martedì 18 dicembre 2012

UN MUSEO ETNOGRAFICO A RACALMUTO







Nei locali del Castello Chiaramontano, l’Istituto professionale "Fermi" vi ha trascorso l’ultimo anno scolastico nel 1988 ed era in fase di trasloco quando, in occasione dei festeggiamenti del 50° dell’incoronazione della Madonna del Monte, con un nutrito gruppo di giovanissimi ed entusiasti volontari vi organizzai le seguenti quattro mostre: etnografica; delle bandiere del Cero; di "brillanti" (cristalli di sale e di zolfo); del pittore Guccione.

Sempre a cura dello stesso gruppo di lavoro, altre due mostre fotografiche vennero organizzate contemporaneamente nei locali dell’ex caserma del Monte: una con le foto storiche sulla Festa del Monte messe a disposizione dai cittadini  e  l'altra  sulla fauna e la flora di Castronovo di Sicilia, paese "gemellato" nel 1986.

Una settima mostra, di grafica, venne allestita infine all’auditorium  "Santa Chiara" e il cui catalogo venne finanziato dal circolo di Cultura presieduto da Gregorio Casodino.


 Auditorium Santa Chiara, mostra di grafica di Nicolò D'Alessandro. Da sinistra verso destra: Salvatore Tirone, Salvatore 
Belgrado, Carmelo Mulè, Leonardo Sciascia, Piero Carbone, Carmelo Rizzo, Nicolò Restivo Pantalone, Carmelo Collura. 

 Ben 6 mostre sono state organizzate per conto del Comitato le cui finanze non ne hanno risentito granché in quanto fatte in stretta economia. Ne hanno risentito però le automobili private, uscite a fine mostra con le ossa, anzi, con gli ammortizzatori rotti per avere trasportato  dalle campagne più scognite, su stradelle malmesse, aratri e panieri, selle e falci e zappe e forconi  e tummina e munneddra e sacchi di iuta e otri etc etc. etc. 



Da sinistra: don Luigi Mattina, Elia Marino, mons. Domenico De Gregorio, Francesco Marchese. Sullo sfondo, il Castello Chiaramontano prima del restauro.

Per fortuna, molti oggetti e attrezzi di lavoro venivano portati dagli stessi proprietari: alcuni raccomandavo di riaverli indietro, altri pensavano di farne una donazione se ci fosse stato un museo, come era intenzione ad esempio dello chaffeur (detto in siciliano gnuri) zi Cicciu Di Marco: avrebbe donato l’imbracatura dei cavalli che tiravano la carrozza prima dell’avvento dei taxi. Molti racalmutesi mettevano piede nel castello per la prima volta e firmavano convinti l'appello "Perché il Castello viva". 

Al termine della mostra venne restituito tutto: sia il castello sia l’ex macello dovevano ancora essere restaurati e non c’era dove ricoverare i reperti. Il Museo era di là da venire.
Se ne parlava in giro, ma l’idea del museo rimaneva un etnodesiderio, come testimonia il seguente articolo che due anni prima con ingenuo ottimismo e tanta voglia di fare avevo scritto e inviato a “Malgrado tutto”, pubblicato sul numero di aprile del 1986, nell’angolo dei lettori.


Il pittore Attilio Guccione al Castello Chiaramontano



Un Museo Etnografico a Racalmuto

Palazzolo Acreide ce l'ha, ce l'ha Gibellìna, quello di Godrano è in versio­ne modernizzata; un po' inconsueto, quello della Facoltà di Lettere di Pa­lermo. E perché non anche a Racal­muto?
Sto parlando dell'eventualità di crea­re nel nostro paese un museo etnogra­fico. Una proposta pertinente, credo, per il nostro centro.
Di Racalmuto si dice essere un « cen­tro agricolo e minerario » (cosi l'Enci­clopedia Rizzoli-Larousse, la Treccani, le guide turistiche, etc.) dove predo­mina la cerealicoltura, con notevole produzione di zolfo, salgemma e sali potassici, e ancora olio, vino, latticini.

Che c'entra, dunque, un museo et­nografico a Racalmuto con la sua eco­nomia mineraria, agricola e pastorale? Rispondo: per « ricordare » la cultura legata a quelle forme economiche men­tre stanno scomparendo non solo quel­le forme economiche ma anche la cul­tura ad esse legata.
« Cultura o civiltà — scrive il Tay­lor — è quel complesso insieme che comprende conoscenze, credenze, arti, morale, legge, costume, e ogni altra capacità ed abitudine acquisita dall'uomo come membro della società."





E quindi cultura sono anche tutti gli arnesi di lavoro: aratri a chiodo, setacci, cofficuffuna,  citaleni, picconi, cafisa, vasceddi: gli stru­menti, cioè, della cultura cosiddetta materiale. Ma anche le serenate, le canzoni d'amore e di protesta, le stor­nellate, le orazioni, le feste, la cucina, il linguaggio, le più svariate tradizioni; in breve: tutto quel patrimonio che col tempo decade e si dimentica per sem­pre.
Oggetti e tradizioni a cui tutti ci sen­tiamo legati, in proporzione diretta al­l'età; eppure, quanti di questi oggetti ammuffiscono nelle cantine o vanno a finire nelle discariche? E quanti altri vengono svenduti per una manciata di ceci? Del patrimonio orale non occor­re dire: si rischia la tabula rasa.




Sull'importanza della memoria, del resto, non mi soffermo solo per esaltare-sospirare il passato, altrimenti sa­rei un conservatore, ma non posso non citare il pensiero di un poeta inglese (gente astorica per eccellenza, si sa, i poeti): «A questo serve la memoria:
A liberarci... » (T.E. Eliott).
A liberarci dallo stupido linguaggio dei mass media, dalla loro petulante pubblicità: oggi per democrazia si in­tende livellamento di gusto nel con­sumo.



Un museo etnografico, invece, è crea­tività, se lo si intende come l'intende A.M. Cirese, se lo si fa come lo ha fatto Antonino Uccello a Palazzolo Acreide o Francesco Carbone a Godrano. E se noi sul serio decidessimo di farlo, non ci negherebbero il loro contributo, la loro consulenza, né il Direttore del museo di Godrano né il Direttore del centro di etnostoria di Palermo, prof. Aurelio Rigoli.
A Racalmuto, il museo potrebbe fun­zionare anche, perche no?, da centro di coordinamento delle varie attività culturali che rientrano nella sua natu­ra, nel suo ambito di interessi. Mette­rebbe in moto tante energie, coinvol­gerebbe tanti giovani.
Due gruppi folkloristici, un'Associa­zione Pro-Loco, un Circolo di Cultura, due radio, un giornale, un teatro... 
Chi può disporre di tante e tali strutture e gruppi? Racalmuto lo può. Coordina­re e lavorare di concerto sarebbe per il nostro paese un salto di qualità: non beghe né campanilismi ma un'unica vo­lontà di lavorare. Magari all'insegna del seguente motto: "Emulare, non invidiare."




Sogno? Alle volte vorrei svegliarmi senza fare svanire le larve dei miei sogni. Non sarebbero più larve, non sa­rebbero più sogni.
Intanto, per iniziare, basterebbe an­che una sala del Castello, u Cannuni, (sarebbe, tra l'altro, una buona occasione per riparlare del povero Ce­stello), dove poter eventualmente de­positare i materiali del futuro museo. 
Per storicizzare siffatti propositi, per realizzare il progetto del museo occor­rono — l'ovvietà è lapalissiana — fon­di, disponibilità. Ogni anno, mi chie­do, quanto spendiamo per il calcio? Se cento milioni o giù di lì si reperisco­no per un pallone di cuoio, mi auguro se ne reperiscano almeno la metà per un più duraturo, e utile (culturalmen­te, turisticamente ovvero economicamente) museo etnografico. Mi capisca­no gli amici sportivi: la mia vuole essere una benintenzionata provocazione: per discuterne, purché se ne discuta.
Il fatto è che se una cosa la si vuo­le, i modi per ottenerla si sapranno escogitare, possibilmente senza sconten­tare nessuno.
Io, per la mia parte, ho voluto, con la suddetta proposta, lanciare una pie­tra nello stagno (nel paese che sem­pre rischia di ristagnare), sperando che l'acqua ci sia, e che non sia marcia o avvelenata. 
Non altro mi proponevo: le mie volevano essere riflessioni di un racalmutese dirette a racalmutesi.




domenica 16 dicembre 2012

VRICCÌCO E COZZO DELLA PERGOLA



Con le spalle rivolte alla rocciosa e seghettata Serra di don Liddru, alzando lo sguardo si vede il Cozzo della Pergola, Cuòzzu di la Prièula, il cui profilo ondulato richiama vagamente due confluenti mammelle. Le colline che si rincorrono, con il loro gioco di linee, sembrano immagini in dissolvenza.  Sullo sfondo, ancora più in alto, su un tondeggiante monte, il Castelluccio.
È una zona a tratti brulla che pullula di miniere e di casolari abbandonati. Ma all'apparente aridità del suolo fa riscontro una immensa e in parte non più sfruttata ricchezza nel sottosuolo ricco di minerali geminati e stratificati a banchi: salgemma, kainite, camallite, zolfo, etc.

Si trovano, ma sarebbe meglio dire si trovavano, anche i "brillanti": cristalli di sale, di zolfo, di celestina, dalle geometriche e iridescenti sfaccettature.



Nella digradante collina la contrada prende nome Vriccìcu: nella distesa accidentata d'imprevisti i cacciatori vengono ad addestrarvi i cani.  



 Foto di Angelo Cutaia
Foto di Angelo Cutaia






UN BENGALA PER CRESCENZIO CANE





Crescenzio Cane


E’ morto Crescenzio Cane.

Nicola Lo Bianco, suo amico e sostenitore, me l’ha comunicato con una telefonata notturna, giustificata nell’orario dall’eccezionalità della notizia. Un’eccezionalità non commisurata, come ormai siamo abituati col nostro palato intellettuale e gusto estetico  sfatti e omologati, alla grancassa giornalistica, alla notorietà televisiva, alla chiacchiera politica, al gong del gossip e dei talk show. 
Eppure eccezionale, Crescenzio Cane, semplicemente perché ha vissuto con autenticità la sua esperienza di artista, pagando di persona il conto presentato dai suoi sogni infranti, dalle sue utopie deflagrate, forse smentite dalla realtà molto più prosastica, distante anni luce da quei sogni, da quelle utopie. 
Dal lavoro dei lavoratori alla finanza degli speculatori, dalla speranza allo spread, ce ne corre.


Lavori di Crescenzio Cane


Crescenzio Cane è il poeta della “bomba proletaria” e della “sicilitudine” - è suo e non di altri, come pappagallescamente si è venuto ripetendo, defraundandolo anche delle parole, il neologismo coniato sulla falsariga della négritude di Léopold Sédar Senghor.
 Nella prima metà degli Anni Settanta si scagliava contro “la piaga cronica degli intellettuali siciliani” per avere perso il contatto con le masse e la base popolare. Quando le masse e il popolo che cercavano riscatto venivano percepite con umanità, come umanità, al netto di ideologie totalizzanti e dogmatiche.

Poeta tra i poeti dell’Antigruppo, contestava il potere sotto ogni sua forma, non ultimo il potere culturale, le camarille, le consorterie, i letterati distaccati dalla realtà con il loro linguaggio esangue e lambiccato.
Emarginale tra gli emarginali  ovvero ai margini del potere editoriale, giornalistico, accademico. I poeti dell’Antigurppo, ma meglio dire poeti-testimoni di loro stessi, venivano sistematicamente emarginati; i fogli ciclostilati divennero mezzo e simbolo di resistenza culturale. 


Come Nat Scammacca, propugnava l’etica populista foriera di cambiamenti e impeti rivoluzionari. Per avvicinarsi alla base popolare bisognava privilegiare il contenuto, i bisogni veri, e veicolarli con immediatezza, con il linguaggio della gente comune, del proletariato, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche.


            Comunicabilità e oralità erano gli aspetti salienti dell’anima populista dell’Antigruppo incarnati dal marxista-leninista Cane che, superstite di un’epoca e di se stesso, ebbe a definirsi, nel colloquio che  ebbi a casa sua qualche anno fa, francescano. Dalle bombe proletarie era trapassato, nella scrittura, alla rappacificante speranza, per rinunciare infine alla stessa scrittura, alle parole divenute intorno a lui di pezza, di plastica, banali, e abdicare in maniera quasi esclusiva alla non discorsiva pittura naïve. 


 Sui suoi meriti artistici scenderanno in campo i critici con scalpello e filo a piombo per incasellarlo, qui si voleva rendere onore a un combattente che voleva cambiare la società e il mondo a mani nude, con i sogni demiurgici veicolati dalle sue parole.    

Con Crescenzio





Foto proprie, scattate in occasione della visita a Crescenzio Cane il 21 marzo 2006

sabato 15 dicembre 2012

DUE LINGUE, UN’ANIMA. ELVEZIO PETIX



 Marco Scalabrino prosegue nella  sistematica rievocazione e valorizzazione di personaggi e aspetti della cultura siciliana poco noti o dimenticati, con sensibilità di poeta e puntualità di studioso.  


             

Chi era Elvezio Petix?
Di madre palermitana e padre genovese, primo di undici fratelli, venne chiamato Elvezio giusto perché nacque nel 1912 a Lugano, in Svizzera, dove i genitori si trovavano per lavoro. Impiegato quindi presso l’Ufficio Imposte Dirette di Bagheria, pubblicò quattro raccolte di versi in italiano e tradusse in siciliano, dal dialetto abruzzese, trenta poesie scelte di Cesare Fargiani, oltre a scrivere commedie (di cui allestiva anche la messa in scena) e il menzionato racconto San Michele ha la bocca piena di nuvole. Modesto, timido, niente affatto ambizioso, Elvezio Petix, la cui vita è stata (come egli stesso ebbe a definirla) “silenziosa” e che nella poesia aveva trovato “l’unica vera compagna”, morì, all’età di sessantaquattro anni, nel 1976.
*
Il volume II di Antigruppo 73 (ispirato e realizzato da Nat Scammacca e Santo Calì, coadiuvati da Vincenzo Di Maria), nel riportarne due testi in lingua: Stringendo nelle mani una criniera e Madre del Sud, precisa nelle scarne note a corredo che “ha esordito con poesie in dialetto siciliano”.
A proposito degli esordi, nel breve studio del 2002 Elvezio Petix: un poeta che non muore, Salvatore Di Marco afferma: “La sua produzione letteraria risale addirittura agli anni Trenta. Ci sono giornali e riviste dell’epoca dove si leggono i primi componimenti in dialetto del poeta di Casteldaccia. Io lo conobbi nel lontano 1957 quando, sul paginone del periodico La Voce della Sicilia dedicato alla nuova poesia siciliana in dialetto, ci ritrovammo con le nostre liriche un gruppo di poeti come Gianni Varvaro, Paolo Messina, Miano Conti, Pietro Tamburello, Ignazio Buttitta e altri, tra cui figuravo anch’io giovanissimo e poeta alle prime uscite.”

E Romualdo Romano, nella memoria appena ricordata, testualmente rileva: “Caro Elvezio, da più di trent’anni attendevo un tuo Pianoforte. La musica dei tuoi versi è quella stessa che ascoltai trent’anni fa”.

Eravamo nel 1961 ed è facile quindi tirare le somme. Troviamo conferma a quanto riportato sulle pagine del … po tu cuntu …, il volume del 1994 che raccoglie le opere del Nostro: “Già a 12 anni cominciai a scrivere. Fu per caso che un giorno mia madre, rovistando nei miei cassetti, trovò la mia prima poesia, Po tu cuntu, e la fece pubblicare su un giornale letterario”.

Questi ragguagli, unitamente ai passi riferiti alla sua partecipazione al “Rinnovamento”, fanno emergere il profilo di Elvezio Petix poeta in dialetto, danno la misura della sua adesione alla vita letteraria e culturale dell’Isola, delineano il contesto (i compagni di percorso e il percorso stesso) all’interno del quale sono maturate le sue cose dialettali migliori.
*

Quanti sono e dove sono, allora, i testi in dialetto di Elvezio Petix?
Ebbene, quelli di cui abbiamo contezza e dei quali ci siamo avvalsi al fine di elaborare questo studio sono, per così dire, allocati nel corpo del volume, pubblicato nel 1994 a cura del Comune di Casteldaccia quale “omaggio al poeta concittadino”. Volume che di Elvezio Petix raccoglie le opere e il cui titolo è … po tu cuntu … Li contiamo: quindici. Tutto qui? – non ci esimiamo dal chiederci – Non ve ne sono altri? Ma, invero, non abbiamo mai inteso porre, né intendiamo sciogliere in questa sede, tali interrogativi. D’altronde quindici testi, benché possano apparire una quantità risicata allo scopo di esprimere un compiuto giudizio, risultano comunque sufficienti a discernere – questo è il nostro caso – l’impronta del poeta. Ce ne viene peraltro una riflessione (che offriamo alla vostra valutazione): poco più di 370 versi nel complesso configurano non tanto l’intera produzione quanto la summa della produzione dialettale di Elvezio Petix. Una selezione dunque: rigorosa, matura, qualitativa.
*
Leggeremo, più avanti, lo stralcio di una lettera di Cesare Zavattini. Questi coglie nella poesia di Elvezio Petix una “speranza dura a morire”, una speranza che “ha le ali”. Speranza che il Nostro, nella accezione simbolista, “umanizza”:

gigantissa putenti …
mettiti na cartedda supra li spaddi
jinchila di ciuri e nni li siri queti
passa e lassa lu to signu d’amuri.

Immagine felice sotto molteplici aspetti: del sentimento, di suo positivo e perciò condivisibile nel contenuto, dell’attualità quanto ai risvolti complessivi curri nmenzu la genti d’ogni culuri e sdirruba a mari li cannuna, della propensione lirica e, non ultima, della forma, della realizzazione ovverosia che del sistema linguistico opera Elvezio Petix, della sua individuale, personale parole – per dirla con Ferdinand De Saussure.
Presente in modo esplicito in ben sei dei quindici componimenti, la speranza è il leit-motiv della poesia di Elvezio Petix. In un ordito che ne percorre tutto il corpus, essa fa da balsamico contraltare ad una sorta di spleen, designato dal termine siddìu e aggettivazioni che ne derivano, esso pure alquanto diffuso.
Pi la longa trazzeraLa longa trazzera, in una superba figurazione analogica, si snoda lungo la millenaria, tormentata storia della nostra Sicilia li puvireddi, li jurnatara, li sulfatara, li zappatura, li picurara, in una ossimorica alternanza – peculiare nei Siciliani – di fiduciosa attesa del domani e dura pratica dell’oggi. E sono loro, la povira genti, nella loro faticosa diuturna dignità, l’effetto e la causa, i convenuti e gli attori, i destinatari e i mittenti della sua parola, del suo impegno; del suo engagement, avremmo detto un tempo.
*
La Sicilia, Sicilia mia chi ti pittaru e ti misiru na faredda cusuta di brillanti … ma … dintra un friddu specchiu amara ti movi camini ti fermi, è centumila seculi, canzuna chi parra d’amuri, anima e carni. E alla sua casa, Torna … [e] abbrazza tutti li to’ figghi, il poeta invoca il ritorno. Quale casa? Di sicuro non quella di sti fantasimi … ca iu nun chiamavi, non quella dei catoj (e del) carbuni, né quella di l’amarumi ca tanta genti si porta nni lu pettu. E allora? Allora la casa è quella al cui indirizzo hanno eletto dimora i valori etici, culturali, umani di una Sicilia che non è più.
*
Lu bonu e lu tintu, il bene e il male, perenni spatulianu, ma nessuno più dà credito a li cunti di li vecchi, osserva il loro monito, ne onora la saggezza antica. I vecchi, i loro cunti ormai si sgretolano, infastidiscono, vanno eliminati.
C’è voglia di lu scrusciu di l’oru, di machina di favula, di frontiere mass-mediatiche. Si spengano dunque i fuochi fuligginosi attorno ai quali la famiglia si radunava, si spengano li cunti di li vecchi e si accendano, sfavillanti, i riflettori sull’arrembante format di società! Non v’è astio però nei confronti del nuovo, né rimpianto riguardo al passato. Tutto è ammesso nel segno del tempo che sempiterno passa, dell’ineluttabilità del mondo che cambia. Se ne è pienamente consapevoli: ddu roggiu – d’oru – senza sònnira si porta a mia pi d’appressu.
*
La vita, in una fulgida metafora, è filinia vilinusa, impalpabile filamento che, pur se tra qualche trepido bagliore, cucciddu di lustru a viu e sbiu, è inesorabilmente destinata cu lacrimi di cira a essere spazzata via; ma che una risata: Na risata menzu la strata mentri camini pi li fatti to’ … cunorta puru si dura picca
E, in essa e per essa, il poeta: 
si culla nel sogno, dintra li vavareddi nascianu munni d’azzolu biddizzi scanusciuti e lu cori, a la sira, si java a curcari purtannusilli cu iddu; 
si affida all’amore, tuttu chiddu chi toccanu li to’ manu … lu to passu, la seggia unni stanca t’assetti … è amuri … ciatu longu ca nun finisci mai 
e alla preghiera: O tu, Picciriddu, ca nasci dintra na grutta … ammansali pi sempri l’omini e l’armali
celebra la Natura, Vulissi curriri … pi chianuri ciuruti, parrari … cu l’armali, abbrazzari tuttu chiddu ca fici Matri Natura
costeggia con lucidità gli anfratti della follia, parru sulu e abbanniu pinzera, caminu … l’occhi spatiddati cu du’ lacrimi di nivi mpinti nni li masciddi … abbrazzatu cu na troffa di spini, perché sulu li foddi talianu luntanu in questo mondo che chiantu e sangu abbuturianu.
*
Muovendo dal cuntu longu della tradizione, dal suo vissuto la me jurnata d’omu e (per scomodare Franco Fortini) dalla sua esperienza E iu, chi fazzu ccà, chi fazzu?, Elvezio concepisce, nello spirito del rinnovamento, la sua emancipazione lirico-formale: nesciu puru iu a sciugghirimi stu ‘nguttùmu nni lu pettu.
*
La sua poesia contempla i principi innovativi man mano enunciati, realizza una sua originalità, suona di efficaci espressioni siciliane e di stringatezza. Vi domina il verso libero (se si eccettua il sonetto Nvernu ntra la vanedda), per quanto a tratti corrotto da talune rime baciate e alcuni vezzeggiativi (evidentemente, duri a morire) e l’ortografia mostra presa di coscienza, rifugge dagli arbitri fonografici (il raddoppiamento della consonante iniziale delle parole, ad esempio), è affrancata dalle incoerenze delle scritture vernacolari. Il lessico, infine, combina dovizia, bellezza e musicalità; vi albergano termini quali: ciarmulìu, catoj, trazzera, raggia, vavareddi, troffa, spatiddati, abbutulianu, tappini, addimura, scupetti, muddami, filinia, nzirragghiu, assuccuma, cartedda, ramagghi, armiggi, scrusciu e vi fa capolino, nello “sforzo dell’artista tendente ad evitare le unità generiche, sostituendole con unità più particolareggiate”, l’espansione denotativa, per cui ecco: pàssaru sbirru, in luogo del sostantivo generico di uccello.   
*

“La poesia in dialetto – ribadì Mariano Lamartina – ancora vive. Vive, e non importa se sarà il canto del cigno. Il dialetto rimane come ultimo approdo alla serenità del mondo classico, anche se è destino che di esso si parlerà come lingua morta, al pari del greco e del latino. Ma quante voci di vita in queste lingue morte!”


Alcuni giudizi critici

In tanti hanno scritto (bene) della poesia di Elvezio Petix:

            Romualdo Romano, nel 1961, nella prefazione a Un pianoforte suona all’alba: “Vi trovo il solitario cantore che ama la poesia, ma per sé, per la sofferenza ineffabile che gli dà, per le strade ‘private’ che gli schiude e per la pace che gli concede”.

Angelo Fazzino, per Onde di braccia e respiri: “In Elvezio Petix vediamo emergere una visione che parte dalla spinta radicale e costante della condizione umana. L’arte raggiunge la sua più alta umanizzazione attraverso quel nodo che lega indissolubilmente il poeta al suo popolo e alla sua terra”.

Miky Scuderi, nella prefazione a Dialoghi bianchi: “Qui c’è un processo di moltiplicazione del realismo, inteso come rapporto uomo-infinito; le scelte tessute in cento impulsi vitali scendono a raccogliere brevi soggiorni nel tempo fisico senza troppe astrazioni. E c’è soprattutto l’attesa, la grande attesa di tutto ciò che è nascente, dentro e fuori di lui, un fermento profondo che vorrebbe approdare alla elisione delle antitesi”.
Cesare Zavattini, nella sua lettera del 1975: “Lei scrive stimolato dalla speranza. I suoi componimenti meritano di essere considerati un esemplare di questa speranza che a parere suo ‘ha le ali’”.

Lucio Zinna, nella sua nota Elvezio Petix poeta degli esclusi: “Elvezio è il cantore di coloro che restano dietro la porta. La [sua] poesia si avvale di una limpidezza espressiva che non è affatto riflesso di scarsa profondità di pensiero o di acutezza di osservazione o di mancanza di mordente. L’assunzione del tono colloquiale è in lui rifiuto della complicazione intellettualistica, degli artifici verbali, è gusto della ‘trasparenza’, che egli perseguiva nell’arte come nella vita”.

E Rolando Certa, nella introduzione al racconto San Michele ha la bocca piena di nuvole (uno stralcio del quale apparirà sul volume Antigruppo 75), pure della sua prosa: “Il libro di Elvezio Petix mentre denuncia una dolorosa storia di sopraffazione (il rapimento di una povera ragazza da parte di un mafioso) suscita anche la nostra civile protesta, la nostra rabbia, la nostra indignazione, la nostra rivolta contro una struttura arcaica che priva i poveri della libertà e della loro breve esistenza ne fa un lungo calvario di pene e di sofferenza”.

                                                                         Marco Scalabrino





Altri profili di poeti siciliani

venerdì 14 dicembre 2012

INTERVISTA AD ANGELO CAMPANELLA




Il ritrovamento del prof Angelo Campanella non poteva non suscitare curiosità, stupore e una ridda di domande. Nicolò Tinebra Martorana era infatti conosciuto e celebrato quale storico di Racalmuto per una monografia, si conosceva in realtà qualche altro suo articolo sempre di argomento storico ma restava fondamentalmente autore di un solo libro, homo unius libri.


In platea, settimo da sinistra in piedi,
l'insegnante Giuseppe Mattina






Racalmuto. Memorie e tradizioni  è ritenuto libro fondamentale per la conoscenza storica del nostro paese, “è nel nostro immaginario” ebbe a dire Sciascia in occasione della presentazione della ristampa, nel 1982, che fu un avvenimento nell’avvenimento: si aprì eccezionalmente il teatro dopo vent’anni di chiusura, tornarono a ripopolarsi la platea e i palchetti adornati di lisi velluti e splendide ragnatele. 

Sul palco: Sciascia, Bufalino, un discendente del Tinebra Martorana, il prof. Francesco Giunta che tenne una conferenza sul Rebellamento in Sicilia, il sindaco Vincenzo Milioto, il neo assessore Rosario Alaimo Di Loro, subentrato a Carmelo Mulè che la ristampa del libro aveva promosso e realizzato.




Ben scandito da Sciascia, risuonò   per la prima volta nel teatro, eccezionalmente e provvisoriamente riaperto, il nome di Emmanuel Le Roy Ladurie, direttore didattico dell'École pratique des hautes études di Parigi, animatore dell'École des Annales e propugnatore di un metodo di studio ovvero di indagine che tende a valorizzare la “microstoria”. Tinebra Martorana come Emmanuel Le Roy Ladurie ante literam, dunque: dagli studi sui paysans della Linguadoca alle cronache della nostra festa del Monte, dei nostri “ceri”, delle nostre miniere. Ma Sciascia non sostenne esattamente questo, voleva additare un metodo di studio, questo sì. E com’era suo costume, chiuse con una digressione, facendo cadere un giudizio sullo scrittore Gesuado Bufalino, fresco di Campiello,  quale “uno dei più importanti autori europei”. 
In simili occasioni, solenni, storiche, anche chi sposta una sedia si sente protagonista e io ero orgoglioso e mi sentivo parte in causa per  avere recato in tipografia, a Palermo, per conto dell’allora fattiva Pro Loco, la copia originale del libro di Tinebra Martorana e la busta gialla contenente il nome scritto in arabo di Racalmuto.



Mancava Angelo Campanella in quel consesso, ma non poteva esserci perché aveva soltanto tre anni; idealmente, però, a distanza di trent’anni da quella storica presentazione anche lui ha guadagnato un suo posto accanto agli altri titolati relatori perché sul Tinebra Martorana può dire la sua parola, per il merito di avere restituito allo storico le parole finora negate, negate perché ignorate: le parole di un poeta.








Come sei venuto in possesso del prezioso taccuino autografo di Nicolò Tinebra Martorana?

Il taccuino mi è stato donato da Nino Mattina, figlio del compianto insegnante Giuseppe Mattina, il quale lo aveva gelosamente custodito tra le sue carte. Ho capito subito che si trattava di un documento eccezionale, ma non ero certo che l’autore fosse lo stesso Nicolò Tinebra Martorana di Racalmuto. Memorie e Tradizioni. L’illustre medico, infatti, sul taccuino si firma col solo cognome paterno, Tinebra, ma omette il cognome della madre, Martorana.

Come hai accertato che si trattasse del nostro illustre conterraneo?

Ho condotto una vera e propria indagine. 
Ho cercato nel taccuino degli indizi che mi permettessero di raggiungere la verità. 
Il primo indizio, oltre al nome dell’autore, è la data. I componimenti sono datati tra il 1891 e il 1895. 
L’autore ha anche indicato sul frontespizio il luogo e la data della conclusione del suo lavoro: Racalmuto, 19 ottobre 1895. Un altro elemento è la dedica posta in epigrafe al taccuino: “ad Angelina mia, dopo un anno d’amore”. 
Inoltre, uno dei componimenti, “Un saluto autunnale”, contiene indicazioni precise sul luogo in cui è stato composto: “dalla mia casetta campagnola di Rocca Rossa”. 
Un sonetto è dedicato a un amico morto prematuramente, di nome Antonio Scifo. 
Si trattava, insomma, di scoprire chi fosse il poeta di nome Nicolò Tinebra, nato almeno quindici anni prima del 1891 e morto dopo il 1895, innamorato o, forse, sposato con una donna di nome Angela, vissuto a Racalmuto e benestante al punto da avere almeno due case, delle quali una “campagnola” sita nella Contrada “Rocca Rossa”. 
Come tutti i racalmutesi, posseggo una copia del saggio storico Racalmuto. Memorie e Tradizioni, per cui ho innanzitutto riletto il saggio e la Prefazione scritta da Leonardo Sciascia. Ero certo che, se Nicolò Tinebra Martorana avesse scritto poesie, Sciascia ne avrebbe certamente fatto cenno, anche perché il saggio è stato stampato per la prima volta nel 1897, dunque due anni dopo rispetto al taccuino. 
Nel 1897 l’autore aveva ventidue anni, per cui era ben possibile che le poesie fossero sue. 
La ricerca è proseguita sui libri, ho consultato tutto ciò che è stato finora pubblicato su Racalmuto e i suoi cittadini illustri, alla ricerca di un cenno al Tinebra Martorana poeta, ma non ho trovato nulla.

Hai reperito altri indizi, documenti?

Sì. La seconda parte dell’indagine l’ho condotta negli archivi, volevo scoprire se la moglie di Nicolò Tinebra Martorana si chiamasse Angela, volevo conoscere il maggior numero di dettagli su di lui. 
Per essere certi che la propria tesi sia corretta, è necessario prima tentare in tutti i modi di negarne la validità. Anche un solo indizio contro la mia tesi avrebbe fatto crollare per sempre la mia certezza. 
Ho consultato gli archivi comunali di Racalmuto, l’atto di nascita; per l’atto di morte mi sono recato al Municipio di Serradifalco e al cimitero di Racalmuto. 
Ho scoperto la causa della morte prematura di Nicolò Tinebra Martorana: la nefrite, forse causata da una calcolosi, che all’epoca era spesso mortale. Ho accertato che la moglie si chiamava Angela Martorana e anche la madre si chiamava Martorana. 
Forse la moglie era anche cugina. Ho notato una discrepanza di date tra l’archivio del cimitero di Racalmuto, dove risulta che Nicolò Tinebra Martorana morì il 7 giugno 1921, e l’atto di morte conservato negli archivi del comune di Serradifalco, che invece riporta la data  8 giugno 1921 alle ore 1,00. 
Ho visitato la sua tomba e ho constatato che la data incisa sulla lapide è quella del 7 giugno, per cui ho ipotizzato che il nostro fosse morto il 7 in tarda serata e che poi l’atto di morte a Serradifalco fosse stato vergato l’indomani mattina. 
Alla fine la verità è emersa: l’autore del taccuino e quello del saggio storico sono la stessa persona.





Nella tua lettera, ora pubblicata sul blog Archivio e Pensamenti, accennavi alla difficoltà di pubblicare il taccuino.

Il taccuino è stato pubblicato da me, privatamente. Lo scorso settembre mi sono trasferito sull'isola di Lampedusa, dove insegno al Liceo, la solitudine induce a meditare, a me ha fatto maturare la determinazione di pubblicare il taccuino ritrovato a mie spese contattando la tipografia "Youcanprint" di Tricase.
Ho tentato di proporre la pubblicazione al Comune di Racalmuto, già prima del commissariamento, e alla Provincia di Agrigento. Ho scritto a entrambe le istituzioni una lettera nella quale spiegavo l’importanza della scoperta e la risonanza che essa avrebbe potuto avere sia a Racalmuto, sia in Sicilia, alla luce anche della qualità compositiva delle poesie, che è decisamente elevata.

Com’è finita?

Non ho ricevuto risposta, né approvazione né dinieghi, solo indifferenza. In tutta onestà, non mi aspettavo una reazione molto diversa, ma mi illudevo che trattandosi non di una cosa mia, ma di un documento prezioso per la storia locale, l’istituzione dovesse sentirsi coinvolta. Mi è venuta in mente quella frase di Leonardo Sciascia tanto citata, ma quasi sempre a sproposito, dai miei concittadini, dove l’autore lamenta la totale lontananza di Racalmuto dalla ragione. Dispiace dirlo, ma ho sentito più che mai vero quel concetto duro e impietoso, tanto impietoso che i racalmutesi hanno l’abitudine di capovolgerlo, cambiandolo di segno.

Anche tu sei pessimista, dunque?

No, non lo sono affatto. Questo blog, e non è l’unico, è una delle tante prove della vitalità intellettuale dei racalmutesi. A Racalmuto ci sono tanti intellettuali, davvero. Io ne conosco personalmente parecchi. Alcuni scrivono e non pubblicano, altri scrivono e pubblicano, altri leggono si informano pensano; ci sono giornalisti, alcuni anche molto famosi e affermati, c’è un forte senso di competizione. Sinceramente io non mi sento di dire che Racalmuto è distante dalla verità e dalla ragione. Alla fine, vince la testarda, ma non tracotante, volontà di pensare e di trasformare in azione il pensiero, tutto il resto è “politica”.








Cfr. Dieci anni di attività della Pro Loco di racalmuto, a cura di Salvatore Restivo, Racalmuto 1989.
Intervista su trs 98 dal minuto 6.45