giovedì 19 settembre 2013

INNAMORATI DEL CASTELLUCCIO COME SINEDDOCHE





Visti da vicino.
Programma televisivo condotto  da Nicola Giangreco
Telestudio 98 - 4 luglio 2013
Link:
http://www.youtube.com/watch?v=7OcRXDkimFI




UN POST PARLATO

Questo è un post parlato; mettetevi comodi, come consiglia Calvino quando ci si accinge a leggere un libro, e partecipate idealmente al salotto di Telestudio 98 in cui, da parte di alcuni protagonisti, viene rievocato l'evento corale del 23 giugno 2013, con un entusiasmo che non sembrerà eccessivo se rivissuto come innamorati, tra innamorati, del Castelluccio.

Il Castelluccio, che è nell'immaginario di tutti, inteso come "sineddoche" ovvero "la parte per il tutto" dove il "tutto" sarebbe il paese, così come al paese si rivolgeva implicitamente il poeta Giuseppe Pedalino Di Rosa quando da Milano ai primi del Novecento si rivolgeva alla Funtana di novi cannola e cantava:

Chiara Funtana di novi cannola
quannu ti viju lu ma cori sciala.

Mia libera traduzione:
Luminosa Fontana dai novi getti
quando ti vedo il mio cuore gioisce.

Scialare, godere emotivamente, intellettualmente, si può, al Castelluccio, per il Castelluccio, "museo di se stesso", "tempio laico", secondo Angelo Cutaia, dove i racalmutesi potrebbero celebrare gremiti ed edificanti "riti culturali". L'aerea collocazione sul Monte omonimo lo favorisce:

'nta li primi lu to' nomu spazia.

Ma anche una semplice visita, una passeggiata, spontanea o organizzata,  hanno il sapore di un laico rito del nostro immaginario che trasfigura la torre-fortezza in pietra del XIII secolo in sigillo di identità. Nonostante la stradella malagevole che vi conduce.







Il Castelluccio visto dal Castello di Racalmuto


Sulla passeggiata organizzata al Castelluccio.
Link:
http://regalpetraliberaracalmuto.blogspot.it/2013/09/racalmuto-passeggiata-dal-castello-al.html





martedì 17 settembre 2013

LA CHIESA, LO ZOLFO E DON GASPARE RIZZO. 2 di 2





UOMINI DI CHIESA E UOMINI DI ZOLFO



MONTEDORO 1850 - UN CASO EMBLEMATICO:
DON GASPARE RIZZO
Seconda Parte

di Calogero Messana 


PARTE LESA?

Qualche anno dopo lo ritroviamo nella qualità di Vicario Curato a difendere, stavolta, gli interessi della Chiesa e dei fabbricati vicino alla miniera !

Montedoro 3 Novembre 1861 al sig Prefetto

" Il Curato di Montedoro vedendo in pericolo la unica chiesa e la vita di molti abitanti le umilia il seguente rapporto.
Ella ben sa che un certo D. Alessandro Piazza ereditò un tumulo di terra che confina col caseggiato di Montedoro dalla parte sud-est. Costui ha permesso estirpare zolfo non solo nella sua proprietà la quale per essere una sparuta quantità bisognò terminare anni orsono. Or costui non ha curato usurpare zolfi, travisare nel comune, minare sotto le case ed inoltrasi sino alla chiesa.
…….stante esser stato provato a luce di giorno e fatto evidente a tutto il mondo non poteva essa restare aperta per qualunque motivo ne operarsi il menomo scavo e lavoro di mina senza infallibilmente risentirne danno immenso ed irreparabile la proprietà e la vita degli abitanti tutti, ed essere estrema ruina della chiesa di Montedoro a causa della vicinissima situazione di quella miniera all’abitato a cui sta ermeticamente attaccata, e pel fatto incontrastabile dei danni e crolli tanto passati che presenti che sono vedutesi sempre in modo costante come , da causa necessario effetto tener dietro, immediatamente al riaprirsi a ripresa dei lavori minatori, ed usurpatovi di zolfo comunale prodotti unicamente da quella ladra, ed usurpatrice zolfara di Piazza……

La miniera a cui fa riferimento il Curato Rizzo era situata oltre l’attuale via De Gasperi (case di Buccoleri) e quindi più distante dalla chiesa rispetto a quella Comunale che sorgeva dal lato di Orazio Salvo.




QUANDO MAI!

Le accuse violente contro Piazza portarono alla chiusura della miniera, ma a seguito di perizie nei sotterranei si verificò che le accuse erano false, assieme alle prove di una precedente perizia, il tutto organizzato dal Curato Rizzo e dal sindaco Cesare Caico, suo cugino.

In realtà tutta l’area era devastata nel sottosuolo a causa degli scavi fatti in precedenza nella zolfara comunale di cui il Rizzo era stato gabelloto!

Il 19 Maggio del 1862 don Alessandro Piazza, che fesso non era, presentava il conto (Onze 174.4.4) al Sindaco di Montedoro, Cesare Caico, per tutte le spese di perizie e giudizi che aveva affrontato per dimostrare la correttezza del proprio operato.


DELATORE?

Dal libro di Petix si legge che all’avvicinarsi della prima domenica di Giugno del 1862 , festa dello statuto, si era sparsa lo voce di un colpo di mano per sequestrare i giovani per arruolarli forzatamente. Si diceva che 50 soldati erano nascosti, parte in casa del Sindaco e parte in casa del Parroco Rizzo.

Durante i festeggiamenti si verificarono delle turbative da parte della fazione borbonica ed alcuni arresti da parte della Guardia Nazionale. Su indicazione di Rizzo venne arrestato Domenico Alfano che aveva disturbato in chiesa e costretto a sospendere la funzione religiosa.

QUEL PRETE E' UN CONCUBINO. RITORSIONE?

Visto il clima che regnava nel paese, con le opposte fazioni in guerra permanente, il Nostro doveva aspettarsi delle reazioni dal partito avverso.

Nel mese di Luglio una specifica denunzia contro il Parroco Rizzo venne rimessa al Vescovo Guttadauro. Il Rizzo da tanto tempo viveva in aperto concubinaggio con due sorelle nubili, comportandosi in maniera scandalosa. Nei primi di Agosto il Vescovo chiamò il Rizzo, al quale fece una tremenda ramanzina, quindi, non ottenendo alcun risultato, lo privò della confessione e lo interdisse a divinis, e successivamente lo destituì dall’incarico di Vicario Curato.

PER GLI AMICI POTENTI E' INNOCENTE

Venne allora reintegrato il Sac. Calamera, inviso al partito dei Caico poiché ritenuto ed incarcerato per essere filo borbonico.

Da tempi remoti la nomina del Curato era su proposta del capo del paese (Barone o Sindaco) ma approvata a suffragio popolare. Il Sindaco, nonostante vari tentativi, non riuscì a fare reintegrare il cugino Rizzo inviso alla maggioranza dei Montedoresi.

MEGLIO DARSI ALLA POLITICA

Rimasto "disoccupato" venne assunto come commesso al Municipio ed esperto di zolfare ne fece l’esercente (riporta Petix), come in passato, e si diede apertamente alla politica appoggiato dal cugino Cesare.
Lo ritroviamo consigliere Comunale per diversi anni e facente funzioni di Sindaco nel documento seguente, molto interessante per le vicende di quel periodo, indirizzato a Sua Eccellenza il Sig. Ministro di Agricoltura Industria e Commercio.




PERORA LE BUONE SORTI DEL PAESE E SI RINNEGA
Roma

" Il Comune di Montedoro in provincia di Caltanissetta è fabbricato sopra una ridente collina; tale simpatico nome gli provenne dai fiori color croco dorato messi da una pianticella selvatica che adornano i circostanti monti in primavera.

Più tardi tale nome fu appieno giustificato dal rinvenimento dei ricchi minerali di zolfo che i suoi campi in gran copia racchiudono, e tale da farlo ritenere e giudicare come il centro di gravitazione della zona solfifera siciliana.

Sebbene non conta che 3389 abitanti, giusta il censimento 1881, pure è conosciuto abbastanza come uno dei più belli modelli di civiltà e di patriottismo, poiché mai sempre si è cooperato e si coopera a tutta possa per far prosperare le sue condizioni morali, materiali ed economiche, ed ove la virtù patria e civile non sono punto espressioni vuote di senso.

E’ a questo Comune che da una mano di fazioni capitanata dalla famiglia Guarino, reale nemica d’ogni benessere del paese, venne come tuttodì viene fatta una bassa guerra per arrestare il regolare andamento della sua amministrazione, e del suo sviluppo morale, e volgere a male ogni più giusta opera.

Ed in vero, si è sin dal 1860, epoca che la bandiera della libertà eclissò i Guarino, che essi hanno per riprovevole sete insaziabile di dominio agognato con ogni triste mezzo di entrare e regger le sorti di questo Comune, ma che però per invariato suffragio degli elettori sono stati sempre ripulsati per i loro precedenti borbonici (!), clericali (!) ed inqualificabile condotta verso tutti e specialmente col popolo.

Non avendo avuto la fortuna, come si è detto, di poter almeno nominalmente anco far parte dal concorrere al governo del Comune non hanno cessato or per un motivo, or per un altro adoperando tutte le industrie, insidie e peggio per attentare alla onorabilità degli eletti amministratori, alla vita materiale del Comune, ed al suo morale e civile essere.

Ed infatti, sebbene esperti simulatori e dissimulatori a seconda del proprio interesse, non si è trovato però mai in essi alcuna coerenza sotto qualsiasi rapporto, e veruna immutabilità di fede e di principi.

Volga il vero quanto in appresso: omissis ( si fa una disquisizione sui reclami avverso i danni provocati dalle miniere Comunali)

…..Non si sa proprio ancora comprendere come per tre case, o meglio catapecchie, oltre quella dei Guarino, possa seriamente pensarsi a minacciare la sospensione delle zolfare che per questo Comune sono la sua esistenza economica, dovendo far fronte a soddisfare gl’impegni del mutuo di Lire 165.000 contratti col Banchiere Compagnoni, onde provvedere alla conduttura dell’acqua potabile entro questo abitato, la di cui popolazione ne soffre la estrema penuria essendone assolutamente deficiente.

Il paese si sobbarcò a questo sacrificio non scoraggiandosi della vigente spesa che deve sostenere, perché esclusivamente conta sulla lavorazione delle zolfare per ricavarne come Ente quel prodotto che nasce dall’incremento commerciale, dal consumo che fanno gli operai, e pella facilitazione che col lavoro essi hanno di pagare le imposte, e maggiormente ancora per la vendita del minerale che si estrae dalle zolfare di sua proprietà.

Il Comune colla sospensione dei lavori, vede distrutta la sua fonte principale che dà pane alla generalità degli abitanti, perché viene minacciata la posizione finanziaria di varie famiglie che ripongono la loro ricchezza nelle zolfare, ed infine perché non si sa come provvedere agli operai mancanti di lavoro, i quali, per deficienza di pane, malgrado i miti costumi che li distinguono dai zolfatai degli altri paesi, possono essere spinti a tristi e deplorevoli conseguenze.

Egli è per questo che il Sindaco sottoscritto reclama acciocché con sollecitudine fosse annullata il Decreto Prefettizio 10 Agosto ultimo scorso che ordina la sospensione dei lavori, in considerazione ancora che l’Amministrazione Comunale provvide con suo denaro all’alloggio delle famiglie sgomberate dalle case che si dissero minaccianti rovina, e quindi tolto l’unico ostacolo che avesse potuto interessare la incolumità delle persone, non resterebbe che se Guarino ed altri si credono lesi nelle loro ragioni rivolgersi all’Autorità Giudiziaria la sola competente a conoscere se vi sono o meno delle violazioni e dei danni che interessano i terzi, ma sino alla relativa decisione non bisogna angustiare questo Comune nella dannosa sospensione dei lavori gettando sul lastrico la generalità dei suoi abitanti.

Tanto spera.

Montedoro 15 Settembre 1883

Devotissimo Il Sindaco ff Gaspare Rizzo


EPILOGO E RICONCILIAZIONE. CHI HA DATO HA DATO...

Moriva il 4 Maggio del 1896, riconciliato con la Chiesa.



Foto in b/n di Louise Hamilton Caico
Foto a colori di Giuseppe Palumbo

domenica 15 settembre 2013

LO ZOLFO, LA CHIESA E DON GASPARE RIZZO. 1 di 2


Pietre incrostate di zolfo.


UOMINI DI CHIESA E UOMINI DI ZOLFO


Calogero Messana traccia il profilo di un prete-imprenditore montedorese dell'Ottocento poco curante del proprio ministero, anzi, dal comportamento decisamente esecrabile.

Per colpa dello zolfo, anzi, si direbbe delle sue esalazioni infernali in quanto fonte di ricchezza, di sfruttamento, di imbrogli.



"È una febbre, quella dello zolfo," scrive Consolo, "che cresce col tempo, una drammatica epopea che si sviluppa nell'arco di due secoli, tra congiunture, crisi, crolli di prezzi, riprese e miracoli..." (Di qua dal faro). 


La Chiesa sarebbe dovuta stare dalla parte dei poveri e degli sfruttati, e in effetti lo era, o meglio, lo sarebbe stata con più decisione negli anni successivi al "caso Rizzo", dopo lo scossone socialista dei Fasci siciliani del 1892, ma, nonostante alcuni esempi negativi, per non appiattirsi su posizioni anticlericali e per un più esaustivo inquadramento della dialettica  intercorsa tra Chiesa nissena e "società dello zolfo" bisognerà ricorrere agli studi degli storici come ad esempio a quelli di mons. Cataldo Naro.


"La Chiesa nissena dovette misurarsi con questa 'società dello zolfo'. Il confronto con la realtà sociale nata e cresciuta dallo zolfo e per lo zolfo rappresenta uno degli aspetti più importanti del complesso e articolato rapporto della Chiesa nissena con la società circostante...". 

Cataldo Naro, "Chiesa nissena e società dello zolfo nella seconda metà dell'Ottocento", in Momenti e figure della Chiesa nissena dell'Otto e Novecento, Edizioni del Seminario, Caltanissetta 1989, pag. 95.

Resta intanto il  caso di don Gaspare Rizzo, sfruttatore dei "coetus inferiores".                                                                                  P. C.

 



MONTEDORO 1850 - UN CASO EMBLEMATICO:
DON GASPARE RIZZO

di Calogero Messana 

APPALTATORE SPREGIUDICATO E CONCUBINO

Appaltatore di miniere, Vicario Curato, Consigliere Comunale... e concubino.Un personaggio che ho più volte incontrato tra le carte delle vicende minerarie di Montedoro è il Sac. Gaspare Rizzo.

Dalle notizie fornite da Petix risulta nato a Racalmuto ma figlio di Calogera Caico di Montedoro e cugino di Cesare Caico.
Dopo la restaurazione borbonica, seguita alle vicende del 1848, restò libero il posto di Vicario Curato del paese poiché il Sac. D. Giovanni Petix aveva aderito alla rivoluzione e ne fu una delle vittime. L’incarico, di nomina comunale, venne assegnato quindi a D. Gaspare Rizzo.

Il primo documento, del Febbraio 1853, di suo pugno risulta inviato a Pietro Tucci , Ispettore Scientifico per la estrazione degli zolfi etc, in cui esordisce "Con ragione Ell’assordato dalle voci di quei miseri abitatori delle case presso la miniera Comunale, poiché il Sindaco Morreale e quell’impostore di Guarino medico comunale che non potendo sfogare i loro livori hanno persuaso quei miseri che, se non è oggi sarà domani sprofonderanno negli abissi di una miniera cadente. ( omissis – vedi doc. integrale Rizzo-Tucci).

Qualche anno prima (1850), assieme ad altri soci, aveva preso il sub-appalto della miniera Comunello (sotto il cozzo della chiesa) dopo circa 16 anni di abbandono. Iniziati i lavori ricominciarono i problemi per i fabbricati posti nelle vicinanze e sovrastanti la miniera stessa. Come si legge dalla lettera accusa gli esponenti del partito avverso di calunnia nei confronti dei gestori della miniera. L’avventura come appaltatore durò poco poiché le case crollavano davvero e non si trattava di imposture.

Nel mese di Agosto un gruppo di proprietari di fabbricati danneggiati scrivono all’Intendente per denunziare il comportamento del "Vicario Rizzo gabelloto della zolfara Comunale per non avere voluto pagare il lucro delle case locate agli esponenti da Maggio a questa parte vengono espulsi dalle case locate e quindi rimangono in mezzo alla strada" …(lettera del 7 Agosto 1853).

L’intervento del Luogotente Generale di Sicilia, Principe di Satriano, blocca le attività di scavo "di quei tristi che hanno malmenato gli interessi comunali. Essi poi malgrado il divieto lor fatto non hanno lasciato di scavare nelle terre sottostanti al caseggiato, in modo che pei danni arrecati nelle case può esserne compromessa la vita degli abitanti... e mi sono determinato a disporre ch’ella proceda in via civile e criminale, chiedendo con la prima lo scioglimento del contratto ed il ristoro dei danni ed interessi pei guasti commessi dai gabellieri con la pessima conduzione degli scavi… nella via criminale poi farà ammannire tutti gli elementi che valgono a provare le frodi commesse nella licitazione del 1850 e le usurpazioni dei fittajuoli al di la del terreno nel quale avrebbero dovuto limitarsi…etc (lettera all’Intendente del 12 Agosto 1853).

Quest’ avventura finì male.


CONDANNATO AL SOGGIORNO OBBLIGATO

Il Rev. Rizzo venne inviato al soggiorno obbligato a Caltanissetta. Scrive da questa città al Luogotenente Generale di Sicilia affinché venga rimandato a Montedoro o in caso negativo che venga inviato in carcere in cui almeno avrebbe avuto un pezzo di pane!

A Sua Eccellenza Luogotenente Gen. In Sicilia Palermo

5 Agosto 1853

Il Sacerdote D. Gaspare Rizzo Vicario in Montedoro, pieno del più profondo rispetto espone all’E.V. che dall’Intendente di Caltanissetta è stato chiamato a residenza forzata in quel Capo provincia e sottoposto alla sorveglianza di Polizia. Causa di questo severo provvedimento vi è una questione d’interesse per affitto di zolfatara vertente tra lui e la Comune di Montedoro; questione tutta civile, e dei Magistrati esclusiva competenza.

Dopo 11 anni di Parrocato, dopo avere a proprie spese fornita la chiesa degli arredi sacri che la decorano; dopo aver serbata nelle passate vicende intemerata condotta, e mostrato il maggiore attaccamento al Real Trono (!), non sa il ricorrente trovar modo a comprendere i rigori immeritati che lo colpiscono. Epperò prega quindi l’E.V. perché con quella eminente giustizia voglia emettere gli opportuni ordini onde sia egli restituito alla sua famiglia, ed alla cura di cui trovasi investito; rinviandosi ai Tribunali Civili la contesa per lo affitto della Zolfara.

Egli non dubbita di questo tratto di sua benignità. Che se poi la sventura, che lo colpisce, dovrà portare la continuazione del Domicilio forzoso impostogli, allora l’infelice supplicante nella assoluta impotenza a vivere, cui trovasi ridotto, desidera che il confino gli fosse cambiato col Carcere, onde così, al pari del più tristo malfattore ottenere un pezzo di pane per alimentarsi, e sottrarsi agli orrori dell’indigenza".

Grazia che spera.

Cosa era successo per tale provvedimento ?



MEGLIO IL CARCERE

Dalle indagini sulla gestione della Miniera Comunale si era scoperto un grosso imbroglio che oggi sarebbe definito peculato.
Il gabelloto ufficiale figurava Don Ludovico Morreale che aveva convenuto col Comune lo estaglio del 10% sullo zolfo prodotto; in realtà con più contratti di sub-gabella, alcuni degli amministratori Comunali, avevano stimato e concordato un estaglio reale del 25% , la differenza del 15% restante sarebbe stata divisa tra Ludovico Morreale, Salvatore Scalia, Cesare Caico, il Sacerdote Guarino ed il Sacerdote Rizzo.



Foto di Giuseppe Palumbo

giovedì 12 settembre 2013

I CAVOLI IN PIAZZA E I BASOLI DI PALERMO. Racconto e foto

Circa un anno fa leggevo che sarebbe stato ripristinato l'antico basolato nel corso principale del mio paese, o di un paese non importa quale, suscitando ricordi e svariate impressioni.
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/12/corsi-ricorsi-e-modi-di-dire.html
Forse siamo alla vigilia di un'inversione di tendenza rispetto a quando era l'asfalto che assediava le lastre bugnate in pietra lavica di Catania dette basuli, fino a smantellarle.




I CAVOLI IN PIAZZA


                                                           “Ma che cosa si mettono a fare questi insensati?
                                                           Venire a piantare dei carciofi dove passano i leoni…”.
                                                           Alphonse DAUDET, Tartarino di Tarascona


Brulicavano nel buio tante piccole luci. Erano i minatori con le lampade ad acetilene: si davano appuntamento in Piazza e da lì si avviavano verso le miniere.

Anche quella notte, credendo di essere arrivati al solito posto, si accorsero di trovarsi in aperta campagna, guardavano la luna, una bella luna in quintadecima, col chiarore potevano ben vedere di calpestare terra, una striscia scura ai cui lati c’erano case, e, in fondo, la facciata della Matrice, dubitarono: che ci faceva la Matrice in campagna?
Sarà stato uno scherzo del sonno, un gioco della vista, si strofinarono gli occhi pesanti, toccarono l’istoriato portone di ferro della Matrice.
Alla fine, dovettero convincersi.
- Siamo a Racalò!

Ma che c’entravano quella striscia di terra e quelle ombre di cavoli? Sissignori, ai lati del nastro di terra, due impettiti filari di cavoli erano piantati a distanza di zappa uno dall’altro nel corso principale del paese. Dove una volta c’era il lastricato di pietra lavica, davanti agli usci di caffè e negozi, erano spuntate odorose crocifere cavolacee.

Nell’oscurità risuonarono risate di stupore.

- Ieri sera niente c’era, - disse uno.
- Chi sarà stato? – domandò un altro.

Avrebbero voluto vedere la reazione dei compaesani, commentare con loro l’accaduto. A malincuore andarono via. Le lampade ad acetilene si agitarono disordinatamente e si avviarono verso la vallata.

Svaniti i minatori, altre categorie di operai arrivarono a scaglioni sul far del giorno: chi commentava un poco e se ne andava, chi rimaneva.
La Piazza fu piena quando il sole proiettò chiaramente i suoi raggi sulla meridiana della Matrice. I negozianti aprirono le botteghe, arrivarono gli impiegati per il rito del caffè. Entravano e uscivano dai bar. Tutti si attardavano. I cavoli irruppero nelle chiacchierate mattutine. Volavano interrogativi e allusioni.

Il fotografo Bellavia attaccò sulla porta dello studio il “Torno subito” prestampato, vi aggiunse a penna “Non aspettatemi” e si allontanò con la sua Rolex a tracolla. Voleva fotografare la Piazza “bombardata”, con i cavoli al posto dei cannoni.

- Ma quando li hanno piantati?
- Stasera minestra!
- Sono gratuiti.

L’arciprete si rammaricò davanti al portone della Matrice, allargò le braccia. - Agli ebrei nostro Signore ha mandato manna e quaglie, ai racalesi che sono peccatori solo verdura, anzi cavoli.

- Non lo dovevano fare! – sbraitò una voce in mezzo alla folla.
– I basoli del lastricato non li dovevano levare. Ecco cosa ci meritiamo ora: tronzi di cavoli.

Bella gratitudine dimostravano i racalesi nei confronti dei Martinez, munifici benefattori del paese, almeno stando a quel che la voce popolare tramandava. Non erano bastati il Mattatoio, il Teatro, il Municipio, le Fontanelle rionali, le Scuole, la Fogna pubblica, per arredare il paese, anche il corso principale avevano voluto rendere dignitoso: i concittadini non si sarebbero più inzaccherati d’inverno o impolverati d’estate, avrebbero passeggiato grazie a loro sopra lastre di pietra lavica, fatte arrivare appositamente da Catania. I discendenti puntualmente smantellarono.

Non dall’oggi al domani, si capisce, ma tanto dissero che lo fecero, le scope degli spazzini, dissero, senza gli interstizi, sarebbero scivolate meglio.
Divelti con cura, i lisci basoli vennero caricati su camion e furgoncini. La storica pavimentazione, frammentata secondo occulti bisogni, venne scaricata in diverse contrade lontane dal paese, su private stradelle di campagna, secondo indicazioni precise.
Al posto dei basoli squadrati, scivolosi, avrebbero steso l’asfalto, seguendo l’esempio dei comuni più progrediti. Non è che ai racalesi piacesse tanto quel nerume in Piazza.

- Fa puzza di petrolio, - dicevano.
- La Piazza si vestirà a lutto.
- Nera come la pece!

Ma per gli amministratori era un segno di modernità.
Estirpati i basoli, al loro posto venne attumulata terra buona di Garamoli, un macchinario cilindrico la pressò, in attesa dell’asfalto, ma bastava la punta di un ombrello per rimuoverla. L’ex consigliere non rieletto Piedidizichi fece a meno dell’ombrello, con le mani scaliò la terra come fanno le galline quando raspano per cercare chicchi nascosti, se ne riempì i pugni e tenendoli alzati fece scorrere a cannolicchio la terra sbriciolata. A manciate la spagliò a destra e a manca. Sembrava danzasse con i suoi larghi movimenti. Si mise a cicchettare gli amministratori.
La gente, curiosa, si raccoglieva , guardava, ascoltava e gli dava ragione. Anche se non erano ingegneri, tutti si rendevano conto che il lavoro nel corso non era fatto bene: volevano l’asfalto? e sia! ma, sotto, il pietroso rosticcio ci voleva, non terra battuta di Garamoli.
Come farlo capire alla ditta appaltatrice? all’assessore ai lavori pubblici? Con una petizione? Inutile. Con un intervento in consiglio comunale? Parole. Ci voleva un gesto.
Quando spuntarono i cavoli in Piazza, la popolazione si scaldò.

- Questa è una vergogna.
- I carabinieri.
- Il Prefetto.
- E ora che succede?
- Venga il Sindaco a vedere.
- I vigili, che fa, dormono?!

Arrivarono, le guardie municipali, con il loro comodo e con l’ordine di fare sgomberare la Piazza, in mezzo alla folla agitata non si scomposero: sembrava sbarcassero dalla luna dove mai succede qualcosa fuori dall’ordinario. Dalle guardie venne dato l’ordine al palista di rimuovere la causa di tanto trambusto. Ma inutilmente.
La gente osservava.
La pala meccanica non si muoveva: dopo vari tentativi si accorsero che nell’abitacolo del mezzo meccanico vi si era arroccato un estraneo.

- Scendi, - gli intimarono le guardie, poco gentili questa volta.
- Salite voi, - rispose quello.

I vigili lo pregarono mutando tono. Prima di ricorrere alle maniere forti pubblicamente, bisognava tentare quelle persuasive. In paese si conoscevano tutti. Nel frattempo era arrivato il vero palista, allarmato dalla novità. - Vieni giù, - implorò una delle guardie, indicando con la mano il vero palista.
- Fagli guadagnare il pane, a questo padre di famiglia. Scendi. - Sali tu.
- Ma io non sono il palista, - disse rassegnato il vigile.
– Comunque, se vuoi così, va bene, salgo io, purché ci sbrighiamo. Incomincia a scendere.
- Non posso, - rispose quello da lassù.
- E perché non puoi?
- Sono legato.
Era vero: una cordaccia malritorta legava le sue braccia alle leve di comando. Un – oooh – di meraviglia e di compassione si levò dalla folla.
- E chi ti ha legato? – chiese uno dei vigili.
- L’ Angelo.
- Quale Angelo?
- Un Angelo. E’ passato di qui e mi ha legato.
- E chi era questo Angelo?
- Booh! Dormivo.
- Non scherzare. Sai niente dei cavoli?
- Non ne mangio. Ci fu una risata generale.

Il vigile più alto strattonò il collega più basso soffiandogli nell’orecchio che bisognava essere, sì, delicati ma non ridicoli: cento occhi li osservavano maliziosamente. La storia dell’Angelo o di qualcuno chiamato Angelo nessuno se la beveva.

Si sospettava chi poteva essere stato ad architettare lo scherzo. Incominciando anzi a pensare che fosse tutto una minchionatura , il vigile più alto cercò di tagliar corto.
– Finiscila, - disse rivolgendosi al finto palista, - scendi, è grave quello che hai fatto ma se scendi subito chiuderemo un occhio.

Insomma, un tiremmolla che faceva sghignazzare la gente. Beppe Mirto detto Chirillo (già! era proprio lui! capace delle trovate più imprevedibili), in questo caso ortolano notturno e sequestrato autista per protesta, era disposto, sì, a scendere, ma solo a ben precise condizioni.

Per far cessare la gazzarra lo accontentarono.
Secondo le sue richieste, espresse pubblicamente, furono fatti venire, nella Piazza disastrata, l’Appaltante il Capocantiere il Sindaco l’Assessore ai lavori pubblici. Costoro capirono subito, ascoltarono il difensore della Piazza, promisero coram populo che avrebbero fatto rimuovere la terra grigia e soffice di Garamoli e l’avrebbero finalmente rimpiazzata col solido rosticcio, “come da capitolato”.
Solo allora, promisero le autorità, avrebbero fatto stendere lo strato d’asfalto fumigante.

- Scrivi, - disse Chirillo, rivolgendosi a un giornalista di paese. I racalesi applaudirono.
Il Sindaco tirò un sospiro di sollievo.
l signor Bellavia storicizzò l’avvenimento dopo che li fece mettere tutti in posa.
Soddisfatto delle trattative, Beppe Mirto detto Chirillo si slegò di colpo e con un agile salto fu a… terra. Un altro applauso.
- Asfalto, sì, ma almeno il lavoro dev’essere fatto bene! – disse come un eroe.

I Martinez erano stati vendicati.


BASOLI A PALERMO
Foto









  



Testo e foto © Piero Carbone
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martedì 10 settembre 2013

I BAMBINI E SANTA ROSALIA



Sutta un pedi di piriddu,
Cc'è Gesuzzu nuduliddu;

Cammisedda nun avìa,
Cci la ficiru a la batìa;

Cci la ficiru arraccamata:
- Viva! viva la 'Mmaculata!

La 'Mmaculata è a lu cummentu.
- Viva! viva lu Sacramentu!

Lu Sagramentu è a la batìa.
- Viva santa Rusulia!


Mia libera traduzione:

Sotto un albero di pero
c'è Gesù nudo nudo;

cammisella non aveva,
gliela fecero all'abbadia;

gliela fecero ricamanta:
- Viva! viva l'Immacolata!

L'Immacolata è al convento.
- Viva! viva il Sacramento!

Il Sacramento è a l'abbadia.
- Viva santa Rosalia!



Raccolta da Alessio Di Giovanni e pubblicata in
Il dialetto e la lingua. Libro per gli esercizi di traduzione dal siciliano
Parte Prima. Terza classe elementare
IRES Industrie Riunite Siciliane, Palermo,1924



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