venerdì 3 aprile 2015

L'AGGUATO DEL CASALE. Quando i Barresi di Castronovo di Sicilia aggredirono i Del Carretto di Racalmuto






Le vicende particolari di Racalmuto e Castronovo di Sicilia si sono incontrate parecchie volte nella storia: nel 1503, a proposito di un sacro simulacro rimasto miracolosamente a Racalmuto; 
fra il 1527 e il 1528, per uno schiaffo inferto da Paolo del Carretto, originario di Racalmuto, ad un rappresentante dei Barresi, di Castronovo.





La prima volta, se ci fu il prodigio, come attestano storici locali (B. Caruselli, N. Tinebra Martorana) e non (G. Traina), ci fu anche il duello - secondo la tradizione orale - a dirimere la questione insorta: Ercole del Carretto, “conte” di Racalmuto, feriva Eugenio Gioeni, principe di Castronovo, e il simulacro della Madonna, oggetto del contendere, rimaneva in terra racalmutese. 


Correva l’anno 1503 ed il principe Eugenio Gioeni, proveniente dall’Africa dove si era recato per curarsi l’ipocondria, sbarcava a Punta Bianca etc. etc. etc. 

Di ncapu mari na navi vinìa, 
facennu festa e sparannu cannuna.  
Ascontra Racarmutu pi la via  
vonzi ristari ccà sta gran Signura…



    

La seconda volta, sullo spiazzo adiacente la chiesetta di San Pietro che costeggia la strada a scorrimento veloce per Palermo, ha avuto luogo uno dei fatti più sanguinosi nella storia di Sicilia, paragonabile, per efferatezza e teatrali colpi di scena, al “caso di Sciacca”. 
Don Paolo del Carretto morirà ucciso nell’agguato tesogli dallo schiaffeggiato Barresi. Né la faida si arresterà: altre vendette, altri agguati e altri spargimenti di sangue saranno strascico inevitabile. [...]

Piero Carbone, "A proposito del gemellaggio tra Racalmuto e Castronovo di Sicilia" in
E. N. Messana, N. Macaluso, P. Carbone, La vinuta di la Madonna di lu Munti ( 2a ed. edizione fuori commercio, Racalmuto 1988.
Precedentemente pubblicato sul “Giornale di Sicilia” del 19.11.1986, "Uno schiaffo, un duello e... finalmente amici".






Due paginoni speculari vennero dedicati a Racalmuto e a Castronovo di Sicilia in occasione del gemellaggio del 1986. Quella pubblicata è relativa a Racalmuto. Tra le carte del mio archivio dovrebbe essere rintanato anche quello dedicata a Casronovo.



            

giovedì 2 aprile 2015

UN BONUS PER IL CASALE DI SAN PIETRO. Sulla scorrimento veloce Palermo - Agrigento




Quante centinaia di migliaia di automobili private o di pullman di turisti sono passati accanto a quello che a una decina di metri dallo stradale può sembrare uno dei soliti caseggiati semidiroccati delle nostre campagne? E quanti invece hanno imboccato lo svincolo  per visitare il Casale di San Pietro?
Meglio non azzardare cifre, sarebbe sconfortante.  
Anche io, che questa strada percorro da quarant'anni ormai, avrei incrementato la sciatta statistica dei non-visitatori se non fosse stato per alcune fortuite circostanze che mi hanno portato ad incuriosirmi. 

Veramente finora la mia era stata soltanto una curiosità storica in quanto nei pressi ci sarebbe stato un aspro duello cinquecentesco tra nobili racalmutesi e castronovesi, ma non avevo fatto caso in maniera approfondita alle condizioni del Casale che funge anche da rinomata indicazione toponomastica di una contrada, lu Chianu di San Petru, il Piano del Casale di San Pietro.


 



Ma l'altro giorno, dopo l'accorato allarme di un appassionato di storia castronovese anche se lui castronovese non è, arrivato all'altezza di San Pietro ho svoltato, ho imboccato la stradella e voracemente mi sono messo a fotografare sotto una pioggerellina insistente e il cielo grigio. 

Avendo appreso della mia sortita, Nino Di Chiara mi ha voluto stuzzicare inviandomi la copertina di una pubblicazione riguardante il Casale, ma posso assicurare che non è stata cattiveria, la sua, mi farà avere l'intero libretto in cartaceo e non solo quello: mi ha annunciato che lui e Fiorella Tirrito stanno ricercando qualche altra, per me preziosa, documentazione da farmi avere brevi manu. 

Nel mio consueto tragitto da Palermo a Racalmuto, dall'automobile in corsa continuerò a sbirciare con la coda dell'occhio il familiare caseggiato e so che mi verrà la tentazione ogni volta di svoltare la stradella per ammirarlo per rivivere in loco le vicende storiche di cui il Casale è stato teatro. 

Ogni tanto sicuramente lo farò, ma sarebbe una bella rinascita per il Casale se le centinaia di migliaia di automobili private e di pullman carichi di turisti non gli sfrecciassero indifferentemente accanto.  E con la prospettiva del nuovo tragitto stradale la velocità dei veicoli dovrebbe aumentare. 



Il primo di aprile è trascorso ma tra il serio e il faceto viene da fantasticare un'ipotesi: una ricevuta per la visita effettuata da far valere a percentuale di scomputo non so come nella dichiarazione dei redditi. 

Forse al Casale di San Pietro si formerebbero code infinite, grazie al ticket, anzi, al bonus sulla bellezza, sulla nostra doverosa memoria storica.  




 



















Testo e foto ©piero carbone

mercoledì 1 aprile 2015

A CHE SERVE IL PESCE D'APRILE. Notizie di candidature, visualizzazioni e nonnotizie

La notizia fresca fresca di giornata della candidatura di un giornalista agrigentino a sindaco della città dei Templi segue a ruota quella sconfessata di un candidato uscito fuori dalle primarie grazie all'alleanza di forze politicamente contrapposte.

Invece della sintesi, i politici agrigentini, per non scontentare nessuno avevano semplicemente messo assieme i due elementi, tesi e antitesi, come si suol dire e solo per modo di dire, il diavolo e l'acqua santa, visto che nessuno è il diavolo e tutti si sentono l'acqua santa.

I discendenti di Empedocle in tal modo avevano ridotto e semplificato la soluzione del filosofo agrigentino il quale voleva tenere unti nella sua teoria del mondo  non due ma ben quattro elementi: terra aria acqua e fuoco!

Comunque, l'unione moderna dei due "elementi" politici ovvero la santa alleanza è saltata, i proponenti si son dovuti dimettere, ed è spuntata fuori, nella giornata odierna, la candidatura di un noto giornalista. Pesce d'aprile, codesta candidatura? O lo era quella precedente?

Mi è saltato il virticchio di scrivere una Nota su facebook che, credo, vale la pena riproporre sul blog in contraltare a consimili notizie precedentemente pubblicate, con perfetta sincronia, sempre in data odierna, giorno del famoso pesce d'aprile.

 "Che confusione!" ha commentato un amico.
Ho commentato a mia volta con un trattino che potrebbe risultare dirimente: con-fusione.



A CHE SERVE IL PESCE D'APRILE

1 aprile 2015 alle ore 13.33
I giornalisti dalle mie parti aspettano il primo di aprile per candidarsi a sindaco. Poverini! Non sanno a quale santo votarsi! Nel caso andasse male, diranno che hanno scherzato! Chi giornalista non è, non banalizzando le altre notizie, almeno lo dice di lanciare nonnotizie.

Ma un'altra ragione materiata di sociologica o ontologica sostanza probabilmente vi è sottesa nella scansione calendariale: come nel settimo giorno della Genesi, forse lo fanno per rilassarsi e riposarsi con una notizia leggera (o scherzevolmente falsa)  dopo aver creato per sei giorni un mondo di notizie pesanti e vere. E' un pesce d'aprile!

(Camera caritatis: in tutto questo, qualche clic o visualizzazione in più non fa male a nessuno: notizia insufflata, visualizzazione assicurata).





ph ©pierocarbone

SMARAGDOS ANNUNCIA UNA SENSAZIONALE NONNOTIZIA







A las cinco de la tarde...
Alle cinque della sera non ammazzerò un toro
Alle sei non prenderò il tè
Alle sei e un quarto andrò in una putìa di vino
Berrò birra e carcadè
Alle sette forse sarò a las Ramblas di Barcellona
Forse
Alle otto mi andrà di cenare?
Alle nove non so se lo saprò
Ma tra le cinque le sei le sette le otto e le nove
Farò una rivelazione
E non sarà un pesce d'aprile
Enti dell'altro mondo
Hai capito, Birribaida di Misimilindo?

Smaragdos, Lo scornabecco non è un animale. Parainedito.


ph ©archivioepensamentiblog

martedì 31 marzo 2015

UN CALZOLAIO IN PIÙ O UN EROE IN MENO? Leva dei ricchi e stratagemmi dei poveri

Al calzolaio di Eduardo Chiarelli non sarà andata giù che in paese ad essere arruolati per andare a morire in guerra fossero soltanto i poveracci, i figli del popolo, contadini, minatori, artigiani, piccoli commercianti etc., mentre i figli di papà, ricconi o ammanigliati con il potere,  come sostiene Calogero Taverna sulla scorta di specifiche ricerche (su cui prossimamente varrà la pena ritornare a riflettere),  rimanevano in paese, dal momento che alla visita medica venivano dichiarati "riformati" e quindi inabili al servizio di leva o al richiamo per andare dritti dritti al fronte.

Chi ricco o potente o amico di potenti non era e non era per natura "difettoso", poteva tentare di farsi riformare ugualmente menomandosi in qualche modo, e a quanto pare uno dei modi era quello di farsi cavare un occhio: chissà se ve ne sono stati di questi casi a Racalmuto o a Palermo?




E' vero che l'occhio cavato li risparmiava dal militare o dalla guerra ma è anche vero che per questo "privilegio", i cittadini meno abbienti pagavano un prezzo salato, come se il "non militare" o la "non guerra" scontassero per tutta la vita.

Il calzolaio, protagonista del racconto di Eduardo, era purtroppo svantaggiato dalla sua bella costituzione fisica che lo faceva apparire financo prestante e forse non sarebbe bastato il sacrificio di un occhio solo per essere credibilmente "riformato". Eppure...  rimase integro e vi riuscì ugualmente. Vedremo come.

Eduardo, pur nel rispetto di chi in guerra è andato, e vi è morto, come è accaduto a qualche suo familiare, è portato a disincantate riflessioni sull'agire umano.
         ( P. C.)


Banchetto di lavoro (vancarieddru) del calzolaio (mastru scarparu)
esposto al museo etnografico di Palazzo Giandalia a Castronovo di Sicilia. Ph ©archivioepensamentiblog


Lo "scarparo" che non partì per la guerra
di 
Eduardo Chiarelli

Oggi come oggi è il Presidente della Repubblica in persona a riceverli, e i funerali sono celebrati con grande pompa, ai Fori Imperiali. Ma nonostante tutto, i morti rimangono morti , e il dolore straziante delle loro Mamme sempre lo stesso.


*


Era troppo alto e robusto per essere uno scarparo! Ma perché, si chiederà qualcuno, i calzolai dovevano essere per forza tutti gracilini, scardebbuli o n´ticchinuti?

Ebbene sì, a quei tempi, tutti coloro che non fossero sufficientemente forti da sopportare il duro lavoro dei campi, o delle miniere, erano mandati fin da bambini dal sarto, dal barbiere, o dal calzolaio per imparare una professione .

Lui aveva la sua bottega vicino casa mia e per tutti era “lu mastru”.

Spesso mi chiedeva di andargli a comprare le sigarette, compito che svolgevo volentieri visto che mi era molto simpatico , ma la cosa che più mi piaceva in lui era il fatto che, nonostante avesse l´età dei miei Nonni, non mi trattava come un bambino, e cià mi lusingava.

Seduto nella sua bottega che odorava di colla e di cuoio, stavo ad ascoltarlo per ore, le storie che più mi piacevano erano quelle sulla guerra, che raccontava con tono grave, con ricchezza di particolari , ma sopratutto con obiettività. Sembrava non metterci nulla di suo, quando finiva di raccontare era come se dicesse: così è stato! adesso tirate voi le vostre conclusioni.

Non era un uomo istruito eppure sono sicuro che certi sedicenti giornalisti laureati avrebbero potuto imparare tanto da lui.

Una volta mi raccontò di quando ritornato da una breve licenza, arrivato in caserma, fu informato che il suo nome figurava nella lista di coloro che dovevano partire per la Russia.

Non si sapeva molto sulla campagna di Russia, poiché i pochi che ritornavano erano tenuti in contumacia, il Comando taceva, e i giornali, continuavano a parlare di inarrestabili avanzate e gloriose vittorie, ma i soldati sapevano che in quelle gelide lande si stava consumando un'immane tragedia.

Così il nostro calzolaio, spinto forse dall'istinto di sopravvivenza, chiese d´essere ricevuto dal comandante di compagnia.

Prima però andò in camerata, prese il fiasco dell'olio, un sacchetto di fichi secchi e due carte di pasta, che aveva portato da casa e con quelle cose in mano entrò nell'ufficio del comandante.

Questi nel vederlo entrare con quel ben di Dio saltò dalla sedia, e per tutto il tempo che il soldato parlò non distolse lo sguardo dalle cibarie neppure per un istante.
Alla fine, prima di ritirarsi, posò tutto sul tavolo del Capitano, e raccomandandosi di controllare meglio la lista, e vedere se non c'erano stati errori, salutò militarmente e uscì.

In Russia non ci andò mai, e rimase fino alla fine della guerra a fare scarpe e scarponi.

Adesso non sarò io, seduto sulla mia comoda poltrona, a giudicarlo! Di cosa potrei accusarlo poi? di viltà o di scaltrezza ? Che differenza avrebbe fatto un cadavere in più abbandonato nella steppa?

Forse sarà meglio fare come lui mi ha insegnato . Questo è ciò che accadde, ognuno tragga le proprie conclusioni.


Didascalia di  Eduardo Chiarelli.
"Questa foto ritrae mio zio Vincenzo (quello più alto) insieme ad un commilitone;
è stata scattata poco prima di partire per la 
Russia."