venerdì 19 aprile 2013

SALVAGGIO CON ONORE A TOKIO




Se un americano si reca a Parigi non fa notizia, anche se la circostanza può causare una sinfonia, come è avvenuto per Gershwin; e se Garcia Lorca, spagnolo, trasfigurando se stesso e una propria esperienza, immagina un Poeta en Nueva York, sembra plausibile e normale, visti anche gli esiti poetici della trasferta, ma se un grottese si reca a Tokio fa sicuramente notizia, doppiamente la fa perché, proveniente da un paesino dell'entroterra siciliano, periferico rispetto ai grandi circuiti teatrali e del bel canto, è stato invitato dai giapponesi al "Verdi & Friends" di Tokio, Tsuda Hall, per il 19 aprile 2013.






Un basso baritono grottese per rendere omaggio al Cigno di Busseto, a Tokio. E' un onore per un cantante, per un grottese, per un paesano, e per noi che, di paese, siamo quasi con lui compaesani.


Salvatore davanti al Teatro "Regina Margherita" di Racalmuto


E con orgoglio come non pensare ai nostri tenori Luigi  Infantino e Salvatore Puma che hanno calcato i palcoscenici più importanti e prestigiosi del mondo? Questo auguriamo anche a Salvatore. Un po' grottesi anche noi, come lui, nel nome di Puma e Infantino, si sente molto racalmutese. 
Con orgoglio reciproco. 


E un auspicio. Un sogno. Che un'edizione del "Verdi & Friends"  Salvatore la possa organizzare dalle nostri parti, invitando magari gli amici cantanti giapponesi e di altre parti del mondo. A Grotte. O a Racalmuto: dove c'è un teatro.
















http://salvatoresalvaggio.wix.com/salvatoresalvaggio


Le foto, tranne quelle scattate davanti al Teatro "Regina Margherita" di Racalmuto, sono riprese dal sito e dal profilo fb di Salvatore Salvaggio

giovedì 18 aprile 2013

I CIOTTOLI D'AMORE DI "MICHETTO" ROMANO

Lo vedevo qualche volta nei corridoi dell'Università ma non è stato mio professore, il corso di latino per gli studenti di filosofia lo teneva la professoressa Gianna Petrone di cui conservo un ricordo bellissimo e che mi ha fatto amare la modernità di Orazio; il prof. Domenico Romano invece l'ho incontrato nella veste di poeta nella mitica tipografia di Totò Lazzara dove tutti lo chiamavano familiarmente Michetto. 


Sinceramente strideva ai miei occhi una tale trasformazione: il chiarissimo professore universitario della cattedra di Latino I per gli iscritti a Lettere classiche, che intravedevo di mattina nei corridoi della Facoltà, veniva "declassato" a "Michetto" e poeta underground per giunta nello scantinato di una tipografia.


Ma bisognerebbe sapere e capire cos'è stata l'officina tipografica S. T. ASS. di via Maggiore Toselli, 21, cosa ha rappresentato per la cultura palermitana, per tanti accademici, artisti e uomini di cultura, se un prof. universitario veniva trattato così familiarmente e gli si dava del tu: in questo luogo, ormai scomparso, si veniva a consacrare attraverso accuratissime pubblicazioni, coordinate e supervisionate dal "regista" Totò, il valore della propria arte e della propria cultura, senza boria, senza accademismi, ma con naturalezza, con familiarità, addirittura in amicizia. L'aria che si respirava era quella di un ideale cenacolo. Le Edizioni Grifo ne suggellavano quasi l'appartenenza. 


L'avrei capito bene dopo, col tempo, irreversibilmente quando la tipografia ha chiuso. E che ora mi manca, che manca alla cultura palermitana e quindi siciliana. Per dare l'idea del fervore culturale che vi aleggiava e dei personaggi che vi bazzicavano occorrerebbe una lunga processione di nomi.


E' stato in questo luogo che ho avuto in dono la copia di Ciottoli dal professore Domenico Romano, per farne una recensione, e altre copie da Totò Lazzara perché ne facessi dono agli amici. 




Ciottoli d'amore
Mia recensione del libro di
Domenico Romano, CiottoliGrifo, Palermo 1990, pag.66 (ed.fuori commercio)


Gudemula sta vita.
Lesbia du me cori.
e amamunni...

E' la fresca traduzione, ad opera di un professore universitario, del primo verso del famoso Carmen 5 di Catullo : Vivamus, mea  Lesbia, atque amemus...
Opera di un poeta poliglotta, dunque, polifono e policorde. Pochi altri, oltre il Carducci, hanno saputo resistere all'abitudinaria forza spoeticizzante dell'accademia. Essere professore universitario e poeta, giudice e "attore": un "acrocoro", un ossimoro : iperbole, contraddizione e rarità. 

E' occorso al chiarissimo professore di Letteratura Latina della spoeticizzante Università di Palermo. Domenico Romano (per gli amici ''Michetto"), che ha dedicato all' "assidua compagna dei suoi sogni", alla "sua Ermelinda", una piccola silloge di quarantanove poesie proprie e di due altrui (tradotte dal lati­no in siciliano e dal tedesco in italiano). 


Artifex. il Professore, anzi il Poeta, di un unico atto di poesia, scandito in tre tempi: 1972, 1975, 1990, cui corrispon­dono rispettivamente: Il sentiero spezzato, Dietro la storia,  Ciottoli. 



Quest'ultimo piccolo libretto, dal forma­to graziosissimo (è una "botticina picco­la": puntuale la copertina "acciottolata" di Nicolo D'Alessandro, curata perso­nalmente da Totò Lazzara), stampato in trecento copie non numerate, è un gesto di autentico nascondimento che varrebbe la pena di far conoscere per la sua autenticità, esso infatti va ben oltre l'occasionalità di un anniversario coniu­gale.

Anzi, partendo da questo dato si può notare che la limpidezza dei versi, non rimati ma cadenzati semplicemente e con realismo sul sentimento, denuncia la resistenza ad una duplice usura : l'u­sura quotidiana anche degli amori più grandi e l'usura delle parole che s'in­grommano e diventano sfilza di luoghi comuni, sorde e senz'anima. 
"Come amarti ancora/ mia luna...?"  l'uomo si chiede dinanzi al "desolato silenzio / di pietre' (Non sei) .

"Sei stata, felicità... Eppure sei stata, feli­cità... Sei stata felicità..."(Storia). L'uomo non si vuole ingannare dinanzi al precipitare del tempo, all'appesantirsi delle ali della giovinezza. Ma il poeta non vuole disperare e sublima nel canto e col canto le gioie antiche: le antiche irruenze sono ora un "frullio", si ricono­sce e si accetta la nuova condizione perché tutto appare rasserenato, irreale come la bellezza / folgorante d'un sogno" (Frullio) . 

Ed ancora, la sensua­lità della poesia Eloisa è una sensualità pudica, temprata e temperata dal rispetto del tempo trascorso : "La mano ansiosa / che fruga tra sparsi brandelli di alabastro / tesori celati, / ignota sor­giva / d'incanto di sensi". Si contemplano il fuggire e lo svanire della vita, l'impernanenza degli eventi, per approdare al porto fermo della memoria che "allegra" "punge": "...resta murmure lene / d'onda di smemorati pensieri" ( Mi sperdo).


Questo tono da Ecclesiaste di molte poesie ne fa una raccolta assonante col bufaliniano "amaro miele" della giovi­nezza trascorsa, dove l'amaro è la colpa della giovinezza ormai andata, perché andata, che ha lasciato posto ad una debilitata ragione di vivere. 
Le poesie così intonate formano uno scarno rima­rio senza rime del cuore, disadorno di ogni ottimistico fiore, quasi disinteressa­to a un mondo svuotato di vitalità. 
Ma è appena un momento. 
Riemerge l'uomo con la sua responsabilità e le sue idee, col suo sentimento morale, col suo impegno. 
Il poeta ne prende atto. 

Alla melanconica corda poetica si intrecciano altri fili che la fanno più robusta. 

Il poeta "civile", questa volta, incita gli studenti di Lettere ad essere "impeto grande/che pulisca l'aria, che si nutre dello sterco / dei potenti del mondo" (Agli studenti di lettere); ama la sua "terra di Sicilia"con la sua "antica miseria / e opulenza mischiate" che gli "graffiano l'anima" (Terra mia) ; con­danna il "furore di belve" che si avventa sul mondo (Storia).

Suggellano infine il libro, ovvero il peri­plo di questa awentura poetica, un sen­timento cosmico , la speranza di una progressiva umanizzazione dell'uomo, un'ansia metafisica e una risposta luci­damente laica.









Seguiteranno i grilli 
a scuotere l'aria 
d'allegria di festa
... Io non ci sarò.
Seguiteranno i bimbi 
a correre spensie­rati
...ed i corpi amanti 
a confondersi
 in stretta vogliosa 
d'oblio.
Io non ci sarò. 
...Un giorno l'uomo 
si donerà agli altri,
 allora sarà uomo.
Io non ci sarò
(Non ci sarò).

Questo "non esserci" è una rovesciata voglia di "volerci essere", un desiderio strozzato. L'ultima parola dell'ultima poesia della raccolta è, seppure interro­gativamente, "eterno".
P.C.
Pubblicata precedentemente su:
“Lumìe di Sicilia”, n. 23, febbraio 1995, pag. 3

http://www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n23.pdf 


Vasati a nun finiri:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/04/vasammuni-lesbia-o-comu-schifiu-ti.html


martedì 16 aprile 2013

"CUTI" ARTISTICHE E CIOTTOLI IN POESIA


In dialetto si dice cuti e il termine, nome comune di cosa, perlopiù femminile, singolare, non è dei più lusinghieri: serve per dare del duro di cervice a qualcuno, testa dura, i romani dicono de coccio, ma cuti è anche l'ottuso e talvolta lo stupidotto o il testardo. Viene detto anche giaca: al plurale giachi. Con l'articolo: la cuti, li cuti, la giaca, li giachi.

In italiano, il ciotttolo è la pietra genericamente ovale dalle più svariate sfumature e forme seppur tondeggiante e liscia o di mare o di fiume: serve per lastricare le strade con un tocco di antico decoro o  per adornare aiuole e pareti di rustici villini. 

Di genere maschile, lu cuti, se  indica quello impugnabile che fungeva anticamente da rudimentale ferro da stiro o se, in scalare grandezza, si utilizzava da contrappeso sui piatti delle antiche bilance. 
Sicché cuti,  anticipando conquiste paritarie, assomma in sé il doppio genere di pietra e di sasso.

Ci a fari truvari cuti! è il modo di dire per indicare la volontà di chi, alla propria morte, non vuole lasciare in eredità ricchezze e denari ai discendenti e parenti ai quali riserba, quasi come una minaccia, una brutta sopresa: - Troveranno ciottoli! 

Una cote famosa è quella di Orazio, evocata in fondo alla sua Ars poetica dove l'autore, dopo aver dato consigli sul buon poetare, si paragona ad una cote che serve per affilare i coltelli ma essa stessa non taglia. Un buon riscatto semantico, comunque.

Non sappiamo se il poeta a cui ci riferiamo abbia affilato le sue liriche e la sua metrica sulla cote oraziana ma un qualche arcano significato l'ha attribuito a queste pietre lisce di fiume o di mare se ha intitolato la sua raccolta di poesie Ciottoli. Ciottoli d'amore.



E' quello che ha fatto anche Giovanna Lauricella, non con le parole ma con i pennelli e i colori: ha intravisto nei comuni ciottoli potenziali idee pittoriche dopodiché ha sfruttato  la volumetrica forma e le sfumature naturali di marrone, di nero o di bianco di queste pietre di fiume o di mare per dare tondeggiante supporto alle sue figure colorate, al suo amore gattaro: i gatti rannicchiati nel palmo di una mano sono così dotati di un volumetrico corpo,  lei ci ha messo come pittrice il pigmento e il cesello iconico ma i ciottoli tridimensionali li fanno risultare sculture. 
Ciottoli d'amore, ciottoli come sculture, ciottoli rivestiti da una fantasia multicolore. Ciottoli artistici. Ciottoli di poesia. 
Vanno ad aggiungersi alla creativa sequela dei supporti naturali scelti da estrosi pittori in vena di assecondare le venature del marmo, le nodosità del frassino, le contorsioni dell'ulivo. 
Che siano accomunati da un latente "manifesto" di arte ecologica? Da farne una mostra collettiva.





I ciottoli dipinti di Giovanna Lauricella e il libro di poesia del prof. Domenico Romano, intitolato Ciottoli, sono accomunati, come ben si evince, dall'utilizzazione degli stessi "oggetti" nel linguaggio poetico o nella concreta pittura, ma un'altra circostanza, e casuale, li stringe in un ideale rapporto: il professore di latino è stato docente molto apprezzato di Giovanna che lo ricorda con stima e affetto. 
 Una ragione in più per rendere omaggio alla dimensione poetica  del professore Domenico Romano, detto familiarmente "Michetto", ricordando la sua raccolta di liriche Ciottoli.






Una poesia del prof. Domenico Romano:


Ricordo e recensione:


Le foto dei ciottoli dipinti sono di Giovanna Lauricella











domenica 14 aprile 2013

VASAMMUNI, LESBIA, O COMU SCHIFIU TI CHIAMI




Traduzione del titolo del post: 
Baciamoci, Lebia, qualunque sia il tuo nome



Titolo della poesia:
Vasati a nun finiri

di Domenico Romano

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus 
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt,
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mihi basia mille, dcinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum
deinde usque altera mille, dein secunda centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus ilia, ne sciamus,
aut nequis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
(Catullo, c. 5)




Gudemula sta vita,
Lesbia du me cori,
e amamunni,
e di tuttu chiddu chi dicinu
i vecchi arripudduti
troppu severi e invidiusi
futtemunninni.
Tramunta lu suli,
ma po' torna a splenniri
su stu munnu,
nuavutri inveci,
quannu sta picca luci
s'astuta e scumpari,
'na notti
una sula eterna
amu a dormiri.
Dammi milli vasati
doppu centu e ancora milli,
e milli e centu
e ancora milli e centu.
Poi, quannu migghiaia
e migghiaia di vasati
avemu assummati,
ammiscamuli,
accussi pirdemu lu cuntu,
e picchi nu spunti unu
d'animu malu
chi ni ietti u malauguriu
sapennu quanti vasati
ci semu dati.




Mia traduzione di servizio:

Godiamocela, questa vita,
Lesbia del mio cuore,
e amiamoci,
e di tutto quello che dicono
i vecchi rincoglioniti,
troppo severi e invidiosi,
freghiamocene.
Tramonta il sole,
ma poi torna a splendere
su questo mondo,
noialtri invece,
quando questa poca luce
si spegne e scompare,
una notte
una sola ed eterna
dobbiamo dormire.
Dammi millie baci,
dopo, cento, e ancora mille
e mille e cento
e ancora mille e altri cento.
Dopo, quando migliaia
 e migliaia di baci
avremo assommati,
mescoliamoli,
così perdiamo il conto,
 e affinché non spunti uno
d'animo cattivo
che ci lanci il malocchio
sapendo quanti baci
ci siamo scambiati.




venerdì 12 aprile 2013

L'ANTIQUARIUM S'HA DA FARE?



Nella saletta in fondo, il sarcofago con la rappresentazione del ratto di Proserpina



Come in ogni famiglia  non manca un gruzzolo di memorie fotografie bollette arnesi cianfrusaglie che testimonia le glorie trascorse, i mestieri degli avi  o semplicemente  una continuità parentale nel trascorrere del tempo, allo stesso modo, e con valenze e importanza diverse, non dovrebbero mancare in ogni comune, che non sia proprio superficiale e scalcinato, l'archivio storico, il museo etnografico, l'antiquarium.


Racalmuto possiede memoria e titoli per averli tutti e tre. Qui e ora una riflessione sull'Antiquarium. 


Milena ce l'ha, ce l'hanno Ravanusa, Sciacca, Marianopoli...

E il nostro paese?


Se ci fosse un Antiquarium, quanti reperti, già esistenti,  si potrebbero adunare ad incominciare da quelli noti come le oltre cento monete ben conservate al Museo archeologico "San Nicola" di Agrigento; di quanti reperti non conosciuti, se ve ne fossero, e forse ve ne sono, se ne potrebbe evitare la diaspora!


E intanto...  ci accontentiamo dei pannelli che tre giovani archeologi, Domenico Romano, Franco Brutto, Fabio Pilato 
 (conosciuti grazie ad Angelo Cutaia e da lui coadiuvati)  nel 2008 hanno realizzato per il comune di Racalmuto; esposti tutt'ora al Castello Chiaramontano. 
Pannello 1 - Racalmuto nella preistoria
Pannello 2 - Racalmuto in epoca romana
Pannello 3 - Racalmuto in epoca arabo-normanna
Pannello 4 - Siti e monumenti
Pannello 5 - Castello chiaramontano
Pannello 6 - Castelluccio





Nel 2007 giaceva presso la Sovrintendenza di Agrigento un Protocollo d’intesa con il comune di Racalmuto; l’assessore di turno, recatovisi per riprendere le fila dell’intesa, constatò che il Protocollo era rimasto lettera morta; la nuova Sovrintendente in persona s’incaricò di modificarlo e rinnovarlo; l’assessore prese l’impegno di individuare locali idonei per un Antiquarium ma non ebbe il tempo di segnalarli perché fu soppiantato dal successore. I locali a pianterreno del Castello, dotati di adeguato sistema di sicurezza, avrebbero potuto ospitare i primi reperti.






Se il successore e i successori del successore non se ne sono più preoccupati e non  hanno rinnovato il Protocollo d’intesa e non hanno segnalato i locali per l’istituendo Antiquarium, come avrebbero dovuto fare in una ideale staffetta, sarebbe bello e sorprendente che lo si potesse fare ora con i commissari. Purché si faccia. Tante sono le risorse umane e materiali che si renderebbero disponibili. 




A proposito di staffetta, va detto che antecedentemente a quel Protocollo anche Carmelo Mulè, in qualità di assessore, si era interessato per valorizzare il nostro patrimonio archeologico subito dopo una proficua campagna di scavi a Racalmuto.








La testimonianza di Nicolò Tinebra Martorana è citata nel post:

Grazie alle fave di Patò

Mi ero già occupato dell'argomento nel libro Il giardino della discordia, Coppola editore, Trapani 2000; paragrafo "Come Mozia" pagg. 40-43