giovedì 10 luglio 2014

HANNO TRADITO SCIASCIA!



Attenzione! Attenzione!


Nel paese dell'autore di "Morte dell'Inquisitore", presunti sciasciani, che si vantano di averne avuto avalli e consensi, condannano al rogo (virtuale), a morte (virtuale), all'oblio mediatico, chi dissente da loro.


Povero Sciascia! Che uso ne fanno!

mercoledì 9 luglio 2014

FLAGELLI ANTICHI E FLAGELLI MODERNI






Inno a Maria Santissima del Monte

Per aver liberato il Popolo di Racalmuto dal Flagello del Cholera

Produzione di Giuseppe Messana (1816-1843)



Anima nostra sicut passer erepta est de laqueo nenantium
Laquius contritus est, et nos liberati sumus. Psal, 123. V.6.




   Piombò dall’alto, gravido,
Il più crudel de’ mali,
E ripiegando l’ali
Sovra la terra;

   Di Racalmuto il popolo
Assal tormendo; e forte
Apportator di morte
Più, che la guerra.

   Chi mai ridir le querule
Voci di pianto, e lutto?
Ove tu guardi, tutto,
Tutto è dolore.

   Ovunque senti i gemiti
Delle famiglie offese
E ingombrano il paese
Tema, ed orrore.

   Già del fratel la perdita
Quegli piangeva, e questi
In modi crudi, e mesti
Il padre estinto.

   Ah! di pupilli, ed orfani
Di dolorose madri
D’inconfortati padri
Il suolo è cinto.

   Le tombe, che dormivano
Mute, serrate, e chiuse
Ad ingojar dischiuse,
Aperte stanno.

   Tombe!... oh di quanti gemiti
Sarete causa e siete!
Quanti tornar vedrete
Pieni d’affanno!

   Qui la sorella misera,
In questo crudo avello
A piangere il fratello
Verrà pietosa.

   Qui verserà sue lagrime
Il padre intenerito,
Il tenero marito
L’onesta Sposa.

   Tutto era pianto! L’aere
Parea mostrarsi oscura
Sembrava la natura
Su nero velo.

   Lo stesso sol, cui destansi
Anche le selve, e i boschi
A passi lenti, e foschi
Solcava il cielo.

   Sacra del Monte Imagine
Unica nostra speme
a che su queste arene
Restar volesti?

   Non fosti tu, che i rigidi
Tori rendendo inerti
Questa, con modi aperti
Terra scegliesti?

   Se ci abbandoni... oh miseri!
Che mai sarà di noi?
Se tu ajutar non vuoi
Chi darci ajuto?

   Chi raffrena l’orribile
Morbo, che tutto inchina?
Senza di te, Regina
Tutto è perduto.

   Così l’oppresso popolo
Mesto dicea pregando,
Quando Maria chiamando
Il morbo rio;

   Co’ sacri piè premendolo
In lui le luci affisse,
E disprezzandol disse
< Fuggi, e fuggio.

   Come sovente all’Africo
La procella che mugge
In un momento fugge
Ad altro Polo;

   In cotal modo, rapida
Con ali ratte e preste
Se ne fuggio la peste
Da questo suolo.

   De! come darti laudi
Alma Maria del Monte
Viva di grazie Fonte
Nostra Regina?

   Deh! come grazie rendere
Or data c’hai la calma
Al Trono tuo quell’Alma
Che a te s’inchina?

   L’umana lingua è debole
Ad esaltarti, o bella
Del Monte Madre, o Stella
Di grazie piena!

   Delle tue grazie il numero
Degli astri è assai maggiore,
Vince del Mar l’umore,
La stessa arena.

   Qual mente audace esprimere
Stolta! verrà non vinta
Di quante grazie cinta
Vivi nel Cielo?

   Chi gli occhi puote immergere
Negli alti raggi tuoi
Senza offuscarlo poi
Arcano velo?

   Tu sei la Stella fulgida,
Che squarcia il nembo oscuro
Il farmaco sicuro
Delle ferite.

   Tu il porto sei de’ Naufraghi,
Il fine de’ lamenti,
Scorta delle gementi
Alme smarrite.

   Io veggo Te nel fulgido
Astro del Ciel maggiore
Senza del cui splendore
Il suolo è muto.

   Tu la Colomba candida,
Che la salvezza apporta,
L’Arca del Ciel la Porta
Il nostro ajuto.

   O voi, cui morbi pallidi
Noja fatal, dolore
Oppimon l’alma, il cuore
Con voci alterne;

   Con pura fè, con fervido
Cuore correte al Monte
Inesauribil fonte
Di grazie eterne.




 in "LA MADONNA DEL MONTE NEI RIFERIMENTI TESTUALI. Testi di vario genere sulla Madonna del Monte di Racalmuto e di alcuni caratteri di essi." 2003.  Appendice.
                                                                                 
                                             di 

 



lunedì 7 luglio 2014

I COMUNISTI E LA MADONNA DEL MONTE

Pannello con l'effige della Madonna del Monte 
dipinta dal maestro palermitano Attilio Guccione, 
scoperto nel 1988, in occasione del cinquantenario dell'incoronazione.



Negli Anni Settanta del secolo scorso, in piena guerra fredda, Eugenio Napoleone Messana, insegnante, democristiano della prima ora che si vantava come cattolico praticante di avere nella pancia un tumulo di ostie consacrate, ma convertitosi negli Anni Cinquanta al comunismo per una ripicca locale, in paese scendeva quasi ogni anno per le ferie estive dall’Emilia Romagna, dove si era trasferito, ma se c'erano elezioni veniva di proposito a comiziare nella sua Racalmuto. 

Me lo ricordo. Aveva i baffi. Calvo. Rotondetto. Cappello a larghe tese alla Humphrey Bogart. Sciarpa rossa. Sorridente, ma di un sorriso memore di tante battaglie che aveva combattuto e qualche volta vinto trascinando con sé folle di consensi. Era stato sindaco. La sua presenza, insomma, per i comunisti locali, era una chiamata alle armi. 
Cessata l'eco del guerresco inno dell'Internazionale "bandiera rossa che trionferà...", esordiva nei comizi portando col pugno chiuso “il saluto dei compagni dell’Emilia rossa”, dopodiché, nel bel mezzo del comizio, per alcuni anni si è lasciato andare all’immancabile confessione: 

 “Ogni anno a luglio, quando penso alla Festa del Monte e sono lontano dalla mia Racalmuto mi rivuddri lu sangu di li vini (mi ribolle il sangue nelle vene)", e si premeva significativamente il polso della mano sinistra stringendolo fra il pollice e l’indice della mano destra, tra gli applausi liberatori, naturalmente, del pubblico, rosso.
La Piazzetta, dov'era posizionato il palchetto elettorale, era sempre gremita.

Nel 1978, poco prima di morire, il Messana scriverà la prima versione del testo della Recita in dialetto siciliano La vinuta di la Madonna di lu Munti che, prima dell'introduzione della Contessa e degli altri personaggi femminili avvenuta negli anni successivi, così si concludeva:

VIVA MARIA MATRI E RIGINA
CA A RACARMUTU SI VOSI RISTARI.



Di seguito, si presentano per la prima volta l'Incipit e l'epilogo della recita nella versione originaria dattiloscritta. Non esiste una versione autografa completa in quanto man mano che il Messana andava scrivendo le varie scene le affidava a un ragazzo che le dattilografava per cui alcuni errori di battitura non sono attribuibili all'autore.




domenica 6 luglio 2014

I BORBONI PALADINI DELLA SICILIA?

Il Governo borbonico si schiera in favore dei proprietari delle miniere di zolfo contro la Compagnia Taix et Aycard che aveva pattuito un prezzo e poi non lo aveva rispettato.










Dalle nostre parti.

Non racalmutesi commerciano lo zolfo delle miniere racalmutesi








Link correlato:

http://www.rotaryragusa.it/borboni11.html

venerdì 4 luglio 2014

LA MADONNA DEL MONTE E SANTA ROSALIA A RACALMUTO

Così scrivevo nel 2003 a partire da alcuni indizi linguistici e citando "infantili" versi popolari. 

Senza volere scalfire tuttavia l'importanza della festa attuale pur alludendo ad altre devozioni  più arcaiche. 





Nell’economia della festa esterna che progressivamente si è venuta strutturando, il Dramma ottocentesco di Padre Bonaventura Caruselli, tradotto e rimaneggiato da autori a noi più coevi, apre i festeggiamenti.
 Va fatto notare che la rappresentazione della venuta della Madonna viene indicata col termine “triunfu”, forse conservando memoria di altri “triunfi”.




A tal proposito, una digressione: nella festa esterna della Madonna del Monte sono confluiti versi popolari e frammenti di riti spuri, non bene amalgamati con l’insieme in cui sono inseriti, se è vero che i bambini nelle “piccole processioni” di maggio, andando di casa in casa, continuavano a cantare fino a non molto tempo fa


“Lu canazzu, lu canazzu ci dicìa 
Va maritati, va maritati, Rusalia,
- Sugnu beddra, sugnu beddra maritata,
cu Gesuzzu, cu Gesuzzu sugnu spusata". 

alludendo alle tentazioni del diavolo nei confronti della Santuzza, sennonché l’effigie che portavano in processione non era quella di Santa Rosalia bensì quella della Madonna del Monte.



Forse il Caruselli sentirebbe il bisogno di giustificare “storicamente” anche questa tradizione, ma i racalmutesi, facendone a meno, hanno finito con l’identificare la devozione alla Madonna del Monte con l’attaccamento alla festa così com’è, intrisa di gesti e di leggenda, di piccole e grandi processioni; 
prummisioni,
cilii,
“cubàita”,
“ciciri calliàti”,
“firriòli”,
“di n-capu mari na navi vinìa”;


e ancora:
arrampicate equestri,
scalinate votive,
cortei in costumi d’epoca,
offerte,
contenziosi,
duelli:
dicono tutto ciò semplicemente “Festa del Monte”.

Se qualche vescovo ha voluto proibire l’ingresso dei cavalli in chiesa e i sacerdoti, pur con benevolenza, si lamentano di alcuni aspetti pagani, i racalmutesi dicono e fanno come i contadini della Gheldria (Olanda):

”Il curato ha il dovere di sconsigliarci la kermesse, però il dovere nostro è di andarci”.





da LA MADONNA DEL MONTE NEI RIFERIMENTI TESTUALI. Testi di vario genere sulla Madonna del Monte di Racalmuto e di alcuni caratteri di essi, 2003. 



Nelle foto: Edicola di Santa Rosalia in Piazza e Prummisioni con la devozionale Acchianata del signor Biagio Sintino.


Link correlato:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/07/la-madonna-del-monte-attende-gli-atti.html