martedì 13 novembre 2012

PER FAVORE, RIDATECI LA DISCARICA!


L’accumulo della munnizza ovvero il problema dei rifiuti fino a poco tempo fa è stato affrontato e risolto dai paesi mediante le loro discariche, ciascun paese aveva la propria.


Poi le singole discariche, comunali, vennero dismesse per dare spazio a megadiscariche intercomunali e accogliere la munnizza  di un certo numero di comuni organizzati in consorzi. Con i risultati e i fallimenti che sono sotto gli occhi, e il naso, di tutti.

Ma qualche anno fa, quando questo sistema sembrava funzionasse alla perfezione, io sollevavo dubbi e interrogativi, tra il serio e il faceto, non tanto sulla loro economicità e sulla loro efficienza  quanto sulla loro involontaria valenza “culturale”.



Nell’estate di qualche anno fa, sotto l’afa di agosto, mi ritrovai in aperta campagna: a perdita d’occhio si vedevano stoppie gialle e bruciate. 

       Mi sembrava di stare in un luogo inventato, tanto era somigliante a quello descritto dal Lampedusa nel suo romanzo, ma inventato non era, perché ancora oggi mi ritrovo quello che ho rinvenuto quella volta tra i campi e le restucce riarse. O per essere più precisi – sempre con rispetto parlando – nel bel mezzo di una pubblica discarica.

        Ho trovato carte: documenti,  delibere,  pitàzzi, tessere fasciste e per il pane; un’istanza del signor Nicolò Alfano che chiedeva “lo svincolo della cauzione prestata quale esattore della Tassa del macinato negli anni 1871, 1872” nei comuni di Grotte e Racalmuto; l’atto fondativo di un “Circolo Unione”; il contratto dell’8 maggio 1899 fra la Ditta in commercio “Stefano Pirandello e C°” con sede in Porto Empedocle e il racalmutese Giovanni Battista Buscarino “coltivatore di zolfare”; aste per il rifornimento di vettovaglie dell’Esercito Regio; carte dei Withaker; notizie sulla fillossera; la delibera di un ossario comunale; testamenti del popolo minuto; lettere, molte lettere.

Qua e là, fogli strappati. Alcuni si leggevano male perché sbiaditi, altri appiccicati fra loro, maleodoranti. Erano atti, memorie, relazioni risalenti financo al Regno delle Due Sicilie.





       Quel luogo mi sembrò il giardino delle meraviglie, anzi, un pozzo senza fondo. Un incubo. O un sogno. Non so. Per un attimo, mi mancarono i riferimenti per capire dove stavo, cosa stesse succedendo, che significasse tutto questo. Era una discarica. In contrada “Mulona”. Non volevo crederci. “Fu quel ch’io dico, e non v’aggiungo un pelo”, affermo con Ariosto; rimasi “pallido e sbigottito”.

        La lettera, riservatissima, una raccomandazione insomma, del Reale Ispettorato Scolastico di Palermo, risalente al XX anno dell’era fascista, mi riconsegnò alla realtà: “Egregia Signora...”. In un’altra, Mons. Cajetano Blandini Episcopus Agrigentinus, confidando “nello Zelo, nell’Abilità, Attività ed Onestà del sigr Vincenzo Giglia”, lo nominava procuratore della rendita della Confraternita del Ssmo Sacramento. In un’altra ancora, del 1871,  si parlava della coltivazione dei  bachi da seta a Racalmuto.
Tante e tante altre carte curiose ho trovato: da farne un libro.




2007



        Il libro si intitolò Il giardino della discordia. Racalmuto nella Sicilia dei Withaker, le cui carte un editore voleva acquistare e voleva acquistare anche il mio dattiloscritto con l'impegnativa però da me sottoscritta di non pubblicarlo. 
Mi sembrò strana la proposta, come strana mi era parsa la non risposta della Fondazione Withaker ad una mia lettera che segnalava il ritrovamento delle carte withakeriane. Rifiutai e andai avanti per la mia strada.

Ebbi la Prefazione di Rosario Lentini, specialista nel settore, e presentai il libro a Racalmuto, a Grotte, all'Università di Palermo, a Naro, a Marsala, a Canicattì, ad Agrigento, con autorevoli testimonianze critiche e benevole segnalazioni sui mezzi d'informazione, tra cui le interviste di Nicola Giangreco a Trs98, di Gianni Manzo al TGR, la rubrica "Album" del TGR3 di Nuccio Vara del 26 gennaio 2007 che spazia da Racalmuto a Palermo a Marsala a Mozia.

Se avessi accettato la danarosa proposta di non pubblicare sarebbe stata una seconda morte per quelle carte, giusto giusto in una casa editrice. Altri pensieri avevo piuttosto per la testa.









Che ci facevano documenti così interessanti in mezzo alla fantastica munnìzza? Si può immaginare cosa sarà avvenuto: dopo la morte di qualche persona benestante e istruita, - un notaio, un avvocato, un uomo di chiesa, - gli eredi avranno venduto la sua casa e i nuovi acquirenti prima di ristrutturarla si saranno sbarazzati delle carte buttandole nella discarica comunale. 

Qui è il punto. E se la discarica non ci fosse stata? Che fine avrebbero fatto?




       Nell’eventualità che altre dimore contenenti carte storiche vengano vendute da eredi beneficiati e svuotate degli archivi di famiglia, ho maturato la seguente perorazione: per favore, ridateci la discarica, almeno sapremo dove andare a cercare le carte di quegli archivi dismessi, anzi, buttati via.





Oltre il muro, a.VI n.2 maggio 2008




                      


La Sicilia - ediz. di Agrigento - 6.2.2006 
"Grandangolo" - Agrigento - 11.2.2006

GdS 1 giugno 2007
    




Coppola Editore

Recensione di Serena Alessi su Critica Letteraria:


VITO MERCADANTE, POETA COMBATTENTE



Nell’amichevole corrispondenza con Marco Scalabrino, poeta e studioso trapanese della nostra lingua,  così egli mi scrive: 

“Caro Piero, oltre a scrivere le mie cose, io mi occupo, da tempo, dei nostri Autori dialettali del ‘900 che, a mio modesto avviso, meriterebbero, tra i Siciliani e non solo, maggiori considerazione e conoscenza. Ne allego un esempio.”

Sono talmente d’accordo e in sintonia  con quella che mi piace definire “poetica del risarcimento” (seguendo il “filo rosso” delle notizie sommerse, proporre o riproporre all’attenzione collettiva figure e fatti rimossi o trascurati spesso per calcolo, qualche volta per insensibilità) che pubblico con piacere l’esempio allegato e sicuramente non ne mancheranno altri.
                                                                                                                                                             P.C.








Vito Mercadante

                                                                                                             di Marco Scalabrino


“Il personaggio – dichiara Girolamo Li Causi, nello stralcio di una lettera del 1971 pubblicato a Palermo nel febbraio 1988 sul numero zero del rinato Po’ t’ù cuntu – mi è vivissimo anche in questo momento a distanza di quasi sessant’anni: minuto, vestito di nero, la cravatta alla La Valière, colorito bruno, aria greve quasi di mestizia; lui già anziano e io giovanotto.
Rimane in me forte l’impressione di una figura integerrima moralmente e politicamente, universalmente stimata e quindi degna di essere rievocata e restituita alla storia”;
“A 52 anni dalla morte – appunta Guglielmo Lo Curzio, sulla nota Zio Vito apparsa sulla medesima rivista – mi ritorna innanzi, vivo, sotto il cappelluccio a ciambella, sempre nero come il vestito; l’argentea zazzera romantica illumina il viso magro e bislungo, dove gli occhi neri, piccoli e senza requie, ma d’una dolcezza inesprimibile, scintillano d’intelligenza sotto la fronte spaziosa, sul naso piccolo e camuso, sulla bocca di una freschezza quasi giovanile”;
“Severamente vestito di scuro – rievoca Pietro Tamburello, sul numero di giugno 1988 del giornale di poesia siciliana – la bella barba patriarcale, la bianca cravatta svolazzante sotto lo sguardo mite e accattivante. Buono e gentile lo era sempre: quando gli andavo incontro e mi accompagnavo a lui per qualche tratto lungo i viali di via Libertà, quando mi accoglieva nella sua casa di via Gioacchino Di Marzo, quando ascoltava sorridendo i miei spropositi e le mie ingenue poesiole di quel tempo. Tra le mie cose più care conservo una foto [del 1933, riprodotta in calce all’articolo] in cui, con Nino Orsini e altri amici, ci stringiamo intorno al suo sorriso nel giardino della sua casa”.

     Vito Mercadante nacque a Prizzi (PA) il 13 luglio 1873. A Prizzi ultimò le scuole elementari, ma fu Palermo la città dove frequentò le scuole secondarie e visse la frazione maggiore della sua vita. Interrotti gli studi di Ingegneria, ma avverte il nipote prof. Vito Mercadante “si dedicò anima e corpo agli studi veramente liberatori: quelli che avevano per oggetto la società, la politica, i problemi del lavoro”, trovò impiego presso le Ferrovie dello Stato. Nel 1902 pubblicò Spera di suli, un volumetto in versi dedicato alla fidanzata che amò profondamente e che morì giovanissima di tubercolosi. Nel 1904 fu la volta di Castelluzzo, una selezione di 14 sonetti in lingua italiana composta in occasione della strage di contadini compiuta dalle forze dell’ordine in località Castelluzzo, in quel di Trapani.

A seguito del terremoto del 1908 che rase al suolo Messina produsse L’omu e la terra e nel 1910 videro la luce Focu di Muncibeddu, unanimemente giudicato il suo masterpiece, e Lu Sissanta, un lavoro da storiografo utile, rimarcò Gaetano Falzone, per apprendere il senso della vita di allora in Sicilia. “Questa fioritura di scritti – osserva il prof. Vito Mercadante – non dipende da un momento soggettivamente felice del Mercadante, bensì dalle tensioni di anni particolarmente critici che richiedevano risposte perentorie dai suoi protagonisti”.






Nel 1911, il Nostro, che intanto a Palermo – informa il prof. Mercadante – andava rappresentando “il punto di riferimento di quanti trovarono impossibile uscire con dignità dalla situazione in cui erano immersi sia col liberalismo di Giolitti che s’appoggiava alla mafia sia coi socialisti che trescavano coi governativi”, elaborò l’opuscolo propagandistico La ferrovia ai ferrovieri. Totalmente coinvolto nel sindacalismo rivoluzionario di matrice soreliana, inteso “come filosofia, come scienza politica, come prassi, come estetica, come lotta di classe, come strumento atto a mettere in moto quel mondo contadino considerato l’unica forza sociale sana della Sicilia”, egli stesso si candidava – prosegue il prof. Mercadante “come un modello di uomo nuovo in Sicilia: lottatore e artista, intellettuale e capace nello stesso tempo di scendere con l’amore e con la poesia entro i precordi del suo popolo per conoscerne le più intime istanze, operatore politico e rispecchiatore, con l’arte, del movimento storico che andava realizzando”.

Terminata la prima guerra mondiale, a Palermo “promosse le affittanze dei feudi, istituì una cooperativa edilizia per i ferrovieri, la Panormus, combatté aspramente il fascismo” e nel gennaio del 1920, con Francesco Guarratana, capeggiò i ferrovieri scesi in lotta contro la politica antioperaia del governo. In coerenza con le sue idee di giustizia sociale e di libertà, rifiutò la carica di sottosegretario all’Agricoltura propostagli – al ministro Rossoni, che andò a casa sua, fece trovare una stanza piena di garofani rossi e di ferrovieri licenziati dal Fascio –, atteggiamento che gli costò il licenziamento da impiegato delle Ferrovie. Fra il dicembre 1926 e il gennaio 1927 pubblicò sulla rivista Sicilia la commedia dialettale in tre atti Mastru Mircuriu, ritenuta da Antonio Verzera un “piccolo capolavoro del teatro dialettale siciliano”, che tuttavia gli venne proibito inscenare. Sorvegliato dalla polizia, costretto a vivere con una misera pensione, morì a Palermo il 28 novembre 1936.
           
            Antonio Verzera, il quale per primo se ne occupò in maniera organica e nel 1965 portò alle stampe il volume Un poeta di Sicilia: Vito Mercadante, colloca, ancorché con qualche riserva, il poeta nel secondo romanticismo. Collocazione non accreditata dal prof. Vito Mercadante, studioso delle opere dell’omonimo zio, il quale sostiene che l’opera d’arte non vada estrapolata “dal contesto storico e geografico in cui si realizza” e che non si rende un buon servizio al poeta salvandone schegge “in seno ad un genere minore quale è la poesia dialettale”, laddove invece la sua è una poesia “di respiro europeo … alimentata da una grande cultura e una forte avventura storica, pervenuta … in Sicilia senza il tramite italiano”.

Focu di Muncibeddu, la riedizione del 1991 Sigma Edizioni Palermo, voluta dal Comune di Prizzi, è custodito da una sopracopertina di maestosa suggestione: l’immagine sconvolgente della lava rossa che, come un fiume incandescente, scorre sinuosa a valle, ammirata da quattro persone in nero, di spalle, fra le quali una donna con gonna e scialle. Registrata la lieve discrepanza tra Focu di Moncibeddu, come impresso nel frontespizio e subito all’interno del volume, Focu di Muncibeddu, come più diffusamente utilizzato, e talora Focu di Mungibeddu, il libro, 200 pagine circa e 90 testi in dialetto con “pura e semplice traduzione, più fedele possibile, nella lingua italiana” a fronte eseguita dal prof. Vito Mercadante, si apre con la riproduzione in bianco e nero di una foto di Vito Mercadante.





Filippo Salvatore Oliveri, nel saggio titolato Vito Mercadante un poeta attuale, pubblicato sul giornale di poesia siciliana numero di dicembre 1991, corredato da una bella caricatura del Nostro, dichiara: “Con amore e intelligenza, Vito Mercadante seppe narrare la sua vita con senso critico, valutando anche la sua personalità e il suo modo di essere religioso. Ma è il suo disporsi agli altri che acquista dimensione e valore poetico, il suo indugiare sul miracolo della natura che rinnova e rende libero il verso e il linguaggio della lirica dialettale. Focu di Muncibeddu è il capolavoro di Mercadante, dove l’amore e la morte si ricompongono senza spezzare i fili della macchina-memoria, del nostro tempo attanagliato dai motivi contingenti della vita quotidiana. 

Mercadante è sempre tra la folla, calato nel suo popolo, ne esplora l’anima, ne interpreta i sentimenti”; e il nipote prof. Vito Mercadante, in prefazione all’edizione in esame, assevera:  
“Ci troviamo di fronte ad un’opera di grande livello artistico, non solo nel solco della poesia dialettale siciliana, ma anche nel percorso di quella nazionale di questo secolo. La prima affermazione che penso si debba fare nei confronti del Poeta è quella di una sua piena intelligenza della situazione in cui si trovò a vivere; la seconda è quella di avere tradotto quella intelligenza in un conseguente impegno di vita e nella costruzione di un personaggio che fosse pari alla necessità della soluzione di questa drammatica situazione”. 
Situazione in cui tra gli anni 1893 e 1913: “il numero dei feudi aumenta e quello dei proprietari diminuisce, lo sfruttamento del proletariato agricolo si accentua da parte dei gabelloti. E fu proprio in questo clima che Vito Mercadante, attento lettore delle correnti di pensiero europeo, trasformò il gruppo giovanile del partito socialista in uno schieramento politico attestato sulla linea rivoluzionaria di George Sorel. In Focu di Mungibeddu non un fatto storico attrae l’attenzione del poeta, quanto invece la vita intera di un paese ricamata attraverso una vicenda d’amore.
Il Mercadante seppe rappresentare questo mondo contadino, che era le sue radici, il suo essere più profondo: egli, infatti, andava descrivendo tutti i casi fra cronaca e storia che accadono a Prizzi in quegli anni di forte tensione sociale e politica”.

            Delineatone, per sommi capi, il panorama storico-sociale-filosofico, cogliamo alcuni degli spunti che Focu di Muncibeddu ci offre.

Il Primu di Maju, la primaverile festosa giornata dei lavoratori – l’eccidio di Portella delle Ginestre e quel tragico 1947 sono lontani dall’essere macchinati – nella quale tutti gli anni rinasce la spiranza biniditta chi nun mori; circostanza propizia per interrogarsi e scuotere la propria e l’altrui coscienza: Chi forsi è liggi di natura? / Unn’è ca è scrittu ca li megghiu spicchi / l’havi a mangiari chiddu chi ‘un lavura?

L’elezioni, servite oggi come allora: Nun mi canusci nuddu, tuttu l’annu / sugnu un viddanu, un tintu scarpunazzu; / ora su’ tutti cca chi vennu e vannu, / cu’ mi tira la manu e cu’ lu vrazzu; / sinu ‘ncampagna mi vennu a circari, / nun c’è né vu’ né zzu’, ma Vitu caru; / su’ tutti cirimonii e lu parlari / diventa meli ed era feli amaru. 
E, tra le righe di queste tredici quartine di endecasillabi, egli ha modo di imbastire e noi scoviamo un ritratto della classe politico-amministrativa del tempo: lu sinnacu è un birbanti e l’assessura … ci sunnu cosi chi ‘un si ponnu diri, oltre che una sorta di autoritratto del suo carattere, inclusivo della veemente reazione fisica e dialettica nei confronti di chi gli proji la scheda e cincu liri: Ci sbattivu la porta ‘ntra lu mussu, / gridannu: Lu zzù Vitu nun si vinni, / ca è tuttu un pezzu ed un culuri, russu.

E il suo pensiero e il suo essere trovano integrazione, e si stagliano tersi, nel testo Lu cori, alle pagine 144 e seguenti: Iu pensu ca lu munnu è tali e quali / ca tali e quali su’ l’omini grannica semu sempri picciriddi, iu sentu / di la prima ura sinu ca si mori; / ’ntra chista vita, ch’è un ciusciu di ventu, / si pensa picca e cumanna lu cori. / Pi mia, sugnu accussì, nun finciu nenti, / portu lu cori supra di la manu; / amu cu tutti li mei sentimenti, / odiu comu lu turcu un cristianu. / Sugnu accussì! Si viu un picciriddu, / la facci zarca, ‘mmenzu di lu fangu, / chi trema, mentri chiovi, pri lu friddu, / sentu lu cori miu chi jetta sangu. / Ma lu suprusu, la supirchiaria, / lu tradimentu, fittu ’n cori resta, / ca nun lu soffru, pri la vita mia! / Mortu ammazzatu, ma ‘un calu la testa! / Tintu ddu foddi chi mi fici un tortu, / ca la so detta cu lu sangu è scritta. … Ma si ‘mmenzu a la furia di li trona, / ‘na vuci dispirata chiama aiutu, / curru, mi vegna tinta o vegna bona;
      
il triste fenomeno della emigrazione (si vedano i testi L’America e Amarizzi) in quelle notti, come tante altre all’epoca, di lacrimi e di peni … di tragedi e di dulura … in cui erano li megghiu a l’America custritti giacché, si erge il poeta a portavoce della miseria, delle privazioni, delle soverchierie patite dalla sua generazione, né casa, né crapuzzi mi lassaru … / li sbirri, lu guvernu e li parrini / macari lu tabbutu mi nigaru … e malgrado egli ripeta a se stesso pirchì mi nni haju a jiri / si sugnu bonu a qualunqui travagghiu, in certi jurnati, in cui lo sconforto lo sopravanza, puru a mia, puru a mia … pinsannu a l’amici già luntani / ed a li cosi mii chi vannu sutta / cu tanti malannati e tanti tassi, / la fuddia di l’America mi tira;
 
e, per affinità, l’insofferenza nei riguardi della ferma militare, da prestare per trenta misi … ‘nca chi sunnu un jornu?!, la quale, unita alla emigrazione, spoglia e smembra le famiglie; è il caso di lu zzu Giuseppi e la gnura Carmela: l’autri figghi a l’America, ora pigghia, / veni lu re si tira puru a chistu!  




Appressandoci alla conclusione di questa essenziale lettura, non possiamo, ancorché brevemente, non accennare alla persona, Nuzza mia, Nuzza di cira, e all’avvenimento che hanno segnato la vita di Vito Mercadante, sebbene nun dicu nenti, ’un mi lamentu, / pirchì a lu munnu la facci chi arridi / comu fussi cuntentu ci prisentu. La china, “ventotto sono i sonetti del poema La china”, proprio come il numero degli anni che aveva la sua fidanzata quando morì e per cui il Mercadante vestì di nero tutta la vita”, è vilenu amaru, è la malattia, tussi chi lu pettu t’ha strazzatu, è la morte di Nuzza.

L’invocazione all’amata: Lassalu lu tilaru; la voglia di andare a lavorare che viene meno: nun haju testa stamatinanun pozzu lavurari; il responso medico e la presa di coscienza: Nuzza è malata, / malata di una ‘nfami malatia … di ddu malannu chi ‘un si po curari; l’incredulità: Malata? … possibili ca Nuzza havi a muriri!possibili … ca la so giuvintù mi po spiriri?;

lo scoramento: iu sugnu pazzu e sugnu comu un mortu; / nun haju cchiù né paci né risettu; la preghiera alla Madonna di Tagliavia: dissi lu credu e poi ‘na avemmaria; la rabbia e la disperazione: siddu mori tu m’haiu annegarisiddu mori tu m’haiu affucari pri mia lu munnu sanu po siccaripri mia lu munnu sanu po abbruciari.


L’elezioni


Nun mi canusci nuddu, tuttu l’annu,
sugnu un viddanu, un tintu scarpunazzu;
ora su’ tutti cca chi vennu e vannu,
cu’ mi tira la manu e cu’ lu vrazzu;

sinu ‘n campagna mi vennu a circari, 
nun c’è nè vui nè zu’, ma Vitu caru;
su’ tutti cirimonii e lu parrari
 
diventa meli ed era feli amaru.

Stanotti, a mezzanotti, era curcatu:
tuppi tuppi – Cu’ è ddocu? - Apri, minchiuni -
(Chi sunnu li patruna?) - Ora … curcatu
 
sugnu - Cca c’è lu sinnacu, putruni. –

Lu sinnacu di notti, cca, nni mia?! 
A pedi ‘n terra affacciu a la finestra; 
lu sinnacu e l’amici ‘ntra la via,
lu puntuneri e na guardia campestra.

Cu’ mi dici ca sugnu di li fidi, 
cu’ mi voli purtari a cunsiggheri,
 
cu’ mi prumetti li favi e li gidi,
 
cu’ ca mi livirà l’arti e mesteri:

lu munnu sanu lu fannu e lu sfannu; 
e poi, cuntenti ca sugnu un minchiuni,
 
mi dunanu la scheda e si ni vannu;
 
iu mi stinnicchiu supra lu pagghiuni.

Un quarticeddu ‘un passa e sentu arreri
tuppi tuppi a la porta; apru, a cu’ viu?
 
Don Virticchiu, du’ mastri ed un camperi ...
teniti fermu cannarozzu miu!

"Lu sinnacu è un birbanti e l’assessura
sunnu latri di passu; un cunsiggheri,
 
scanciu di fari a la chiesa li mura,
ci fici l’oricchini a so muggheri;

e nautru ci accattò na bedda vesta ...
ci sunnu cosi chi ‘un si ponnu diri;
ma nui, vui lu sapiti, genti onesta”
 
… e mi proji la scheda e cincu liri ...

Binidittu l’amuri chi mi tinni!
Ci sbattivu la porta ‘ntra lu mussu,
 
gridannu: lu zu’ Vitu, nun si vinni,
 
ca è tuttu un pezzu ed un culuri, russu;

e lu sapemu, tutti latri siti,
lu sapemu pirchì v’arriminati,
 
quannu a la casa granni vi junciti
 
macari li maduna ci scippati.

Faciti li cuntratti a fantasia
cu l’amici cchiù latri e sbrigugnati; 
pagati na crapuzza comu a mia
ed aviti li mànnari fidati.

Cumarca di latruna, jitivinni,
ca tutti li sapemu, li magagni;
va jitivi a circari a cu’ si vinni;
iu votu cu la lega, su’ cumpagni!



venerdì 9 novembre 2012

PIÙ FORTE DEI MITRA



Quando, una diecina d’anni fa, la mia amica Pina Provino di Bagheria mi regalò una Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Sicilia di Santi Correnti, dove si riportavano insolite scoperte o riscoperte dei singoli comuni delle nove province siciliane,  non immaginavo minimamente che tra le curiosità  ne avrei trovata una particolarmente curiosa di Racalmuto. Curiosa in sé, come vedremo, e curiosa nel senso che già me n’ero occupato sul settimanale diocesano di Agrigento oltre dieci anni prima.


Il vulcanico studioso catanese aveva in precedenza lambito, con le sue argomentazioni, il lontano comune minerario dell’agrigentino, attraverso una scintillante e decennale polemica col suo più illustre rappresentante, accusandolo di non  avere “tralasciato di dire peste e corna della Sicilia”. Non mi aspettavo che qualche favilla di quel polemico atteggiamento l’avrei trovata anche in questo libro apparentemente più rilassante.  E invece. In cauda venenum.

 Dopo avere tratteggiato la figura e la vicenda della “nobilissima figura di un’autentica eroina del nostro tempo”, depone, in fondo, una velenosissima domanda: “Come mai Leonardo Sciascia, racalmutese, che nel suo libro La Sicilia come metafora  (Milano 1979, p. 74) ha scritto ingiustamente che “tutte le donne di Sicilia sono un elemento negativo della società insulare”, non ha sentito il bisogno di fare un’eccezione per questa straordinaria figura di donna siciliana, sua concittadina?

Non sapevo quando io me ne sono occupato di prevenire, e forse alimentare, futuri interrogativi.







SUOR CECILIA BASAROCCO

In paese pochi la conoscono, pochissimi ne hanno sentito parlare, se cercate su Google la trovate associata all’ospedale di un paese del nisseno. Eppure è nostra concittadina, appartenente ad una speciale genia di racalmutesi. Già! Racalmuto, prima ancora che di altre categorie più remunerative a parlarne e a scriverne, è terra di eretici e di santi. Ma, al di là delle categorie e dei giudizi religiosi, vogliamo ricordare una figura straordinaria per indurci a riflettere che la vita non solo privata ma anche pubblica ha il senso che noi le diamo; che vogliamo darle, nonostante tutto.


              Nata a Racalmuto il 7 novembre 1914 da genitori di modeste condizioni economiche, condizioni che con i nostri parametri di oggi definiremmo povertà ma allora erano condizioni diffuse di dignitosa sopravvivenza,  suor Cecilia, al secolo Angela Basarocco, crebbe nel clima tipicamente e mediamente religioso dei nostri piccoli centri agricoli. 

Fin da ragazza manifestò una particolare sensibilità per le pratiche religiose e disponibilità ad aiutare il prossimo: “segni” evidenti di una autentica vocazione religiosa. Fu accolta come probanda nella Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia di Spoleto, fondata da Don Pietro Bonilli. Senza eccessivi ripensamenti, emise i voti definitivi alla fresca età di ventun anni.


                  In sintonia con le finalità della Congregazione, spese tutta la sua esistenza nell’Ospedale di Niscemi dove svolse il suo ministero di consacrata. Attività che letteralmente la consumò. A Niscemi ancora oggi dire suor Cecilia è come dire “Ospedale”. La sua vita si identifica con l’Ospedale in tutte le varie fasi che la struttura ospedaliera ha attraversato: dall’Ospedale-infermeria privo di ogni basilare servizio a quello odierno efficiente e spazioso, dal ricorso alle fontanelle per il rifornimento idrico alla gestione di macchinari sofisticatissimi.  Oltre cinquant’anni di presenza assidua e ininterrotta, fatta di fedeltà e fatica quotidiana, l’hanno resa un simbolo. Episodi di fede e di coraggio alimentano la sua leggenda.







                  L’episodio di coraggio. Siamo nel 1943. Sbarcati gli americani a Gela, alcuni soldati tedeschi trovano rifugio nell’Ospedale di Niscemi: qui suor Cecilia era rimasta sola a soccorrere tanti feriti militari e civili, fra i pericoli delle incursioni aeree. Tutti gli altri erano fuggiti tentando di mettersi al sicuro. Scoperti dai soldati americani, i tedeschi divennero mira dei loro fucili mitragliatori, destinati a immediata carneficina. Suor Cecilia, che era un donnone, irruppe senza pensarci due volte e col suo corpo fece scudo ai tedeschi, gridando in faccia ai soldati che tenevano i mitra spianati: “Non è possibile! Non è giusto!”. Nessuno comprese  le parole, ma gli anglo-americani avvertirono la forza morale di quel gesto, e rinunziarono all’impresa.

                  L’episodio di fede. Risale alle circostanze della sua morte: epilogo luminoso di tutte le sue virtù. Qualche mese avanti l’anniversario del cinquantenario di professione religiosa, il corrispettivo delle “nozze d’oro” per le persone sposate, si manifestarono in suor Cecilia le avvisaglie di un male incurabile. Nonostante ciò, si celebrò la lieta ricorrenza il 25 marzo 1985. Suor Cecilia, dissimulando la mortale angoscia, offrì all’altare un vassoio con i “ferri” a lei tanto familiari. Il giorno successivo, col riserbo che le era proprio, in gran segreto si sottopose all’intervento chirurgico. Fu operata proprio con gli stessi ferri che aveva offerti il giorno avanti durante la messa, nella stessa sala dove aveva assistito centinaia di pazienti. Volle apparecchiare la sala operatoria con le sue stesse mani.
                  Morirà poco più di un anno dopo, il 20 ottobre 1986.







                  Di questa suora, che si vedeva poco nel suo paese d’origine, che ha voluto essere seppellita nella “sua” Niscemi, si può dire ciò che è stato scritto sugli ultimi momenti di vita di San Giuseppe Calasanzio: “Non mai si vide Giuseppe tanto giulivo, e contento, che in quest’ultima infermità, che dovea rompere i lacci della sua spoglia. Non sapea saziarsi di parlar sempre di Dio, e della gloria del paradiso”.

La suggestiva citazione ricade nello stile agiografico, è vero, ma in tempi così poco propensi all’agiografia  classica ci è parso opportuno rievocare un inedito personaggio sicuramente “positivo” attraverso alcuni fatti per meditarci su, consapevoli che a ben altre “agiografie” ci hanno  abituato o vorrebbero abituarci opportunisti pennivendoli e uomini di spettacolo.

Ma anche per un paventato timore abbiamo voluto ricordare suor Cecilia Basarocco: non vorremmo che  in tempi di ristrettezze economiche e “razionalizzazione della spesa”, il dimensionamento o la cancellazione delle piccole strutture ospedaliere cancellasse l’ospedale di Niscemi polo d’eccellenza e la memoria di suor Cecilia a cui esso è intestato.  Come è avvenuto già da tanto per l’ospedale di Racalmuto e del suo fondatore Ferdinando Martino.




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