domenica 20 gennaio 2013

EVENTO SOPRA EVENTO. CHE DIO CE LA MANDI BUONA!



L'attesa del Ministro


A giorni, il ministro degli Interni  Anna Maria Cancellieri farà visita a Racalmuto per la terza volta in meno di un anno da quando il comune è stato sciolto per mafia. Evento sopra evento.

Se non è, come non è, di passaggio, a che si deve tanta attenzione?

Sarà un ritorno come l'altra volta solenne? 

Con quale "ritorno" per Racalmuto?


Ministri, commissari, autorità, alla Fondazione Sciascia 

Con le elezioni politiche imminenti e gli equivoci che esse possono comportare, con tanti problemi che ci sono in giro (un giro a cerchi concentrici che dal nostro paese si allarga al Paese con la p maiuscola)  risulta improbabile e riduttivo  che cotanta visita sia organizzata soltanto per assistere alla rappresentazione del Giorno della civetta, con regia di Fabrizio dal doppio cognome alla spagnola Catalano Sciascia,  seppur con registrazione da parte della Rai! Anche se la Rai è sempre la Rai, Racalmuto langue e ha bisogno di un colpo d'ala per risollevarsi. 

Comunque, speriamo non sia un "infelice" ritorno nel senso che il Ministro possa constatare i frutti annunciati e maturati in questi mesi: ve ne siano e  siano copiosi! Racalmuto ne ha bisogno, alle prese com'è con tanti problemi: dalla legalità alla disoccupazione, dalle tasse alla preservazione e valorizzazione del patrimonio storico e culturale.

Intervento di Ficarra e Picone alla Fondazione Sciascia

Intanto, in prossimità della visita del 24 gennaio 2013, potrebbe tornare utile riflettere sulla precedente visita del 24 luglio 2012:  su ciò che un importante evento suscita, a  Racalmuto e fuori Racalmuto; su quali comportamenti mette in moto nei residenti, non residenti, politici, ecclesiastici, operatori economici, operatori culturali, giornalisti...   


Non è superfluo evidenziare le finalità di crescita collettiva e utilità pubblica che ci dovrebbero stare dietro i comportamenti di tutti. Non è il tempo delle passerelle. Non è il tempo degli elzeviri: neppure in favore di amici designati o per lanciare salvifici messaggi. Non è il tempo di vampate polemiche bensì quello di buttare  acqua sul fuoco.

Il momento storico è grave ed è da rinviare a tempi migliori ogni "particulare" reminiscenza guicciardiniana.

Infine, un auspicio: che questa terza visita risulti positiva nel consuntivo e sia di buon augurio per la prossima; sperando che della prossima non ce ne sia più bisogno, se per "bisogno" dev'essere fatta.


                                                                                                   P. C.                                      



Davanti al Teatro Regina Margherita, durante lo spettacolo

Si può leggere il resoconto della visita precedente cliccando su:


Ma cosa sta avvenendo a Racalmuto nell’era contigua allo scioglimento per mafia del consiglio comunale? Dopo lo schiaffo, la carezza del corposo finanziamento di 1.200.000 euro per riprendere un cammino di crescita civile e legalità. 


Tutto il paese nelle sue varie componenti sociali, culturali, economiche, lavorative, professionali, politiche, ecclesiastiche, dovrebbe all’unisono cooperare, collaborare, per costruire insieme e non per escludere, separare, creare figli e figliastri, cittadini puri, affidabili, e cittadini impuri, inaffidabili, insignificanti al punto da non potere dialogare con le istituzioni. Il nostro è un paese particolare.


Molteplici sono in Italia in questo periodo i comuni “sciolti” per mafia ma solo Racalmuto riceve l’attenzione di un giornale nazionale con un reportage di ben sei pagine sul suo settimanale. In tempi e condizioni di normalità ci sarebbe da essere orgogliosi. Invece…

Prima di vedere l’immagine che ne viene fuori è naturale chiedersi perché mai il Corriere abbia scelto proprio Racalmuto per dedicargli attenzione e spazio. 


Forse perché legato alle miniere di zolfo e sale, alla Festa del Monte, a Pietro d’Asaro, a Marc’Antonio Alaimo, al suo “papa nero”, alla “paparina” cosparsa sul pane, alla sua storica massoneria, alle decine e decine di migliaia di emigrati storici e moderni, alle chiese aperte e chiuse, agli ex mandorleti, agli ex vigneti, e a tante altre cose?
La risposta è univoca: perché è il paese di Leonardo Sciascia.

Eppertanto dove si svolge il 24 luglio un’importante cerimonia alla presenza di due ministri, un sottosegretario e altre e alte autorità civili ecclesiastiche militari? Alla Fondazione Sciascia, naturalmente. E chi ti dimenticano di coinvolgere? 



Innaturalmente, proprio il Direttore letterario voluto da Sciascia stesso. In quell’occasione, interpretando il proprio ruolo, il Direttore “non invitato” avrebbe fatto capire perché quella cerimonia squisitamente politica si stesse celebrando in un’istituzione culturale intestata ad uno scrittore e non al municipio, luogo deputato alla rappresentanza politica e all’amministrazione della città (nella precedente visita del Presidente Napolitano il Direttore letterario prese regolarmente la parola, come da protocollo. 

Si vede che con i ministri il protocollo cambia).

Nella duplice assenza del Direttore “non invitato” e della figura di un moderatore, viene arruolato lì per lì come improvvisato coordinatore un giornalista presente in sala, corrispondente del Corriere della Sera, sarà sfuggito che nella stessa sala c’era un presentatore televisivo già coinvolto in simili occasioni solenni, o forse non era disponibile sul momento perché impegnato a distribuire il giornale locale che personalmente dirige.

Il giornalista coordinatore, del Corriere della Sera, non si limita a moderare e coordinare ma davanti a cotante autorità e a tanto pubblico locale e forestiero prospetta alcuni aspetti positivi di Racalmuto, vengono fuori le simpatie delle sue frequentazioni racalmutesi (alcuni l’avrebbero voluto come sindaco), indica il ristretto gruppo redazionale del giornale distribuito in sala quale “spinta del nuovo”. 



Ma un atteggiamento esclusivo ed elitario non è certo il nuovo di cui si ha bisogno. Ciò nonostante, secondo la patente conferitagli, tutti gli altri rappresenterebbero il vecchio.


Un po’ superficiale, come sintesi di un paese da illustrare a ministri ed autorità , ma giustificabile per l’estemporaneità dell’intervento e per l’emotività.

(A scanso di equivoci, preciso che al “foglio cittadino” di cui sopra, “benedetto” da Sciascia, sono legato per avervi collaborato e per avere contribuito a mantenerlo in vita quando, nella diaspora palermitana di alcuni redattori aspiranti a più lusinghieri lidi, il professore Restivo mi chiese di dare “na mani d’aiutu a sti carusi”. 



Ma oggi il problema non è quel giornale salvato. Né storicamente si può invertire la causa con l’effetto quando Felice Cavallaro scrive che scrittori, registi, artisti e giornalisti di vaglia “sono spesso qui calamitati dai ragazzi, sempre meno ragazzi, di Malgrado tutto”. 

A calamitare è stato ed è Sciascia, i “ragazzi” hanno “tesaurizzato”, diciamo così, e continuano a tesaurizzare quelle presenze per potenziare il loro giornale e arricchire le loro conoscenze e attività).

Sempre seguendo lo stesso filo conduttore, nella stessa giornata del 24 luglio, l’importante consesso si sposta al Teatro Margherita che alcuni avrebbero voluto intestare a Sciascia, da Sciascia amato e frequentato. 
Quale opportunità migliore di rappresentare un brano dello scrittore e drammaturgo racalmutese impegnato a dibattere i temi sociali e in primis quelli legati alla piaga mafiosa? Macché! 



Si assiste, da parte degli invitati a numero chiuso, alla performance sul palco di due comici, in coincidenza di uno loro spettacolo alla Valle dei Templi, e alla rappresentazione della pièce “regalpetrese” di un altro giornalista scrittore, che sa trarre profittevolmente spunto dalle vicende mafiose e ama ricondursi all’autore de “I mafiosi” e de “L’Onorevole”.



Ma più opportuno e consono, financo più rispettoso, sarebbe stato rappresentare al teatro l’originale.


Dopo queste cerimonie, su “Sette” del 10 agosto il servizio di Felice Cavallaro, un reportage con l’indicazione a livello nazionale di un modello positivo: “Commisariato per mafia, il paese di Sciascia vuole diventare un modello per l’Italia”. 
Viene replicato sulla carta stampata lo stesso “quadro” del paese rappresentato alla Fondazione, ma chi ti vanno a dimenticare? Di nuovo il Direttore letterario della Fondazione Sciascia che su facebook gli viene da osservare: “Guarda un po’, si parla della Fondazione e di chi la dirige e l’unico che non si cita è il direttore. Camarille strapaesane.”

Ma camarilla di chi? Camarilla di che? Verrebbe la curiosità di saperlo. Ridotta a camarilla strapaesana sarebbe la Fondazione Sciascia su cui stuoli di politiciscrittorigiornalistiprofessori hanno speso fiumi di inchiostro retorico? Ma allora qualche solitario bastian contrario aveva ragione a temerlo in tempi non sospetti! Altro che essere tacciato di tramare contro la Fondazione!! 


Comunque, è da scongiurare per rispetto a tanti e a tante cose che queste siano le dinamiche che dovrebbero segnare il percorso di un nuovo cammino di crescita civile e culturale di una comunità. 

Oltreché un’occasione storica mancata, sarebbe una smentita delle intenzioni di chi, a livello redazionale o direttivo, nel nome di Sciascia, collegava e finalizzava il reportage a più nobili fini, come proclamato con tutta evidenza e senza equivoci sulla copertina del settimanale “Sette”, settimanale del “Corriere della Sera”: “Commissariato per mafia, il paese di Sciascia vuole diventare un modello per l’Italia”.

Dal conclamato “laboratorio” di Racalmuto-Regalpetra, da additare all’Italia intiera, alla percepita camarilla strapaesana ce ne corre: parola di sciasciani.

Ma Sciascia, e vale per sciasciani e non sciasciani, avrebbe voluto questo?

Non avrebbe voluto questo volare basso chi ha scritto in Nero su nero: “Quelli che appunto la pensano come me non la pensano come me”.

Certo, non è facile amministrare il patrimonio morale lasciatoci in eredità dal grande scrittore, per gli equivoci e gli abusi che potrebbe generare in chi ad esso si ispira.

Su una cosa almeno si dovrebbe convergere: come concittadini non vorremmo demeritare quella eredità al punto da dover dire, ignominiosamente, “malgrado Sciascia”.
Postato in16 agosto 2012.
Piero Carbone


Testimonianza video (Prima parte: in Fondazione; seconda parte: a Teatro):

Strascichi:


Il post "Malgrado Sciascia?" è stato inoltre pubblicato su:
http://www.accadeinitalia.it/images/stories/Grandangolo_2012/Agosto/18_agosto/grandangolo%2033%20del%2018%20agosto%202012.pdf
http://castrumracalmuto.blogspot.it/2012/08/malgrado-sciascia.html
e sulla versione cartacea di "Grandangolo" n. 33 del 18 agosto 2012

Foto relative alla visita del 24 luglio 2012 ph ©piero carbone




venerdì 18 gennaio 2013

I NEMICI DEI SICILIANI




Agli inizi del Novecento, Lady Hamilton, illustrando la Sicilia e descrivendo i siciliani agli inglesi per incuriosirli e invogliarli a visitare “l’isola del sole”,  li rassicura sui timori circa la loro incolumità, anzi, ponendosi dalla prospettiva “brigantesca” ne conclude semmai che sono i siciliani stessi a dovere temere gli altri siciliani.
Ne è passato di tempo da allora e briganti per fortuna non ce ne sono più, ergo, se l’evoluzione storica ha un senso,  anche i siciliani stessi dovrebbero essere più  sicuri e non, come allora, solo i forestieri.  

  



“Questo mio resoconto degli usi e dei costumi siciliani è sgorgato dalla diretta conoscenza della gente, acquisita durante un lungo soggiorno in provincia di Caltanissetta, una regione quasi mai raggiunta da un viaggiatore e, comunque, priva di contatti col mondo esterno. Le abitudini, i pensieri, i discorsi che io descrivo rimarranno "libro chiuso" per tutti coloro che non sanno niente dei siciliani o non ne hanno mai conosciuto uno, ma anche per chi, pur avendo visitato questa terra non è mai entrato nell'intimità di una famiglia di siciliani, i quali sono, al primo contatto, poco espansivi e diffidenti verso gli sconosciuti.

La presenza di bande di briganti è piu volte sottolineata in queste pagine; ma questo non deve allarmare gli eventuali visitatori. Non hanno nulla da temere. Chiunque si trovi a viaggiare in Sicilia, anche per le più solitarie regioni, può farlo impunemente; sono i siciliani stessi che hanno da temere da parte dei fuorilegge loro conterranei, e specialmente i proprietari terrieri e coloro che rappresentano grossi interessi. Rancori privati o lotte politiche sono spesso all'origine delle azioni brigantesche che culminano nella richiesta del riscatto. L'assenza di un motivato spirito di vendetta e la distanza che renderebbe difficilissima ogni trattativa con le famiglie, dà agli stranieri assoluta sicurezza di transito.




Mi sembra opportuno commentare brevemente qualcuna delle usanze di cui parlerò nel mio libro, penso che aiuterà il lettore a meglio comprenderle ed apprezzarle, e, con 1'aiuto del suo personale bagaglio culturale, potrà rintracciarne le analogie con la storia antica o, meglio, con la mitologia.”

Louise Hamilton Caico, Vicende e costumi siciliani, Epos, Palermo 1983.  Traduzione di Renata Pucci Zanca, introduzione di Massimo Ganci. E’ stato ristampato recentemente dalla Lussografica edizioni di Caltanissetta.  Edizione originale: Sicilian ways and days, London 1910.








Foto di Louise Hamilton Caico


http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/01/una-donna-strana-ovvero-intelligente.html

http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/01/non-scappo-dalla-sicilia.html

mercoledì 16 gennaio 2013

UNA DONNA "STRANA" OVVERO INTELLIGENTE. Louise Hamilton Caico


Dopo la visita alla mostra fotografica di Louise Hamilton Caico a Montedoro, segnalatami da Federico Messana, mi pare opportuno riproporre qui il suo commento postatomi su facebook anche per le sapide e interessanti notizie contenute e la risposta che ha provocato nel fratello, che a sua volta porta altre testimonianze e notizie.  






UN'ALTRA DONNA AVREBBE OSATO TANTO?
di Federico Messana


Sono lieto che insieme al “castellano” Cutaia sia andato a visitare la piccola mostra allestita da mio fratello a Montedoro.
E’ molto bello rivisitare la storia del piccolo paese che emerge dalle foto e dalle singolari vicende dei Caico, anche se pochi dimostrano di saperne apprezzare il valore. 


Luisa è il personaggio centrale di tutta la famiglia, la più “tosta e coriacea”, la più intelligente ed intraprendente che dà consigli al marito disperato ed ai figli, e che tiene testa persino ad un letterato senza scrupoli come il conte Prof. De Gubernatis di Firenze, che la vorrebbe tra la sua corte femminile.
Solo una irlandese come lei avrebbe potuto resistere al martellante marito, don Eugenio, fratello minore di don Cesare, che lo esiliò a Bordighera dopo aver disobbedito all'ordine di NON sposare una “straniera".

Eugenio, mandato a Firenze per studiare, scappa a Roma per festeggiare la presa di Porta Pia, incontra Luisa a Bordighera (dopo averla conosciuta da piccola a Firenze) e la sposa. Quattro figli (altri tre morti in tenera età), si trova subito in ristrettezze economiche poiché, senza arte né parte, non riceve dal paese i sussidi necessari per vivere.
Da qui le liti col suocero che pretende l’affitto del villino dove vive con la famiglia (lo definisce “la belva umana”), la scoperta delle lettere e del foulard in odore di tradimento, la disperazione per il fallimento di una miniera che rischia di mettere la famiglia sul lastrico. Finalmente nel 1898 torna in paese con la famiglia. 




E Luisa?
Nel libro descrive quanto trova e vede in paese! Perché non scappò immediatamente da quell’inferno che descrive così bene?
Certamente per amore dei figli e per il suo carattere forte, altrimenti difficilmente avrebbe potuto resistere al marito ora amorevole, ora tragico, ora dispettoso, sempre logorroico, meticoloso, pettegolo, irascibile, etc.


Dalla Prefazione di Louise Hamilton Caico



Don Eugenio è amorevole coi figli, innamorato della moglie, adirato col suocero, disperato per la situazione economica, tragico quando scopre un piccolo furto nei suoi magazzini, fuor si sé quando scrive alla moglie d’un suo male e che “un chirurgo disse trattarsi di …spasmo allo sfintere interno dell'ano, con strozzamento del circolo venoso! Secondo il detto chirurgo per guarirmi completamente dovrei farmi praticare "lo sfibramento dello sfintere. Figurati se io subirò mai coteste operazioni violente e bestiali!". 





Luisa resiste a tutto, e se ne va a cavallo per le campagne ed i paesi dintorno, “escortè de deux pittoresques campieri armès jusqu’aux dents”, come scrive in francese a DeGubernatis, ignorando il marito che si dedica alla politica locale.

Un’altra donna avrebbe osato tanto, in Sicilia, a Montedoro?



Dall'Introduzione di Massimo Ganci




Calogero Messana

Ieri è venuto a vedere la mostra un altro Racalmutese , Di Falco , ex assessore al Comune . Mi diceva che è in possesso di alcuni testi tradotti da Luisa: chissà se piano piano si arricchisce la raccolta documentale. Intanto ho fra le mani un libretto di Lina a commento dei Gitanjali del Nobel per la letterature del 1913 Rabindranath Tagore .




Federico Messana 

Sai che Lina ha scritto e tradotto molto. 
Se t'interessa per la mostra ho n. 4 libretti di "Con Gitanjali", e sette volumetti di "Tradizione mediterranea" in cui scriveva Lina. 
Vi sono le lettere indirizzate ad Ezra Pound, Il culto di Mitra, lavori su S.ta Teresa d'Avila, Padre nostro, Vieni, etc. Due volumi di Adolfo Lepri "Lettere a Lina Caico". Ed altro. 
Si potrebbe organizzare una "vera mostra". 
Comunque vedo che stai avendo un buon successo....


Commento di Angelo Cutaia al precedente Post "Non scappò dalla Sicilia"

La visita della mostra dedicata alle foto della Hamilton a Montedoro è un emozionante tuffo nel passato rurale e minerario della nostra zona. Un passato ancora ben vivo negli anni Cinquanta, quelli della mia infanzia. Montedoro ha in quelle foto un vero tesoro culturale, una documentazione etnografica di enorme valore. Un plauso agli organizzatori, con in testa Calogero Messana, il quale sta non solo raccogliendo, ma anche studiando personaggi, luoghi, mestieri che le foto immortalano per sempre. Attendiamo ora altre foto, sembra che ve siano inedite, e la loro pubblicazione in un volume. 


Fa seguito al post "NON SCAPPO' DALLA SICILIA":

lunedì 14 gennaio 2013

LUNA, LUNATICI, SOGNATORI












DI BLOG IN BLOG 





Il post di un amico:


http://damariogallo.blogspot.it/2012/12/la-luna.html








Foto propria: Presepe di Burgio, 2011

DOCUMENTI INEDITI SU NICOLO' TINEBRA MARTORANA

Per gli amanti e gli studiosi delle nostre memorie storiche ho il pacere di anticipare alcuni documenti nel tentativo di ricostruire a posteriori le tappe di una carriera scolastica.



Il rinvenimento e la pubblicazione delle poesie giovanili di Nicolò Tinebra Martorana ha dato impulso a nuove curiosità  e ricerche.   Ultimo frutto di queste ricerche, che verranno esposte analiticamente in un apposito convegno,  sono i dati sugli studi ginnasiali e liceali di Nicolò Tinebra, coevi alla stesura delle poesie,  rinvenuti nei registri scolastici conservati presso l'Archivio del Liceo classico "Empedocle" di Agrigento, denominato originariamente  "Domenico Scinà". 

E' stata un'esperienza emozionante: maneggiare registroni dell'età regia, ritornare a mettere  piede al Liceo Empedocle dopo circa trent'anni. Riscontrare dati utili.


Un nuovo tassello per la conoscenza di aspetti inediti dello storiografo racalmutese, dopo il fortuito e fortunato rinvenimento  del libretto con le poesie da parte di Nino Mattina nella casa paterna e la sua  pubblicazione  a cura di Angelo Campanella.


Non solo asettica elencazione di giudizi e voti, ma anche annotazioni interessanti e curiose sebbene marginali.


                 












Foto proprie

Un vivo ringraziamento al Dirigente, professoressa Anna Maria Sermenghi, e ai docenti del Liceo classico "Empedocle" che, con grande disponibilità, hanno permesso di effettuare le ricerche da me richieste.   

Sullo stesso argomento:

http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/12/poesie-emerse-di-nicolo-tinebra.html

http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/12/intervista-ad-angelo-campanella.html