martedì 19 giugno 2018

QUEL 24 LUGLIO 2012: QUANDO RACALMUTO VENNE SCIOLTO PER MAFIA. Un coevo commento, frammenti fotografici. E i "sospettosi" solfatari


Malgrado Sciascia?
di 
Piero Carbone



Ma cosa sta avvenendo a Racalmuto nell’era contigua allo scioglimento per mafia del consiglio comunale? Dopo lo schiaffo, la carezza del corposo finanziamento di 1.200.000 euro per riprendere un cammino di crescita civile e legalità. 


Tutto il paese nelle sue varie componenti sociali, culturali, economiche, lavorative, professionali, politiche, ecclesiastiche, dovrebbe all’unisono cooperare, collaborare, per costruire insieme e non per escludere, separare, creare figli e figliastri, cittadini puri, affidabili, e cittadini impuri, inaffidabili, insignificanti al punto da non potere dialogare con le istituzioni. Il nostro è un paese particolare.


Molteplici sono in Italia in questo periodo i comuni “sciolti” per mafia ma solo Racalmuto riceve l’attenzione di un giornale nazionale con un reportage di ben sei pagine sul suo settimanale. In tempi e condizioni di normalità ci sarebbe da essere orgogliosi. Invece…

Prima di vedere l’immagine che ne viene fuori è naturale chiedersi perché mai il Corriere abbia scelto proprio Racalmuto per dedicargli attenzione e spazio. 


Forse perché legato alle miniere di zolfo e sale, alla Festa del Monte, a Pietro d’Asaro, a Marc’Antonio Alaimo, al suo “papa nero”, alla “paparina” cosparsa sul pane, alla sua storica massoneria, alle decine e decine di migliaia di emigrati storici e moderni, alle chiese aperte e chiuse, agli ex mandorleti, agli ex vigneti, e a tante altre cose?
La risposta è univoca: perché è il paese di Leonardo Sciascia.

Eppertanto dove si svolge il 24 luglio un’importante cerimonia alla presenza di due ministri, un sottosegretario e altre e alte autorità civili ecclesiastiche militari? Alla Fondazione Sciascia, naturalmente. E chi ti dimenticano di coinvolgere? 



Innaturalmente, proprio il Direttore letterario voluto da Sciascia stesso. In quell’occasione, interpretando il proprio ruolo, il Direttore “non invitato” avrebbe fatto capire perché quella cerimonia squisitamente politica si stesse celebrando in un’istituzione culturale intestata ad uno scrittore e non al municipio, luogo deputato alla rappresentanza politica e all’amministrazione della città (nella precedente visita del Presidente Napolitano il Direttore letterario prese regolarmente la parola, come da protocollo. 

Si vede che con i ministri il protocollo cambia).

Nella duplice assenza del Direttore “non invitato” e della figura di un moderatore, viene arruolato lì per lì come improvvisato coordinatore un giornalista presente in sala, corrispondente del Corriere della Sera, sarà sfuggito che nella stessa sala c’era un presentatore televisivo già coinvolto in simili occasioni solenni, o forse non era disponibile sul momento perché impegnato a distribuire il giornale locale che personalmente dirige.

Il giornalista coordinatore, del Corriere della Sera, non si limita a moderare e coordinare ma davanti a cotante autorità e a tanto pubblico locale e forestiero prospetta alcuni aspetti positivi di Racalmuto, vengono fuori le simpatie delle sue frequentazioni racalmutesi (alcuni l’avrebbero voluto come sindaco), indica il ristretto gruppo redazionale del giornale distribuito in sala quale “spinta del nuovo”. 



Ma un atteggiamento esclusivo ed elitario non è certo il nuovo di cui si ha bisogno. Ciò nonostante, secondo la patente conferitagli, tutti gli altri rappresenterebbero il vecchio.


Un po’ superficiale, come sintesi di un paese da illustrare a ministri ed autorità , ma giustificabile per l’estemporaneità dell’intervento e per l’emotività.

(A scanso di equivoci, preciso che al “foglio cittadino” di cui sopra, “benedetto” da Sciascia, sono legato per avervi collaborato e per avere contribuito a mantenerlo in vita quando, nella diaspora palermitana di alcuni redattori aspiranti a più lusinghieri lidi, il professore Restivo mi chiese di dare “na mani d’aiutu a sti carusi”. 



Ma oggi il problema non è quel giornale salvato. Né storicamente si può invertire la causa con l’effetto quando Felice Cavallaro scrive che scrittori, registi, artisti e giornalisti di vaglia “sono spesso qui calamitati dai ragazzi, sempre meno ragazzi, di Malgrado tutto”. 

A calamitare è stato ed è Sciascia, i “ragazzi” hanno “tesaurizzato”, diciamo così, e continuano a tesaurizzare quelle presenze per potenziare il loro giornale e arricchire le loro conoscenze e attività).

Sempre seguendo lo stesso filo conduttore, nella stessa giornata del 24 luglio, l’importante consesso si sposta al Teatro Margherita che alcuni avrebbero voluto intestare a Sciascia, da Sciascia amato e frequentato. 
Quale opportunità migliore di rappresentare un brano dello scrittore e drammaturgo racalmutese impegnato a dibattere i temi sociali e in primis quelli legati alla piaga mafiosa? Macché! 



Si assiste, da parte degli invitati a numero chiuso, alla performance sul palco di due comici, in coincidenza di uno loro spettacolo alla Valle dei Templi, e alla rappresentazione della pièce “regalpetrese” di un altro giornalista scrittore, che sa trarre profittevolmente spunto dalle vicende mafiose e ama ricondursi all’autore de “I mafiosi” e de “L’Onorevole”.



Ma più opportuno e consono, financo più rispettoso, sarebbe stato rappresentare al teatro l’originale.


Dopo queste cerimonie, su “Sette” del 10 agosto il servizio di Felice Cavallaro, un reportage con l’indicazione a livello nazionale di un modello positivo: “Commisariato per mafia, il paese di Sciascia vuole diventare un modello per l’Italia”. 
Viene replicato sulla carta stampata lo stesso “quadro” del paese rappresentato alla Fondazione, ma chi ti vanno a dimenticare? Di nuovo il Direttore letterario della Fondazione Sciascia che su facebook gli viene da osservare: “Guarda un po’, si parla della Fondazione e di chi la dirige e l’unico che non si cita è il direttore. Camarille strapaesane.”

Ma camarilla di chi? Camarilla di che? Verrebbe la curiosità di saperlo. Ridotta a camarilla strapaesana sarebbe la Fondazione Sciascia su cui stuoli di politiciscrittorigiornalistiprofessori hanno speso fiumi di inchiostro retorico? Ma allora qualche solitario bastian contrario aveva ragione a temerlo in tempi non sospetti! Altro che essere tacciato di tramare contro la Fondazione!! 


Comunque, è da scongiurare per rispetto a tanti e a tante cose che queste siano le dinamiche che dovrebbero segnare il percorso di un nuovo cammino di crescita civile e culturale di una comunità. 

Oltreché un’occasione storica mancata, sarebbe una smentita delle intenzioni di chi, a livello redazionale o direttivo, nel nome di Sciascia, collegava e finalizzava il reportage a più nobili fini, come proclamato con tutta evidenza e senza equivoci sulla copertina del settimanale “Sette”, settimanale del “Corriere della Sera”: “Commissariato per mafia, il paese di Sciascia vuole diventare un modello per l’Italia”.

Dal conclamato “laboratorio” di Racalmuto-Regalpetra, da additare all’Italia intiera, alla percepita camarilla strapaesana ce ne corre: parola di sciasciani.

Ma Sciascia, e vale per sciasciani e non sciasciani, avrebbe voluto questo?

Non avrebbe voluto questo volare basso chi ha scritto in Nero su nero: “Quelli che appunto la pensano come me non la pensano come me”.

Certo, non è facile amministrare il patrimonio morale lasciatoci in eredità dal grande scrittore, per gli equivoci e gli abusi che potrebbe generare in chi ad esso si ispira.

Su una cosa almeno si dovrebbe convergere: come concittadini non vorremmo demeritare quella eredità al punto da dover dire, ignominiosamente, “malgrado Sciascia”.
Postato in16 agosto 2012. 
Testo e foto ©piero carbone














































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Servizio su
SETTE del Corriere della Sera

Corriere della Sera - Sette 10 agosto 2012 - numero 32
Reportage- Commissariato per mafia, il paese di Sciascia vuole diventare un modello per l'Italia.



L'anima di Sciascia si fa laboratorio di Felice Cavallaro.
Foto di Shobba 











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Testo e foto ©piero carbone

venerdì 15 giugno 2018

LA SICILIA (CON LE LUMINARIE) DI PELLEGRINO DALLE ACQUE DI LAMPEDUSA A PALAZZO DE SETA. La sua! La vostra! La nostra! La loro?

Nota e foto dell'Artista

ph ©Domenico Pellegrino



La "mia" Sicilia

di 
Domenico Pellegrino

La mia SICILIA sulla facciata di Palazzo de Seta, che è esso stesso confine.
Sulle mura della città il palazzo guarda il mare, guarda il Mediterraneo ed amplifica la simbologia dell’opera ed il messaggio ad essa collegato.



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Locandina esposta a Palazzo Riso. Ph ©archivioepensamenti

Precedentemente la "Sicilia" di Pellegrino era stata immersa nelle acque di Lampedusa, come sappiamo, terra d'approdo per tanti migranti che cercano lidi per una nuova vita, ma per quelli che non ce la fanno, sostiene Domenico,  resta la Sicilia con le luminarie che illumina gli abissi in fondo al mare come ultima visione "accogliente" che si frappone al loro sogno di felicità. P. C.



Link correlato:


E AD UN CERTO PUNTO, LA FATIDICA DOMANDA. Difficoltosa la domanda. Difficoltosa la risposta



E come risposta, 

un sì o un no 
per dare il vero senso a ciò che si pensa, a ciò che si sente, a ciò che si fa.

A ciò che si è.




15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». 
Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». 
Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 

16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». 
Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». 
Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 

17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?».
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». 
Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 


Vangelo di Giovanni, capitolo 21, versetti 15-17.
Bibbia di Gerusalemme C.E.I.






Non rimpiango le persone che ho perso col tempo, 
ma rimpiango il tempo che ho perso con certe persone, 
perché le persone non mi appartenevano, gli anni sì.

Carl Gustav JUNG


ph ©piero carbone (Sciacca, agosto 2017)

giovedì 14 giugno 2018

MUSICA E PITTURA TRA SALE E ZOLFO. Il quadro donato da Mariella Ramondo

ph ©archivioepensamenti

Quando Mariella Ramondo ha ascoltato Deci, cientu citaleni, un accorato canto ispirato al duro e rischioso lavoro nelle nostrane miniere di sale e zolfo,  ha subito pensato al suo quadro e maturato il proposito che non poteva trattenerlo ancora e solo per sé ma avrebbe voluto condividere la sua  rievocazione pittorica con altri.

In realtà, il quadro, dedicato anch'esso ai lavoratori delle miniere di una volta,  era stato esposto in diverse mostre, ma nel donarmelo ha voluto congiungere quasi fisicamente il quadro al canto per rafforzare, con diverso linguaggio,  le stesse emozioni, lo stesso messaggio. Destinatario ideale pertanto è anche il coautore per la parte musicale di Deci, cientu citaleni ovvero il maestro Domenico Mannella.

Ma questo dono ambisce ad una ulteriore meta dal momento che gli autori provengono da una realtà mineraria che dovrebbe coltivare ancora di più, e istituzionalmente, la memoria dei nostri padri che nel passato hanno lavorato nelle gallerie e nei cunicoli delle nostre miniere purgando sostentamento per sé, ricchezze per gli altri, a costo di sofferenze, malattie e morte.

Alcuni paesi (il mio, purtroppo,  manca in questo elenco virtuoso) hanno musei  e percorsi tematici, altri potrebbero apprestarsi a realizzarli ).

Magari in uno di questi il quadro di Mariella Ramondo potrebbe trovarvi collocazione ideale.


E intanto, grazie.



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In occasione di "Panormus - La scuola adotta la città", sabato 19 maggio 2018.
L'ex mulino del sale San Filippo,  dove ho ricevuto per felice casualità il quadro, si trova all'angolo tra  via San Ciro e via Re Federico a Palermo ed è stato da poco restaurato mantenendo l'identità di museo di se stesso, ha anche la valenza di contenitore culturale di cui usufruisce il quartiere Brancaccio. 



Il mulino del sale San Filippo prima del restauro
ph ©piero carbone

Il mulino del sale San Filippo prima del restauro, tra via San Ciro e via Re Federico;
davanti al mulino si trovano le statue dedicate a san Gaetano da Thiene e a Padre Pino Puglisi
ph ©piero carbone



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Mariella Ramondo, Fatica - Storie e Preghiere, Settembre 2007, Palermo.
Olio su tela 77x86 cm.


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Il canto "Deci, cientu citaleni". 
Alcune interpretazioni
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1
Coro Terzo Millennio
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2
Piera Lo Leggio

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3
Angelo Indaco










Foto di Mariella Ramondo e Domenico Ortolano, tranne quelle diversamente indicate.