lunedì 19 novembre 2012

PEPPE MICELI, ARTISTA MITOLOGO


Dal 19 al 23 novembre 2012 presso la sala teatro della sede centrale dell'Istituto comprensivo statale "Quasimodo-Oberdan" (via Fichidindia 6 - Palermo), l'artista Peppe Miceli metterà in mostra le sue opere: ceramiche, sculture e disegni.
Si tratta di un viaggio tra Mito e Fiaba alla scoperta di miti greci personalmente rivisitati dal giovane artista.

Agli alunni i miti sono stati spiegati e "sbriciolati" con gli adeguati accorgimenti didattici per introdurli alla mostra; quelle che seguono invece sono personali riflessioni un po' più libere.  







ALLA RICERCA DI SENSI MITOLOGICI

Per quale motivo un artista ricorre ancora oggi alle complicate vicende della mitologia classica per pescare i personaggi da raffigurare sulle sue ceramiche, da delineare con matite grasse e carboncino su grandi fogli pergamenati, da modellare in sculture a tutto tondo?





Non è certo per mancanza di soggetti e di ispirazione. Anzi è così traboccante il laboratorio di Peppe Miceli che troviamo addirittura  soggetti e motivi, a suo dire “poco siciliani”, motivi floreali lineari, soggetti che attingono alla linea liberty, a quella classica, a quella fiorentino-rinascimentale; né gli mancano le storie da rappresentare come ad esempio una beautifull raccontata in 4 mattonelle: lei,  lui, l’altro e un angelo che suona la cetra.




Eppure, entrando nel suo mondo di artista creatore, ovvero nel suo studio, osservando e ammirando piatti, tazze, ovali, cannate, boccali, albarelli, portavasi, capezzali, mattonelle, statue, disegni… l’impressione più forte che se ne ricava è di essere in mezzo ad una popolazione di strani personaggi:  improbabili cavalli con coda di sirena al posto delle zampe posteriori, cavalli con le ali, cavalli con dorso nudo e testa umana al posto della testa equina, un uomo inginocchiato con testa di toro, una figura umana dai biondi capelli irti, avvinghiata da una cintura a forma di serpente,  serpenti al posto dei capelli in un’altra figura femminile, un nerboruto che avvinghia un  nudo di donna recalcitrante, una sirena che allatta un bambino che le assomiglia nella parte finale del corpo, un’altra figura femminile che sembra il pesce gatto, un uomo accosciato che brandisce un grosso martello di fabbro.






Si trovano, a dire il vero,  in mezzo a questa strana popolazione, una maternità che balza da un piatto con la scarna decorazione in verde della ceramica di Burgio, un crocifisso tratteggiato con essenzialità su una piccola mattonella, una testa cristallinata di san Giovanni Battista, qualche rasserenante angioletto, ma l’immaginario è sovrastato da quelle figure strane, mostruose, anche nel senso in cui gli antichi intendevano la parola “monstrum” cioè prodigioso.
Se uno chiede conto della fantasiosa anagrafe delle raffigurazioni all’artista, vi risponde con una litania di nomi più o meno noti, almeno stando alle reminiscenze scolastiche e in maggior numero noti a chi è infarinato di studi classici:   mito di Nesso, Thanatos, Sirena, Ninfe, Pegaso, Medusa, Arione, Teste della fortuna, Hefesto, Chimera,  Astolfo; Lighea: vi ricordate della ninfa nel racconto di Tomasi di Lampedusa?




Ci addentriamo in qualche mito a titolo esemplificativo cercando di capire.
Che può significar mai che le tre sorele Steno, Euriale e Medusa, terribili Gorgoni, avessero mani con artigli di bronzo, zanne di cinghiale e serpenti al posto dei capelli e chiunque le guardasse direttamente negli occhi rimanesse pietrificato? E che cosa non fanno gli dei per vendetta o per desiderio? Trasformano dei ed esseri umani in piante, in animali, li abbelliscono, li abbruttiscono, li rendono invisibili, li fanno sparire nel cielo sotto terra in fondo al mare.




Ma non fa lo stesso l’artista con i colori, con i disegni, con i metalli, con i minerali, con l’argilla che modifica a suo piacimento, allungandola, comprimendola, cavandola, facendole assumere le forme più impensate? Non fa lo stesso con gli elementi della natura quando per la cottura delle sue argille innalza la temperatura a 916 gradi: sparisce il minio e resta visibile la traccia del manganese, oppure induce con la ramina (polvere di rame) l’effetto grafite. Come un mago o come un dio dell’Olimpo, senza essere dio, l’artista varia la densità degli smalti per catturare più luce tra i pigmenti dei suoi manufatti.




Ma tanta tecnica, tanta magia, non è fine a se stessa: l’artista non vuole offrire soltanto bellezza ma comunicare un senso alla bellezza che ricerca e che produce.

Questa potrebbe essere una delle ragioni per cui ricorre al mito, perché, come è assodato, se l’immaginazione e il mito nutrono la storia, da sempre hanno rimpolpato la tavolozza degli artisti arricchendola di suggestioni, di sensi estetici, di senso.






Documentazione fotografica di Damiano Sabatino










Di Serena Alessi e Valeria Inguaggiato si segnalano le "letture" del romanzo Achille piè veloce di Stefano Benni, per un ulteriore approfondimento sull'attualizzazione dei miti e degli eroi classici: http://www.criticaletteraria.org/2012/11/criticalibera-due-letture-di-stefano.html

domenica 18 novembre 2012

COME UNA BANDIERA


           

         Nicolò Tinebra Martorana, pubblicando nel 1897 Racalmuto. Memorie e tradizioni, si dichiara scettico nei confronti della “tradizione” ma poi a pagina 120, nel descrivere la Festa, si abbandona e scrive: “Oh! perché, dico, perché non torna per te il buon tempo antico, tutto entusiasmo religioso? Allora tu saresti il prediletto della Beddamatri del Monte...”.
   


In pieno clima di guerra fredda, nel secolo scorso, il granitico vescovo di Agrigento, mons. Giovan Battista Peruzzo, venne a scuotere i fedeli racalmutesi, che rischiavano di tralignare verso il comunismo, avvalendosi di un argomento irrefutabile.  – Volete, - disse, - il comunismo? E allora vedrete la vostra Madonna del Monte ruzzolare con una corda al collo, strascinata per la scalinata del vostro santuario.
         “Le donne” riferisce Eugenio Napoleone Messana nel suo Racalmuto nella storia della Sicilia, pubblicato nel 1969, “levarono alte grida, gli uomini rabbrividirono”. 





Nei primi Anni Settanta, sempre del secolo scorso, lo stesso Eugenio Napoleone Messana, convertitosi al comunismo per ripicca, scendeva quando poteva dall’Emilia Romagna, dove si era trasferito, e veniva a comiziare nella sua Racalmuto. Esordiva portando col pugno chiuso  “il saluto dei compagni dell’Emilia rossa”, dopodiché, nel bel mezzo del comizio, per alcuni anni si è lasciato andare all’immancabile confessione:  “Ogni anno a luglio, quando penso alla Festa del Monte e sono  lontano dalla mia Racalmuto mi rivuddri lu sangu di li vini (mi ribolle il sangue nelle vene) –  e si premeva significativamente il polso della mano sinistra stringendolo fra il pollice e l’indice della mano destra, tra gli applausi liberatori, naturalmente,  del pubblico, rosso. La Piazzetta, dov'era posizionato il palchetto elettorale, era sempre gremita.
Nel 1978, poco prima di morire,  il Messana scriverà la prima versione del testo della Recita in dialetto siciliano La vinuta di la Madonna di lu Munti.



Lo stesso Sciascia nelle Parrocchie del 1956  metteva in dubbio la provenienza della statua della Madonna del Monte dall’Africa, ma quando è il gesuita Monreale a sostenerlo invoca il ghigno di Voltaire, in un racconto del 1987,  per osservare che un gesuita aveva smontato quanto un francescano aveva cercato di dimostrare, vede consumarsi divertito l’assonante detto Chi di ragione ferisce, di ragione perisce; per i racalmutesi però,  e da racalmutese,  avoca la prassi dei napoletani che restano attaccati al loro santo anche se ne è stata messa in dubbio la storicità, e approva quell’anonimo napoletano che “esortava, in una scritta murale, san Gennaro ad infischiarsene del decreto che lo dà per inesistente”.
Quando mai egli stesso, che solitamente rifuggiva la calca, in verità con una lieve punta di snobismo, si lasciava sfuggire, anno dopo anno, la rissosa presa della bandiera del “cero” dei borgesi?






La madre di un mio amico, mettendo piede tempo fa a Palermo, quando arrivò nei pressi di Corso Tukory, illuminato a festa con una grandinata di lampadine disposte in multiforme galleria, esclamò: Ccà pari la festa di lu Munti! Qui sembra la festa del Monte!
Era invece la festa di Sant'Antonino. E non aveva visto le luminarie e il carro e il corteo e li firriòli cioè i fuochi d'artificio del Festino di Santa Rosalia! Ma son sicuro che avrebbe fatto la stessa esclamazione. 
Allora ho capito che la Festa del Monte per un racalmutese è il metro della propria meraviglia. 
Al di là di ogni ragionevole confronto quantitativo e qualitativo. 


sabato 17 novembre 2012

LE PASSIONI DEI RACALMUTESI, NEL 1924




  

Mai forse un paese si è immedesimato così radicatamente con una  festa.
Festa-emblema a tal punto da fare identificare un paese, l’appartenere a un paese, con la Madonna in onore della quale la festa si celebra, anche al di là delle stesse ideologie personali, al di qua di  ragionevoli dubbi, al di qua e al di là dell’Oceano.
           
            A testimonianza di questo attaccamento, alla Madonna e alla Festa del Monte, sono significative alcune lettere di emigrati inviate nel 1924 da New York.

“Since the Madonna del Monte serves a major symbol of cultural and community identification”, ha scritto Sam Migliore, nel saggio del 1988 Religious Symbols and Cultural Identiy: A Sicilian-CanadianExample, dedicato alla comunità racalmutese di Hamilton.
         “La Madonna del Monte – sostiene l’antropologo di origini racalmutesi,- funge da importante simbolo religioso per l’identità culturale e comunitaria”. Specialmente in terra straniera dove è stato costruito un “pezzo” di paese con il “santuario” e la passiàta: “Alcuni degli anziani passeggiano su e giù per James St. North, visitando occasionalmente i bar o i circoli siciliani allo stesso modo come facevano nella Piazza di Racalmuto”.



Nel V centenario della venuta della Madonna del Monte a Racalmuto, nell’ambito dell’apposito convegno del 2003 che è stato anche una festa della memoria, avvalorato dalla presenza di autorevoli studiosi, dell’arcivescovo di Agrigento mons. Carmelo Ferraro, dell’arcivescovo di Monreale mons. Cataldo Naro storico del movimento cattolico in Sicilia, sono state lette per la prima volta le parole di uno dei corrispondenti dall’America rivolte all’ingiustamente dimenticato Padre Cipolla, esponente significativo ancorché ignorato del Movimento cattolico siciliano.

A proposito di memoria: gli “Atti” di quel convegno non sono stati ancora pubblicati, speriamo non dover attendere la ricorrenza del prossimo centenario. I frammenti di lettere che seguono intanto ne rappresentano una pallida anticipazione.

Peccato che, nella recente ristampa del Dramma del Bonaventura Caruselli, queste lettere, ormai rese note, siano state “semplicemente” ignorate: eppure, le prefazioni, le introduzioni e le postfazioni di un libro che si ristampa dopo più di un secolo dovrebbero fornire informazioni e argomentazioni, oltreché valutazioni, pertinenti e convergenti sul libro stesso di cui sono corredo, non vanno certo intese come occasione per sfoggiare culte notiziole divergenti o digressioni deambulanti, ché nulla aggiungono alla “intelligenza” del testo  e alla comprensione della sua “fortuna” postuma.  Ma andiamo ai documenti. 





      Il “segretario Archivista della grande Società di Mutuo Soccorso Maria S.S. del Monte fra i cittadini di Racalmuto in New York” -  Ferdinando Ippolito -  a nome  della Società, che  “conta 315 fratelli tutti Racalmutesi”  tempesta Padre Giuseppe Cipolla con una semplice ed esplicita richiesta: l’invio del Dramma-Sacro  pubblicato dal Padre Bonaventura Caruselli nel 1856, ormai introvabile.

     Causa indiretta di una tale richiesta era stato lo stesso Padre Giuseppe Cipolla che aveva chiesto offerte ai racalmutesi d’oltre Oceano in sostegno delle sue iniziative benefiche. Costoro non si limitano a inviare semplicemente qualche dollaro di fraterna carità ma affittano un teatro e allestiscono un cartellone  per due mesi di rappresentazioni ripromettendosi di devolvere generosamente i ricavi:

      “New York, 4 Agosto 1924. Al Comitato Pro Istituto – Racalmuto. La Società di N. S. Maria S.S. del Monte ha portato in semblea (sic!) la circolare per formare l’Istituto nel vecchio Castello del Carretto e tutta la Colonia e entusiasmata per tale concetto indi la Società si propone di contrattare un Teatro per dare delle recite e il beneficio andare al detto Istituto.
Dunque la Società prega il Comitato di essere tanto cortese di mandarmi il libro della Istoria di Racalmuto ho pure qualche Manoscritto (con l’obligo [sic!] che finite le Recite di sostituirlo [restituirlo? Ndr] di  nuovo) essendo la Colonia Racalmutese entusiasmata vuole recitare qualche Episodio della Istoria di Racalmuto, come per esempio la Venuta della Madonna ed altri Episodi. Il Comitato resta pregato di farci questa Cortesia...”



“New York, 7 agosto 1924. Reverendissimo Padre [...] abbiamo contrattato un Teatro per due mesi (Ottobre e Novembre) per recitare drammi e il beneficio andare per l’istituto a Racalmuto. [...]
        Dunque tutta la Colonia Racalmutese in New York per fare maggiore Concorrenza vuole recitare qualche Episodio che si trova scritto nella Storia di Racalmuto. [..] Ferdinando Ippolito”

     “New York, 15 settembre 1924. Padre Reverendissimo [...] ci facciamo sapere che giorno 4 di Ottobre Sabato sera, daremo la prima rappresentazione il quale si darà il Dramma di Alessandro Dumas “Una notte a Firenze” inoltre a questo ci facciamo sapere che abbiamo scritto alle colonie Racalmutese di Buffalo e di Hamilton Canadà e ci hanno risposto che anche loro lavorano per ricavare qualche sommetta di denaro ed aiutare la nobile iniziativa da lei sviluppata intanto abbiamo deciso di rappresentare La venuta della Madonna il 1 Novembre (giorno di tutti i Santi).
Dunque Padre Giuseppe Cipolla, alcuni nostri paesani uomini vecchi ci hanno informato che esiste un libro di Padre Bonaventura Caruselli di Lucca, il quale in detto libro si trova scritto il Dramma della Venuta della Madonna completo uso per il teatro. [...] Lei Padre resta pregato di fare il mezzo possibile di procurarci questo libro con questo termino chiedento la sua S.B. da parte da tutta la società. Devotissimo Ferdinando Ippolito”

     “New York, 6 novembre 1924. Pregiatissimo Sacerdote Giuseppe Cipolla, con la presente vengo a dirci che abbiamo ricevuto la sua lettera ed il suo prezioso manoscritto e si figuri la gioia che abbiamo provato tutti [...] l’abbiamo ricevuto il Giovedì sera e tutto il Venerdì e Sabato hanno fatto le prove che hanno riuscite magnifiche, si figuri che il popolo vuole che si recita di nuovo a Richiesta generale la quale noi per appagarli la dobbiamo fare di nuovo. [...] Con questo termino chiedo la Sua S.B. Ferdinando Ippolito”.

“New York, 9 Dicembre 1924. Reverendissimo Padre [...] noi lo ringraziamo di cuore su il suo gentile pensiero di fare ristampare il Padre Bonaventura Carusello (intento il libro) [...] se lei vede che per stampare il libro di Padre Carusello ci vuole troppa moneta noi ci lo sconsigliamo perché non vale la pena di spendere tanta moneta per poche copie – noi ci contentiamo quando ne manda una sola copia quando lo copiamo e subito ci lo spediremo indietro – intanto ci facciamo sapere che la recite al teatro sono finite e speriamo a Gennaio mandarci la moneta intanto finisco il mio dire baciandogli la mano – suo umilissimo servo Ferdinando Ippolito – 267 Elizabeth st. – New York”.
                                                                     




            Come si vede, la grammatica libresca lascia a desiderare, ma quella del cuore e delle predilezioni è di grande valore. La corrispondenza  corre su diverse lettere tra solleciti e precisazioni ed è una miniera di informazioni non solo sui racalmutesi emigrati, ma anche su quelli rimasti nella madre patria, tutti tra loro in ideale collegamento, accomunati dall’attaccamento alla Madonna del Monte e dalla passione per il teatro.

            Questo collegamento e questa comunanza arrivano fino a noi, fino ai nostri giorni, rendendo attuale la lontana corrispondenza del 1924.














-         Gli amori dei racalmutesi nel 1924, in “Lumìe di Sicilia”, n. 50, febbraio 2004, pag. 7;
-         Gli amori dei racalmutesi nel 1924, in “La Citalena. Foglio cittadino di riflessione e commento”, numero unico, marzo 2004, pag. 5;

http://archivioepensamenti.blogspot.it/search?q=come+una+bandiera

[PDF] 

lumie di sicilia n. 50 - Associazione Culturale Sicilia Firenze







giovedì 15 novembre 2012

AEREI DI PACE, A COMISO



In questi giorni l'aeroporto di Catania è chiuso per lavori di manutenzione, voli e passeggeri sono stati dirottati allo scalo militare di Sigonella, ma poteva rappresentare l'occasione per sancire concretamente, simbolicamente, la riconversione ad uso civile dell'aeroporto di Comiso che, ultimato da anni, aspetta sempre l'ultima o penultima autorizzazione per riaprire. 


Comiso negli Anni Settanta e Ottanta del secolo scorso ha ospitato i Cruise, missili americani a testata nucleare. 


Sulla scorta dell'esistenziale poesia quasimodiana esprimevo a mio modo l'angoscia che incombeva su tutti i siciliani: prefigurando, per esorcizzarla,  non improbabili scenari apocalittici. Come se non bastasse, quasi per scacciare i foschi pensieri, sentivo il bisogno di ribadirlo in dialetto,  e rimarcare che di noi, proprio di noi siciliani, si trattasse.


Sotto il riguardo più strettamente personale, la cronaca di questi giorni mi sollecita infantili ricordi quando durante i giochi in strada, con scanzonata innocenza, intonavamo la filastrocca


Apparecchiu miricanu
 jètta a bumma e si nni va. 

Aereo americano 
lancia bombe e se ne va. 

Chissà quante volte era accaduto e sarebbe accaduto che aerei, non solo americani, sganciassero dal cielo proiettili di morte e distruzione, ma per noi semplicemente assumevano la forma di caramelle e bummulùna, come noi chiamavamo i tranci di trecce zuccherose color rosa e turchese esposte sulle bancarelle domenicali. 


Nell'età adulta, le parole di quella filastrocca sarebbero state intese nel loro crudo significato.



  






Non sia subito sera


Soli si sta
(senza più turisti)
su un lembo di terra
coi missili sul cuore.
Vivamente si spera
non sia subito sera.

1980*



E ancora aspetta


“Spararu nni li parti di Missina
spararu nni li parti di Giurgenti
spararu a Leningradu, a Cuba, n Cina
spararu nni li parti d’Occidenti”
dissi lu Gazzettinu.
“A Comisu scacciaru li buttuna.”

Po’... cchjù nenti.

Doppu cent’anni l’isula diserta
ancora va circannu la so curpa.
Risposta cerca, l’addumanna a tutti.
Ma nuddru sapi nenti.

Ancora aspetta.

1982**



Hanno sparato dalle parti di Messina, / hanno sparato dalle parti di Girgenti, / hanno sparato a Leningrado, a Cuba, in Cina, /  hanno sparato anche in Occidente, / "ha detto il Gazettino. / A Comiso hanno premuto i bottoni. / Poi, niente. / Dopo cent'anni l'isola deserta / ancora va ricercando la sua colpa. / Risposta cerca, la domanda a tutti. / Ma nessuno sa niente. / E ancora aspetta.










da Sicilia che brucia, ediz Grifo, Palermo 1990

** da Pensamenti, Coppola editore, Trapani 2008

Immagini dall'archivio fotografico personale.





http://www.eilmensile.it/2012/04/05/sicilia-30-anni-dopo-di-nuovo-a-comiso-per-la-pace/