domenica 23 settembre 2012

LUNA E SCRUSCIU DI CARRETTU


Montallegro, Natale 2011



Fino ad una trentina di anni fa, scrivevo nel 1988, ora aumentata di un’altra ventina, numerosi carretti rullavano sulle strade petrose di Racalmuto.
            Carretto, cataletto. Duro mestiere quello del carrettiere, sia che fosse un acqualuòru, che vendesse cioè  acqua per le vie e viuzze del paese, sia che trasportasse, per destinazioni prossime o anche fuori provincia, mercanzie varie: masserizie, prodotti della campagna e naturalmente zolfo e sale delle locali miniere. A Ravanusa i più anziani ancora se ne ricordano du racarmutisi ca vinnìa sali, del racalmutese che vendeva sale.

            I carrettieri, numerosi, esposti all’acqua e al vento, ai rischi della strada e agli agguati predatori di malviventi mpaccialàti nei passi scògniti, perennemente in competizione, erano gente spavalda, irascibile, generosa.  Abili nel fare scùrriri la zzòttae sfiorare il dorso del cavallo o pizzicare le orecchie del mulo da tiro per vincerne la ritrosia e sollecitare il passo ritmicamente cadenzato sotto la canicola, incontro al vento di tramontana, nelle arrancanti salite.  Compare Alfio, il famoso carrettiere della Cavalleria rusticana, in dialetto canterebbe così: Oh, chi bieddru mistieri, fari lu carrittieri, jiri di ccà e di ddrà, jiri di ccà e di ddrà. Scurri la zzòtta, accàaa!

Poi hanno smesso. Soppiantati dai mezzi meccanici e dalle mutate condizioni lavorative, i carretti sono stati accantonati, i loro proprietari si sono adeguati motorizzandosi. All’inconfondibile scrùsciu di carrettu sono subentrati altri confusi rumori. Ma qualcuno ha cambiato mestiere o se ne è andato in America.
            Sono scomparsi d’incanto, o per metamorfosi o per l’emigrazione, gli ultimi carrettieri.

            Il carretto da qualche tempo è tornato di moda ma come impennacchiato oggetto ornamentale, vezzo borghese, citazione pittorica, oltreché essere servito alle carriere di professori universitari e a fortune editoriali con studi e pubblicazioni. In primo piano sono balzati artigiani e artisti del carretto nella sua molteplice tipologia: il palermitano, il catanese, il marsalese, il castelvetranese, e le maestranze di Bagheria, Agrigento, Modica, Vittoria: i Ducato, i La Scala etc.  
Il carrettiere, sullo sfondo di tanta rievocazione artigianale e artistica,  è passato in secondo piano, pressoché ignorato.  Del carrettiere,  del suo mondo, andrebbe scritta la saga per restituirgli  o riconoscergli difficoltà, passioni, sentimenti, il  ruolo nella società del suo tempo. Ognuno lo fa come può. Anche dei versi possono tornare utili e dare l’illusione di fare reincarnare con suoni e immagini  ectoplasmi sfuggenti.

Nni la notti na lanterna
S’arrimìna di luntanu.
Canta un cori vagabunnu
‘Na canzuna senza suonu.
Nni la coffa c’è attaccatu
Un canazzu, e va abbajannu.
Canta, pensa, havi pi liettu
Luna e... scrusciu di carrettu.
Nella notte una lanterna / oscilla da lontano. / Canta un cuore vagabondo / una canzone senza suono. / Alla cesta vi è legato / un cane e va abbaiando. / Canta, pensa, ha per letto / luna e... rullo di carretto. 

            Mi ha stupito tempo fa l’interesse per il mondo dei carrettieri mostrato da un’amica spagnola che ha voluto replicare un sentimento facendolo spaziare oltre il dialetto siciliano:
Luna y traqueteo de carro

En la noche una lintena
Se balancea lejana....
Canta un corazón vagabundo
Una canción  silenciada.
En el eje camina atado
Un perro que va aullando.
Canta, piensa, tiene por cama
La luna y las ruedas que traqueteaban.

Traduzione di Paqui López Buyo



Ex scuderie reali, Villa Favorita, Palermo (2012)


            Ma per tornare ai carrettieri in carne e ossa di un tempo si è fatto appena in tempo a registrarne i nomi anzi i soprannomi con un’apposita ricerca. - Scrivi, scrivi la ngiuria, - tenne a precisare con entusiasmo una  vedova nel ricordare il marito carrettiere – ccu lu nnomu nun nni canusci nuddru -. Scrivi, scrivi il soprannome, col nome non ci riconosce nessuno. Il soprannome, dunque, che è un falso nome, come contrassegno efficace di riconoscimento e identità.
L’ordine di elencazione è sparso: la memoria non registra secondo l’ordine alfabetico né con rigorosa fedeltà anagrafica. Luigi Passerini, ad esempio, sollecitato dal famelico intervistatore si è ricordato di parecchi carrettieri raggruppandoli per vaneddri curtiglia, per vie e cortili, ricollocandoli, vivi e animati come un tempo, nelle strade e nei quartieri dov’essi abitavano, chiamandoli, direi evocandoli, per nome o soprannome,  in italiano, in dialetto, in un festoso e contaminato mélange linguistico.

Acquaioli
Pietru, Titu e Liddru Cuddrura,
Ancilu, Peppi e Pietru Rizzu,
U Giurdanu
Viecchiupilu
Domenico Scozzari
Pagliarieddru
Carmelo Montante
Rocco Messina
Panareddra
Santamulinu
Diego Salvo
Peppi Pucinaru
Calogero Curto
Pitrinu Baccareddra
Panaru
Peppi e Giuvanni Ippunieddru
Ramunnu Pilota
Turiddru Tilèriu
Vincenzo Rinallo

Trasportatori e rivenditori
Luigi Passerini
Luigi Giglia
Nardu e Peppi Agrò
Peppi Ciccuzzu
Alfonso Bellomo
Carmelo Merulla
Carminu Testaleggia
Peppi Cardiddru
Giuseppe Traina
Carminu Cipuddra
Caloriu e Peppi Chiuòvu
Carmelo, Stefano e Giovanni Petruzzella
Salvatore Franco
Ntoniu, Vicienzu e Nicu Quagliariddraru
Tascareddra
Arfonziu Scimè
Peppi, Caliddru, Luvigi, Angilu e Raffieli Chiarelli
Turiddru Calalìa
Liddru Cicirunieddru
Liboriu La Miennula
Luvigi, Peppi, Fofu e Tanu Geraci Sarraviddru
Carminu e Angilu Piazza
Totu, Raffieli, Liddru e Angilu Giacatàru
Turiddru u Babà
Peppi Lattuca
Sarafinu e Nicu Cardiddru
Turiddru Baiuoccu
Liddru Amatu
Carminu Liunieddru
 …


L’elenco degli ultimi carrettieri è stato pubblicato nel volume A lu Raffu e Saracinu, “La Bottega di Hefesto”, Palermo 1988. Prefazione di Salvatore Pedone. Foto di archivio e di Pietro Tulumello. Disegni di Gaston Vuiller.

Il post pressoché identico è stato pubblicato nel luglio 2012 su: 

Castrum Racalmuto Domani: LUNA E...SCRUSCIU DI CARRETTU

castrumracalmuto.blogspot.com/.../luna-escrusciu-di-carre...





sabato 22 settembre 2012

E PARI CA BABBÌA


Lu judici chi fa ccu li palori?
Cunnanna o assorbi.
Lu parrinu binidici.
T’addifenni, l’avvucatu.
E muntùa midicini
lu nfirmieri diplomatu.
Lu puliticu mpapocchia,
va diciennu: po’ si vidi.
E lu Pueta chi fa ccu li palori?
T’addifenni senz’essiri avvucatu.
Senz’essiri parrinu binidici.
Cunnanna e assorbi.
Cunorta li nfilici.
Quann’iddru parla o s’iddru si ncanìa,
ti dici cosi nivuri e pari ca babbìa.

19 aprile 2009


Il giudice che fa con le parole? / Condanna o assolve. / Il prete benedice. / Ti difende, l’avvocato. / E nomina medicine / l’infermiere diplomato. / Il politico impapocchia, / va dicendo: poi si vede. / E il Poeta / che fa con le parole? / Ti difende / senza essere avvocato. / Senza essere prete / benedice. Condanna e / assolve. Conforta / gli infelici. Quand’egli parla / o s’egli si accanisce, / ti dice cose nere / e sembra che scherzi.


And He Seems to joking

What does the judge do with his words?
He condemns or he absolves.
The priest blesses,
the lawyer defends you,
and the registered nurse
names medicines.
The politician makes a mess
and keeps repeating,
later we’ll take care of it…
And what does the poet do
whit all his words?
He defends you
Without being a lawyer.
 Without being a priest, he blesses you.
He chastises and absolves,
and he comforts the unhappy.
When he speaks
Or when he’s preved,
he reveals some gloomy things,
yet he seems to be joking .

  

La poesia E pari ca babbìa è contenuta nel volumetto Venti di Sicilinconia, Edizioni Medinova, Favara 2009. Opera vincitrice del Premio “Martoglio” 2009. La Prefazione è di Salvatore Di Marco.

La versione inglese And He Seems to joking è stata pubblicata sulla rivista bilingue “Arba Sicula. Sicilian Dawn”, Volumi XXXII, Nummira 1&2, Primavera e Stati 2011. La rivista è pubblicata a cura del Languages and Litteratures Department St. John’s University di New York.
La traduzione è di Gaetano Cipolla, che ringrazio come autore e come siciliano per l’opera  di promozione della lingua e della cultura siciliana che da quarant’anni a questa parte viene svolgendo in terra americana.











giovedì 20 settembre 2012

ASSESSORE SARÀ LEI!

In un mercatino di Barcellona (2010) 


Girovagando nel bosco o sottobosco intricato dei commenti di tanti blog, un Anonimo, sicuramente a corto di argomenti, ad un certo punto dà dell’assessore all’interlocutore, non anonimo ovviamente, per cercare di zittirlo.

A questo Anonimo idealmente rivolgo le mie riflessioni, a chi se no? Visto che è anonimo. 







Non  basta dare  dell'assessore a qualcuno per  zittirlo e "saltare"  l'argomento su cui si sta ragionando  pubblicamente.
Pertanto, analogamente, con più autorità, Sciascia l'ha fatto capire in un suo romanzo. 
Ad un certo punto, un personaggio, per evitare l'argomento su cui si stava polemizzando, dice all'interlocutore: "E tu perché porti la barba?". Si capisce che la barba non c'entrava per nulla con l'oggetto della polemica.  
Insomma, anche uno che è stato assessore può dibattere, scrivere e dire le “sue” verità.

Si ragioni piuttosto in maniera logica e pertinente su queste presunte “verità”, per corroborarle o correggerle o smontarle.
Le generalizzazioni vanno bene e fanno bene a chi non ha la coscienza e le carte a posto, per questo non è giusto né corretto generalizzare. Se, altrimenti, a priori, dire a qualcuno assessore o sindaco o consigliere o deputato fosse qualcosa di disdicevole, saremmo fritti, la società sarebbe fritta, perché dagli assessori-sindaci-consiglieri-deputati… la società è retta. Non vorremmo mai assistere al dialogo surreale, o tragi-comico, non so, del tipo:

-     Assessore?
-     Assessore sarà lei!

Penso invece che, sia in generale sia nel particolare,  se nella gestione di tante faccende ci fosse  una partecipazione “critica”, leale e corale, come ad esempio per la gestione di una fondazione culturale o di un teatro o per la destinazione di alcuni fondi, probabilmente oggi non ci troveremmo nella situazione grigianerofumo in cui ci troviamo.

Sono convinto, forse ingenuamente, che questo ragionamento sia valido per una piccola comunità, alla quale in particolare mi riferisco,  ma anche per quelle più grandi.

A rafforzare l’assunto, concludo, così come ho iniziato, con una citazione, visto che  anche gli “anonimi” dei blog dove si dibatte e si discute amano le citazioni letterarie.
Sempre analogamente, contro coloro che vorrebbero annullare il messaggio contestando il mezzo, per Sciascia pure la messa del prete peccatore è una messa vera, e anche la sentenza del giudice “discusso” è una sentenza valida.
Altrimenti, Dio solo sa quante volte resteremmo senza messe e senza sentenze!



Alberi di Barcellona (2010)


Rimando, non contro qualcuno in particolare, ma, serenamente, per una esemplificazione dialettica, ai seguenti link:

http://regalpetraliberaracalmuto.blogspot.it/2012/08/cu-conza-e-cu-sconza-sono-la-stessa-cosa.html

http://castrumracalmuto.blogspot.it/2012/07/ne-cinici-ne-spirtuna.html




mercoledì 19 settembre 2012

DIMINÀGLIA, DIMINÀGLIA


     Quando eravamo piccoli, in campagna, d’estate, davamo la caccia alla “Diminàglia”. Presala, la deponevamo nel cavo della mano, e, stuzzicandola con l’indice, le domandavamo dove si trovasse il Nord.
      Il povero insetto si dimenava per liberarsi, ma noi, improvvisati sciamani, imperterriti e fiduciosi, continuavamo a porre le nostre domande: dove facesse l’uovo la gallina, chi fosse il più sciocco del paese, se dovesse piovere all’indomani.
      A mezzo tra gli àuguri latini, che divinavano il futuro interpretando il volo degli uccelli, e gli arùspici greci, che il futuro leggevano nelle viscere degli animali squartati, noi, da esperti seviziatori, sapevamo indovinare la risposta interpretando i disperati “gesti” della Diminàglia.
     La Diminàglia o Mantide religiosa, un comunissimo insetto dal collo di giraffa, con due piccoli occhietti fissi in una testina triangolare, mobilissima, era la Sibilla che, dimenandosi, dava risposta a tutto, ai nostri dubbi di ragazzi.
     Ora non ci credo più alla Diminaglia, interpellata dai ragazzi di altri paesi come Nniminàglia o Miniminàglia: ben altre domande avrei da rivolgerle ed essa non risponderebbe. Ma come si fa a sopprimere il bisogno di fare domande?
      Come si fa a non immaginare domande sulla vita, sulla morte, sull’odio, sulla violenza, sull’ingiustizia, sul cielo, sulla terra, sulla nostra terra? 
        E, planando dalle generalissime questioni,  con il passare del tempo, quasi quasi si vorrebbe chiedere alla Diminaglia di dipanare i grovigli delle coscienze e degli interessi che ci stanno dietro inconfessate mire, ipocriti comportamenti, responsabilità inderogabili. Nella speranza che gli scatti nervosi della Mantide, senza farsi deviare dai lustrini del potere e del successo, senza mettere in conto calcolati silenzi per tornaconti futuri, saltando l’ostacolo di decoratissimi e impenetrabili paraventi,  individuino il marcio e aiutino a togliere di mezzo erbacce e cianfrusaglie metaforiche; nella speranza forse esagerata che i “religiosi” gesti dell’elegante insetto rendano possibile la prosecuzione di un cammino virtuoso che conduca in un paese migliore dove, anche se non scorrerà latte e miele, si potrà cogliere un solidale senso del vivere di persone sincere. 
      La Diminaglia non sa, non ha risposte da dare; ma io non so rinunciare ai miei dubbi, anche se potrei costringermi a non fare domande.
      La poesia è la Diminaglia che cerco e a cui chiedo com’era in Sicilia il passato, come sarà il futuro, perché i mali del presente.
      L’evocata immagine della Diminaglia sarà bella forse, ma è la poesia che viene il dubbio sia inattuale. Mientras haya esperanzas y recuerdos, habrá poesía! dice un poeta spagnolo. “Finché vi saranno ricordi e speranze, vi sarà poesia!”. 
    E chi potrà sradicare dal cuore dell’uomo le speranze e i ricordi? Esperanzas y recuerdos.
       Ci ripenso, invoco la Diminaglia, e chiedo:

-       Diminaglia, Diminaglia,  cu ci fita nni la paglia?
-       La gaddriiina!
-       Diminaglia, Diminaglia, nni la staddra cu cci rraglia?
-       Lu sceeeccu!
-       Diminaglia, Diminaglia, cu è ca ntrezza e ma’ ca sbaglia?
-       Li baaabbi!
-       Diminaglia, Diminaglia, cu si cogli li stuppaglia?
-       Li picciliiiddri!
-       Diminaglia, Diminaglia, u maritu a cu si piglia?
-       A la muglieri!
-       Diminaglia, Diminaglia, ccà s’arridi o si sbadaglia?
-       Boooh!

Brava fusti, Diminaglia,
nun sgarrasti mai na vota:
si cchjù saggia di ma nannu,
e giacchì m’arrispunnisti
senza dubbi e senza sbagli,
pi stasira mi vastà,
iu ti pozzu libbirari.
Si quarcunu già t’aspetta,
nun lu fari cchjù aspittari.
Via! Vatinni ppi lu munnu.
E portami na bona nova!

- Mantide, Mantide, chi fa l’uovo nella paglia? 
- La gallina! 
- Mantide, Mantide, nella stalla chi è che raglia? 
- L’asino. 
- Mantide, Mantide, chi è che sempre ci azzecca  e mai sbaglia? 
- Gli scemi!  
- Mantide, Mantide, chi racimola i tappi (nelle feste)? 
- I bambini!
- Mantide, Mantide, il marito con chi si sposa?  
- Con la moglie!
- Mantide, Mantide, qui si ride o si sbadiglia? 
- Boooh!

Brava, Mantide, sei stata,
neanche una volta hai sbagliato: 
sei più saggia di mio nonno,
e giacché hai risposto
senza dubbi e senza errori, 
per stasera può bastare, 
io ti posso liberare.
Se qualcuno già ti aspetta, 
non lo fare più aspettare. 
Via! Vai per il mondo.
E portami buone nuove.





 La poesia e il testo introduttivo qui riproposti  sono stati già pubblicati con qualche lieve variazione su:
- Giornale di poesia siciliana, a. VI, n. 3, marzo 1993
- Blog “Catrum Racalmuto Domani” a cui si rimanda, per chi avesse curiosità di leggere i commenti  al post lì riportati, col seguente link:


Nella foto in alto (di Antonino Giordano) sto recitando Diminàglia davanti al poeta Ignazio Buttitta durante lo spettacolo "Smaràgdos" (Palermo, Sala Teatro del Pensionato Universitario "San Saverio" - giugno 1985).