mercoledì 3 dicembre 2014

VISIBILI TORRI NELLA TORRE INVISIBILE





Ci son volute ben trentacinque torri trentacinque per rendere visibile ai palermitani una torre altissima e strategica, strategica e strabica al punto da avvistare nel medioevo nemici prossimi, aggirantesi  furtivi intorno alle mura del Cassaro, e oggi capace di proiettare lo sguardo lontano e farci individuare amici oltre il mare, oltre le colline libanesi, fino alla lontana Siria.




Ce ne dà la descrizione non uno stratega militare ma un artista che vi ha organizzato una mostra di ben trentacinque torri di Babele incise e ce ne illustra le finalità.
Anche la descrizione della visita alla mostra con le peculiari modalità di ascensione fino all'estremo pinnacolo vale la pena di conoscere, per espugnare la torre dall'interno e "riappropriarsene", giacché, fino all'altro ieri, chiusa e invisitabile. Che dico? Invisibile!                                     
                                                                                                             Piero Carbone





Trentacinque 
Torri di Babele
 nella
 Torre
 di San Nicolò
 all'Albergheria

 di

 Nicolò D’Alessandro



STRUTTURA DELLA TORRE E FINALITA' DELLA MOSTRA

Accanto alla Chiesa di San Nicolò di Bari all’Albergheria, sorge la trecentesca Torre civica, fatta edificare dalla universitas palermitana nel XIII sec., come torre di vedetta, per difendere le mura del “Cassaro”. 
La costruzione quadrangolare, ora divenuta campanile, risulta, però, svincolata ed isolata dalle strutture della Chiesa. 
La torre di San Nicolò all’Albergheria, dall’impianto rigoroso e severo di grossi conci, è composta da quattro livelli. È stata edificata con pietrame a grossi conci di massi tufacei squadrati. 
Il primo piano, che introduce alla canonica della Chiesa, è formato da un vano quadrato coperto da volte a crociera. 
Una scala in muratura porta al piano successivo. 
Il secondo piano, anch’esso quadrato è come quello inferiore ed è coperto con volte a crociera. 
Una scala elicoidale, sempre del periodo medioevale permette l’accesso agli altri due piani.



Ed ancora si può raggiungere il tetto.
Da questa terrazza sulla parte più alta della torre, accanto alle campane della Chiesa, si può ammirare il più bel panorama della città antica. 
La scelta di questa straordinaria costruzione, pressoché sconosciuta ai palermitani, dialetticamente parlando, è una sede particolarmente suggestiva per accogliere le “trentacinque Torri di Babele nella Torre”. 
La manifestazione artistica alla quale ne seguiranno altre, ha lo scopo di richiamare l’attenzione su un monumento ignorato che non appartiene agli itinerari turistici della città.





MODALITA' PER VISITARLA

La mostra che si articolerà nei quattro piani potrà essere visitata stabilendo un turno alle visite data l’esiguità dello spazio e soprattutto per un ragionevole sistema di sicurezza poiché la scala in muratura del primo e del secondo e la scala elicoidale per accedere agli altri due piani consente la salita ad un visitatore per volta. 
Sarà quindi necessaria una turnazione logistica affidata alla Cooperativa Terradamare che gestirà ed assisterà i visitatori. 
Poiché non a tutti sarà possibile affrontare la difficoltà delle scale per raggiungere i vari piani, i lavori saranno in mostra, nello stesso periodo, presso la Galleria L’Altro ArteContemporanea che ospiterà quindi le stesse opere per consentirne una visione meno “faticosa”. Le opere sono messe in vendita soltanto a scopi benefici. 
L’eventuale ricavato sarà interamente devoluto all’Unicef per l’emergenza Siria.








Link correlato:



Foto ©pierocarbone

martedì 2 dicembre 2014

TI SO DELLA MIA TERRA





1.

2.



Una Civetta e una Cartella d'arte per  Napolitano:

Il testo di Ambroise e le incisioni:

La poesia è inserita nell'omonima Cartella d'arte e nella raccolta Sicilia che brucia, Grifo Edizioni, Palermo 1990

Foto 1 di Diego Romeo
Foto 2 di Lillo Conte



lunedì 1 dicembre 2014

PROMETTERE CONIGLI E DARE PESCI D'APRILE


Cronache dell'Ottocento 
attraverso una lettera 
di Giuseppe Arnone di Villalba a Giuseppe Cipolla di Racalmuto: 
un mondo di sentimenti, sensazioni, considerazioni. 
Tante curiosità. 
E un certo gusto per il racconto. 




Giuseppe M Vizzini
(Villalba, 29 agosto 1892)

            Carissimo Peppino,


 PROMETTERE CONIGLI E DARE PESCI D'APRILE

            Ho di molto tardato a ringraziarti del dono inviatomi per la tua del 16 corrente; ma meglio tardi che mai.
 Bravo, il mio Giuseppe, grazie, grazie! 
Che generosità la tua! 
Prometti un coniglio e dai...... un buon pesce d’Aprile. 
Tale mi è sembrata la tua lettera un poco men che schiva. All’arrivo del fattorino giudicai esser del buffone di Carruba e per non incappare una seconda volta avevo pensato di rifiutarla, ma riconosciuti i caratteri della soprascritta per tuoi, l’ho dovuto ritirare. L’hai fatto apposta ovvero sonnacchiavi, quando vi mettesti il francobollo di un soldo?


[...]


        

IL FUOCO,  I BRIGANTI

Non sono che un tre giorni addietro, di nottetempo andò in fiamme una cameretta piena di ristoppia, paglia e fieno, contigua al mio abitato dalla parte di tramontana. Ne avvertii il fumo io pel primo verso le 10 ½  p.m., mentre me ne stavo leggiucchiando alla finestra che dà a tramontana. Ma perché mi dolevano gli occhi pel fumo e perché da tutto principio non si vedeva pel buio, n’andai a letto, ma sempre con la preoccupazione che si bruciasse qualche cosa.

Appena mi avevo levato i calzoni, quando a grida indiavolate sento seguire ripetuti colpi di fucile, da tutte parti: corsi in albis per la finestra; e spaventevole vista, a pochi metri di distanza vidi elevarsi una colonna di fumo e fiamme crepitanti che per vento spesso riversavasi verso le mie camere riempiendole di fumo, con una pioggia di faville sopra le cose più contigue, tutte piene di paglia, tra le quali ve ne era una mia. 
Lo spavento era generale, perché si temeva che da un momento un momento all’altro se ne andassero in fiamme anche le altre case. Corse un popolo per ispegnere fuoco e vi riuscì verso le 2 a.m..

 I carabinieri, primi a vedere le fiamme, eran corsi per liberare le persone pericolanti.
Vi abitava una sorda, che dormiva soporitamente. 
Quei per prima bussarono fortemente, e nulla. Indi a colpi di grosse pietre ruppero la porta, penetrarono e gettaronsi al letto della dormiente, la quale svegliatasi e credutosi esser entrati i carabinieri per tutt’altro che per farle un bene, si diede a gridare e graffiare quei poveretti, che dovettero afferrarla e portarla in salvamento. E’ da due anni che il fuoco si aggira vicino alle mie case piene di paglia.

Ho letto ne’ giornali e ho udito parlare di recenti casi di brigantaggio in Sicilia e se da una parte ho compianto que’ poveri malcapitati, dall’altra ho gioito che Villalba (ricettacolo per l’addietro d’un Gioacchino di Pasquale, d’un Valvo e compagnia bella, persecutori de’ miei parenti e di qualche altra buona famiglia) ancora non dava a parlare di sé, ma che se la godeva in santa pace. 
Oggi però se ne parla come di tutte le altre parti, e, cioè da intimorirsene davvero.

Si dice che un buon numero di briganti si aggira nel territorio di Villalba,  e quel che più conta vicinissimo al paese. 
Chi dice d’averli visti in numero di otto ben armati e a cavallo andare in fretta per un vallone che giace tra Villalba e Vallelunga; chi in numero di quattro presso un pozzo nella proprietà dell’ex Sindaco Pantaleone e proprio sotto Villalba; chi in numero di quattro sopra Villalba nel vigneto di un grossissimo proprietario che si conta per primo di Villalba, certo  Mistretta, affine di Farrauto di costì.

FURTO DI BUOI E CRASTI

Anche nel territorio di Vallelunga dicono di averne veduti, e che il Sindaco Audino ieri sia venuto in Villalba allo scopo di conferire col Sindaco Giglio e col Maresciallo de’ carabinieri sui provvedimenti. Se ne tornò alla sera con un accompagnamento di una trentina di persone tra amici, impiegati comunali, impiegati particolari; e tutti bene armati.
I proprietari di Villalba, i più che temono, impediscono ai loro figli di allontanarsi dal paese, ed essi stessi se vanno, vanno bene addob(b)ati, specialmente da che si sentì il primo furto, nel territorio di Mussomeli, di buon numero di buoi e crasti.
Che Iddio ne scampi ogni creatura dalle maglie di que’ malfattori.






UN SALUTO A GENCO E TROISI

            E costì che si dice? Si han fatto sentire i birboni?
Non fa uopo che io ti raccomandi cautela, tu sai il tuo dovere. Di questi tempi è meglio che si passi vita monacale, chiusi nella propria cella. E non siamo all’inverno; che ne sarà al giungere di tale stagione in cui freddo e fame sogliono dominare?
Vedi dove diamine sono andato a cascare? Con le persone che mi vanno a grado sciolgo il sacco, salto è vero di palo in frasca, ma allora finisco, quando nulla ho più da dire. Tu non seccarti se pecco di lungaggine.
Addio, un abbraccio di cuore al carissimo Genco e Troisi. Addio di nuovo e credimi sinceramente tuo affmo
Giuseppe Ma_           



domenica 30 novembre 2014

GRAZIE AI FICHI!




Le 6572 ettare del territorio racalmutese si estendono, a detta degli storici, su una superficie “a forma di una grande foglia di fico”; ma i fichi a cui faccio riferimento, sempre a proposito di storia racalmutese, non sono un’immagine, bensì i gustosi frutti che maturano d’estate.

In particolare, i fichi del Raffo e del Saraceno, due contrade amene di Racalmuto, di cui era ghiotto Alfonso Bencivegna, un emigrante che aveva fatto fortuna all’estero: ogni anno ritornava in paese per rivedere i suoi parenti e farsi memorabili scorpacciate di gelsi e fichi. L’ho conosciuto, siamo diventati amici; molto simpatico. Per farlo felice, lo conducevo almeno un paio di volte nel giardino dei miei zii, in contrada Raffo.


Sotto un albero, «sai - mi ha detto - ho comprato casa». 
Era quella cosiddetta di “Donnarèlio”, don Aurelio Ajola, notaio; una casa signorile con due palme slanciate che ingentilivano il prospetto e intorniata da un ricco giardino; l’avevo sempre guardata con curiosità: era costeggiata da una fila di casette per la servitù. Della “Pantellerisa” sopravviveva ancora il ricordo in paese, la criàta forastiera di colore olivastro che assumeva tabacco.

Mi ci recai subito e varcato il cancelletto in ferro, che era aperto, vidi il vialetto che conduceva al portone d’ingresso disseminato di carte. “Non è possibile!” esclamai, e invece quelle carte, imbrattate di calce e cemento, erano documenti, atti, incartamenti legali, lettere, minutari e imbreviature notarili, pressoché irriconoscibili. Chiestane la ragione ai muratori, risposero che erano cartacce inutili, tutt’al più avevano vi avevano strappato i “franchibulla”, le marche da bollo con la scritta “Regno d’Italia” e i timbri a secco “Regno delle Due Sicilie”.


«Ma queste sono niente», aggiunsero, «proprio stamattina ne abbiamo scaricato un camioncino pieno in campagna».

Mi precipitai nei posti indicati e con avidità, con furia, raccolsi da terra strani frutti di carta stagionata. Alcuni integri, altri malandati e maleodoranti. 

In Il giardino della discordia. Racalmuto nella Sicilia dei Whitaker, Coppola editore 2006





Foto di Lillo Privitera  (San Fratello, estate 2009). Vista dal terrazzino di casa Mangione.

I POST DEL MESE. Novembre 2014