martedì 6 novembre 2012

UN PERSONAGGIO DA PRESEPE

Ora i Presepi viventi sono di moda e da qualche anno a questa parte si sono moltiplicati grazie all'impegno di attive Pro Loco, nostalgici volontari, amministrazioni in cerca di visibilità: rievocano mestieri antichi riesumando tecniche e attrezzi dismessi, ripescano   tradizioni scomparse,   e fanno assaggiare cibi poveri: ricotta, ceci in brodo,  fave abbrustolite... Ma il Presepe di cui vi voglio parlare è particolare perché anche il suo fondatore è a suo modo un personaggio tra i personaggi del suo fantastico mondo. 




 BALDASSARE INTERRANTE E IL SUO PRESEPE

“Gli Enti pubblici hanno abbandonato Baldo ma Baldo non abbandona gli amici”. Baldo, Baldassare Interrante è l’ideatore di un presepe vivente situato alle porte di Menfi in contrada Cinquanta poco distante dallo stradale che da Menfi porta a Castelvetrano.
 Quando me lo sono trovato davanti col capo coperto, una lunga tunica a strisce e il nodoso bastone in mano mi è sembrato il Mosè dei Dieci Comandamenti. Ha le mani rudi del contadino,  ma uno sguardo dolcemente tenero, di chi ha avuto esperienza del mondo ed è scampato alla morte. E’ stato il primo in Europa a cui è stato impiantato un pace-maker.

E’ un vero patriarca, Baldo, nel suo regno, non solo per dieci giorni all’anno, nel periodo in cui con tutta la sua numerosa famiglia e i vicini di campagna  trasforma questo suo regno, costituito da 36 mila metri quadrati di terreno, in presepe vivente. Si autodefinisce saggio, “un singolo in mezzo alla massa” ed ha financo una sua filosofia. Così si presenta: “Io sono Baldassare Interrante / per chi non sa proprio niente / io sono un uomo intelligente / perché capisco molto l’ignorante. / Io sono Baldo il saggio sapiente / di belle cose ne faccio tante / se voi mi osservate attentamente / non sono poi, così molto grande”.


Questa, in breve, la vicenda della sua vita: in una famiglia di pastori, è nato settantadue anni fa nella casa cosiddetta “dell’Asino”, in contrada Cinquanta, vi ha vissuto fino a nove anni ma ha continuato a fare il pastorello fino ai quindici (“mi sentivo laureato perché sapevo contare le pecore”); emigra al Nord, “nella bella Svizzera,” dove fa il manovale finché la malattia non lo costringe ad evitare i lavori pesanti, egli allora s’industria, comincia ad attorcigliare dei fili di ferro e si ritrova orafo, comproprietario con la moglie di gioiellerie, in affari col mondo della moda, conosce il gran mondo, la ricchezza, la frenesia di un’auto da corsa. 

All’apice del successo, abbandona tutto, torna in Sicilia, ricompra la vecchia casa dell’Asino dov’era nato e vive da eremita. “Pazzo mi diceva la gente”. Continua orgogliosamente a mantenere la residenza anagrafica in Svizzera dove ogni tanto torna per ricaricare le batterie del suo pace-maker. 
Nell’85 inizia la raccolta di vecchi attrezzi di lavoro, di mobilio antico, di frammenti di pavimentazione, di superstiti tegole, rovistando tra le vecchie case terremotate di Menfi. Nell’86 sotto tante tende dà vita al Presepe animato. 

Nasce la curiosità. In contrada Cinquanta affluiscono numerosi visitatori e qualche giornalista.  “Come vive un santone del Duemila” ha scritto Francesco La Licata. Costanzo lo invita nel suo show.


Sull’onda della notorietà, quattro miliardi, delle vecchie lire, offrono a Baldo per far sorgere un albergo sul suo terreno ma quattrocento milioni deve essere disposto a darne “per aprire le porte” prima ancora di iniziare i lavori. Baldo non capisce la fisica legata all’economia: pagare per potere aprire porte che ancora non esistono. Rinuncia all’affare, "con disappunto", secondo Baldo, del parentado che l’abbandona e continua ad esercitare l’antica arte della pastorizia. 
Nel frattempo si unisce a Baldo, ormai separato dalla moglie svizzera, una giovane donna di Sciacca, scampata al tumore dopo essersi affidata alle cure del dottor Di Bella; nascono due figli. I parenti si allontanano definitivamente. La tendopoli incomincia a diventare un villaggio di pietra. 




Ora Baldo conduce una vita serena: si alza di mattino presto, accudisce gli animali, porta i figli a scuola, si dedica al giardinaggio, assembla oggetti, scolpisce, scrive poesie, riceve visitatori come un santone.
Casualmente mi sono imbattuto in questo personaggio: in realtà cercavo della ricotta per riempire cannoli fatti in casa e quella della fattoria Interrante è rinomata, così giunto alla fattoria in contrada Cinquanta sono stato incuriosito dall’insegna che indicava un presepe. Una scritta all’ingresso di un viottolo acciottolato avvertiva: “Entrate in un luogo Sacro / Rispettiamo Dio”. Mi sono inoltrato. Si viene accolti da un’altra scritta apposta su una giara lesionata: “Questo luogo vive grazie alle offerte”.




Post scriptum
Domani faremo una visita al Presepe con una descrizione dettagliata: sarà un'esplorazione anche nella terminologia dialettale.


Link correlato















http://www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n48.pdf

venerdì 2 novembre 2012

UN LUSIGNUOLO PER I MORTI



Circa dieci anni fa, un mio amico, colpito dal lutto per la precoce scomparsa del nipotino, mi ha chiesto di scrivere una poesia da inserire in un'antologia di testimonianze liriche. Proprio per rispetto di quel dolore dissi di no: non potevo certo lasciarmi andare in accademiche compenetrazioni. Era per me irriverente fingere sentimenti così strazianti.


Inaspettatamente, mi venne davanti agli occhi l'immagine di un usignolo che cantava sulla tomba di un'ignara vita stroncata, per farle godere la piacevolezza del suo canto. Ma invano, ovviamente.



Tuttavia, per non sprecare vanamente quel canto, da chi non ne poteva più godere viene l'invito generoso di andare ad esibirlo ad altri. Altrove. Con un ovvio ma terribile messaggio: la vita continua per chi continua ancora ad averla.


La poesiola, con - la dedicatoria "a S." - venne pubblicata nell'antologia "La sala dell'Idromele. Poesie in memoria...". La sala dell'Idromele, ha scritto Filippo Salvatore Oliveri in Premessa,  "è il luogo dove stanno i santi, i beati e gli eroi". Oggi, nel ricordo di S., vale come pietoso pensiero per i nostri morti. 







Un lusignuolo
  è venuto a cantare 
a cantare su la tomba mia
un lusignuolo
 è venuto a cantare.
Cantava da Dio.

O uccelletto,
 dolce lusignuolo,
se mi svegliassi
 un attimo! Non 
sento! Ti 
Disegni di bambini con matite colorate su carta cm. 7 x cm. 7
La foto del cardellino tra i rami è di Giuseppe Sardo Viscuglia
La Corisia, da me fotografata, intreccio di fiori e spine, svetta nell'atrio dell'Oratorio di Santa Cita in Palermo 







mercoledì 31 ottobre 2012

I POST DEL MESE. Ottobre 2012



    FANTASIE DI UN PITTORE PALERMITANO





    Scritta in occasione della mostra racalmutese del 1989, nella testimonianza che segue, Pippo Bonanno dice del suo particolare attaccamento a Racalmuto, della sua natura, dell’influenza racalmutese sulla sua pittura, e rammemora rievocazioni antiche trasmessegli dalla nonna materna.


     Egli, da lontano, che ha vissuto sempre a Palermo, che poco ha vissuto nel paese della madre precocemente scomparsa e della nonna, perennemente afflitta dal dolore di quella perdita, ci restituisce l’immagine di una Racalmuto fantasticata ma anche personaggi reali dimenticati e poco conosciuti ed onorati dai realissimi compaesani, come ad esempio quel Valentino Scimè primo violoncellista al Teatro Massimo di Palermo che casualmente ho avuto la ventura di conoscere in un ospedale a dibattersi, solo, nelle difficoltà di una  malattia invalidante. Aveva casa nell'ariosa Piazza Principe di Camporeale. Là egli avrà raccolto i cimeli di una vita e della sua dignitosa carriera.

    Nell’attesa,  o nella speranza, che qualcuno raccolga l’esca per recuperi e repêchages postumi, siamo grati al pittore Bonanno per averci regalato il ricordo evanescente di esistenze altrui nell’affettuoso esercizio di ricomporre i ricordi della propria: in occasione del suo ritorno a Racalmuto.




    La testimonianza di Pippo Bonanno.


    Racalmuto è legata ai miei ricordi d'infanzia non come luogo precisato e reale, ma come mito, personaggio della fantasia. Di una particolare fantasia, però. Sollecitata dall'impareggiabile capacità narrativa  di una donna che a Racalmuto era nata e vi aveva trascorso la primissima giovinezza.




    Dall'originale interpretazione delle storie e delle leggende di questo paese s'è nutrita la mia curiosità di bambino e la fame di irreale e di favole.


    Con l'assessore ai Beni Culturali Francesco Marchese

    Il Castelluccio ed il suo sole, il teatro ed il "mortorio" col suo irriducibile giuda; le miniere di sale e di zolfo, il Raffo e la campagna; la Madonna del Monte che volle fissare la sua residenza definitiva nel paese: luoghi e vicende immaginate che diventarono patrimonio della mia conoscenza assieme a figure e personaggi che nel corso degli anni di mia nonna, piccola racalmutese trapiantata a Palermo, andava attingendo da un repertorio inesauribile di memoria e fantasia.





    Poi vennero i racalmutesi "reali": Pietrino Castelli, compagno di "pitruliate" sotto la statua di Filippo v, Lilluzza, bionda e bellissima; Nardo Puma, emigrante in Canada e insigne docente di gioco della briscola; Valentino Scimè, malinconico suonatore di violoncello. Tutti mi hanno sempre suscitato una certa familiarità, predisponendomi naturalmente a sentimenti di amicizia e di affetto.

    E ho conosciuto Leonardo Sciascia, ma di Racalmuto non parlammo mai. Tra un grugnito ed un dialettico distinguo consolidai, però, l'amore per il "nostro" paese e lo spirito caustico che già mi aveva propinato la mia saggia antenata.





    La città e le sue luci mi accolsero per la prima volta solo poco tempo fa, una sera della scorsa estate, mezzo secolo dopo gli affascinanti racconti della nonna. Cinquant'anni di lontananza, quindi, ma cinqunat'anni di discreta presenza nel percorso della mia vita.





    Quanto poi abbia potuto la radice racalmutese sulla mia formazione, non saprei dire: è certo però che molto mi resta di un grande patrimonio di problematicità, che doveva veicolare nelle assolate campagne, nei "margi" e nei meandri cupi delle miniere dove quotidianamente sprofondava mio nonno, "caruso di pirrera".



    Del resto, credo, questa "orditura" si evidenzi nella mia pittura, e non è una recente scoperta, quasi miracolosamente. E non solo per le tematiche, ma per quel modo di raccontare nel quale i miei "compaesani, i miei parenti di lontana e recentissima acquisizione, possono riconoscersi e riconoscermi.

    Palermo, 1989
                                                                                                Pippo Bonanno










    Le foto documentano alcuni momenti della visita di Pippo Bonanno a Racalmuto alcuni mesi prima della mostra che si sarebbe tenuta presso l'Auditoriun "Santa Chiara" dal 27 maggio al 4 giugno 1989.


    In mancanza, per il momento, di registrazioni di brani eseguiti da Valentino Scimè, si vuole rendere omaggio ad un violoncellista tramite l'esecuzione di un altro violoncellista:
    https://www.youtube.com/watch?v=ldPf3yqq3-8