venerdì 8 marzo 2013

LA LUCCIOLA CHE ATTRAVERSO' L'ITALIA. 1. La Sicilia era anche questo




Dopo la "storia" di Loulou con Luigi De Gubernatis, Federico Messana, montedorese che vive a Milano, mi invia un'altra "storia" non meno interessante della prima, quella di una "Lucciola"   particolarissima che, apparentemente frivola ma sapientissima, ha attraversato l'Italia raccogliendone umori sentimenti sogni inquietudini.




LA STORIA DI LUCCIOLA 
di
Federico Messana

La maggiore dei quattro figli, nata il 6 giugno del 1883, istruita nei migliori college inglesi e francesi, stava evidentemente molto stretta la cultura e la vita del piccolo paese paterno, vista la frequentazione di un certo livello culturale cui era abituata la famiglia (Ezra Pound era di casa). 
E per mantenere i contatti con le amiche conosciute nei vari college, s'inventa, non possiamo sapere quanto per giuoco o per diletto letterario, una specie di rivista ambulante, denominata LUCCIOLA, scritta a mano, che, passando di mano in mano tra le varie corrispondenti, s'implementava lungo il percorso per completarsi alla fine del giro. 
Una specie di catena di sant'Antonio, il cui scopo era quello di conoscersi meglio tra le righe, parlando dei fatti della vita, di politica, di letteratura, d'arte. Non sappiamo se e quanto la gestazione di una simile impresa sia stata difficile, ma spesso le cose improvvisate hanno la migliore riuscita.




Lina non era nuova ad esperimenti del genere dal momento che, nei vari college, era di moda dare vita a simili iniziative. In Inghilterra era nata una rivista di nome "Firefly", in Germania si chiamava "Parva favilla", in Francia "Mouche volante". 
Esperimenti, comunque, limitati nel tempo e nello spazio. E diverse erano in Italia le riviste a stampa alle quali collaboravano tante ragazze di buona famiglia, come "Rivista per le signorine", "Voci amiche", e "Prima lux". Ma come dirà una socia alla fine della sua collaborazione con Lucciola, "una rivista a stampa non può essere come una rivista manoscritta". 
E qui sta infatti la differenza, un'originalità che nasce dal modo di passarsi la rivista e dal fatto ch'era manoscritta.



La rivista, partendo dallo sperduto Montedoro raggiungeva le corrispondenti, tutte e solamente donne (erano ammessi solo pochi uomini, cugini o fratelli), nei vari luoghi d'Italia, affidando la corrispondenza ai mezzi di trasporto dell'epoca, treni regi e carrozze. 
Che a giudicare dal risultato funzionavano abbastanza bene se, nel volgere di due o tre mesi, raggiungeva oltre 40 località, da Montedoro a Catania, a Napoli, a L'Aquila, a Firenze, Modena, Venezia, Verona, Milano, Bergamo, Como, Pavia, Biella, Saluzzo, etc. Così nasce la rivista che viene chiamata "Lucciola", piccola lanterna vagante che, unica nel suo genere e senza riferimenti, né prima né poi, vagherà per tutta Italia, dalla Sicilia alle Alpi, dal 1908 al 1926, anno della definitiva chiusura.



Il fascicolo a cadenza mensile, dalla copertina intarsiata e lavorata a mano (in una foto dell'epoca si vede Lina Caico intenta alla preparazione della prima copertina), veniva "inizializzato" dalla direttrice del momento, quindi raggiungeva le corrispondenti che, nel volgere di due giorni al massimo (pena una multa!), annotavano le loro osservazioni, esprimevano i propri pensieri di donna, parlavano di politica, di vita in genere, ponevano domande (che trovavano risposta nei numeri successivi, visto che nel frattempo erano in viaggio altri fascicoli), inserivano foto e racconti, e lo spedivano al destinatario più vicino che faceva altrettanto. Finché non tornava nuovamente al luogo di partenza. 



Così per ben 18 anni, questa rivista in unico esemplare per numero e scritta a mano, vagò carico di sentimenti, di preoccupazioni, di ansie, per le strade italiane, sfidando persino gli anni della guerra, per giungere miracolosamente a noi per puro caso. Tutta la raccolta é stata infatti scoperta nella "solita" cassa del solaio dell'ultima corrispondente direttrice, che meticolosamente ne era stata l'ultima custode, Gina Frigerio di Milano. Grande merito va ai suoi figli che l'hanno consegnata alla biblioteca della Società Letteraria di Verona che la custodisce gelosamente, ne ha curato una mostra e si appresta a pubblicare un CD ROM dell'opera.



La storia di Loulou

giovedì 7 marzo 2013

NICOLÒ TINEBRA MARTORANA A LAMPEDUSA









DI TERRA E DI MARE

Il racalmutese Leonardo Sciascia, vissuto nel Novecento,  cita il verso di Quasimodo, "La mia terra è sui fiumi stretta al mare", per dire quanto la sua terra, la sua Sicilia, fosse lontana dal mare, una  distanza che nella sua infanzia alimentava stupore, "uno stupore che attingeva alla paura". 
Ancor più lontana e "stupefatta" sarà parsa quella distanza all'ottocentesco Nicolò Tinebra Martorana quando le distanze erano infinite e le comunicazioni lentissime e sporadiche.

Da racalmutesi perciò, almanaccando su questo rapporto aspro, ci siamo divertiti, io ed Angelo, ad immaginare che il terragno Nicolò giungesse al mare, anzi, che lo attraversasse fino ad approdare in un'isola, più vicina all'Africa che  non alla Sicilia stessa. E Angelo, che, sfatando ogni paura antica, per una prosaica graduatoria insegna nell'isola di Lampedusa, ha portato con sé il libretto con le poesie ritrovate di Nicolò Tinebra Martorana per darvi isolana dimora e cittadinanza. 
Dopodiché ne ha testato la reazione nei lampedusani offrendole in lettura ai suoi alunni, congiungendo due mondi assai lontani: quello dello zolfo e dei campi di grano con quello delle paranze e dei ritmi marini, lontani ma posti sotto lo stesso cielo, fatto di vaganti nubi, di simili tramonti e forse di comuni aspirazioni.                                            Piero Carbone





LI HO FATTI LEGGERE AI MIEI ALUNNI

I ragazzi della Quinta A del liceo scientifico di Lampedusa hanno letto e apprezzato i versi di Nicolò Tinebra Martorana.  Li hanno analizzati senza pregiudizi, come è consueto nell’età in cui la mente non è ancora condizionata da partigianerie di sorta. 
Le osservazioni critiche di questi studenti costituiscono una testimonianza preziosa della potenza del canto, che travalica il tempo e lo spazio. 

Un gruppo di diciottenni, nel 2013, si approssimano a un loro coetaneo del 1895 e ne commentano i versi rilevando schemi metrici, concetti chiave, figure retoriche. Ne apprezzano le implicazioni culturali, ipotizzano le letture di uno studente di mente aperta, che legge le novità letterarie ed è figlio del suo tempo, nonostante viva in un angolo di Sicilia apparentemente troppo appartato. 

Allego un’analisi dei miei alunni e preciso che essa mi è stata consegnata così com’è, non è stato ritoccata né arricchita. Il 23 marzo, al teatro “Regina Margherita” di Racalmuto, in occasione della serata in onore di Nicolò Tinebra Martorana, sarà presente una delegazione di studenti lampedusani.
Angelo Campanella





Analisi:

"Dopo un amplesso” è una poesia di Nicolò Tinebra Martorana composta il 14 aprile 1895, scoperta e pubblicata solo nel 2012. 
Dal testo poetico emerge la grandezza dell'autore, che all'età di soli sedici anni riuscì a scrivere un tale componimento che può essere paragonato ai testi di grandi poeti a lui contemporanei come Carducci, Pascoli e d'Annunzio. 

“Dopo un amplesso” è composto da sei quartine di decasillabi caratterizzate da rime alternate a schema AB-AB, che danno al componimento il ritmo cantilenante tipico della poesia popolare romantica. 
All'interno del testo poetico è presente la figura retorica dell'anafora, come “Vieni meco” e quella del climax ascendente 

Vieni meco alla luce, all'aperto,  
Vieni meco alla vampa del sole (vv.17-18).

 In questa poesia Nicolò Tinebra si rivolge alla sua futura moglie, Angela, e con dolci parole descrive le sensazioni provate dopo un momento di intensa passione. Descrive la sua dolce metà dal volto roseo e ne indica la delicatezza, scrive infatti 

Tutta rose nel volto e nel core 


Evidente è l'uso del simbolismo, tecnica molto usata in quel periodo dai suoi contemporanei come Carducci e Pascoli. 
Un altro simbolismo è presente nell'ultimo verso della quinta strofa in cui le viole stanno ad indicare la soavità, la dolcezza ed il pensiero di una persona cara. 

Tra tutte le strofe, quella che ci ha colpito maggiormente e che condividiamo da adolescenti, come lo era lui al tempo, è la terza strofa, poiché parla dell'attimo in cui un bacio può far di due persone un'unica essenza, e della tenera risata che alterna un bacio ad un altro. 


La scoperta di questa poesia è molto importante, in quanto ci fa capire che in un piccolo paese come lo è Racalmuto vi era la presenza di un grande autore paragonabile ai grandi maestri della letteratura italiana ma che purtroppo non ha avuto l'opportunità di essere conosciuto in tutta Italia.


Chiara Greco
Linda Brischetto
Camilla Galazzo
Giorgia Russo
Melissa Incorvaia
Samantha Solina
Elisa Tuccio 

Debora Billeci 

Giovanna D'ippolito

Pietro Amato 

Rossella Scozzari 

Maria Teresa Palmisano 

Maria Luisa Sanguedolce 
Lucrezia Palmisano







Foto inviate da Angelo Campanella

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