lunedì 25 febbraio 2013

POLEMISTI DI IERI, POLEMISTI DI OGGI. E LUIGI RUSSO DI DELIA


         
         

Così scrivevo nella mia tesi di laurea oltre venticinque anni fa, Luigi Russo e la poetica della "colta barbarie",  ma nel rileggere oggi taluni passaggi credo se ne possano  trarre attualizzanti applicazioni. 

E' pur vero che le categorie o caratterizzazioni russiane, cambiano, trasformandosi nel tempo in altre imprevedibili e insospettate, ma non manca nuova materia da ricadere  sotto la mannaia affilata dei Russo di turno, ammesso che i novelli censori posseggano, del critico deliano, le alte doti intellettuali, il buon senso e la possanza morale.




 Scorrendo gli indici dei quattro volumi di prose polemiche che il Russo compose raccogliendo gli articoli pubblicati su varie riviste, ma soprattutto sulla sua “Belfagor”, notiamo che i temi attorno ai quali si coagulano i suoi interessi sono il trinomio politica-moralità-religione e l’altro trinomio intellettuali-educazione-cultura, con l’appendice dei ricordi e delle commemorazioni di amici e affini.




         Il raggruppamento dei temi corrisponde alla intensità della loro frequenza ma ancor di più ad una facilitazione di ordine espositivo, di fatto, i due trinomi tematici formano per Russo l’unica realtà dell’uomo completo che è artista e che è religioso, morale e politico, educando ed educatore: per lui la vita dello spirito non si divide in compartimenti stagno, la sua stessa polemica vorrebbe essere esempio politico di democrazia e di moralità, promotrice di cultura, azione essa stessa.

         I contenuti della polemica sono offerti di volta in volta dalle occasioni, ma è vero anche che il Russo è particolarmente sensibile alla polemica quando questa gli offre il destro per ribadire i suoi convincimenti teorici, il suo moralismo, per battere gli interni (prima che esterni) bersagli della sua mente, per accarezzare i suoi miti, per confermarsi nella sua fede.


         Le nozioni di metodologia, il rigore dei giudizi e i temi o motivi critico-polemici, in sede strettamente di polemica (particolarmente quella su riviste e giornali a grande diffusione) vengono ripresi e adottati ancora una volta, anche se mutato è il tono, che si è fatto irridente, canzonatorio, qualche volta avvelenato e/o velenoso.

Il “muliebrismo”, la “religiosità”, l’ “autobiografismo”, i valori della cultura siciliana e tutte le altre nozioni metodologiche, fatte valere questa volta come formule di senso comune e non dimostrativamente, tutti questi elementi li ritroviamo nelle prose polemiche, che vengono caratterizzate in senso umanistico. 

Anche nella polemica più aspra e più tecnicamente politica o di costume o sulla riforma della scuola, vi è sempre il letterato che scioglie la sua polemica in una prosa di esperto, fine letterato.



Lo stile è la spia del complesso mondo morale del polemista, della sua formazione, della sua professione di studioso, del suo gusto per le belle lettere. 
Ma forse il maggior pregio delle prose polemiche è nella dissimulata dottrina che traspare dall’andamento apparentemente “estravagante” e senza regole del discorso.

Lo stile, infatti, se non è una questione di tropi, ma, come diceva il De Sanctis, di pensiero e di umanità, rivela un pensiero che si è fatto agile e appassionato.
Abbandonato il tono medio e serioso, discorsivamente ragionante, della prosa critica più accademica, lo stile delle prose polemiche diventa più scorrevole e frenetico, e dà la sensazione di essersi sbarazzato di un peso: le immagini vengono caricate di originali significati , le citazioni e i riferimenti  estrapolati dal loro contesto originario vengono ad assumere un valore emblematico che bene illustra i nuovi contenuti e le nuove situazioni, l’aggettivazione è “umorosa”, i periodi si assottigliano di proposizioni, queste divengono essenziali in una coordinazione che vuole martellare una stessa idea ripetendola cento volte.



Nei movimenti di stile e di pensiero la polemica assume il carattere di una “esegesi dei luoghi comuni” dell’ideologia dominante e delle moderne mode culturali, filosofiche, politiche, estetiche, critiche, etc., ma di segno opposto a quella del francese Léon Bloy che ha scritto una tale esegesi agli inizi del nostro secolo. 

Se il Bloy, cattolicissmo, faceva convergere tutte le armi della logica e della caricatura contro lo stereotipo del “Borghese” laicista e ateo, lo storicista Russo (l’accostamento, per contrasto vale però per capire meglio lo stile del francese e del siciliano) rifrange il suo bersaglio polemico in una serie di figure-tipo:

 il “venticinquenne” o dell’incompiutezza; 
il “mistico-alfonso o del bigottismo”; 
il “poeta-puro” o dell’astrattezza; il “terzaforzista o terzaforzato” o dell’indecisione; 
il “cattolico-ateo” o dell’ipocrisia; 
gli “uomini d’ingegno” o del velleitarismo; 
le “anime belle” o dell’inconcludenza.





Foto proprie: busto di Luigi Russo, monumenti di Delia, targa commemorativa.

Sempre su Luigi Russo e la polemica:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/09/elogio-della-polemica_13.html

sabato 23 febbraio 2013

EBREE SICILIANE E SHOAH. Alla presentazione del libro di Lucia Vincenti





Non è una recensione, sono appunti presi in piedi alla presentazione del libro di Lucia Vincenti che ho conosciuto in rete tramite Anna Giulia Enrile. Si comunica, si condivide, si linka. Nella profluvie a scrollo dei messaggi degli amici e degli amici degli amici non mi faccio sfuggire l’invito alla presentazione del libro Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoa. Dalle leggi razziali alla liberazione (1938-1943), Marlin editore, Cava de’ Tirreni 2013. All’evento, che si sarebbe svolto presso la libreria “Modusvivendi”, già di per sé una garanzia per le intelligenti proposte promozionali che vien facendo,  clicco “Partecipa”. E vado. 




In simili circostanze, uno cerca di associare nella realtà il nome incontrato sulla rete alla persona fisica rassomigliante, si avvicina, si assicura dell’identità dell’interlocutore e si presenta con prudenza. 
Se seguono attimi di incertezza, per farsi riconoscere, si nominano subito gli amici comuni sempre facenti parte della rete. E con il libro in mano, come in questo caso, la conoscenza virtuale si materializza in una dedica che associa l’autore e il lettore, magari con la parola “simpatia”.

Dopodiché, in mancanza di bloc notes e di fogli vari, schizzo alcuni  appunti sulla busta, per fortuna di carta, della libreria mentre parlano il presentatore ufficiale e l’autrice del libro: Pasquale Hamel e  Lucia Vincenti.




< La mediocre cultura ha eclissato questo aspetto della nostra storia ma è consistente la presenza ebraica in Sicilia.
*
< Anni fa, in seguito ad una mostra,  si doveva fare a Palermo un museo ebraico, sono intervenuti pure ministri dello Stato d’Israele,  ma un personaggio politico lo ha bloccato; l’assessore del tempo lo ha bloccato perché “poteva indispettire gli arabi”. E’ stata una mostra senza seguito e senza museo.
*
< Le scritte in ebraico di alcune vie cittadine sono errate ma persistente è stata la presenza ebraica in Sicilia: Flavio Mitridate, maestro di Pico della Mirandola, era di Castellammare. La scrittrice Natalia Ginzburg nacque in Sicilia dove il padre aveva avuto una cattedra universitaria.  
*
< Si dice della presenza araba, furono pochi gli arabi, in realtà si ebbero siciliani che praticarono la cultura araba: memorie ebraiche rivestite di arabismo.
< Anche questo libro è stato boicottato perché “libro diverso”, esso testimonia la visione di una realtà particolare, in esso si riportano frammenti di una storia più generale.
*
< Si sono avuti molti deportati siciliani, più di duemila, tra ebrei e partigiani, anche il papà di Pasquale Hamel è stato un partigiano e in quanto tale deportato nei campi di concentramento con gli ebrei, per fortuna ne uscì vivo e poté testimoniare la sua esperienza. Inoltre, Enrico Castelli, un agitatore di idee e quindi pericoloso sovversivo.

 

< Troviamo siciliani o di origini siciliane legati al fascismo o all’antisemitismo: Yulius Evola, filosofo; Telesio Interlandi, direttore della rivista “La difesa della razza”; Giovanni Gentile, teorico del fascismo.
*
< Nel 1943 la Sicilia venne liberata ma i siciliani ebrei seguirono la sorte di tutti gli altri ebrei che vennero deportati.

*
< Il silenzio degli italiani ha condannato gli ebrei. Ma non tutti tacquero e tra questi sicuramente Giulia Florio. I Florio a Roma salvarono quattro famiglie. Calogero Marrone, originario di Favara,  capo dell'ufficio anagrafe di Varese, falsificò centinaia di documenti salvando molti ebrei e partigiani. Venne infine scoperto per una delazione. Lo stesso Gentile fece valere tutta la sua  influenza per salvare Mario Fubini e fargli assegnare una cattedra universitaria.
*
< Tra quelli che ritornarono dai campi di concentramento ci fu Vincenzo Lastrina ma morì subito dopo la liberazione perché ancora non si sapeva che bisognava calibrare con molta attenzione l’alimentazione di chi era denutrito e debilitato.
*
< Il libro presenta la realtà di donne siciliane ebree o coniugate con ebrei, ve ne sono borghesi, imprenditrici, pittrici o che si dedicano alla gestione della vita familiare.  Donne come le altre, come tante altre, che la propaganda e i pregiudizi facevano immaginare diversamente, come quando un funzionario nell’apprendere che la madre di Enzo Sellerio era ebrea non si capacitava che un’ebrea potessere essere tanto bella!
*
< Narrare il proprio dolore è lo stato più doloroso di narrare l’esperienza dei campi di concentramento, diventa ancora più doloroso perché la testimonianza di chi ce l’ha fatta viene vissuta quasi come una colpa da espiare, espiare la propria sopravvivenza.
*
< E’ stato importante narrare, testimoniare, disegnare, documentare l’esperienza dei campi di concentramento: scrivevano ovunque, con qualsiasi mezzo anche col sangue. Esistono migliaia di testimonianze ma molte sono state distrutte.
*

< Come le donne ebree convivevano con la loro femminilità svanita nei campi di concentramento. A questo punto l’autrice ha letto un brano  molto crudo.


Le parole del presentatore,  dell’autrice e delle testimonianze lette hanno suscitato sentimenti di sdegno, di compassione, di pietà.


Sentimenti accentuati e quasi ricomposti in un piano diverso, un piano a cui l’uomo, dall’umanità irriducibile come ha sostenuto Moravia ne L’uomo come fine,  nonostante tutto aspira: la pacificazione, la bellezza. La bellezza additata dalla musica sefardita di Maurizio Maiorana, dalla voce "angelica" di Federica Maggi.


Sembrava di stare a teatro. O altrove, a sognare. Nonostante tutto.





















venerdì 22 febbraio 2013

CUMPARI BEDDU. Ignazio Buttitta scrive a Giusepppe Pedalino





Giornale di poesia siciliana a. II n. 1-2 gennaio 2008



            Nella vicenda umana e nella carriera letteraria di Ignazio Buttitta si inseriscono, agli antipodi, due racalmutesi che apprezzano e sostengono  il poeta di Bagheria ai suoi esordi e nel bel mezzo del conclamato successo, uno noto, l’altro molto meno, sono: Leonardo Sciascia che nel 1972 scrisse la prefazione a Io faccio il poeta,  e Giuseppe Pedalino Di Rosa che lo sostenne agli esordi.


Quest’ultimo, compare del Buttitta per averne battezzato il figlio Pietro, fu poeta e notaio, fondatore e direttore della rivista “Aretusa” (ottobre 1931), nonché rappresentante di primo piano dell’Associazione Nazionale Amici della Poesia Dialettale, che aveva sede a Milano nel Corso Monforte al numero civico 14 e adunava fraternamente, o meglio sarebbe dire programmaticamente, i poeti siciliani della diaspora.



            Il gruppo lombardo, che aveva in Pedalino, Alfio Fichera e Vincenzo de Simone i rappresentanti più autorevoli, fu molto attivo negli anni Trenta del secolo scorso: corrispondeva non solo con i poeti dialettali  siciliani ma anche con quelli delle altre regioni d’Italia e stranieri. 

E’ stato un intreccio umano e letterario su cui la critica solo da poco ha incominciato ad indagare: non saranno poche e di poco rilievo le esperienze e le “sorprese” in cui si imbatterà, come ad esempio la corrispondenza  intercorsa tra Giuseppe Pedalino Di Rosa  (Racalmuto1879 - Merate 1957) e, per limitarci all’ambito letterario, Armand Godoy, Pierre Vermeylen, Luigi Natoli, Vanni Pucci, Turi Ingrasia, Giuseppe Nicolosi Scandurra, Mario Grasso, Salvatore Di Pietro, Salvatore Camilleri, Ugo Ammannato, Giuseppe Denaro, Pietro Tamburello e…  Ignazio Buttitta (Bagheria1899 - 1997).



            La corrispondenza è ricca di notizie e indizi: il trentaduenne Buttitta discorre di poeti e di poesia con disinvolta autorevolezza adottando quell’impasto linguistico inconfondibilmente “buttittiano” che riscontreremo nella poesia della maturità: è da notare come dal confidenziale e idiomatico dialetto trapassi di colpo ad un asciutto ed esatto italiano quando discorre di vicende editoriali, accademiche o di altre strategie organizzative e promozionali.


Il maturo Pedalino, con registro linguistico più uniforme, cerca di indirizzare poeticamente il giovane compare ma poi sancisce rassegnato l’avvenuta divaricazione poetica (Non discuto. E’ questione di gusti etc. etc.), nonostante le affermazioni contrarie (E da rosignolo (Voi) e da merlo… (io) cantiamo all’Infinito della bellezza, della giustizia, della fraternità e della verità.)
            Racalmuto, 30 ottobre 2007
                                                                                                 P. C.


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1.




3.8.31
            Cumpari beddu

            Vui putiti,  pinsari; ma pirchì nun m’ha scrittu ddu malacunnutta di me cumpari. La curpa nun è tutta mia; ora vi dicu: Vui sapiti ca c’è un cuncursu di puisia a Catania, un cuncursu mpurtanti fattu di lu giurnali lu  “Populu di Sicilia”.
Iu pi l’amuri d’accumpariri, trattannusi ca c’è mpegnu forti di tutti li pueti, mi misi d’intenzioni e pi na dicina di jorna nun haiu manciatu. Lu me travagghiu nun fu pirdutu, scrissi ‘na cosa di granni valuri e nun haiu dubbiu di la vincita. Scrissi la - Cavalleria Rusticana – in versi libiri, ma nni lu me lavuru, di la “Cavalleria” di Verga, c’è sulu lu mutivu, lu restu è una creazioni diversa e tutta mia.
            Pi lu primu nummaru di – Aritusa – ti la fazzu pubblicari.
E’ ‘na cosa assai bella; si voi ti la mannu macari ora; ma sinu a quannu nun si sapi lu risurtatu, tu nun l’hai a pubblicari.
Pi cuntu di chiddu chi ti raccumannu assai, assai è lu materiali, la rivista àvi significatu nnuminali, e nun avi a mancari a la so mpurtanza. Per il materiale, rivolgiti a persone di competenza.

            Nella cesta della frutta ti misi un volumetto del prof. Santangelo, al quale potrai indirizzare la corrispondenza all’Università di Palermo. Il Santangelo è uno studioso di valore, leggi quanta competenza in quella bellissima prolusione.

            Per il dialetto provenzale, rivolgiti a Mario Grasso – presso Banco di Sicilia – Acireale: un giovane valoroso e buon traduttore di poesia provenzale – è un mio vecchio amico. Se vuoi pubblicare poesia dialettale di altre regioni italiane, io potrò fornirti di tutti gli indirizzi. Per conto alla nostra poesia: Attenzione! Lu curuzzu miu è ‘mpintu ddocu – ma chiddi nun li capiscinu ssi cosi. Io desidererei avere (per il primo numero) tutto il materiale (poetico e non), tengo che “Aretusa” sia veramente limpida e pura.

            Tardai a mandarti la frutta -  ma ora sarò più attivo e non ti farò mancare niente. Tuttu chiddu chi voi tu dimmillu ed iu ti lu mannu cu tuttu lu cori! – Vituzza chi scrivi puisia, ma chiddi mi parinu ‘mmraculi, o megghiu miraculi di lu Signuri. To figliocciu, quantu è fattu beddu e grasso, nun ti lu pozzu diri.
Ora comincia a ridirmi e a mittirimi l’occhi di supra, ca sunnu comu du occhi d’ancilu.
            Basta – ossequi da parte di mia moglie e nna vasata mia e di to figghiozzu – lu stessu a tò mugghieri.
                                                                                                      Tuo Ignazio Buttitta.

Lu sunettu chi tu mi mannasti, io lu passavu a lu Po’ tu cuntu,; nun sacciu pirchì nun l’ànnu pubblicatu.   
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10.9.1931
            Cumpari beddu,

            Vui pinsati: nca me cumpari nun mi voli beni, pirchì si mi vulissi beni m’avirria a scriviri spissu e dirimi tanti cosi e cuntarimi tanti fatti. Vostru cumpari pensa: Veru c’haiu tanti cosi di fari, ma cchiù tardu haiu a scriviri a me cumparuzzu Peppi, ca criaturi stannu luntanu avi tantu disideriu di sapiri e sentiri cosi nostri. Arriva lu tardu, comu haiu a fari! duvia scriviri a me cumpari e mi mancò lu tempu, ma nenti, dumani ci scrivu. Lu nnumani la solita, ed accussì passanu li jòrna e simani.
            Vui cumpari aviti ragiuni. Nta sti jòrna, haiu pinsatu: a me cumpari ci haiu a scriviri quannu arriva la notizia di lu risurtatu di lu cuncursu. Ora ca lu risurtatu si sapi Vi lu scrivu.
            Fra i 304 concorrenti scelsero una rosa di 30 poeti. Tutti saremo premiati, ma la graduatoria si assegnerà dopo la recita all’arengo. Io andrò a Catania con tutti. Per me questo è il secondo premio dopo quello del circolo della stampa.
            Turi Ingrassia è fra i premiati. Vincenzu De Simone, non fu ammesso (dice il Popolo di Sicilia) perché mandò poesie edite.
            La rivista a che punto è, ti torno a raccomandare il materiale. O pubblicare una cosa bella o non pubblicarla affatto. All’ultimo momento, avvisami, ti manderò o la poesia premiata o un’altra.
            Scusami se non ti ho mandato frutta; l’avrai presto. Nella cesta della frutta, ti mandai un volumetto di una prolusione sulla lingua siciliana, fattu all’Università di Palermo dal Professore Santangelo, iniziando una serie di conferenze sulle lingue neolatine. Dimmi se l’hai ricevuto.
            Io sono sempre qui ad attendere tuoi ordini – e cumpari pri cumpari li fazzu cu tuttu lu cori. Mia moglie e comare Vostra oggi è partita per Nizza di Sicilia – suo paese – dopo riprenderà le scuole non si sa dove – io spero a Bagheria. Come vanno tutte le tue cose? La cchiù nica di tutti li ncantatrici di Sicilia: Vituzza Pedalino – comu sta? e la cummari è sempri arrabbiata pri li pazzi pueti? Ah, cummari, chi cosa spittaculusa (dirria Scandurra) è la puisia!! Salutu tutte – Puru a to matruzza chi nun canusciu –
            E ti vasu cu tuttu lu cori –
                                                                                                                                Gnaziu Buttitta   









Giornale di poesia siciliana, a. II n. 6 giugno 1989

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30.8.1951

            Caro Compare Ignazio,
           
            Accludo la prima stampa del zincotipo che sarà riprodotto nel prossimo numero di Convivio, come ho dato istruzioni a Filippo Fichera.
            Dunque, ho letto la poesia vincitrice di Cattolica (Premio presieduto dal deliano Luigi Russo, edizione del 1953. ndr).
            Non discuto. E’ questione di gusti etc. etc.
            In ordine a Voi, Compare, se mi sentite (si mi sapiti sentiri) c’è altra via.
            E tutto così riassumo: Per un vero Poeta, quale Voi siete, c’è l’universale, l’Infinito, c’è il punto di partenza: “il cuore” c’è il punto che sembra di arrivo: “l’Umanità”. Ma anch’essa, l’Umanità, è punto di partenza, perché il tutto è Infinito.
            E quindi noi rifacciamo noi a noi stessi.
            E da rosignolo (Voi) e da merlo… (io) cantiamo all’Infinito della bellezza, della giustizia, della fraternità e della verità.
            Conseguenza: senza odio.
            Io rimango tolstoiano.
            Sono fiero di non avere fatto mai male a nessuno e bene, sì, a chiunque (a lu qualunqui),
            Nel prossimo numero di Convivio si accenna che io, salvo che Pietro non accetti, desidero mio figlioccio Segretario pel centro Italiano di Dialettologia.
            Ma su questo punto egli non mi ha risposto.
            Vorrei che quando saranno costì – in un disco le care Flora e Aurora incidessero il dialogo furbesco in “lu Nguaggiu” “la spiega a nnimma”.
            E quando ci sarà Pietro il primo dei miei “Idilli Sicani” e cioè Pietro ed una delle sorelle.
            Salutatemi la Comare.
            Salutatemi tutti i Vostri.
            Io con Te divento calabrese; ora il Tu, ora il Voi.
            Ma è lo stesso e con lo stesso affetto.
            Baci e abbracci
                                                                                                                aff.mo
                                                                                                         Peppi Pedalino



L'articolo integrale, qui  riprodotto solo parzialmente e in forma pressoché identica, è stato pubblicato  nel 2008 sul primo numero del  rinato "Giornale di poesia siciliana" diretto da  Salvatore Di Marco e patrocinato dalla Fondazione Buttitta di Palermo.

Foto1. propria


http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/08/il-poeta-notaio-di-racalmuto_26.html


mercoledì 20 febbraio 2013

IL PARTITO DELLE PELLICCE ovvero Socialisti di destra e socialisti di sinistra

Una volta le idee, che rimanevano fedeli a se stesse per lungo tempo, avevano la pretesa di cambiare il mondo, e non solo in politica, financo un papa era per sempre; ma recentemente, forse per effetto della modernità, il mondo s'è presa una bella rivincita: rimescola, ritocca e costringe le idee a trasformarsi, ad adeguarsi, a cambiare.
Se ne porta un esempio nel...


racconto pubblicato in rete qualche anno fa


http://www.socialisti.net/archivio23/00000d6a.htm




Il Partito delle Pellicce
 ovvero
 Socialisti di destra e socialisti di sinistra

Racconto
di
Piero Carbone


“S’ode a destra uno squillo di tromba; 
a sinistra risponde uno squillo: 
d’ambo i lati calpesto rimbomba
 da cavalli e da fanti il terren”. 
Alessandro MANZONI, Il Conte di Carmagnola, Atto Terzo.

“Non muto sententiam”. 
Lucio Anneo SENECA, Ad Lucilium Epistulae morales

- Ma non erano morti? 
- Ma che morti!
 - Allora vuol dire… 
- Sì. 
- No. 
- Forse. 
Erano semplicemente congelati! Come nei dormiveglia può apparir vero ciò che non lo è, e viceversa, si sentì dire in Piazza – voce di popolo - che forse la facevano, l’assemblea, i socialisti; non tanto i vecchi ma i nuovi o seminuovi. Si tassarono, affittarono una grande sala e la fecero, di domenica, poiché loro a messa non ci andavano, da veri laici. 
- Non ci posso credere! – si stupiva qualcuno. 
– Sembravano morti. E i processi? 
- Non dire minchiàte! Ti dico ch’è vero. Tornati, e più arraggiati di prima. 

In Piazza si commentava. Chi ci credeva, chi non ci credeva. Qualcuno incominciava a dubitare. Piuttosto era disposto a “farseli tagliare” qualcun altro e negava, rischiando grosso perché quelli ritornarono veramente e, con tanto di annunci sui giornali, fecero in rumorosa pompa magna l’assemblea, che vollero qualificare “cittadina”. Ci fu la falce, ci fu anche il martello, sul tavolo degli oratori, ma subissati da fasci di fiori. Così, al consesso del ricostituendo Partito Socialista fu invitato tra gli altri un veterano, Zazà Terranova, tanto per non rinunciare alle origini, sempre suggestive: il popolo, i lavoratori, l’occupazione delle terre, l’anticlericalismo. 
Chi meglio di lui, vecchio minatore, sindacalista, avrebbe potuto ricoprire la carica di Presidente onorario? Gliel’avrebbero comunicato, con bella sorpresa, alla fine dei lavori assembleari.

Quando però, salito sul podio, subito dopo i saluti, gli fu fatto cenno, da un incauto delle prime file che nulla sapeva della sorpresa finale, di tagliare il discorso, di accorciare, di andare via insomma, e immaginate con quale mimo eloquente delle mani: la destra a taglio colpiva ripetutamente il palmo obliquo della ricettiva sinistra in direzione della porta!, il veterano Zazà non ci vide più dagli occhi, si fermò, tossì torcendosi da un lato, fece roteare il microfono con ampio gesto della mano, e ricominciò: 
- Sapete, – disse, stringendo gli occhi, - sapete che significa il socialismo, voi giovani leoni che mi fate cenno d'andare via? Lo disse con tono calmo, tutto pieno di pause, amaramente sorridendo.

Continuò: - Subito dopo la guerra, abbiamo affittato un casottino, era affumicato, c'era ancora il focolare, il soppalco di legno, la mangiatoia. L’abbiamo ripulito, vi abbiamo portato un tavolo, quattro sedie, il quadro di Pietro Nenni, e quella era la Sezione. Qualcuno, ignorante, voleva appendere accanto allo stemma del Partito il quadro del santo Patrono, ma l’avvocato Pagliardente ci ha spiegato che il libro disegnato sullo stemma non era la Bibbia, che il sole nascente non significava lo Spirito Santo e il rosso della bandiera stava per il sangue dei lavoratori. Certe cose, anche se uno è ignorante, non ci vuole molto cervello a capirle, se le capivo io!, ma come dice il proverbio ogni inizio è duro. I primi ad aprire la Sezione siamo stati io, Ciambella che faceva il bracciante e Pagliardente, avvocato di Grotte. Venivano alla sezione contadini, minatori, disoccupati, povera gente; abbiamo organizzato lì i primi scioperi, abbiamo lottato. Questo, signori, era il Partito Socialista. All’inizio ci hanno preso per illusi, ma i galantuomini hanno smesso di spegnere con arroganza i sigari nelle pipe dei poveri braccianti, di rimproverarli davanti a tutti, di schiaffeggiarli, non hanno più affittato i ragazzi per mandarli all’acqua d’estate, hanno incominciato a sfruttare meno le donne.

Il tempo di schioccare la lingua e cambiò tono al discorso: - E oggi che vedo? Tacque sugli ex portaborse, sui superstiti, sui vecchi e recenti “giovani” che fortunosamente non erano incappati nelle furibonde campagne giudiziarie e denigratorie, ma puntò gli occhi sulle sussiegose consorti, sedute in prima fila, che le cosce annoiate accavallavano vertiginosamente una sull’altra. Vedo - proseguì, - tante signore in pelliccia, le mogli di tanti compagni, compli- menti!, in pelliccia e ingioiellate. 

Una pausa ancora più lunga, e, ampliando lo sguardo, riprese: - Mi compiaccio per voi, compagni vecchi e nuovi, che state bene, vi siete fatta una posizione, avete case, macchine, pellicce, conti in banca. Mi pare giusto. Molti siete figli di quei contadini e minatori sfruttati che venivano alla Sezione, ma ora, guardandovi dico: è questo il Partito Socialista? a questo s'è ridotto il partito dei lavoratori, dei minatori, di quelli che hanno occupato le terre? dei morti di fame? Un partito che ha tanta dignità alle spalle? un secolo di vita? Assemblea socialista è questa? Questo è il partito delle pellicce, no del socialismo. E chi ci pensa ai lavoratori? Unni sièmmu iùnti! Sembriamo all'Opera... 

Qualche malizioso pensò all’Opra dei pupi; Terranova, nella foga del discorso, non precisò. Il coordinatore dell’assemblea si strappava i peli ramati in cui le dita sterpose si imbattevano dal mento in su; gli occhi strabuzzati gli uscivano dalle orbite come ad un grillo papanzico; era pentito, pentitissimo d’averlo invitato, a Zazà Terranova. A pensarci bene, neanche si sapeva da quale benedetto nome venisse fuori il vezzeggiativo Zazà. Altro che Presidente onorario! “Presidente dei miei stivali”, piuttosto. 
Dal pubblico si levò un intervento risentito. 
- Ma noi – diceva la voce, - siamo i figli dei nostri padri che erano socialisti di sinistra, ora i tempi sono cambiati e siamo socialisti di destra. 
Altri interventi non fu possibile raccogliere. La sala rumoreggiò. Fu una selva di mani alzate.

Gli organizzatori cercarono di coprire quella gran confusione – che vergona se trapelava fuori! “Siamo alle solite”, avrebbero pensato i soliti nemici – rovesciando nella sala a tutto volume le corpose note dell’Internazionale, ma tale era la gazzarra che non funzionò il musicale richiamo all’ordine. Successe un fatto incredibile, nel tramestio sembrava di udire Giovinezza Giovinezza, la canzone dei fascisti. Che avessero sbagliato disco? O di scherzo “di cattivo gusto” si trattava? 

Rimasero tutti immobilizzati, come nel gioco dei ragazzi quando uno più veloce degli altri recita: Sutta u lettu da zzà Cicca c’è na gatta sicca sicca, iu sugnu figliu du spiziali, pozzu arridiri e pozzu cantari. L’antifascista Terranova, rimasto stranamente imperturbabile, si accinse a concludere, mentre l’uditorio si ricomponeva.
 La musica venne fatta sfumare. 
Quello del casotto - disse con voce appassionata, - quello del casotto e dei contadini era il Partito Socialista, non quello di oggi, delle pellicce!, che voi dite di destra. E per giunta venite a dire a me, a me!, di tagliare, di andare via. Qualcuno battè ironicamente le mani, ma nessuno lo seguì. C’era tensione in sala. 
- No, cari compagni di una volta, - concluse il nostro oratore, - non ci sto, sono io ad andarmene, perché non è questo il Partito Socialista. Anzi, sapete che vi dico? Sento dire socialisti di destra, socialisti di sinistra e mi girano i coglioni come le firriòle per la festa di santu Rocco che alla fine fischiano, fischiano e fanno il botto. 

Non disse altro, Zazà Terranova. 
Scese dal podio seguito da occhi che sprizzavano cento espressioni diverse. 
Non ci furono fischi, non ci furono applausi, questa volta. Solo il rumore di qualche sedia.