lunedì 31 dicembre 2012

I POST DEL MESE. Dicembre 2012



    AUGURI "CARRUBINI" DI BUON ANNO E BUONA TROVATURA A TUTTI

    Si narra di una leggendaria trovatura del re di Sicilia, Guglielmo, che ha trovato un tesoro di monete d’oro sotto un carrubo.

    Il carrubo è un albero maestoso, ieratico, ricco.

    Il termine “carato” deriva dal suo nome arabo.  

    Auguro che ognuno, col nuovo anno, possa trovare un tesoro di salute, di sogni, di realizzazioni e che la propria esistenza sia già di per sé densa di qualità come un carrubo.

















































    Colgo l'occasione per ringraziare, a quattro mesi di attività del blog, tutti coloro che, da diverse parti, seguono assiduamente o occasionalmente "Archivio e Pensamenti" e lo arricchiscono anche con i loro contributi:
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    IL SANTO, NON ANCORA SANTO, CONTESO DA RACALMUTO E CANICATTÌ


    Il processo canonico, se mai avrà un seguito,  accerterà, secondo i commi del diritto canonico, se Padre Elia Lauricella sarà proclamato beato oppure no.  Sarebbe singolare e suggestivo che Racalmuto, dopo l'eretico "letterario" dei laici, avesse un santo conclamato dalla Chiesa ed elevato alla gloria del Bernini.


     


    Non hanno atteso proclamazioni ufficiali tanti  genitori che in passato hanno conferito come nome di battesimo Elia ai loro figlioli. Una via gli è stata intitolata. Un'edicola è stata costruita. Una località viene ancora identificata come Pizzu di Don Elia. Esisteva financo un'Associazione che si prodigava con riunioni e iniziative varie per spronare la causa di beatificazione designando un postulatore. 


    In ogni caso, al di là dell'esito processuale, se mai un processo si istruirà, non possiamo non constatare il mutato atteggiamento dei racalmutesi trapassato storicamente da un'accesa devozione a una polverosa indifferenza. Il tempo trascorso infruttuosamente dalla pubblicazione dell'articolo qui riproposto ad oggi ne è una inconfutabile conferma.

     

    Dopo averlo "strappato" ai canicattinesi, che hanno convogliato le loro pratiche devote su frate Gioacchino La Lomìa, forse tracce dell'antica devozione in Padre Elia persistono maggiormente negli emigrati racalmutesi.








    Centottantacinque anni hanno impiegato i resti mortali di Padre Elia Lauricella, morto in fama di santità, per giungere uffi­cialmente dalla vicina Canicattì a Racal­muto, sua patria natìa, nell'ottobre del 1965, con festa di popolo e clamore di campane.

    Il «ritardo», se così pedestremente pos­siamo dire, non è da imputarsi alla neghitto­sità dei racalmutesi o, come è stato scritto, alla loro dissacrante indifferenza, anzi!

    Nel 1780, subito dopo la morte del bene­merito concittadino, e poi nel 1782, nel 1785, nel 1923, nel 1927... gli zelanti racal­mutesi hanno tentato di ottenere le reliquie miracolose di Padre Elia, ma ogni volta si sono originate «focose» vicende o inceppa­menti burocratici perché i canicattinesi hanno opposto risoluti e qualche volta armati dinieghi.

    Dopo tanto lottare, infruttuosa­mente, incomberà un lungo periodo di stan­chezza. Di queste peripezie e del conse­guente oblio, il gesuita Girolamo Morreale ci ha fornito un vi­vido racconto, nella sua monografia Una Gloria di Racalmuto: Padre Elia Lauricella., Racalmuto 1965 (2a ediz. 1982).

    Il Morreale riporta, fra l'altro, l'esortazione che Mons. An­gelo Ficarra, Vescovo di Patti, nonché ex arciprete di Canicattì, rivolse nel 1946 a lui e ad altri giovani presbiteri:

    «Voi siete gio­vani e non conoscete le benemerenze, i meriti degli uomini del passato e non sempre sentite l'attaccamento alle glorie della chiesa. Padre Elia fu un sacerdote santo, zelantissimo, grande missionario, operatore di miracoli in vita e dopo morte. Pur­troppo è poco conosciuto e ora quasi dimenticato; da anni nes­suno si è occupato di lui, fatta eccezione del sacerdote Cipolla e qualche altro, ma meriterebbe assai di più».

    Dell'interessamento del Cipolla se ne aveva finora solo una testimonianza orale, ora siamo in grado di documentarla: il 10 luglio 1923, Mons. Bartolomeo Lagumina, vescovo di Gìrgenti, così scriveva al sacerdote racalmutese:

    «Rev; Sac. Gius. Cipolla - Racalmuto - Non so come si possa depositare il corpo del Sac. Elia Lauricella nella tomba del De Carretto sapendosi che questa è monumentale e non può rimuoversi dal suo posto. Mi è impossi­bile venire a Racalmuto in occasione della traslazione. Ricevetti i manoscritti, ma tra esami in Seminario, ordinazione, ecc, non ho avuto il tempo di leggerli; spero poterlo fare prima che io parta per Palermo. La benedico nel Signore. Bart. M. Vescovo».

    In effetti, c'è stato un decreto prefettizio del 17 ottobre 1923, con cui si ordinava la tra­slazione del corpo di P. Elia, ma per difficoltà varie l'esecuzione del decreto non potè avere luogo. Dalla lettera comunque emerge che il Vescovo Lagumina era d'accordo sulla tra­slazione e ciò rappresenta un implicito giudi­zio di valore se non di santità su Padre Elia, ma ancor di più intriga il riferimento ai ma­noscritti inviatigli dal Cipolla. Erano una «memoria» su Padre Elia? A tutt'oggi quei manoscritti non sono stati ancora indivi­duati. Ci auguriamo possano ritrovarsi al più presto, assieme ad altri documenti, ora che di Padre Elia si ritorna a parlare in vista della causa di beatificazione.

    I racalmutesi ci sperano, il conte, che conte non era, Del Carretto un po' meno se non altro per il timore di venire spodestato dopo oltre quattro se­coli della «monumentale» tomba.

    Ma nell'immaginario dei ra­calmutesi la sostituzione è già avvenuta da tempo: all'uomo di potere, delle angherie e dei soprusi, delle vessatorie tasse del «terraggio» e del «terraggiolo» e di altro ancora è sottentrato l'uomo di Dio che all'alba predicava ai contadini, compiva mi­racoli moltiplicando fragranti pani, fondava collegi delle vergini in tanti paesi della Sicilia.


    Piero Carbone, Vecchie contese e nuovi documenti. Sulla traslazione delle spoglie del sacerdote racalmutese, in "L'Amico del Popolo", a.43 n.22 del 14 .6.1998












    sabato 29 dicembre 2012

    CORSI, RICORSI E MODI DI DIRE

    Sembrava che negli ultimi tempi fossero sparite le teste dure da Racalmuto perché era sparito il modo di dire che le designava: 


    Ha' la testa dura comu li basuli di 'n mièzzzu la Chiazza. 
    Hai la testa dura come le basole che ci sono in Piazza.

    Ed era sparito perché erano state eliminate le squadrate pietre laviche che si possono ammirare ancora oggi alla Vuccirìa di Palermo dove le basole hanno dato origine ad un altro modo di dire.


    La Piazza con le luminarie della Festa del Monte


    Ora quel vecchio modo di dire racalmutese ritornerà comprensibile e possibilmente in auge visto che le laviche basole verranno ripristinate nelle strade da dov'erano state divelte. Speriamo però che al vecchio modo di dire non ci sia bisogno di ricorrervi spesso. 


    Comunque sia non si può fermare il mondo e condannarlo all'immobilismo, e così lo si rivoluziona sempre con plausibili ragioni.
    Corsi e ricorsi della storia, anzi, della Piazza ovvero del corso principale del paese.
    Nell'Ottocento i Matrona lo hanno civilmente lastricato con le basole laviche di Catania, negli Anni Sessanta gli amministratori per essere moderni hanno smantellato per sostituirlo con l'asfalto nero, ora a quanto pare sarà ripristinata la pavimentazione ottocentesca per riqualificare il centro storico.


    I cittadini di volta in volta hanno mostrato apprezzamento o dissenso a modo loro, come testimonia il racconto pubblicato qualche post fa e a cui si rimanda con un link:   




    http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/11/i-cavoli-in-piazza.html

    giovedì 27 dicembre 2012

    AL "GIOVANE" DI MARCO



    Ha fatto impressione vedere tanti professori universitari schierati al tavolo dei relatori in occasione degli ottanta anni di Salvatore Di Marco. 


    L'accademia ha riconosciuto al non accademico, all'irregolare,  all'entusiasta e pervicace propugnatore della cultura siciliana, meriti da laurearlo honoris causa; solo virtualmente è stato fatto, visto che questo istituto non esiste più; materialmente invece è stato invitato a tenere all'università corsi specifici sulla letteratura dialettale.   


    Ma dietro l'ufficialità, da diversi decenni, Di Marco è con modestia e intelligenza, un dissodatore di cronache letterarie sicule, trascurate e neglette, un promotore della poesia dialettale in tutte le sue magne e minime manifestazioni: attraverso libri di proprie creazioni poetiche, saggi, riviste, articoli, prefazioni, premi letterari, convegni, incontri conviviali.
    Con un'immagine festosa, ad ogni candelina, un evento. 


    Evento nell'evento è stata la presentazione degli ultimi libri editi tra cui le sillogi poetiche 'nsicutivu,  Il canto della mia morte e i saggi su Alessio Di Giovani e Ignazio Buttitta, quest'ultimo pubblicato da Coppola editore*. 


    Altri eventi sono in cantiere. I suoi sono "anta" di progetti in itinere, di lavori in corso, di gioventù.



    A Salvatore Di Marco, destinatario di tre cittadinanze onorarie da parte di tre comuni siciliani, anche Racalmuto dev'essergli grato. 


    Quando la Pro Loco, sul finire degli Anni Ottanta, mi ha chiesto tramite un irremovibile presidente, di curare il Premio "Castelluccio" ridotto, dopo esordi brillanti, a poche decine di partecipanti e ad una giuria che manco si riuniva più, pensai di dare nuovo impulso affidando la presidenza al Di Marco e tramite lui coinvolgere in giuria poeti e studiosi delle varie aree linguistiche siciliane, compresa la gallo-italica; non si poté non includere in giuria un nominativo, a me ignoto, suggerito da un altro rappresentante della Pro Loco, sol perché "amico di Sciascia". Un titolo che purtroppo non è stato onorato visto che il giurato sciasciano non ha nemmeno letto le poesie inviategli per la lettura e la loro valutazione. 


    Tuttavia, la formula fu vincente, centinaia i poeti concorrenti da ogni dove. Nomi di sicuro valore, i vincitori. Il premio ascendeva a nuovi fasti e a nuova considerazione nel mondo degli addetti ai lavori. Grazie a Di Marco e a cotanta Giuria la scommessa era stata vinta. 


    Il gruppo di lavoro che anni addietro aveva ideato e messo su il Premio, in un primo momento prese le distanze e non ne voleva più sapere  di un Premio ormai ridotto al lumicino; una volta ritornato in auge e visti i risultati, ne ha rivendicato pubblicamente primogenitura e paternità, temendo di essere defraudato a posteriori, e senza riconoscere minimamente, per correttezza e onestà intellettuale,  il lavoro svolto, in supplenza, da altri, obtorto collo ma con passione. 


    Un motivo di gratitudine personale, infine, a Salvatore Di Marco, per le generose presentazioni di due mie sillogi poetiche, scandagliate "tra sicilinconie e modernità".






    SI CI LEVI LA SCORCIA**

    Si ci levi la scorcia
    ti restanu sulu li mani chini
    di lu ventu ca passa e si nni va,

    e li gammi chiantati fermi
    comu du' ràdichi d'alivu
    ni 'sta terra 'mpitrata
    e mutu lu pinzeri ni la testa:

    ora
    appinnicatu a la muntagna
    è lu suli ca pi 'sta jurnata
    mi spirisci davanti all'occhi.


    SE TOGLI LA SCORZA

    Se togli la scorza
    ti rimangono soltanto le mani colme
    del vento che passa e se ne va,

    e le gambe piantate fermamente
    come due radici d'olivo
    in questa terra impietrita
    e tacito il pensiero dentro la testa:

    adesso
    appisolato sulla montagna
    è il sole che per questo giorno
    mi scompare davanti agli occhi.




    ** Salvatore Di Marco, 'nsicutivu. 10 liriche siciliane tradotte in italiano dall'autore, Renzo e Rean Mazzone editori, Ilapalma Mazzone Produzioni Italo-Latino-Americana Palma Palermo (Italia), Sao Paulo (Brasil), 2012. 

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