perizia
nell’assolvere le incombenze campagnole, da come  teneva pulita la minuscola casa d’abitazione detta in dialetto “cubbuluni”: piena come un uovo ed ordinatissima.

Nel 1964 le muore il marito e la zà Maricchiè, a cinquantasei anni, senza figli, dopo un periodo di doloroso lutto, non si rassegna a consumare la sua esistenza nel ruolo infruttuoso della vedova pensionata, senza motivazioni e senza interessi. Incomincia a frequentare la chiesa parrocchiale, sicuramente esaudendo un antico quanto intimo desidero. Sempre ricordava, con commozione, gli insegnamenti religiosi ereditati dalla madre morta giovanissima.

Iniziata dalla zà Ciccina e dalla signorina Salvina, alla frequenza del servizio liturgico, alle mille pratiche di devozione, la zà Maricchiè, che pur aveva frequentato solo qualche anno la scuola elementare, inizialmente timorosa e impacciata, via via ha appreso alla perfezione a districarsi tra casule, piviali, messe in albis, recite di rosario in dialetto e latini tantum ergo, ad impartire il catechismo ai più piccoli; osservare i primi venerdì del mese in onore del Sacro cuore di Gesù e i prescritti sabati mariani; allestire l’altare maggiore per le Quarant’ore; adornare in modo quasi artistico il “sepolcro” del Giovedì Santo; registrare gli iscritti al Terz’ordine carmelitano; aggiornare le pagelline dell’Opera del Suffragio in memoria dei defunti...




Nel 1968 avveniva il cambio della guardia alla Parrocchia del Carmelo: a Padre Puma succedeva Padre Martorana e la zà Maricchiè è venuta  assumendo sempre più le funzioni di una fiduciaria di fatto, tanto che è divenuta col tempo un’istituzione.

Ormai era dedita a tempo pieno alla parrocchia dal momento che aveva assunto generosamente l’impegno di assolvere gli aspetti pratici che il funzionamento e il decoro di una chiesa parrocchiale richiedono: aprire e chiudere la chiesa, suonare le campane, i manutergi e le tovaglie di lino da lavare e stirare alla perfezione, pulire i pavimenti, spolverare i tappeti, governare i fiori, ecc.

In alcune di queste mansioni la zà Maricchiè è stata a sua volta coadiuvata da altre volontarie, giovani e meno giovani, ma sempre sotto il suo sguardo vigile, sotto la sua diligente regia che esercitava con una sorta di autorità.
Si sentiva responsabile anche della buona salute e della serenità del parroco che cercava di “difendere” e preservare, come una mamma, cercando di filtrare a suo modo le mille richieste a cui un parroco beneamato solitamente è sottoposto.  
Si sentiva insomma responsabile del buon andamento della parrocchia in tutti i suoi molteplici aspetti.

In conclusione, può dirsi sorprendente come la zà Maricchiè, calatasi con naturalezza nella parte della evangelica Maria, non abbia ripudiato l'altra dimensione, quella di Marta, anzi ha saputo sintetizzare e armonizzare le due dimensioni. 




Il suo umile comportamento, alla fine, ha assunto inconsapevolmente il valore di una testimonianza: quando a causa più della malattia che della vecchiaia, non ha potuto più frequentare l’amata parrocchia, la sua assenza è stata avvertita da tutti come un vuoto. 
Epperò il suo esempio non ha mancato di dare i suoi frutti in tante e in tanti parrocchiani, giovani e meno giovani, a cui ha voluto bene e dai quali è stata voluta bene.
Questo penso sia il miglior ricordo che alla zà Maricchiè sarebbe piaciuto lasciare di sé.  






"Popolo im cammino" numero unco, 2003 [PDF] 

lumie di sicilia n. 51 - Associazione Culturale Sicilia Firenze

www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n51.pdf

Ricordo della Zà Maricchiè - Ecclesia Racalmuto

www.ecclesieracalmuto.it/.../index.php?...za...



Foto di mia proprietà

martedì 20 novembre 2012

VIAGGIO A “SANTO SPIRITO”



Silenzio di tetti e di cortili nell’Agrigento medievale, scalinate infinite e tortuose, gelsomini penduli, balconi spalancati, canarini, e qualche donna piegata con flessuoso movimento ad innaffiare le graste di menta e basilicò, a battere stancamente  scendiletti, sollevando nuvolette di polvere, incurante degli sguardi spioventi di qualche passante assorto e lubrico che ha l’aria di turista.

E “Santo Spirito” che è stata una sorpresa: monastero di monache, biblioteca dismessa, lo sappiamo, e fuga di archi del Trecento a incorniciare, tra coppie di colonnine,  semiovali di cielo o rettangoli di alluccicante mare. 

Dentro, raccolte assorte di strumenti antichi, di quadri  “del Lo Iacono, donate dal Sindaco che ha fatto una cosa buona per la città e per tutti noi, anzi, abbiamo un locale così pieno da non essere secondi a nessuno” va ripetendo il custode-guida-critico d’arte a visitatori giapponesi, europei ed americani.

“Il Sinatra aveva un fratello ingegnere” e mostra foto. “Ha donato la sua bella collezione alla città, perché era amico del Lo Iacono. Prego, se la vuole mettere, una firma, e un piccolo commento, se le è piaciuta. Grazie.“

- Prego.

Appunti domestici. Agosto 1999.






lunedì 19 novembre 2012

PEPPE MICELI, ARTISTA MITOLOGO


Dal 19 al 23 novembre 2012 presso la sala teatro della sede centrale dell'Istituto comprensivo statale "Quasimodo-Oberdan" (via Fichidindia 6 - Palermo), l'artista Peppe Miceli metterà in mostra le sue opere: ceramiche, sculture e disegni.
Si tratta di un viaggio tra Mito e Fiaba alla scoperta di miti greci personalmente rivisitati dal giovane artista.

Agli alunni i miti sono stati spiegati e "sbriciolati" con gli adeguati accorgimenti didattici per introdurli alla mostra; quelle che seguono invece sono personali riflessioni un po' più libere.  







ALLA RICERCA DI SENSI MITOLOGICI

Per quale motivo un artista ricorre ancora oggi alle complicate vicende della mitologia classica per pescare i personaggi da raffigurare sulle sue ceramiche, da delineare con matite grasse e carboncino su grandi fogli pergamenati, da modellare in sculture a tutto tondo?





Non è certo per mancanza di soggetti e di ispirazione. Anzi è così traboccante il laboratorio di Peppe Miceli che troviamo addirittura  soggetti e motivi, a suo dire “poco siciliani”, motivi floreali lineari, soggetti che attingono alla linea liberty, a quella classica, a quella fiorentino-rinascimentale; né gli mancano le storie da rappresentare come ad esempio una beautifull raccontata in 4 mattonelle: lei,  lui, l’altro e un angelo che suona la cetra.




Eppure, entrando nel suo mondo di artista creatore, ovvero nel suo studio, osservando e ammirando piatti, tazze, ovali, cannate, boccali, albarelli, portavasi, capezzali, mattonelle, statue, disegni… l’impressione più forte che se ne ricava è di essere in mezzo ad una popolazione di strani personaggi:  improbabili cavalli con coda di sirena al posto delle zampe posteriori, cavalli con le ali, cavalli con dorso nudo e testa umana al posto della testa equina, un uomo inginocchiato con testa di toro, una figura umana dai biondi capelli irti, avvinghiata da una cintura a forma di serpente,  serpenti al posto dei capelli in un’altra figura femminile, un nerboruto che avvinghia un  nudo di donna recalcitrante, una sirena che allatta un bambino che le assomiglia nella parte finale del corpo, un’altra figura femminile che sembra il pesce gatto, un uomo accosciato che brandisce un grosso martello di fabbro.






Si trovano, a dire il vero,  in mezzo a questa strana popolazione, una maternità che balza da un piatto con la scarna decorazione in verde della ceramica di Burgio, un crocifisso tratteggiato con essenzialità su una piccola mattonella, una testa cristallinata di san Giovanni Battista, qualche rasserenante angioletto, ma l’immaginario è sovrastato da quelle figure strane, mostruose, anche nel senso in cui gli antichi intendevano la parola “monstrum” cioè prodigioso.
Se uno chiede conto della fantasiosa anagrafe delle raffigurazioni all’artista, vi risponde con una litania di nomi più o meno noti, almeno stando alle reminiscenze scolastiche e in maggior numero noti a chi è infarinato di studi classici:   mito di Nesso, Thanatos, Sirena, Ninfe, Pegaso, Medusa, Arione, Teste della fortuna, Hefesto, Chimera,  Astolfo; Lighea: vi ricordate della ninfa nel racconto di Tomasi di Lampedusa?




Ci addentriamo in qualche mito a titolo esemplificativo cercando di capire.
Che può significar mai che le tre sorele Steno, Euriale e Medusa, terribili Gorgoni, avessero mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli e chiunque le guardasse direttamente negli occhi rimanesse pietrificato? E che cosa non fanno gli dei per vendetta o per desiderio? Trasformano dei ed esseri umani in piante, in animali, li abbelliscono, li abbruttiscono, li rendono invisibili, li fanno sparire nel cielo sotto terra in fondo al mare.




Ma non fa lo stesso l’artista con i colori, con i disegni, con i metalli, con i minerali, con l’argilla che modifica a suo piacimento, allungandola, comprimendola, cavandola, facendole assumere le forme più impensate? Non fa lo stesso con gli elementi della natura quando per la cottura delle sue argille innalza la temperatura a 916 gradi: sparisce il minio e resta visibile la traccia del manganese, oppure induce con la ramina (polvere di rame) l’effetto grafite. Come un mago o come un dio dell’Olimpo, senza essere dio, l’artista varia la densità degli smalti per catturare più luce tra i pigmenti dei suoi manufatti.




Ma tanta tecnica, tanta magia, non è fine a se stessa: l’artista non vuole offrire soltanto bellezza ma comunicare un senso alla bellezza che ricerca e che produce.

Questa potrebbe essere una delle ragioni per cui ricorre al mito, perché, come è assodato, se l’immaginazione e il mito nutrono la storia, da sempre hanno rimpolpato la tavolozza degli artisti arricchendola di suggestioni, di sensi estetici, di senso.






Documentazione fotografica di Damiano Sabatino










Di Serena Alessi e Valeria Inguaggiato si segnalano le "letture" del romanzo Achille piè veloce di Stefano Benni, per un ulteriore approfondimento sull'attualizzazione dei miti e degli eroi classici: http://www.criticaletteraria.org/2012/11/criticalibera-due-letture-di-stefano.html