martedì 22 gennaio 2013

LA DOPPIA SCRITTURA DI ANNA MARIA SCICOLONE

Da tempo me ne parlava, di progetti accantonati, di testi inediti, di cassetti in attesa di essere smagriti, ma dopo l'ultima telefonata di circa un  mese fa, non si sa come e non si sa perché, o forse sapendolo benissimo ovvero per l'imponderabile scoccare delle  occasioni e delle decisioni, mi trovo sotto gli occhi, quasi sorpreso,  la copertina di Un silenzio bianco delle edizioni Drepanum, autrice proprio lei.


L'annuncio dell'imminente pubblicazione è fatto attraverso la copertina ma mi è noto e familiare tutto ciò che ci sta dietro: le poesie di Anna Maria, per averle spigolate in pdf; il pastello sulla copertina di Franco Fasulo, per avere avuto modo di ammirare l'opera pittorica di questo artista agrigentino al Funduk, un fantastico spazio in via Santa Maria dei Greci. 


Familiare mi risulta anche la Prefazione, che qui ripropongo come augurale viatico alle poesie di Anna Maria, "scritte", come ha tenuto a precisare lei stessa nel darne l'annuncio sul suo blog, "tanto tempo fa e tirate fuori da un cassetto".







Prefazione

Anna Maria ha scritto da sempre, ma la sua scrittura finora è stata finalizzata all’oggettiva comunicazione delle notizie. Una scrittura al servizio della realtà da raccontare, senza voli pindarici e senza contraddizioni.

Parallelamente ha coltivato un’altra scrittura, quasi da clandestina, il cui mondo di riferimento e criterio di verità sono se stessa, esercitata in piena libertà. In quest’altra dimensione, Anna Maria Scicolone scrive, ma elogia il silenzio. E’ carnale sensuale sanguigna.  Ma si apparta nella scrittura. Medita. Sogna. Straripano le immagini, i correlati oggettivi,  alludenti a pensieri e sentimenti. 

E’ antiletteraria, la scrittura di questa esordiente poetessa, “senza rima”, moderna, brutalmente realistica (“La mia rabbia è una vecchia cagna”, “la mia rabbia è appesa a un cappio”, sono versi che prorompono come un urlo), eppure letteratissima, venata  di “una sorta di allegrezza”. Risuonano di echi rimbaudiani e di ironia i suoi ortivi colori accesi da un dannunziano tambureggiare di raggi solari: “E’ giallo grano…” / “…è rosso-/pomodoro!” / “E’ viola melanzana…” / “…è rosa / melograno!” / “No, è bianco zagara!” / “adesso è un iris / blu / tra le rocce”.


E l’amore? “Scatenerà un tripudio chimico.”  Sembra tutto risolversi nella dimensione sensoriale, poco trascendentale, affatto spirituale: “La mia bocca è un approdo / La tua bocca è /un approdo”. Eppure,  spento il tripudio “saranno ancora parole, / quelle scritte e mai scritte, / quelle mai dette”, sprizza l’anelito ad andare oltre:
“La vita, la vita / Il silenzio, il silenzio  / La morte è il nulla. / Alzo lo sguardo  / E sei già altrove, / un punto / un mistero”.

Nel gioco o nella necessità dei  richiami,  delle assonanze, delle preferenze stilistiche, delle esplorazioni semantiche, Anna Maria non tende a perdersi “tra un se e una virgola” come dice di sé un altro poeta moderno, Matteo Cotugno, non lambicca ermetiche sillabe, tira dritto al vissuto per trascinarlo altrove, in un cielo di sapienziale senso del vivere, dell'amare, del morire, il morire dei ricordi, delle passioni, dei sentimenti soprattutto. “Non ricorrerò a virtuosismi sintattici o letterari. / Né a contesti ambientali o dettagli temporali. / Tra queste righe vige la sola regola del dolore.”


Un dolore disincantato, asciutto direi, non sentimentale, che scaturisce dalla consapevolezza che sogni e passioni possono rivelarsi fuochi di paglia o venire travolti da una spoeticizzante quotidianità, quasi dissacrati, ridotti infine a “spettacolo demodé di Passioni Finite”.

Tutta la vita viene colta come una ribalta dove compaiono plastiche processioni parallele, opposte, inconciliabili, da un lato: cani che “si aggirano a branchi”, “acqua putrida di sterco”, buio, offese, umilazioni, chiamate anonime, lettere mai spedite, stupidità, ombre deformi, ombre spezzate, fiumi di carne umana, rantoli, noia, tedio, scorze di limoni… dall’altro: stelle, anelati silenzi, primavere e cicogne, preghiere, canti dolcissimi, cieli stellati, frullio d’ali, voli di libertà, ninne nanne, ninne, oh!

Che può fare un uomo, una donna, dinanzi a queste ineluttabili processioni se non provare sconcerto, smarrimento?  Vi può trovare rimedio con la fuga, con la fede, con la pazzia. O con la poesia: “Altrove sarà il buio, / smisurato e impenetrabile, / come una luce accecante. / Sarà un silenzio bianco.”  La candida bianchezza che rinfresca e dà riposo alla vista, distensione al vivere, non è il non colore, è piuttosto dato dalla somma di tutti i colori in mirabile sintesi purificata e purificatrice. Che sia questo il sotteso messaggio della poesia di Anna Maria?
 
Un dato è certo, la scrittura cronachistica, di servizio, a cui si alludeva inizialmente, nelle poesie si è completamente metamorfosizzata per ridire e ricompredere la realtà in tutti i suoi aspetti. Amore in tutte le sue diramazioni, natura, sentimenti, oggetti, meditazioni sapienziali, ma anche temi sociali, costituiscono la tavolozza ispiratrice  che, per dirla con Verlaine a proposito di un giovane poeta, “tenta tutte le corde dell’arpa, gratta tutte quelle della chitarra”.
Anna Maria con questa silloge ha iniziato a far risuonare strumenti che ci riserveranno nel futuro  - l’interrogativo valga come ottimistico auspicio – inauditi esiti?
                                                                                                                                        Piero Carbone








Grazie

Grazie della tua gelida indifferenza.
Della ferocia delle parole,
delle sferzate di verità.
Grazie delle omissioni e delle fughe silenziose,
delle brucianti assenze,
delle umiliazioni, delle terribili offese.
Grazie dei regali che non mi hai fatto,
dei baci che non mi hai dato,
dei tuoi patetici ritorni,
dei “non posso vivere senza di te”,
delle volte che hai detto “non dovevo, ho sbagliato”,
delle volte che hai detto “devo, amore, perché è
giusto”.

Grazie dell’avermi convinto al punto
che ho creduto di poter partecipare
ai tuoi risanamenti,
pazza, ormai, e senza dignità.
Grazie dei “vorrei ma non posso”,
dei “vorrei ma non devo”,
grazie dell’avermi affogato nel mio vomito,
dell’avermi ormai sposato alla tazza del cesso.
Grazie delle illusioni,
sogni così piccoli
che non ci credono neanche i bambini,
di cellulari rubati,
di chiamate anonime,
di lettere che non mi hai mai spedito,
di messaggi che non mi hai mai inviato.

Grazie delle notti insonni,
del dolore di dare dolore
del tormento di dare il tormento,
perché ho usato armi che altri hanno usato.
Grazie della vergogna,
del disprezzo che nutro di me,
del tempo perduto,
delle preghiere che non ho detto,
della solitudine e dei nostri silenzi.
Grazie, amore mio.

Grazie della rabbia e dello sconcerto,
della rassegnazione e del pentimento,
di tutte le cose che avrei dovuto capire
e che non ho capito.
Grazie della paura,
della stanchezza,
dell’angoscia e del buio.
Grazie di questo abisso senza fine.

Grazie delle notti trascorse insieme,
grazie di non aver capito la mia rassegnazione
scambiando il mio prudente silenzio per stupidità.
Grazie delle tue continue partenze:
grazie dei tuoi ritorni:
“avrei voluto viaggiare con te”.
Grazie dei tuoi “ti amo”
scanditi dalle telefonate.

Grazie, amore, grazie, amore,
grazie sul serio,
perché, se è vero tutto questo,
il mio amore è stato grande davvero.



Da: Anna Maria Scicolone, Un silenzio bianco, Edizioni Drepanum, Trapani 2013


http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/10/franco-fasulo-al-funduk.html



domenica 20 gennaio 2013

EVENTO SOPRA EVENTO. CHE DIO CE LA MANDI BUONA!



L'attesa del Ministro


A giorni, il ministro degli Interni  Anna Maria Cancellieri farà visita a Racalmuto per la terza volta in meno di un anno da quando il comune è stato sciolto per mafia. Evento sopra evento.

Se non è, come non è, di passaggio, a che si deve tanta attenzione?

Sarà un ritorno come l'altra volta solenne? 

Con quale "ritorno" per Racalmuto?


Ministri, commissari, autorità, alla Fondazione Sciascia 

Con le elezioni politiche imminenti e gli equivoci che esse possono comportare, con tanti problemi che ci sono in giro (un giro a cerchi concentrici che dal nostro paese si allarga al Paese con la p maiuscola)  risulta improbabile e riduttivo  che cotanta visita sia organizzata soltanto per assistere alla rappresentazione del Giorno della civetta, con regia di Fabrizio dal doppio cognome alla spagnola Catalano Sciascia,  seppur con registrazione da parte della Rai! Anche se la Rai è sempre la Rai, Racalmuto langue e ha bisogno di un colpo d'ala per risollevarsi. 

Comunque, speriamo non sia un "infelice" ritorno nel senso che il Ministro possa constatare i frutti annunciati e maturati in questi mesi: ve ne siano e  siano copiosi! Racalmuto ne ha bisogno, alle prese com'è con tanti problemi: dalla legalità alla disoccupazione, dalle tasse alla preservazione e valorizzazione del patrimonio storico e culturale.

Intervento di Ficarra e Picone alla Fondazione Sciascia

Intanto, in prossimità della visita del 24 gennaio 2013, potrebbe tornare utile riflettere sulla precedente visita del 24 luglio 2012:  su ciò che un importante evento suscita, a  Racalmuto e fuori Racalmuto; su quali comportamenti mette in moto nei residenti, non residenti, politici, ecclesiastici, operatori economici, operatori culturali, giornalisti...   


Non è superfluo evidenziare le finalità di crescita collettiva e utilità pubblica che ci dovrebbero stare dietro i comportamenti di tutti. Non è il tempo delle passerelle. Non è il tempo degli elzeviri: neppure in favore di amici designati o per lanciare salvifici messaggi. Non è il tempo di vampate polemiche bensì quello di buttare  acqua sul fuoco.

Il momento storico è grave ed è da rinviare a tempi migliori ogni "particulare" reminiscenza guicciardiniana.

Infine, un auspicio: che questa terza visita risulti positiva nel consuntivo e sia di buon augurio per la prossima; sperando che della prossima non ce ne sia più bisogno, se per "bisogno" dev'essere fatta.


                                                                                                   P. C.                                      



Davanti al Teatro Regina Margherita, durante lo spettacolo

Si può leggere il resoconto della visita precedente cliccando su:


Ma cosa sta avvenendo a Racalmuto nell’era contigua allo scioglimento per mafia del consiglio comunale? Dopo lo schiaffo, la carezza del corposo finanziamento di 1.200.000 euro per riprendere un cammino di crescita civile e legalità. 


Tutto il paese nelle sue varie componenti sociali, culturali, economiche, lavorative, professionali, politiche, ecclesiastiche, dovrebbe all’unisono cooperare, collaborare, per costruire insieme e non per escludere, separare, creare figli e figliastri, cittadini puri, affidabili, e cittadini impuri, inaffidabili, insignificanti al punto da non potere dialogare con le istituzioni. Il nostro è un paese particolare.


Molteplici sono in Italia in questo periodo i comuni “sciolti” per mafia ma solo Racalmuto riceve l’attenzione di un giornale nazionale con un reportage di ben sei pagine sul suo settimanale. In tempi e condizioni di normalità ci sarebbe da essere orgogliosi. Invece…

Prima di vedere l’immagine che ne viene fuori è naturale chiedersi perché mai il Corriere abbia scelto proprio Racalmuto per dedicargli attenzione e spazio. 


Forse perché legato alle miniere di zolfo e sale, alla Festa del Monte, a Pietro d’Asaro, a Marc’Antonio Alaimo, al suo “papa nero”, alla “paparina” cosparsa sul pane, alla sua storica massoneria, alle decine e decine di migliaia di emigrati storici e moderni, alle chiese aperte e chiuse, agli ex mandorleti, agli ex vigneti, e a tante altre cose?
La risposta è univoca: perché è il paese di Leonardo Sciascia.

Eppertanto dove si svolge il 24 luglio un’importante cerimonia alla presenza di due ministri, un sottosegretario e altre e alte autorità civili ecclesiastiche militari? Alla Fondazione Sciascia, naturalmente. E chi ti dimenticano di coinvolgere? 



Innaturalmente, proprio il Direttore letterario voluto da Sciascia stesso. In quell’occasione, interpretando il proprio ruolo, il Direttore “non invitato” avrebbe fatto capire perché quella cerimonia squisitamente politica si stesse celebrando in un’istituzione culturale intestata ad uno scrittore e non al municipio, luogo deputato alla rappresentanza politica e all’amministrazione della città (nella precedente visita del Presidente Napolitano il Direttore letterario prese regolarmente la parola, come da protocollo. 

Si vede che con i ministri il protocollo cambia).

Nella duplice assenza del Direttore “non invitato” e della figura di un moderatore, viene arruolato lì per lì come improvvisato coordinatore un giornalista presente in sala, corrispondente del Corriere della Sera, sarà sfuggito che nella stessa sala c’era un presentatore televisivo già coinvolto in simili occasioni solenni, o forse non era disponibile sul momento perché impegnato a distribuire il giornale locale che personalmente dirige.

Il giornalista coordinatore, del Corriere della Sera, non si limita a moderare e coordinare ma davanti a cotante autorità e a tanto pubblico locale e forestiero prospetta alcuni aspetti positivi di Racalmuto, vengono fuori le simpatie delle sue frequentazioni racalmutesi (alcuni l’avrebbero voluto come sindaco), indica il ristretto gruppo redazionale del giornale distribuito in sala quale “spinta del nuovo”. 



Ma un atteggiamento esclusivo ed elitario non è certo il nuovo di cui si ha bisogno. Ciò nonostante, secondo la patente conferitagli, tutti gli altri rappresenterebbero il vecchio.


Un po’ superficiale, come sintesi di un paese da illustrare a ministri ed autorità , ma giustificabile per l’estemporaneità dell’intervento e per l’emotività.

(A scanso di equivoci, preciso che al “foglio cittadino” di cui sopra, “benedetto” da Sciascia, sono legato per avervi collaborato e per avere contribuito a mantenerlo in vita quando, nella diaspora palermitana di alcuni redattori aspiranti a più lusinghieri lidi, il professore Restivo mi chiese di dare “na mani d’aiutu a sti carusi”. 



Ma oggi il problema non è quel giornale salvato. Né storicamente si può invertire la causa con l’effetto quando Felice Cavallaro scrive che scrittori, registi, artisti e giornalisti di vaglia “sono spesso qui calamitati dai ragazzi, sempre meno ragazzi, di Malgrado tutto”. 

A calamitare è stato ed è Sciascia, i “ragazzi” hanno “tesaurizzato”, diciamo così, e continuano a tesaurizzare quelle presenze per potenziare il loro giornale e arricchire le loro conoscenze e attività).

Sempre seguendo lo stesso filo conduttore, nella stessa giornata del 24 luglio, l’importante consesso si sposta al Teatro Margherita che alcuni avrebbero voluto intestare a Sciascia, da Sciascia amato e frequentato. 
Quale opportunità migliore di rappresentare un brano dello scrittore e drammaturgo racalmutese impegnato a dibattere i temi sociali e in primis quelli legati alla piaga mafiosa? Macché! 



Si assiste, da parte degli invitati a numero chiuso, alla performance sul palco di due comici, in coincidenza di uno loro spettacolo alla Valle dei Templi, e alla rappresentazione della pièce “regalpetrese” di un altro giornalista scrittore, che sa trarre profittevolmente spunto dalle vicende mafiose e ama ricondursi all’autore de “I mafiosi” e de “L’Onorevole”.



Ma più opportuno e consono, financo più rispettoso, sarebbe stato rappresentare al teatro l’originale.


Dopo queste cerimonie, su “Sette” del 10 agosto il servizio di Felice Cavallaro, un reportage con l’indicazione a livello nazionale di un modello positivo: “Commisariato per mafia, il paese di Sciascia vuole diventare un modello per l’Italia”. 
Viene replicato sulla carta stampata lo stesso “quadro” del paese rappresentato alla Fondazione, ma chi ti vanno a dimenticare? Di nuovo il Direttore letterario della Fondazione Sciascia che su facebook gli viene da osservare: “Guarda un po’, si parla della Fondazione e di chi la dirige e l’unico che non si cita è il direttore. Camarille strapaesane.”

Ma camarilla di chi? Camarilla di che? Verrebbe la curiosità di saperlo. Ridotta a camarilla strapaesana sarebbe la Fondazione Sciascia su cui stuoli di politiciscrittorigiornalistiprofessori hanno speso fiumi di inchiostro retorico? Ma allora qualche solitario bastian contrario aveva ragione a temerlo in tempi non sospetti! Altro che essere tacciato di tramare contro la Fondazione!! 


Comunque, è da scongiurare per rispetto a tanti e a tante cose che queste siano le dinamiche che dovrebbero segnare il percorso di un nuovo cammino di crescita civile e culturale di una comunità. 

Oltreché un’occasione storica mancata, sarebbe una smentita delle intenzioni di chi, a livello redazionale o direttivo, nel nome di Sciascia, collegava e finalizzava il reportage a più nobili fini, come proclamato con tutta evidenza e senza equivoci sulla copertina del settimanale “Sette”, settimanale del “Corriere della Sera”: “Commissariato per mafia, il paese di Sciascia vuole diventare un modello per l’Italia”.

Dal conclamato “laboratorio” di Racalmuto-Regalpetra, da additare all’Italia intiera, alla percepita camarilla strapaesana ce ne corre: parola di sciasciani.

Ma Sciascia, e vale per sciasciani e non sciasciani, avrebbe voluto questo?

Non avrebbe voluto questo volare basso chi ha scritto in Nero su nero: “Quelli che appunto la pensano come me non la pensano come me”.

Certo, non è facile amministrare il patrimonio morale lasciatoci in eredità dal grande scrittore, per gli equivoci e gli abusi che potrebbe generare in chi ad esso si ispira.

Su una cosa almeno si dovrebbe convergere: come concittadini non vorremmo demeritare quella eredità al punto da dover dire, ignominiosamente, “malgrado Sciascia”.
Postato in16 agosto 2012.
Piero Carbone


Testimonianza video (Prima parte: in Fondazione; seconda parte: a Teatro):

Strascichi:


Il post "Malgrado Sciascia?" è stato inoltre pubblicato su:
http://www.accadeinitalia.it/images/stories/Grandangolo_2012/Agosto/18_agosto/grandangolo%2033%20del%2018%20agosto%202012.pdf
http://castrumracalmuto.blogspot.it/2012/08/malgrado-sciascia.html
e sulla versione cartacea di "Grandangolo" n. 33 del 18 agosto 2012

Foto relative alla visita del 24 luglio 2012 ph ©piero carbone