martedì 20 maggio 2014

SCIURI SCIURI CHIAMA IL RAP: LU GIRU DI LI VILI. Biggaspano e Roberto Sottile ci dicono come e perché






SCIURI SCIURI CHIAMA IL RAP: LU GIRU DI LI VILI. 
Biggaspano canta. Roberto Sottile ci dice come e perché.






Dimora del Padrino, Lu giru di li vili 

(G. Mirasolo, G. Riggio, F. Chiofalo), 2008




Un precedente post, nonostante il minaccioso titolo Marruggiati e pani duri, dedicato al testo rappato da Big Aspano, e  proposto con il relativo commento di Roberto Sottile, ha riscontrato un notevole interesse,  e continua a riscontrarne, accumulando visulizzazioni su visualizzazioni. 

Avverrà lo stesso con Lu giru di li vili?

Marruggiu è l'impugnatura, il manico, solitamente di zappe, forconi e arnesi vari e marruggiati equivale a dolorosi e devastanti colpi di marruggiu, per "lisciare le schiene" ai malcapitati direbbe Manzoni. 
Marruggiumaruggiàti  in quanto bastone, colpi di bastone, randello, randellate,  evocano anche rustiche aspirazioni di rivalsa o ricorso a estremi rimedi (non solo contro le testardaggini asinine) o sanzioni comminate con spicciole sentenze: pigliari  a marruggiàti; dari cuorpi di marruggiu. 
Marruggiu, maruggiàti: per difendersi, per attaccare. O, ahimè!,  per subire.

Ma Lu giru di li vili neanche scherza!

Se vili sta per l'equivalente italiano "vile", plurale vili,  "giru" sta per girone, tornata, turno, accolta dei vili. Brutta cosa. Ceffi di cattiva pasta.  Ma anche ghetto di povere vittime. O vuoi vedere che sia  alla fine una situazione assonante con  altre abiezioni infernali di conio moderno?

Ma il contenuto non è fatto solo di parole, un interrogativo si attira Big Aspano: quale dei suddetti significati riuscirà ad esaltare  meglio con il suo rap?




Il professore Roberto Sottile fa una sua analisi, inserita nel volume dedicato al dialetto nella canzone italiana negli ultimi vent'anni e che con Angela Castiglione e Liborio Barbarino, presenterà oggi 20 maggio a Palermo, nella sala di lettura della nuova biblioteca del Dipartimento di Scienze Umanistiche, ex convento di Sant'Antonino, in canora compagnia di tanti cantanti censiti, recensiti e studiati nel suo saggio: della musica, degli autori e dei testi, in riferimento alle diversificate scelte linguistiche, vengono fornite le coordinate storico-culturali entro cui collocarli. 

Così scrive: 

"La canzone è costruita attorno a tre blocchi testuali, ciascuno dei quali seguito dal ritornello. 
Questo consiste nella ripresa di un proverbio-filastrocca della tradizione orale che denuncia come l’immobilismo dipenda dall’indolenza degli uomini che, privi di qualunque slancio verso il cambiamento, giustificano la loro immobilità con la mancanza di tempo.
Nel brano questi uomini indolenti – uomini vili – sono anche assimilati ai maggiorenti locali."





Una suggestiva tesi di fondo viene sostenuta, nel documentatissimo saggio, in favore del dialetto finalmente sdoganato nelle e dalle canzoni di tanti cantanti dalla generosa e straordinaria vitalità.




LU GIRU DI LI VILI
Testo

(Biggaspano)

Cci voli cchiossà di chi..u chi ddiçiti

cci voli cchiossà di chi..u chi ffaçiti

avissi a pparlari si mi lu pirmittiti

chi ssi un vi muviti arristati runni siti.

Avissi a mmanciari ma ccà cc’è ssiti

e ffami

avemu suli e mmari e nno la forza ri

canciari

cu ll’occhi spirdati pi pputiri taliari

ma cu la vucca attuppata accussì un

putemu parlari.

(Doctor Jhò)

Lùnniri e mmàrtiri e nun ti pàrtiri

mèrcuri e gghiòviri e nun ti mòviri

vènniri pi gghiri e ssàbbat’â tturnari

ma sta carretta ccà cu si l’av’a ttirari.


Cci vonnu santi appizzati a lu muru

santi pisanti ri nnùmmaru unu

e ssi di ncelu nun scìnninu santi

viri chi bboli lu vili chi cchianci.

Sutta la rrama a ccògghiri mori

lu vili aspetta chi m-mucca cci cari

sbràzzati sura e nnenti l’ammazza

lu vil’un-zura s’è vvili di rrazza.

Assicùtalû travàgghiu unn’â pparlari

di ncapu lu çelu mi vagna

lu ventu m’av’âsciugari assà.

Intipatu cuntentu si ccari malatu

cusutu lu vili cunnuçi

fa prima si mmèttilu ncruçi sa.

ddocu lu lassi e ddocu lu pigghi

mancu lu riàvulu si l’arricogghi

lu vili è mma...u ddùppiu curnutu

puru u signuri ora u misi di latu.

Lùnniri e mmàrtiri e nun ti pàrtiri…

(Kool Magic Flow)


Pi vvinti carti cu si parti è un fo..i

nun-zi canta missa s’un ci sunnu sordi

càrica chiappi scàrica nervi

càrica còllari signuri e sservi.

Rìçinu c’a nnàvu..a simana poi

s’asiggi

senza liggi e ppariggi un tinci

stu fitenti di n’aricchia un-zenti

accussì ti la penzi? “um-mi riri nìenti!”

Allura comu semu cuminati pringipa’?

Ammutta stu carrettu agghiri ..à

compa’

ti vegnu a ttuppulìu sugnu chi..u

sutta cugnu

chi..u ca nun ci cala lu cutugnu

sugnu.

Cani ca nun canusci ca | cani di

mànnara

gente barbara quanto sperpera

servu e sservu sutta e ppa..uni

cu la fami agghiorna sutta stu

bbarcuni.

Cu la testa parti paisà chi cc’è?

cca cannìgghia un ci nn’è cu è gghiè

pu..a rana a sta ggente scarsa

fai da comparsa in terra arsa.

Lùnniri e mmàrtiri e nun ti pàrtiri…








Traduzione 

Ci vuole di più di quello che dite

ci vuole di più di quello che fate

dovrei parlare se me lo permettete

che se non vi muovete restate dove siete

dovrei mangiare ma qua c’è sete e

fame

abbiamo sole e mare e non la forza

di cambiare

con gli occhi spiritati per potere

guardare

ma con la bocca imbavagliata così

non possiamo parlare.



Lunedì e martedì e non partire

mercoledì e giovedì e non ti muovere

venerdì per andare e sabato devi tonare

ma questa carretta qua chi la deve

tirare?

Ci vogliono santi attaccati al muro

santi di peso, da numero uno

e se dal cielo non scendono i santi

guarda che vuole il vile che piange.

Sotto il ramo a raccogliere muore

il vile aspetta che in bocca gli cade

sbracciati, suda e niente l’ammazza

il vile non suda se è vile di razza.

Inseguilo il lavoro non ne parlare

dall’alto il cielo mi bagna

e il vento mi asciugherà abbastanza.

Pieno zeppo, contento se si ammala

col fisico asciutto il vile tergiversa

fai prima a metterlo in croce.

Qui lo lasci e qui lo pigli

neanche il diavolo se lo prende

il vile è maestro doppio cornuto

anche il Signore lo ha emarginato.

Lunedì e martedì e non partire…


Per venti euro chi si muove è un folle

ogni cosa ha il suo prezzo

carica blocchi di tufo, scarica nervi

carica dispiaceri, signori e servi.

Dicono che tra una settimana si

riscuote la paga

senza legge due colori uguali non si

accoppiano

questo fetente da un orecchio non sente

così te la pensi? “Lascia perdere!”

Allora, qual è la situazione, signor

padrone?

Spingi questo carretto in là, fratello

vengo a bussare alla tua porta sono

quello sotto pressione

quello che non riesce a digerire

questo amaro boccone sono.

Cane sciolto

servo e servo, servo e padrone

con la fame fa giorno sotto questo

balcone.

Si impazzisce, paesa’, che c’è?

qua non c’è trippa per gatti per nessuno

lesina denaro a questa gente povera

Lunedì e martedì e non partire…







La canzone è costruita attorno a tre blocchi testuali, ciascuno dei quali seguito dal ritornello. Questo
consiste nella ripresa di un proverbio-filastrocca della tradizione orale che denuncia come l’immobilismo dipenda dall’indolenza degli uomini che, privi di qualunque slancio verso il cambiamento, giustificano la loro immobilità con la mancanza di tempo.

Nel brano questi uomini indolenti – uomini vili – sono anche assimilati ai maggiorenti locali. Così l’immobilismo, al quale fa riferimento la filastrocca popolare, diventa anche quello sociale e politico del quale sono responsabili i rappresentanti delle istituzioni.

I tre blocchi della canzone corrispondono ad altrettante “voci”. La prima e la terza interpretano un

personaggio, rispettivamente (gli abitanti del)la Sicilia e l’operaio nella costante lotta contro il “padrone” per la rivendicazione e l’affermazione dei suoi diritti; la seconda voce descrive, invece, gli atteggiamenti e le caratteristiche dell’uomo vile.

Il primo blocco della canzone contiene l’invito (rivolto implicitamente anche ai politici) a fare e a dare di più per la propria terra. Di essa vengono evidenziate le bellezze e le potenzialità che, se non valorizzate, determinano il perpetuarsi del suo stato di abbandono. Questo determina la mancanza di progresso, la povertà e la miseria per la sua gente che, pur accorgendosi delle storture sociali, non può denunciarle perché tenuta sotto scacco e sotto ricatto dal potere locale:

cu ll’occhi spirdati pi pputiri taliari /
ma cu la vucca  attuppata accussì un putemu parlari.


Nel secondo blocco l’uomo vile è anzitutto presentato come una persona che non brilla di luce propria:
egli ha sempre bisogno di qualcuno più potente che lo protegga e gli dia la sua benedizione. Le sue
caratteristiche di persona impassibile vengono sottolineate anche attraverso la riformulazione di un modo di dire tradizionale, di ncapu lu çelu mi vagna / lu ventu m’av’âsciugari assà (cfr. § 4.4.4.).

L’uomo vile è talmente immobile e pigro da lasciarsi morire d’inedia, sutta la rrama a ccògghiri mori / lu vili aspetta chi m-mucca cci cari, e, per la sua mediocrità, è inviso non solo agli uomini, ma anche a Dio e perfino al diavolo. E a nulla serve indignarsi e provare a scuoterlo:

sbràzzati sura e nnenti l’ammazza 
lu vili un-zura s’è vvili di rrazza. 

L’uomo vile è talmente inetto che preferisce ammalarsi pur di non andare al lavoro, cuntentu si ccari
malatu e, inoltre, è abilissimo a prendere tempo e a tergiversare aspettando che siano gli altri a fare per lui i compiti assegnatigli: cusutu lu vili cunnuçi.


Nel terzo blocco della canzone, l’operaio è presentato in contrapposizione al suo datore di lavoro,
contrapposizione che nel testo è anche esplicitata mediante l’uso di alcune antitesi (v. sotto). Il protagonista è sfruttato, sottopagato, pagato in ritardo e dopo insistite e snervanti richieste al “padrone” che lesina costantemente il denaro: pu..a rana a sta gente scarsa.

Sul piano formale, nella strofa iniziale ogni verso corrisponde per lo più a due frasi con coordinazione
copulativa e avversativa, mentre le due frasi conclusive presentano una struttura ipotattica abbastanza
semplice così da proporre una condizione linguistico-testuale che si pone, sostanzialmente, come mimesi del parlato in coerenza con una delle caratteristiche tipiche della testualità hip hop.

La filastrocca del ritornello (prevalentemente costituita da parole proparossitone) presenta in sé alcune
caratteristiche che ben si prestano a soddisfare alcune tra le più importanti peculiarità della scrittura rap,
come la rima ricca interna (màrtiri : pàrtiri; gghiòviri : mòviri) e la consonanza (gghiri : turnari).


Come nel ritornello, anche nella seconda e nella terza strofa si trovano molti esempi dei tratti formali del

testo rap: rima ricca interna (santi : pisanti, carti : parti), rima interna per ripetizione (sura : un-zura),

consonanza (mori : cari, viri : vili), assonanza – in punta di verso (santi : chianci).


Nella terza strofa la contrapposizione tra l’operaio e il datore di lavoro è amplificata da diversi elementi
antitetici (càrica chiappi scàrica nervi; signuri e sservi), alcuni dei quali tratti dal lessico e dalla fraseologia tradizionali, come la forma sutta e ppa..uni che fa riferimento ai due principali ruoli del gioco del tocco (cfr. § 4.4.4. per gli ulteriori numerosi elementi fraseologici tradizionali presenti nel testo). Tra le altre figure retoriche, si noti, sempre nella terza strofa, il chiasmo (sugnu chi..u sutta cugnu / chi..u ca nun ci cala lu cutugnu sugnu) e la metafora (cu la testa parti ‘impazzisci’, cca cannìgghia un ci nn’è ‘non c’è trippa per gatti’).


Da notare sono, infine, la frase «um-mi riri nìenti», “recuperata” dalla voce di Tony Sperandeo, e i due
versi in lingua «gente barbara quanto sperpera», «fai da comparsa in terra arsa», il primo con consonanza tra due parole proparossitone, il secondo con rima ricca interna.

Quanto al lessico, all’uso di parole dialettali “ordinarie” fanno da contrappunto qualche forma gergale,

vinti carti ‘venti Euro’, e alcuni arcaismi come càri[ri] malatu ‘ammalarsi’, asìggi[ri] ‘riscuotere la paga’, canìgghia ‘crusca’ e, soprattutto, pu..a[ri] ‘truffare, fregare qualcuno in genere non pagando i debiti’, accezione, questa, che il VS registra solo per l’area siciliana occidentale.



domenica 18 maggio 2014

A SAMBUCA DI SICILIA SE LE MANGIANO




C'è cu mangia taralli
c'è cu mangia cannola
c'è cu mangia testi di turcu
c'è cu mangia nucàtuli
c'è cu mangia cavaddruzzi
c'è cu mangia panareddri
c'è cu mangia cassateddri
c'è cu mangia cuddrureddri
c'è cu mangia cucciddrati
c'è cu mangia canniàti
c'è cu mangia mastazzola
c'è cu mangia e 'un si sazzìa
minni di virgini e ccusì sia.














Foto proprie tranne la riproduzione del quadro And Here I Shall Wait (2009) di Thomas Dodd che ho trovato pubblicato sulla bacheca fb di Nuccio Mula: di pittura, un intenditore. 







sabato 17 maggio 2014

SAPITI COMU FANNU A RACALÒ?


A Racalò in generale regna la rara virtù della coerenza, e specialmente tra i politici, forse perché terrorizzati che accada loro in vita quello che a Papa Formoso accadde da morto: essere catalputati nel Tevere. 

A Racalò non c'è il Tevere,  ma c'è il Pizzo di Don Elia, da lassù i racalesi traditi fanno dirupare, vuote, le casse da morto dedicate ai politici incorenti:  al culmine di un solenne funerale che sembra vero. Un  monito po' macabro, ma efficace.

Qualche isolato caso di incoerenza in verità nel passato c'è stato, prima però dell'entrata in vigore della prassi descritta.

E intanto i racalesi si godono i frutti di una tale virtù forzata: anche se obtorto collo, la coerenza sempre coerenza è.  Per loro è una virtù pubblica. Irrinunciabile. 






...a ttia e a mmia

Sapiti comu fannu a Racalò?
Scrivinu li nomi ntre un registru
di li politici a tiempu d’elezioni.
D’ognunu fannu  un bellu tabutu  
e lu sarbanu sutta un catarràtu.

Ogni tantu nni piglianu quarcunu
e lu portanu tutti in prucissioni:
la banna, li tammùra,  la simenza.
Arrivati  a Pizzu donn’Elia
l’arrizzolanu ddra ssutta ppi la via.

Santa e arrisanta mentri s’arrizzola,
si sfascia in milli piezzi e menu mali
ca la cascia è vacanti e nuddru vola.
Contra li trunchi, li rocchi e purrazzi
si vannu a sbattiri tavuli e lapazzi.

Di lu registru scancellanu lu nomu,
a carricatura battinu li mani.
Altru chi santu prigatu n-ginucchiuni!
Mentri lu parrinu binidici,
cu sputa all’ariu, cu jetta vuci.

La curpa? Prestu vi lu dicu.
Duoppu vutati, canciaru arriè partitu.
Furbi, galantuomini o facciuoli?
Stu cancia e scancia unn’è democrazia,
è na pigliata… n-giru. A ttia e a mmia.

6 maggio 2009






Sapete come fanno a Racalò?
Scrivono il nome su un registro
dei politici a tempo di elezioni.
Di ognuno fanno una bella cassa da morto
e la conservano sotto una botola.

Ogni tanto ne prendono qualcuna
e la portano tutti in processione:
la banda, i tamburi, i semi salati.
Arrivati a Pizzo Don Elia
lo fanno ruzzolare là sotto lungo la via.

Dal registro cancellano il nome,
a sfottò battono le mani.
Mentre il prete benedice,
chi sputa in aria, chi emette grida.

La colpa? Presto ve lo dico.
Dopo essere stati votati,
 hanno cambiato partito.

 Questo cambia e scambia 
non è democrazia,
è una presa… in giro. 
A te e a me.


La poesia si può leggere nella raccolta Venti di sicilinconia, Medinova, Favara 2009. E' stata anche musicata.E' stata  cantata da Giana Guaiana qualche anno fa alle Fabbriche Chiaramontane.

Foto di Louise Hamilton Caico

venerdì 16 maggio 2014

I SETTE SINDACI DI RACALÒ



Confesso, ho barato, barato nel titolo, perché i sindaci non erano sette ma tredici e la località non era Racalò, nome di pura fantasia, ma San Cataldo, un comune della provincia di Caltanissetta.

Solo nel titolo, però, ho barato, anzi, nel numero e nel nome; il resto è stato lasciato come nella versione originale, compreso l'autore ovviamente, quel tal Francesco Lanza, carrapipano, che ha immortalato tipi e aneddoti sapidissimi di tante contrade della Sicilia.

Son appunto tante le contrade mentovate che risultano relative; importanti rimangono invece i caratteri, gli incredibili aneddoti che vorrebbero insegnare o alludere a qualcosa, talmente incredibili da sembrare inventati. 

E come nel caso della piccola folla di sindaci da eleggere a Racalò, viene con tutto il cuore da esclamare: - E meno male che questi aneddoti sono inventati!








I sette sindaci di Racalò (titolo parafrasato)
di 
Francesco Lanza


A Racalò dovevano fare il sindaco. Misero la bandiera al balcone, e la sera i sette consiglieri si radunarono al municipio. Ma, giunti al fatto, non potevano mettersi d'accordo. Chi voleva questo chi quello, e quando l'uno era pronto l'altro spuntava, e ci trovavano subito i difetti, e i se e i ma.

Tutt'e sette, ognuno diceva la sua, perché così e così il popolo voleva un sindaco e non un càntaro con la sciarpa.

Consumarono tutta la saliva che avevano in bocca,e a mezzanotte non avevano ancora concluso nulla. Finalmente la folla, che assisteva pigiandosi come le sardelle in un barile, stanca gridò:
Votazione, votazione!

I sette si sedettero; e sputacchiavano e spurgandosi per darsi dignità, ognuno scriveva il proprio nella  polizza, e con sussiego andava a deporla nell'urna, dicendo verso la folla, con una mano sul petto:
- Questo lo faccio per il bene del popolo.

E quelli battevan le mani.

Così, a scrutinio finito, i racalesi si ebbero sette sindaci.



da Mimi Siciliani, Brancato Editore, Catania 2001 


giovedì 15 maggio 2014

"ARBA SICULA" E IL DIALETTO IN GIRO PER IL MONDO







Una numerosa delegazione dell'Associazione italoanericana sarà a Racalmuto il prossimo 8 giugno per l'inaugurazione della mostra fotografica di Louise Hamilton Caico Sicilian ways and days. Ritorno ai castelli di Racalmuto.
Mi sembra una buona occasione per offrire alcune informazioni sull'Associazione.



"Arba Sicula" svolge in favore del dialetto siciliano la stessa opera di promozione che la Società "Dante Alighieri" svolge in favore della lingua italiana nel mondo. Ce ne parla diffusamente il suo Presidente, il prof. Gaetano Cipolla, in una intervista pubblicata su exportiamo.it.

Qui se ne riporta uno stralcio.



Per l'intervista completa:







Prof. Cipolla, cos'è Arba Sicula, e quali sono le vostre attività?

Arba Sicula è una Organizzazione non profit fondata Nel 1979 per lo Studio, la Conservazione e la Promozione della lingua e della cultura siciliana. Abbiamo oltre 1900 Members in tutto il mondo, e almeno un Membro in ogni Stato degli STATI UNITI, Compresi Alaska e Hawaii. Il Nostro sito web www.arbasicula.org spiega I nostri obiettivi e le nostre attività.

Pubblichiamo un Giornale intitolato "Arba Sicula" che contiene sezioni di poesia, prosa, arte, storia, cucina, cinema, pacchetti turistici di libri: tutto relativo alla Sicilia. La Rivista è interamente bilingue (siciliano / inglese). Ogni pagina è tradotta in inglese. Di solito è di 160 Pagine. Pubblichiamo inoltre una rivista di 20 Pagine intitolata "Sicilia Parra" due volte l'anno, per informare i nostri Members sui vari eventi promossi.

Negli ultimi 35 anni abbiamo organizzato centinaia di Programmi (recital, concerti, gruppi di danza, eventi teatrali, conferenze e film) per le nostre comunità siciliane. Questi eventi si tengono alla St. John University.

[...]

Arba Sicula sta creando una impressionante Libreria di Volumi Sulla lingua, La Storia, le Tradizioni, la Poesia e l'Arte della Sicilia, in modo da informare meglio I nostri Members.

Ho creato una serie di Libri per la casa editrice Legas.
"Pueti d'Arba Sicula" / "Poeti di Arba Sicula" ha 13 Volumi al suo attivo, e riguarda i migliori poeti che scrivono in siciliano. I libri sono sempre bilingue.

Crediamo che i poeti siano i nostri migliori ambasciatori.

La Seconda serie si chiama "Studi Siciliani" e ad oggi conta 27 Volumi. Abbiamo anche dato sovvenzioni per aiutare Scrittori della nostra terra per raccontare la Storia dei siciliani, perché troppo spesso le nostre storie sono stato raccontate da non siciliani...





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