domenica 7 aprile 2013

I RAGAZZI E LA RECITA DI PIAZZA. CHI SE L'IMMAGINAVA!

Chi se l'immaginava trentacinque anni fa che la "Recita della venuta della Madonna del Monte" concepita per la rappresentazione in piazza durante i festeggiamenti sarebbe stata recitata e fruita come una vera e propria opera teatrale, non in piazza, durante la confusione e la gioiosa concitazione di una rutilante festa ma in una sala, con gli attori vestiti semplicemente in nero e il pubblico comodamente seduto. E assorto! 

Ieri, l'incontro con i ragazzi al castello chiaramontano è andato benissimo, i ragazzi sono stati bravi, i professori e le professoresse li hanno ben preparati. A tutti va un sentito ringraziamento.
Dopo la rappresentazione, si parlava della Recita e di altri fatti di trenta e più anni fa. Per i racalmutesi significano tanto. Da commuoversi. 

Poiché ero coinvolto in prima persona, riporto la cronaca dell'evento redatta da uno dei professori coadiuvatori del progetto nonché amministratore del blog regalpetralibera a cui con piacere e per correttezza rimando per il video della manifestazione. 
Successivamente inserirò altre foto nonché le domande, pertinenti ed esaustive, che i ragazzi hanno rivolto a me e alla signora Isabella Martorana nipote di Eugenio Napoleone Messana.


Questa foto è ripresa dal blog Regalpetralibera




"Gli studenti di terza media dell'Istituto "Pietro D'Asaro" di Racalmuto, sabato 6 aprile 2013, nella sala del Castello Chiaramontano, hanno letto la recita  "La Vinuta di la Madonna di lu Munti" scritto da Eugenio Napoleone Messana, Nicolò Macaluso e Piero Carbone. Il progetto scolastico rientra tra gli appuntamenti "Incontro con l'autore" programmati ed organizzati dai docenti di lettere nelle ore curriculari: Tirone Maria, Edy Leone, Di Sano Rosaria, Fantauzzo Carmela, Milazzo Angela, Scimè Sergio.

Accompagnati dal  prof. Domenico Mannella i ragazzi hanno cantato delle canzoni in dialetto racalmutese. All'incontro erano presenti: Piero Carbone, la signora Rosa Pitruzzella moglie di Nicolò Macaluso e la prof.ssa Isabella Martorana nipote di Eugenio Napoleone Messana."

                                                                                                                    Sergio Scimè




Per il video clicca il link:

http://regalpetraliberaracalmuto.blogspot.it/2013/04/racalmuto-gli-studenti-e-la-vinuta-di.html#more





Ragazzi che hanno recitato:

Capitano Mattia -     Eugenio Gioeni
Marchese Davide-    Ercole III
Tirone Giuseppe -    Fernando
Vella Diego -           Ambrogio
Gagliardo Fortunato - Arsenio
Carrara Gabriele -    Giacinto
Carbone Sabrina -   Contessa
Elsa Scimè, Volpe Ludovica, Grillo Nicole - damigelle
Giorgia Mantione -   Popolana

 





Riporto le domande dei ragazzi, fattemi pervenire gentilmente, dalla professoressa Edy Leone, alle quali è stato risposto oralmente al termine della "Recita". Mi riprometto di rispondere anche per iscritto in un prossimo post appositamente dedicato.

1.Cosa ha provato quando il professore Nicolò Macaluso le ha chiesto di collaborare con lui per scrivere la recita “La vinuta di la Madonna di lu Munti”?
2.Come mai avete deciso di inserire nel testo le figure femminili?
3.Secondo lei il comportamento del conte di volere a tutti i costi la Madonna a Racalmuto è corretto?
4.Quale funzione ha la popolana nella recita?
5.Ha accettato subito l’incarico di collaborare alla scrittura di questo testo? Perché?
6.Ha in cantiere di scrivere qualche libro sulle tradizioni di Racalmuto ?
7.Cosa possiamo fare noi per mantenere vive le tradizioni racalmutesi e in particolare la festa del Monte ?
8.Cosa pensa lei riguardo la fede Racalmutese nei confronti della Madonna?
9.Questo libro secondo lei, cosa lascerà alle generazioni future?
10.Cosa significa e cosa ha significato per lei la leggenda della Madonna del Monte?
11.Cosa è stato per lei la collaborazione con Eugenio Napoleone Messana e Nicolò Macaluso?

Per la Professoressa Isabella Martorana
1.Che ricordi ha di Eugenio Napoleone Messana, in particolare di quando era impegnato a scrivere questa leggenda?
2. Cosa possiamo fare noi per mantenere vive le tradizioni racalmutesi e in particolare la festa del Monte ?











  • I nomi dei ragazzi che hanno rivolto le domande:
    domanda 1 Gabriele Carrara, 2 Carola Messina, 3 Gabriele Miccichè, 4 Cino Davide, 5 Maria Grazia Alaimo, 6 Carbone Sabrina, 7 Mattia Capitano, 8 Nicole Grillo, 9 Giorgia Mantione, 10 Davide Marchese, 11 Ludovica Volpe.
    1 Elsa Scimè, 2 Mattia Capitano.
    Baldassarre Alisea ha fatto una domanda estemporanea.










































Successivo articolo su "Malgrado tutto": mi fa piacere che l'iniziativa ideata e voluta dalle professoresse della scuola media di Racalmuto ne suggerisca altre per valorizzare il patrimonio della nostra memoria 


I ragazzi di Racalmuto e la venuta della Madonna del Monte - Malgrado Tutto Web | Sito Ufficiale

venerdì 5 aprile 2013

RACCONTARE ASTRATTAMENTE


Testimonianza per Maria Anna D'Agostino Mattiello




   Se la pittura astratta della prima metà del Novecento e l’avanguardia del secondo dopoguerra rifiutano la forma a favore, potremmo dire, del colore in sé, c’è chi, pur riferendosi a quelle scuole di pensiero, intraprende un personale cammino di ricerca artistica e piega quei modi di fare pittura alle proprie esigenze interiori.

   E’ così che in Maria Anna D’Agostino Mattiello notiamo un’apparente contraddizione: quella di indicare alcuni suoi quadri con titoli molto formali, descrittivi o narrativi addirittura,  per poi svolgerli astrattamente.

   Creano scontate aspettative titoli come “Popoli e costumi”, “Veliero”, “Cuore”, “Missionari”, “Lento cammino”, “Esuli”. Ma la D’Agostino non è una illustratrice, anzi, l’argomento annunciato è un pretesto, il punto di partenza di un processo astrattivo che la porta nel mare aperto del colore ove il cielo il mare i gabbiani sono calchi convenzionali ma vuoti, invisibili, in attesa di essere colmati  e resi visibili dalla scelta dell’artista, da una mano che brandisce  pennelli bene intrisi o trascina la spatola carica  di intenzionali impasti. Perché altrimenti la serie dei volti monocromi, gialli, azzurri, rosa, e i missionari biancoceleste, e il veliero di un rossonero materico? La pittura pensata diventa pittura vissuta.


     Più consona  pertanto appare la scelta di altri temi meno concreti, quali “Torpore”, “Conforto”, “Libertà”, “Divinazione”. Ma anche qui, perché la Libertà è un rossointenso assediato dal blunero  e il Torpore un cordone scuro che si distacca da uno sfondo chiaro di bianchi variamente venati e di gialli e arancioni  quasi allegri? 
     In ogni caso, come sostiene Wittgenstein nei suoi Pensieri diversi , e ben s’attaglia alla libera pittura della D’Agostino, “i colori stimolano alla filosofia. (…) I colori sembrano presentarci un enigma, un enigma che ci stimola – senza inquietarci”.   

Palermo, 2001


                                                                                                      

giovedì 4 aprile 2013

OLTRE LO SCHIAFFO, OLTRE IL DUELLO






Sabato prossimo 6 aprile, in mattinata, incontrerò i ragazzi della scuola media Pietro D'Asaro di Racalmuto al Castello Chiaramontano. 
Sarà bello vedere i ragazzi, preparati da dinamicissime professoresse che già l'hanno fatto in passato, cimentarsi con la Recita sulla venuta della Madonna del Monte. 
E' la memoria rappresentata, che ogni anno, per un'intera comunità, assume il valore di una celebrazione.
Ripropongo soprattutto per i giovanissimi un post che orbita intorno alla festa tra tradizione e innovazioni, su fatti lontani nel tempo ma non a loro estranei, sicuramente non estranei alla loro identità.






Le vicende particolari di Racalmuto e Castronovo di Sicilia si sono incontrate parecchie volte nella storia: nel 1503, a proposito di un sacro simulacro rimasto  miracolosamente a Racalmuto; fra il 1527 e il 1528, per uno schiaffo inferto da Paolo del Carretto, originario di Racalmuto, ad un rappresentante dei Barresi, di Castronovo.

        La prima volta, se ci fu il prodigio, come attestano storici locali (B. Caruselli, N. Tinebra Martorana) e non (G. Traina), ci fu anche il duello - secondo la tradizione orale - a dirimere la questione insorta: Ercole del Carretto, “conte” di Racalmuto, feriva Eugenio Gioeni, principe di Castronovo, e il simulacro della Madonna, oggetto del contendere, rimaneva in terra racalmutese. Correva l’anno 1503 ed il principe Eugenio Gioeni, proveniente dall’Africa dove si era recato per curarsi l’ipocondria, sbarcava a Punta Bianca etc. etc. etc. Di ncapu mari na navi vinìa, / facennu festa e sparannu cannuna. / Ascontra Racarmutu pi la via / vonzi ristari ccà sta gran Signura…


            La seconda volta, sullo spiazzo adiacente la chiesetta di San Pietro che costeggia la strada a scorrimento veloce per Palermo, ha avuto luogo uno dei fatti più sanguinosi nella storia di Sicilia, paragonabile, per efferatezza e teatrali colpi di scena, al “caso di Sciacca”. Don Paolo del Carretto morirà ucciso nell’agguato tesogli dallo schiaffeggiato Barresi. Né la faida si arresterà: altre vendette, altri agguati e altri spargimenti di sangue saranno strascico inevitabile.

            E sono tornate ad incontrarsi, per la terza volta, nel 1986, a Racalmuto,  in occasione della Festa del Monte, per stringere un patto d’amicizia attraverso il simbolico abbraccio dei due rispettivi sindaci. Scopo dell’incontro, il gemellaggio fra i due comuni; la motivazione è semplice:  se le storie dei due paesi si sono intersecate per un diverbio e per una questione d’onore e di puntiglio,  c’è stato di nuovo spazio, nella Storia, per incontrarsi in nome dell’amicizia. Dopo quattro secoli e passa, è vero, ma perché continuare ad essere storicamente  divisi se non persistevano i motivi del rancore di quei “nostri” signori? Chi se ne ricordava più?


            Anzi, a ben riflettere, si può notare che le storie delle due comunità corrono su tracciati invisibili e paralleli, che ora combaciano, ora si allontanano, per confluire di nuovo in episodi di comune storia, di relate passioni, di contrastanti interessi. Storie per certi versi confluenti, analoghe, corrispondenti. Si guardi al carattere “berbero” – lo dico per suggestione del Tinebra Martorana, - forte, tenace, del racalmutese  e del castronovese: così come emerge dalle loro storie, dall’avvicendarsi di mille contingenze. Il Tirrito, nella sua storia di Castronovo, riporta l’ipotizzata derivazione di Crastos, poi Castronuovo, da un etimo greco con significato di “fortissimo”.

            Sui motivi e la genesi che hanno portato a realizzare il gesto del gemellaggio ci stanno innanzi tutto la conoscenza e la simpatia di alcuni amici castronovesi: Totò Mastrangelo, Tonino Ceraolo, Nino Di Chiara, il sindaco Salvatore Tirrito. Il tutto nato, si può dire, da un quasi occasionale colloquio con Totò Mastrangelo. Ma sulla congruità di stringere il pacifico sodalizio si è subito concordato per altre ragioni, oltre che per l’amichevole conoscenza, e cioè per ragioni storiche, culturali, folkloriche: la Festa del Monte appartiene ad entrambe le comunità perché dal loro incontro è nata.


Per ratificare cotanti premesse, la mattina dell’11 luglio 1986, venerdì del Monte, è stata convocata una seduta consiliare straordinaria, aperta al pubblico, durante la quale è stato ufficializzato il gemellaggio, presenti i sindaci e gli amministratori delle due comunità.

            Dopo il simbolico abbraccio dei rispettivi sindaci e lo scambio delle pergamene, per suggellare l’evento, il corteo storico detto  u Triunfu  è stato particolarmente articolato e sontuoso: apriva la processione il drappello rullante dei tammurinara; seguivano: centinaia di giovani con torce e candele della pontificia cereria Gange; i gonfaloni municipali; gli stendardi delle parrocchie, dell’azione cattolica, delle confraternite, dei circoli ricreativi e dei sodalizi, delle altre associazioni religiose e laiche racalmutesi; i bambini della prima comunione in abito bianco, recanti un giglio e l’immagine infiocchettata della Madonna del Monte incollata su un cartoncino, andavano cantilenando la vugliddra la vuglidda la ciancianeddra, / dunni mi vinni, dunni mi vinni sta parrineddra;  bardatissimi cavalieri, disposti ai due lati del corteo, in costumi cinquecenteschi della rinomata sartoria teatrale Pipi di Palermo, porgevano la mano alle damigelle e facevano ala a lu carruozzu, trainato da due ieratici buoi di Cammarata.


Dietro il carroccio, che trasportava il simulacro della Madonna adagiato su un letto di rose, le autorità religiose e civili delle due comunità:  arcipreti e rettore del santuario in cotta e stola, sindaci con la fascia tricolore, marescialli e rappresentanti delle altre forze dell’ordine  in uniforme d’ordinanza, assessori in carica e in pectore, consiglieri, diaconi, collaboratori pastorali, suore dei vari conventi, educande del collegio di Maria, orfanelle del Boccone del Povero, pie signorine di chiesa con il rosario in mano.

In coda, il drappello della delegazione castronovese e il restante popolo racalmutese. Tutti a cantare, tra una posta e l’altra del rosario, Di Trapani affaccià Maria di Gèsu / n coddru li marinara la purtaru / n coddru li marinara la purtaru, mentre piovevano petali e fiori dai balconi adorni di biancheria ricamata e vellutate coperte di sciniglia. La banda suonava. Le percussioni dei tamburi grandinavano. Quando la testa del corteo giunse in Piazza Carmelo, s’udì un frenetico scampanio mentre gli ultimi fedeli uscivano dalla chiesa del Monte e chiudevano la chilometrica processione, cingendo idealmente il paese con un sinuoso abbraccio. Sarebbero dovuti arrivare cavalli e cavallerizzi danzanti dalla Festa del Taratatà di Casteltermini, ma per motivi organizzativi non è stato possibile. Ci si accontentò delle cavalcature locali.

Si vuole precisare che la festa del Monte non è la festa dei cavalli o per i cavalli anche se ne fanno strutturalmente parte in quanto attraverso muli e cavalli, connaturati alla società contadina, si trasportavano le prummisioni di grano e altri cereali fin dentro la chiesa dopo la devozionale acchianàta e si rendevano solenni: il triunfu del venerdì; la sfilata del sabato fino  a la pigliàta di lu Ciliu, distribuendo ceci abbrustoliti;  la processione della domenica, sferragliando sui basoli, che sprizzavano scintille, addobbati con coloratissime bardature, ciondolanti nappe, campanacci e drappi d’epoca, dietro il solenne carro a forma di nave.


Solennità sì, ma a precise condizioni, e lontani mille miglia da certi teatrini che sarebbero venuti dopo, alludendo a quegli improvvisati quanto pericolosi caroselli equestri tra la folla che poco hanno a che fare con la devozione e molto con il vacuo e talvolta impudico esibizionismo, somiglianti più a un rodeo argentino che a una nostrana processione religiosa.

Quando, alla fine degli  Anni Settanta, la gloriosa Pro Loco capitanata da Giovanna Lauricella si prodigò per  rimpolpare la festa con la partecipazione  di cavalli bardati e cavalieri in costumi d’epoca, visto che i preziosi quadrupedi in paese si erano ridotti al lumicino vuoi perché soppiantati dai mezzi agricoli vuoi per l’emigrazione dei contadini e dei carrettieri, si addivenne alla risoluzione di noleggiare un determinato numero di cavalli regolarmente assicurati. In questo modo il Conte del Carretto e il suo seguito poterono continuare ad arrivare a cavallo sul luogo della “Recita”. Così è stato anche in quella del 1986.

Quell’anno, la Recita, che ricostruisce l’episodio della “venuta” della statua della Madonna a Racalmuto, registrò  alcune modifiche e integrazioni: la Contessa, la cui presenza era stata inserita qualche anno avanti da un giovane poeta locale, venne condotta in portantina da quattro prestanti giovanotti detti vastàsi, un termine di origine greca che rimanda al verbo trasportare; il Principe Eugenio Gioeni e i suoi scudieri sono stati interpretati da giovani attori castronovesi; Recita e corteo storico sarebbero stati riproposti qualche anno dopo a Castronovo. Anche la mostra fotografica di un naturalista racalmutese, sulla flora e la fauna della montagna castronovese, ha seguito la trasferta della Recita  e arricchito il dialogo culturale tra racalmutesi e castronovesi. Il gemellaggio insomma è stato un avvenimento memorabile oltreché significativo.


Significativo è ancora oggi, a distanza di ventisei anni; rincuorante, trovare nel passato di un paese ciò che si vorrebbe trovare nel suo deprimente presente, per risollevarlo: segni di violenza trasmutati in segni di festosa amicizia collettiva e corale fede; prassi di violenza convertite in pratiche di simbolica pace e laboriosa convivenza civile; storiche malerbe e malsane zizzanie rimpiazzate da più commestibili alimenti di festevole pasticceria.

E’ con questa pronuba “filosofia”, foriera di prospero e pacifico futuro, che probabilmente vale la pena di ricordare schiaffi e duelli del passato, come quelli intercorsi tra il nostro e un altro paese del palermitano.

                                                                                             Piero Carbone



               - Uno schiaffo, un duello e... finalmente amici, in “Giornale di Sicilia”, 19.11.1986;
 - La vinuta di la Madonna di lu Munti (con E. N. Messana e N. Macaluso), 2a ed.
    Edizione fuori commercio, Racalmuto 1988
http://castrumracalmuto.blogspot.it/search?q=oltre+lo+schiaffo lunedì 25 giugno 2012

 


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