domenica 14 ottobre 2012

LE ULTIME LAVANDAIE



1.



Giovani o meno giovani, poco importa, nubili o sposate, prelevavano la biancheria dalle case dei signori, la riponevano in grosse ceste o cufina (dall’arabo “quffa”) che portavano in perfetto equilibrio sulla testa protetta dalla spara o ciambella di stoffa, e s’avviavano al lavatoio. Sovente sorreggevano, premendola al fianco, una quartara, e porgevano la mano libera al figlioletto piagnucolante. Per consolare quel pianto, distraevano il figlioletto assonnato con indovinelli o dubbii, cunti, filastrocche e tiritere.

Giunte al Raffo, o alla Fontana, o al Saraceno, li lavanneri si disponevano in semicerchio attorno alla giebbia (vasca fatta di muratura contenente acqua, dall’arabo “ğabiya”, riserva d’acqua, in genere di pietra, per i cammelli), ciascuna nel suo spazio riservato, al Raffo non si pagava, al Saraceno invece sì perché era proprietà privata: nel periodo dell’ultimo dopoguerra, la mamma di don Rocco, raccolta nel suo scialle, esigeva le quote.


2.







Quindi, le nostre protagoniste si apprestavano con solerzia al lavoro, senza l’ausilio dei moderni detersivi. Le più attrezzate impiegavano la scebba (dall’arabo “šabb” “šabba”: “cenere di scorze di mandorle, utile per il bucato”), altre una locale pietra calcarea bianca, lu trubbu (forse dall’arabo “turb”: terra, polvere). Oppure, sbattendo energicamente sulla balàţa (dall’arabo “balata” lastra di roccia nuda e liscia leggermente inclinata) le lenzuola attorcigliate, come se stessero spaccando pietre con la mazza, queste progenitrici della lavatrice ricavavano un bucato bianchissimo. Per completare la descrizione: quando l’acqua della gièbbia era troppo sporca, veniva fatta defluire completamente rimuovendo lu mazzu, una sorta di tappo costituito da un piccolo tronco che veniva collocato nella parte più bassa del muretto che recintava la gièbbia.





Costrette a stare sul bagnato, le lavandaie alzavano le gonne per non bagnarle, lasciando intravedere le segrete nudità delle ginocchia. Le più guardinghe, o più ardite, assicuravano con gli spilloni i lembi inferiori della veste molto al di sopra del ginocchio, noncuranti di scoprire le macchie lattee delle cosce bianche “come la carta”. Costituivano, manco a dirlo, esca allettante per sguardi di aitantipicciuòtti.

Qualche lavannera, trascelta nel gruppo, tra le meno giovani, una volta designata, veniva fatta indispettire con filastrocche allusive e maligne, scandite, sillabate dagli immancabili monellacci:

La zza Maria cu li piedi chiatti
va assicutannu li picciuttieddri schietti;
nn’assicutà unu a dicidott’anni:
uocchi cilesti e capiddri biunni.


La rispondiera zza Maria, una di quelle donne che, come tante, le responsabilità della vita aveva mascolinizzato, – avrebbero potuto portare i pantaloni, – che si fumava, come si soleva dire, la sigaretta, e se c’era da santiàri, santiàva fino alla blasfemia, non faceva tardare la risposta: - Eh, galiuòti, figli di mala matri! Nni la vucca v’av’a viniri.

Risposte risentite, lanci di pietre e inseguimenti movimentavano la routine delle lunghe giornate di lavoro. Subito dopo, la richiesta a quei monellacci vastasi di un qualche servizio (il porgere una cesta piena di pesante biancheria o badare a qualche moccioso piagnucolante figlio di questa o quella lavannera, placava la breve, intensa collera della zza Maria.

Dopo la tempesta veniva la quiete. Si riprendeva, quindi, a lavorare tra i canti: con rafforzata lena. Era, quello spettacolo, un carosello di caleidoscopiche passioni, di caparbie sofferenze, di tenace attaccamento alla vita.

Così ogni giorno. Così per tante lavandaie. Di cui restano solo i nomi.

3.


Per tutte, ricordiamo quelle dell’ultima generazione, a testimonianza di un lavoro dimesso e meritorio. Rappresentavano l’igiene di un paese: ora ci sono le lavatrici, è vero, ma ci si imbatte in sporcizie mimetizzate che le macchine non riescono ad eliminare del tutto, ci vorrebbero i metodi antichi di sbattere e controsbattere i panni ancora intrisi su un pietrone per eliminare il nerume dell’acqua sporca. Dio solo sa quanto utile e necessario sarebbe ancora oggi, oggi più che mai, il loro lavoro. Ne ricaverebbe salubre utilità la collettività tutta.

Maria Aquino
Anniddra la Palumma
Filumena
La Savarina
Za Vicenza la Sbirriddra detta anche la Paradisa
Liddra la Marrabbina
Alfonsa Sicurella
Zza Ntò
Maria la Gruttisa
Antonia Rinallo
Genia la Papùra
Pippina la Zzaccaneddra
Minimineddra
La Poli
Rosa Randazzo
La Ciuciù
La Cinnireddra
Zza Caluzza
Maria la Palerma
Zza Ntònia la Capitana
Mariuzza Santangelo
Angilina la Pucinara
La zza Ntonia la Narbuna
Zza Maiuzza Pagliareddra
La Conti

Riservate, sguaiate, pudiche, audaci, castigate, insolenti, dolcissime, indurite, cosa bbona, sciarrièri, laboriose, instancabili, di carattere… erano le lavandaie.



4. 







“LAVANDAIA” PER MODO DI DIRE

In un’amichevole conversazione di non molto tempo fa, riandando al tempo delle lavandaie, venivano fuori le seguenti considerazioni, che rimandano purtroppo a costumi attuali:

Certo, adesso le lavandaie non esistono più, ma è rimasto il modo di dire essiri na lavannera, che rimanda ad un modo di essere, specialmente quando si eccede nel linguaggio; purtroppo, troppo spesso, ascoltiamo le colorite esternazioni di qualcuno come se fosse “una lavandaia” intesa nell’accezione popolare ed estremizzata del termine.

Comportamenti che da alcuni vengono tollerati e giustificati come abitudini di determinati individui, sono invece da biasimare specialmente quando investono aspetti della vita sociale e culturale come, in generale, la libertà e la democrazia.

Vorremmo ricordare soltanto le lavandaie, quelle di un tempo, che andavano alle fontane: anche se, cantando, usavano vocaboli eccessivi, avevano però nel cuore sentimenti puliti e mai violenti.

Di quelle ci rimane un nostalgico ricordo; delle "lavandaie" moderne esprimiamo il biasimo, e solo questo resta.



5.


Le foto 1 e 5 si riferiscono alla rievocazione del 1986 realizzata dal gruppo "I cantori di Regalpetra" su mio canovaccio; nel 1988 ne scriverò per esteso il testo, incluse alcune canzoni eseguite dal coro diretto da Peppino Agrò. Nella foto 5, in basso, l'arciprete don Alfonso Puma e il sindaco Calogero Sardo presentano la rievocazione durante i festeggiamenti della festa del Monte.

Nella foto 2 il Raffo oggi.

Nella foto 3 illustrazione della Fontana di novi cannola sulla sponda del carretto di Giuseppe Grimaldi.

Nella foto 4 Volantino della rievocazione del 1986.

L’elenco delle ultime lavandaie è stato pubblicato nel volume A lu Raffu e Saracinu, “La Bottega di Hefesto”, Palermo 1988. Prefazione di Salvatore Pedone. Foto di archivio e di Pietro Tulumello. Disegni di Gaston Vuiller.

Sullo stesso argomento:

- Chiddu chi succidia na vota a lu raffu, in “Malgrado tutto”, agosto 1987;

- Sarà restaurata la Fontana del Settecento, in “L’Amico del popolo”, 9.11.1988;

- “Una rievocazione: lu raffu”, in AA. VV., Racalmuto. Passato e presente, Studio Editoria Sud – Agrigento, senza data, pag.22, (“Conoscere il terrirorio”. Collana diretta da Umberto Trupiano);


http://castrumracalmuto.blogspot.it/2012/07/lavandaia-per-modo-di-dire.html

sabato 13 ottobre 2012

FICHI E NESPOLE IN PENSAMENTI

nespole "invernali"



Quannu viditi nièspuli chiancìti:

l'urtimi frutti sunnu di l'estati.


Piangete, quando vedrete le nespole: 
(ché) sono gli ultimi frutti dell'estate.


Il riferimento è al nespolo di Germania il cui frutto dalle nostre parti matura tra ottobre e novembre. Con le nespole d'inverno, così dette ma in realtà autunnali, si chiude la lunga, colorita e succosa sequela dei frutti estivi.









fichi


Le delusioni prossime sono come gli alberi di fico che crescono sui muri, costeggiati per consuetudine: per tanto tempo ci passi sotto, mai hai alzato lo sguardo, ad un certo punto lo fai e, ritagliato nel cielo, vedi un albero fronzuto con tanto di fusto rami foglie e... frutti. Rotondi. Carnosi. Lassù, in alto, sul muro.
Ma non potrai raccogliere i frutti, odorarli, palparli, sbucciarli...
E meno male!
Come si fa a mangiare i frutti dell'albero della delusione cresciuto inavvertitamente?
Non sarebbe prudente per quelle altezze prendere la scala!









mercoledì 10 ottobre 2012

GRAZIE ALLE FAVE DI PATÒ


Noci

         
     Mi raccontava mio padre, come fosse una favola, che un tale di nciùria “Beddramatri”, scampato miracolosamente alla campagna di Russia, una volta ritornato in paese,  volle impiantare un vigneto in contrada Fico, al confine con Grotte, e per scavare certe conche adatte a collocarvi vitigni americani ingaggiò cinque braccianti. Scese di mattino presto nella Piazzetta, scelse gli uomini più robusti, pattuì il prezzo e se li portò in campagna.



    Mentre costoro, con picconi e pali di ferro, scavavano l’ennesima buca, venne fuori dal terreno concavo un rumore secco, di quartara rotta, quasi impercettibile. Il rumore fu captato da chi aveva udito fine, acuito in guerra dalle insidie e dagli agguati.
-  Basta, picciotti, - disse di colpo Beddramatri con voce allarmata, - potete andarvene a casa.
-         Perché?  non è contento del nostro lavoro!?
-         Contentissimo.
-     E allora perché dobbiamo smettere? - obiettò un lavoratore. - Non sono ancora le cinque - fece notare un altro. – Almeno, completiamo la buca che abbiamo tra le mani – disse un altro ancora. 
-         No, non c’è bisogno, - ribatté deciso il padrone, - per oggi avete scavato abbastanza -. E li rassicurò: - Non vi preoccupate, vi pagherò la giornata sana.

           Patò, ch’era un ingenuo, non capì perché dovesse smettere di lavorare prima che il sole tramontasse e incominciò a ripetere: - A jurnata rrutta, no. A jurnata rrutta, no.  
        Gli altri giornatari non protestarono, rassicurati che la giornata sarebbe stata pagata per intero, però si insospettirono della inconsueta magnanimità del tirchio Beddamatri, fecero finta di avviarsi a casa, sotto lo  sguardo vigile del padrone, e appena poterono  si nascosero dietro un macchione. 




       Il proprietario del terreno, vistosi solo, finalmente, si mise a scavare di lena la buca lasciata a metà, fino a quando  estrasse dalla buca una quartara terrosa con la pancia bucata da un colpo di piccone, l’alzò al cielo quasi fosse l’ostia consacrata, la capovolse e tintinnarono sul terreno  monete luccicanti.
-      Marègni! – esclamò Beddramatrri.
-     Marègni d’oru!  - esclamarono, da dietro il macchione, i giornatari che avevano assistito furtivamente alla scena. Con un balzo uscirono allo scoperto e, come fosse un loro diritto, reclamarono la loro parte.
     Colto di sorpresa, Beddramatri reagì male perché si sentì tradito e disobbedito. Di spartire il tesoro, manco a parlarne! Era suo, perché suo era il terreno in cui era stato trovato. 



   Dopo un estenuante battibecco, per tacitare la cosa, si mise d’accordo con i testimoni, avrebbe ceduto alcune monete in cambio del silenzio. Cercò, a parte, di prendere in giro Patò, ritenuto universalmente babbeo, regalandogli pochi spiccioli delle lire correnti, invece dei marègni ritrovati che marenghi in realtà non erano anche se come l’oro luccicanti. Patò nella sua dabbenaggine abbozzò, ma una volta arrivato in paese corse difilato in caserma dove spifferò tutto ai carabinieri.



-       Ma quanti erano, questi marègni? – chiese il maresciallo.
-      Assai assai – fu la risposta, e siccome Patò non sapeva i numeri in astratto,  disse : -Prendi le fave.
    Il maresciallo si procurò le fave e ne rovesciò quattro pugni sul tavolo.  Patò, con l’indice teso, fece scivolare in un angolo tante fave quante erano le monete ritrovate e suddivise tra il proprietario e i suoi compagni di lavoro.
– Bravo! – esclamò compiaciuto e un po’ divertito il maresciallo, battendogli la mano sulla spalla, e sottrasse una fava tra quelle accantonate. Patò se ne accorse e credendo che anche quella fava fosse preziosa come i marègni della quartara, si mise a strepitare finché non fu rimessa al suo posto. 
– Bravo! – ripeté  il maresciallo, questa volta poco compiaciuto e per niente divertito. Tante fave quanti i marègni! Né una di più né una di meno. E lasciò andare Patò.  



    
    Non molto tempo dopo, a Beddramatri, proprio  per la sua ingordigia, venne requisito il tesoro rinvenuto, dopo averlo fatto cantare in caserma, come si disse in paese,  a suon di bastonate. Venne recuperata anche la parte data ai braccianti.  
Nè iu né nuddu, - andava saltellando contento il babbeo Patò nella deserta Piazzetta.




  Le monete racalmutesi, di epoca bizantina, risalenti  ad Heracleone, storicissimo imperatore d’Oriente (641-645) a cui venne tagliato il naso, furono trasferite al Museo archeologico della Valle dei Templi dove andarono ad arricchire  il monetario che ha ricevuto e riceve tutt’ora visitatori da tutto il mondo. 
    Va detto. Grazie alle fave di Patò.

Antiquarium di Milena (CL)

POST SCRIPTUM

Nel 2007 giaceva presso la Sovrintendenza di Agrigento un Protocollo d’intesa con il comune di Racalmuto; l’assessore di turno, recatovisi per riprendere le fila dell’intesa, constatò che il Protocollo era rimasto lettera morta; la Sovrintendente in persona s’incaricò di modificarlo e rinnovarlo; l’assessore prese l’impegno di individuare locali idonei per un Antiquarium ma non ebbe il tempo di segnalarli perché fu soppiantato dal successore.


 Se il successore e i successori del successore non hanno rinnovato il Protocollo d’intesa e non hanno segnalato i locali per l’istituendo Antiquarium, come avrebbero dovuto fare in un ideale staffetta, sarebbe sempre bello e opportuno farlo.


A proposito di staffetta, va detto che antecedentemente a quel Protocollo anche Carmelo Mulè, in qualità di assessore, e poi di responsabile della locale sezione di Archeoclub, si era interessato per valorizzare il nostro patrimonio archeologico subito dopo una proficua campagna di scavi a Racalmuto. Anche per lui, come ha scritto recentemente, "forse è il caso di ricominciare a pensare ad un museo tutto racalmutese e secondo me con un certo garbo i racalmutesi tirerebbero fuori tanti oggetti dai loro cassetti". 


E lo auspicano sicuramente anche Giovanni Salvo, Calogero Taverna, Carmelo Falco, il gruppo dei giovani archeologi di Racalmuto nonché Angelo Cutaia, presidente della locale sezione di Sicilia Antica. Tutti, per incominciare, apporterebbero il loro valido contributo.  La vicina Milena ha realizzato egregiamente il suo Antiquarium, perché Racalmuto no?



Mi ero già occupato dell'argomento nel libro Il giardino della discordia, Coppola editore, Trapani 2006; paragrafo "Come Mozia" pagg. 40-43

Sullo stesso argomento si possono consultare inoltre:
[PDF] 

martedì 9 ottobre 2012

IL MITO DI PARIGI



Modica, 2012


"Andare a Parigi era a quell’epoca, ed è stato sempre, come darsi a un mestiere, a una professione o a un corso di studi. Vivere in quella gran città voleva dire imparare, capire il mondo, fiutare il vento. L’avervi passato qualche anno e magari soltanto qualche mese, poteva dare gloria per tutta la vita anche a un tipo qualunque, solo che avesse saputo raccontare le sue gesta, immancabili, perché nessuno poteva vivere a Parigi senza capitare dentro casi e vicende degne di venir raccontate".



2012




Così scriveva lo scrittore di origini siciliane Piero Chiara nel romanzo Il cappotto di astrakan del 1978.
E sappiamo cosa ha rappresentato  Parigi per tanti artisti e letterati: superare il test parigino significava ottenere il lasciapassare per un probabile accesso alla storia.
Storia di artisti, s’intende, ma del calibro di Picasso e Modigliani.
E ciò valeva anche per tanti francesi che per sprovincializzarsi si recavano  da est e da ovest da nord e da sud nella capitale, che non era soltanto una capitale politica. Era un laboratorio per reinventare il mondo e i rapporti sociali. Era una capitale morale. Estetica. Di pensiero. Di libertà. Di fantasia. D’azzardo e quindi di fame, ma anche di gloria. La gloria! Il prestigio del nome conseguito, consacrato, riconosciuto. Il successo, insomma.
Ma lo è ancora oggi?
O la Parigi storica è piuttosto una metafora, mentre il sovramondo di Internet è la nuova Parigi operativa? Con una diversa anima, ovviamente, ammesso che ce l'abbia.



Bello sarebbe a questo mondo poter acquistare il virtuale senza perdere il reale. E viaggiare…
                                                                                                                           P. C.



2012