Ai lettori del blog che si incuriosiscono dei propugnatori di cause ideali, suggerisco la lettura dell'intervista di Anna Maria Scicolone a un singolare "cavaliere" del dialetto siciliano e della cultura che esso veicola.
L'INTERVISTA AL PROF GAETANO CIPOLLA SULLA GRAMMATICA SICILIANA
Blog di Piero Carbone (da Racalmuto, vive a Palermo). Parole e immagini in "fricassea". Con qualche link. Sicilincónie. Sicilinconìe. Passeggiate tra le stelle. Letture tematiche, tramite i tags. Materiali propri, ©piero carbone, o di amici ospiti indicati di volta in volta. Non è una testata giornalistica. Regola: se si riportano materiali del blog, citare sempre la fonte con relativo link. Contatti: a.pensamenti@virgilio.it Commenti (non anonimi). Grazie
domenica 16 giugno 2013
venerdì 14 giugno 2013
IL VESCOVO E L'OMU-CANI. Una foto non è soltanto una foto
CAPIRE LA STORIA ATTRAVERSO LE FOTOGRAFIE
"Sono convinto che se si potessero recuperare tutte le foto dei laboratori e studi fotografici dei nostri paesi, la storia del 900 siciliano sarebbe davvero molto più comprensibile e più facilmente trasmissibile." Rosario Lentini
Dico solo questo: se essere professori universitari significa essere esperti e originali in una materia, in un mondo dove socialmente è riconosciuto il merito come un indiscutibile valore, Rosario Lentini, professore universitario avrebbe dovuto esserlo. Punto.
Invece ha fatto il bancario, per una vita. Mattina, pomeriggio, e pausa pranzo.
Epperò, dopo una breve esperienza come interno di storia all'università di Palermo, nonostante gli allotri impegni, ha continuato privatamente, sistematicamente, continuativamente, i suoi studi e le sue ricerche di prima mano negli archivi storici siciliani e non solo.
Possiamo immaginare lo stato d'animo uscendo di casa la mattina, diretto con la mente in qualche archivio, e invece, dribblando il traffico cittadino, la destinazione lo portava in banca.
Ma non si è arreso alla schizofrenia, sicuramente produttiva, alla fine forse felice appunto perché produttiva.
Esperto di storia dell'economia siciliana, possiamo dire che in questo campo è un'autorità. Studi, pubblicazioni, ricerche, conferenze, tavole rotonde in tutta Europa.
Non gli è mancato nulla, grazie al suo valore, alla sua volontà, a sue spese, ritagliandosi dagli impegni di lavoro e familiari quelle attività per cui i docenti universitari giustamente sono pagati per il servizio che rendono alla società.
A Rosario, l'università, la società, non soltanto quella degli studiosi, possono dire soltanto grazie.
Questo grato pensiero va esteso ai tanti Rosario Lentini che la società e l'università cinicamente producono.
Non sto qui ad elencare tutti i suoi libri e interventi pubblicati, ma non si possono sottacere gli autorevoli studi sui Withaker e sullo stabilimento Florio di Favignana; riporto integralmente invece un articolo che rivela un interesse laterale ma non distante dalle finalità dello storico perché ci dà illuminanti consigli su come "leggere" una fotografia quale fonte di conoscenza fisiognomica, sociologica, architettonica, urbanistica o semplicemente di costume.
Dopo una vita trascorsa a consultare atti bolle statuti e privilegi di polverosi "faldoni", negli archivi più negletti e nascosti, con grande apertura mentale e versatilità Rosario ci mostra come si possano attingere importanti informazioni "storiche" anche dalla "lettura" di semplici fotografie d'occasione o apparentemente neutre e casuali.
Piero Carbone
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UNA STORIA PER IMMAGINI
di Rosario Lentini
«… al di là di tutti i divieti o le prescrizioni, in fotografia le fotografie restano, e sono fotografie a tutti gli effetti, a prescindere da chi le ha fatte restare, perché le fotografie sono già il resto di ciò che resta, anche quando fotografie qualsiasi».(1)
Queste considerazioni di Silvio Governali, tratte da una sua breve e pregevole monografia sull’argomento, sono molto più “storicizzanti” di quanto sembri a prima lettura e, forse, per questa ragione hanno sollecitato il mio subconscio a selezionare e analizzare un’istantanea reperibile nel vasto repertorio che Pino Catalano arricchisce da anni inMazara forever, (edizione on-line del 3 maggio 2012), a beneficio della memoria collettiva della nostra città. Mi riferisco, in particolare, a una di esse, facente parte di un servizio realizzato nel 1960 da Francesco Boscarino, in occasione dell’insediamento del vescovo “ausiliare” Umberto Altomare, conseguente all’aggravarsi delle condizioni di salute del titolare della Diocesi, monsignor Gioacchino Di Leo.
I più giovani e giovanissimi mazaresi non possono ricordare e, probabilmente, neppure sapere chi e quanto bravo fosse Boscarino. Nel suo studio, al n. 32 di Corso Umberto I, sono passate centinaia di famiglie per le pose da tessera o per eventi da celebrare, dalle nascite ai matrimoni, e innumerevoli sono stati i servizi esterni da lui effettuati nel corso della sua pluridecennale attività novecentesca, passando dalla stagione dei lastrini su vetro a quella dei rullini e delle reflex.
Esamino ripetutamente l’immagine a pagina piena nel mio desktop; più ne osservo i dettagli e più mi convinco che potrebbe confondersi, per qualità, con gli esemplari dell’archivio Magnum Photos o di altre rinomate agenzie internazionali e, soprattutto, ne scopro la straordinaria efficacia nel rappresentare una fase – nella storia novecentesca della città – che si potrebbe definire di transito.
Gli anni difficili del dopoguerra erano ormai alle spalle e Mazara, con i suoi 36 mila abitanti, si avviava verso quella crescita tumultuosa che la ricchezza esponenziale prodotta dalla marineria da pesca stava consentendo.
Il palazzo del municipio era quello sobrio e dignitoso che si ritrova nelle cartoline d’epoca, demolito dopo il terremoto del 1968 e sostituito dall’edificio-mostro che oggi sovrasta nella piazza. L’autostrada non c’era ancora – sarebbe arrivata tra il 1971 e il 1972 – e solo nel 1976 la Commissione parlamentare antimafia, nella sua relazione, avrebbe evidenziato come gli interessi mafiosi si fossero ben strutturati nel territorio.
Gli anni difficili del dopoguerra erano ormai alle spalle e Mazara, con i suoi 36 mila abitanti, si avviava verso quella crescita tumultuosa che la ricchezza esponenziale prodotta dalla marineria da pesca stava consentendo.
In quel 1960, quindi, la città era ancora a un passo dal bivio: da una parte, una possibile evoluzione sociale ed economica in equilibrio tra marineria e agro-industria, come Mazara era riuscita a rimanere fino agli anni Cinquanta, con le sue mostre-mercato naif; una marineria affermata nel Mediterraneo e rinomata in campo nazionale, ma anche una campagna ubertosa, e un’agricoltura con un saldo attivo. E, intanto, il sindaco Francesco Safina, padre Gaspare Morello e lo storico Alberto Rizzo Marino, insieme al direttore della Biblioteca di Tunisi, Otman Kaak, costruivano ponti di cultura, di dialogo e di pace, dando vita al Centro Studi Siculo-Arabi: esperienza progettuale davvero originale e lungimirante nella politica culturale di quegli anni.
L’altro ramo del bivio, invece, prospettava una fase espansiva irrefrenabile, alimentata dalla grande liquidità finanziaria che i profitti del pescato avrebbero assicurato e che in larga parte sarebbero stati destinati alla costruzione di prime e seconde case e di centinaia di villini, prevalentemente contrassegnati da un’indicibile bruttezza, tipica del fai da te o del fai fare al capomastro o del fai fare al geometra che si sente architetto. Un altro rivolo di quei flussi finanziari avrebbe alimentato la proliferazione della rete di sportelli bancari e di finanziarie di grandi e piccoli istituti, non pochi dei quali avrebbero riciclato proventi di droga e di redditi in nero.
Torno al bivio e alla foto e osservo i particolari che sembrano proprio marcare la differenza tra il prima e il dopo del profondo cambiamento che stava maturando nella società e nell’economia mazarese: gli intonaci irregolari alle pareti del porticato del Seminario; le colonne sbrecciate e dal profilo imperfetto; la grande edicola votiva, nel fondo, sormontata da un vistoso fregio tardo-barocco, incrostato di polvere (ancora irrilevante l’inquinamento da carburanti); e, in primo piano, cinque figure in movimento che incedono a passo lesto, in direzione della Cattedrale: il notaio, il segretario del vescovo, il vescovo, il vice sindaco, il segretario comunale e, alle loro spalle, un piccolo corteo.
L’insieme potrebbe sembrare parodia clerical-borghese del celebre dipinto Il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo ma, ovviamente, l’accostamento è puro gioco e le due immagini – l’una pittorica di fine ‘800 e l’altra fotografica – non hanno nulla in comune se non il fatto che questa foto si avvicina molto di più a un dipinto, per leggerezza e trasfigurazione della realtà, nonostante in quel corridoio del portico, si addensi un folto gruppo di soggetti. Sembra quasi di vederlo, Francesco Boscarino, leggermente piegato sulle ginocchia mentre sceglie l’inquadratura, la luce e l’attimo ideali per la sua pennellata.
La sincronia di passo delle due autorità, religiosa e civile, è magnificamente fissata nelle suole delle calzature dei rispettivi piedi sinistri, a medesimo angolo acuto con la pavimentazione appena sfiorata. Ma a questo corpo centrale dell’immagine si affiancano altre due parti che si integrano armoniosamente nella scena. Sulla sinistra, un componente del ceto artigiano, all’ingresso del suo “Salone” di barbiere, affiancato da un ragazzo, aiutante o cliente.
Insieme guardano sfilare l’inatteso corteo che, tuttavia, suscita emozioni diverse: all’impassibilità-indifferenza del giovane si contrappone lo sguardo sorridente dell’esercente che sembra sconfinare nell’ironia; ostilità di classe? agnosticismo e miscredenza? sfiducia nelle gerarchie ecclesiastiche?
Non lo sapremo mai.
Di contro, si deduce con certezza che, qualche attimo prima del passaggio, sia stato svuotato un pentolino d’acqua con doppio movimento semicircolare del braccio, tale da conseguire l’effetto a quarto di luna visibile per terra; secondo le nostre “buone” usanze è ipotizzabile che l’artista involontario di questo disegno provenga dal Salone, proprio perché lo spazio prescelto per il getto non è direttamente antistante al locale.
Insieme guardano sfilare l’inatteso corteo che, tuttavia, suscita emozioni diverse: all’impassibilità-indifferenza del giovane si contrappone lo sguardo sorridente dell’esercente che sembra sconfinare nell’ironia; ostilità di classe? agnosticismo e miscredenza? sfiducia nelle gerarchie ecclesiastiche?
Non lo sapremo mai.
Di contro, si deduce con certezza che, qualche attimo prima del passaggio, sia stato svuotato un pentolino d’acqua con doppio movimento semicircolare del braccio, tale da conseguire l’effetto a quarto di luna visibile per terra; secondo le nostre “buone” usanze è ipotizzabile che l’artista involontario di questo disegno provenga dal Salone, proprio perché lo spazio prescelto per il getto non è direttamente antistante al locale.
Sul lato opposto, invece, sul margine destro dell’immagine, l’Omu-cani, colto in una postura caravaggesca; apparentemente un dannato della terra, in realtà, era lo scontroso, quanto mite, clochard Tommaso Lipari che, negli anni Quaranta, venne a condurre la sua esistenza da barbone a Mazara. Come molti ancora ricorderanno, non chiedeva elemosina e neppure da mangiare; fumava avidamente i mozziconi raccolti da terra e non c’è abitante che possa dichiarare di essere stato da lui importunato. Mangiava ciò che trovava nei rifiuti e il suo alloggio variava dai ruderi del Castello normanno al portico del Seminario, dalla villa alla statua di San Vito, ai cui gradini lo si trovava spesso disteso, assorto nei suoi pensieri.
Non so quanto sia fondata l’ipotesi del falso Lipari dietro cui si sarebbe nascosto il fisico Ettore Maiorana, misteriosamente scomparso nel 1938; sta di fatto che i tentativi letterari e giudiziari di disvelamento della presunta altra identità non hanno trovato alcun fondamento. Tommaso era e rimane l’Omu-cani, e anche se non fisico nucleare, onore alla sua mitezza e dignità.
Nessuno del corteo lo degna di attenzione, ma sarebbe errato pensare che si tratti di disprezzo perché, per i mazaresi, Lipari era parte integrante della comunità; così, a modo suo, con i suoi stracci e la sua scodella da svuotare. E, infatti, nella foto si coglie bene la sua imperturbabilità e la non ostile indifferenza nei confronti di uno dei tanti cortei che vide sfilare nei decenni.
Scomparsi quasi tutti i personaggi di quello scatto e sparita definitivamente la società della quale sono stati attori di primo piano o comprimari, questa fotografia, oggi, è il tutto di ciò che resta; una buona ragione, quindi, per continuare a ricercare altri scatti del bravissimo Boscarino e altre stampe di “fotografie qualsiasi”.
(1) Silvio GOVERNALI, La fotografia, L’Epos, Palermo, 2008, p. 60.Articolo pubblicato su "Dialoghi Mediterranei" aprile 2013
http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/?p=164
La foto originaria, da me ritagliata nei particolari, è di Francesco Boscarino.
giovedì 13 giugno 2013
COME SI DONDOLAVANO GLI ANTICHI
Una piacevole rievocazione di un antico costume, secondo Federico Messana di Montedoro: dalla sfumatura dialettale se ne sente la specificità linguistica, ma per il resto la nàca e l'annacàri erano pratiche comuni e diffuse nel mondo contadino.
Un poeta racalmutese, emigrato ai primi del Novecento a Milano, denuncia la propria nostalgia rimpiangendo la nàca, sinonimo anzi metonimia del paese e dell'infanzia, delle proprie radici, si rammarica di non trovare nelle nebbie padane lu chiovu di la nacalora ovvero il chiodo della nàca o dondolo, la nàca infatti veniva sospesa diagonalmente sopra il letto fissandone le corde alle pareti che facevano angolo.
Il rustico dondolo o culla sospesa, o culla "aerea", si può ammirare ormai nelle raccolte dei musei etnografici o nelle ricostruzioni dei presepi viventi mentre il termine annacàrsi o annacàrisi (dondolare, dondolarsi) ha continuato felicemente ad avere corso nella parlata odierna, assunto come metafora di apparente movimento improduttivo, del massimo del movimento col minimo di spostamento, come ebbe a dire una volta un sindaco per biasimare la colpevole immoblilità.
Persiste il verbo per evidenziare l'ancheggiare della donna che incede o del mafioso o del tracotante:
s'annàca la fimmina,
s'annaca lu mafiusu,
s'annacanu lu spertu e lu malandrinu.
In disuso, insieme all'antica naca, alcuni stuzzicanti modi di dire:
Buttàna cu t'annacà.
Buttàna cu' ti tirà la naca.
Per cogliere quest'ultimo senso bisogna precisare che si poteva fare osscillare la nàca o per spinta o tirando una corda ad essa legata. Quasi che uno dondolando il bambino si facesse artefice o complice del cattivo carattere del futuro uomo.
Attualissimo comunque resta l'annacàrsi, tanto che un sapido scrittore recentemente ha intitolato il suo libro L'arte di annacàrsi.
P.S.
Non voglio addentrarmi in disquisizioni filologiche ma "russa", ultima parola dell'ultimo verso della poesia, non deve far dimenticare il meno italianizzato e più pregnante runculiàri.
Piero Carbone
![]() |
| Foto dell'archivio storico Scafidi di Palermo pubblicata a corredo della sua poesia da Federico Messana su fb. Nella didascalia si legge: Foto della Bimba. Palma di Montechiaro 1960. |
LA NACA
(Il dondolo-L’amaca)
di Federico Messana
E sbatti di ccà, e sbatti di ddà,
sta naca ca vola 'mpazziri lu fa
ddu piccirìddu ca sùannu nun voli
ma la so' mamma cci teni di cori.
Tirannu la corda la naca camina
lassànnula iri ritorna nni prima,
tirannula ancora ti pari vulari
ormai è un piaciri vidìrla annacari.
La mamma canta la ninna e la nanna
pi dari sùannu a dda picciula arma,
ma ddu carusìaddu si senti annacatu
e ridi di cori, cuntentu e priatu.
Dda musca ca vola vicinu a la naca
'ncuièta e distrai l'armuzza biata,
lu tocca e tiddìca facìannu dispìatto
pùa vola e firrìa vicinu a lu lìattu.
Cuntinua a tirari la corda la mamma
e dici cuntenta cantannu la nanna:
“Addolalò, addolaledda,
lu lupu si mancià la picuredda!”.
Lu piccirìddu già dormi e riposa
chiuiùti l’ùacchi assumiglia a ‘na rosa.
La mamma allura rallenta la cursa:
ferma è la naca, ma chiddu già russa.
L’AMACA
(Il dondolo-L’amaca)
(Il dondolo-L’amaca)
E sbatte di qua, e sbatte di là,
questa naca che vola impazzire lo fa
quel piccolino che sonno non vuole
ma la sua mamma ci tiene di cuore.
Tirando la corda la naca cammina
lasciandola andare ritorna come prima,
tirandola ancora ti pare volare
ormai è un piacere vederla dondolare.
La mamma canta la ninna e la nanna
per dare sonno alla piccola anima
ma quel bambino si sente dondolato
e ride di cuore, contento e beato.
La mosca che vola vicino alla naca
disturba e distrae l’animella beata,
lo tocca e solletica facendo dispetto
poi vola e gira vicino a quel letto.
Continua a tirare la corda la mamma
e dice contenta cantando la nanna:
"Addollalò, addolaledda,
il lupo si mangiò la pecorella!".
Il piccolino già dorme e riposa
chiusi gli occhi assomiglia a una rosa.
La mamma allora rallenta la corsa:
ferma è la naca, ma quello già russa.
Su seguente sito si possono leggere inoltre ricordi e commenti:
mercoledì 12 giugno 2013
DOVE?
Al Castelluccio! Al Castelluccio!
Cosa?
Perché?
Etc...
La bellezza salverà Racalmuto!
Come ha scritto Angelo Cutaia:
"Per dare un contributo alla valorizzazione del nostro territorio
e delle sue professionalità".
"Non si possono costruire le nuvole.
Per questo il futuro sognato non diventa mai vero".
Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi.
Foto e progetto grafico della locandina di Nicolò Rizzo.
Un gruppo d'artisti un giorno...
Galeotto fu il Castelluccio!
martedì 11 giugno 2013
CRISTALLI DI MEMORIA FOTOGRAFICA. Per un archivio virtuale
L'idea di un virtuale archivio fotografico nasce percorrendo le ramificate strade del web: quante volte intravvediamo un'immagine che ci interessa, che ci colpisce e poi sparisce per sempre nell'inghiottitoio informatico rendendosi introvabile?
Da qui l'esigenza di adunare in un unico posto, in un unico post o in unici post tematici, immagini e foto sparse e baluginanti. Secondo un criterio soggettivo e personale, intanto... Poi si vedrà.
Dà un senso di vuoto e di frustrazione non potere accedere alle immagini viste e non viste quasi come in un treno in corsa. Con la raccolta virtuale si tenta almeno di identificare il vagone che le contiene.
Se si dovessero moltiplicare iniziative come questa, si potrebbero far confluire, se ne varrà la pena, le personali raccolte in un sito istituzionalizzato.
Sulla denominazione del post.
Dalle nostre parte i cristalli di sale e di zolfo sono detti anche "brillanti" e quindi le foto potrebbero intendersi come "brillanti di memoria", brillanti fotografici, brillanti di memoria fotografica ovvero il residuo visivo di un ricordo, di una saga, di una civiltà: così come i "brillanti" nelle loro splendenti sfaccettature e forme sono l'iridescente testimonianza di un mondo sepolto o scomparso, i cui riverberi non vogliamo obliare.
Le foto verranno inserite indicando, quando possibile, l'autore e/o il proprietario e la fonte.
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| Foto inseria da Carmelo Rizzo nel gruppo fb "I 100 dell'Azione Cattolica a Racalmuto". |
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![]() |
| Foto di Lillo Mendola su fb. Con la seguente didascalia: "Racalmuto: Festa Maria SS.del Monte anno 1966" |
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Molte foto che ormai posiamo considerare storiche, legate soprattutto agli ambienti e alle attività ecclesiali locali, si possono consultare su profilo fb:
"I 100 anni dell'Azione Cattolica di Racalmuto".
Link:
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