venerdì 21 marzo 2014

NONOSTANTE TUTTO




E anche se l'uomo vi ha posato i piedi,
la luna è rimasta la luna.

Danilo Dolci, Limone lunare





mercoledì 19 marzo 2014

"SICILIANA" DI GAETANO CIPOLLA. Recensione di Marco Scalabrino

A distanza di un anno dalla pubblicazione in inglese della grammatica siciliana bilingue  Learn Sicilian / Mparamu lu sicilianu, il prof. Gaetano Cipolla ribadisce il suo attaccamento e la profonda conoscenza della nostra cultura e pertanto propone un libro di varia sicilianità. Anche questa volta ho il piacere di darne notizia attraverso la recensione di Marco Scalabrino.





Gaetano Cipolla

Siciliana
Studies on the Sicilian Ethos and Literature

Edizioni LEGAS 2014

 Recensione
 di
Marco Scalabrino

Con tenera immagine in copertina ad opera di Giulia Di Filippi e affettuosa dedica alla moglie Florence, l’odierno volume è il ventisettesimo (e fra essi quello bilingue inglese – siciliano del 2013 Learn Sicilian / Mparamu lu sicilianu) della collana Studi Siciliani pubblicata dalla LEGAS diretta da Gaetano Cipolla.

Edizione riveduta e ampliata del volume dal titolo pressoché medesimo apparso nell’anno 2005, dopo l’introduzione, il libro è suddiviso in due parti: la prima racchiude otto saggi che riguardano questioni generali attinenti alle caratteristiche, alle tradizioni, alla storia e al linguaggio del popolo Siciliano; la seconda offre nove studi su taluni poeti e scrittori siciliani.




Già professore di Lingua e Letteratura Italiana presso varie università americane (la St. John’s University di New York per ultima), presidente della organizzazione culturale statunitense Arba Sicula, nonché direttore della omonima rivista e del periodico Sicilia Parra, malgrado sia nato in Sicilia nel 1937 e sia emigrato negli Stati Uniti nel 1955, prima del 1980 Gaetano Cipolla non aveva scritto una sola parola sulla Sicilia, né si era mai dedicato allo studio della lingua e della cultura siciliane. 
Attorno al 1980, gli capitò però di conoscere un gruppo di persone che aveva fondato Arba Sicula, una organizzazione votata allo studio, alla conservazione e alla promozione della lingua e della cultura siciliane nel mondo; lesse il famoso poema Ucchiuzzi niuri di Giovanni Meli (che Goethe tradusse in tedesco) e avvertì una indescrivibile emozione. 

Questo episodio gli fece comprendere l’importanza delle sue radici, il cui richiamo da allora non poté più ignorare, e da lì iniziò a dedicare sempre più tempo allo studio della poesia siciliana.






Scandagliò così ambiti che eccedevano il suo ruolo di professore di italiano: non essendo un traduttore, imparò a tradurre; non essendo un linguista, fece degli studi critici sul linguaggio siciliano; non essendo un sociologo o uno storico, esaminò le tradizioni e la storia siciliane. 
E cosa ben più importante, nel cercare di definire i Siciliani e l’essenza del popolo siciliano, dovette interrogarsi su se stesso, dovette fare i conti con la propria identità, riuscendo, alfine, a superare i suoi pregiudizi nei confronti del dialetto.


Scritto in inglese (è convinzione del prof. Cipolla che ciascuno degli autori trattati meriterebbe di essere meglio conosciuto e nella propria terra e nel mondo), il libro, l’ennesima lampante prova del suo interesse e della sua passione nei confronti della cultura e della lingua siciliane, è corredato da belle e numerose immagini. Tutti i capitoli sono assai interessanti ed è compito ostico realizzare una sintesi significativa di un volume, densissimo di storia, di costume, di analisi, che consta di oltre 280 pagine.





Negli Stati Uniti la Sicilia non gode di buona fama; quando si pensa alla Sicilia si immagina, difatti, un ambiente di violenze e di criminalità. E ciò malgrado molti scrittori e poeti stranieri, specie nel XIX secolo, abbiano visitato la Sicilia e l’abbiano rappresentata come una terra di rinascita: da Shelley a Byron, da Wagner a Hölderlin, da De Maupassant a Goethe, il quale peraltro ebbe ad annotare: “L’Italia senza la Sicilia non lascia un’impronta nell’anima; la Sicilia è la chiave di tutto”.

Agli occhi degli stranieri, uno dei tratti più evidenti nel carattere dei Siciliani, specie in quelli che vivono all’estero, è il loro grande orgoglio, orgoglio di se stessi come individui e orgoglio della loro terra. Ogni Siciliano crede di essere il migliore in ogni campo o, per dirla con Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo, i Siciliani si ritengono semplicemente Dei. I loro meriti, in verità, sono innegabili. I Siciliani hanno contribuito non poco alla civilizzazione dell’Occidente in molte branche: nella poesia hanno raggiunto l’eccellenza con Jacopo da Lentini che inventò il sonetto, con Antonio Veneziano che fu apprezzato da Miguel de Cervantes, con Salvatore Quasimodo, premio Nobel 1959; nella filosofia con Empedocle; nella scienza con Archimede; nella politica con Federico II, stupor mundi; nelle arti con Antonello da Messina; nella musica con Vincenzo Bellini; nel teatro con Luigi Pirandello, premio Nobel 1934; nella narrativa con Giovanni Verga, Tomasi di Lampedusa, Leonardo Sciascia e con tanti, tanti altri.



La Triscele, comunemente denominata anche Trinacria, ovvero la testa di Medusa i cui capelli sono serpenti intrecciati con spighe di grano e dalla quale si irradiano tre gambe piegate all’altezza del ginocchio, è lo storico simbolo della Sicilia, a testimonianza delle radici nel mito dell’isola. Il nome le deriva dai Siculi, ma i Greci posero il loro marchio sull’isola e ne plasmarono la cultura. 
La Grecia e l’antica Sicilia sono intrecciate inestricabilmente dal loro comune passato, tant’è che l’isola fu parte importante, se non la più importante, della Magna Grecia.

Dall’827 al 1092, per oltre due secoli, la Sicilia fu governata dagli Arabi. Gli Arabi si adoperarono per fare dell’isola un posto ideale nel quale vivere: in agricoltura introdussero l’uso del sistema di irrigazione; in geografia furono i primi a sperimentare l’uso della latitudine e della longitudine; in cucina, una specialità araba è il couscous, tuttora preparato e consumato nella Sicilia occidentale (mentre, viceversa, è del tutto estraneo alla gastronomia della Sicilia orientale e ciò è ben comprensibile se si considera che la loro presenza in quei territori fu assai meno pervasiva).





Scontate in matematica l’invenzione e l’introduzione dell’uso dello zero, il linguaggio siciliano, come noi lo conosciamo oggi, conserva numerosissimi termini di derivazione araba: cassaru, càlia, zibbibbu, zotta, giarra, naca, bazzariotu, ad esempio, e molti, molti altri. Tre tipici prefissi usati dagli Arabi per identificare un posto, diedero origine a centinaia di toponimi siciliani. La parola qal’at, che significa castello, fortezza, è probabilmente il più diffuso dei toponimi in Sicilia; da esso derivano Caltanissetta, Caltavuturo, Caltagirone, Caltabellotta, Calascibetta, Calatafimi, eccetera. La parola rahl che indica luogo di sosta, stazione, generò toponimi quali Racalmuto, Regalbuto, Regalpetra, eccetera; col medesimo significato, la parola manzil ha originato i nomi di città quali Mezzojuso, Misilmeri, Mussomeli, eccetera.

A proposito di lessico (gli studiosi lo hanno acclarato da tempo) ribadiamo, comunque, che il siciliano non è una corruzione o una forma inferiore dell’italiano.
Esso affonda le proprie radici nel greco e nel latino e, in epoche successive, ha attinto ulteriore vitale linfa dall’arabo e dalle lingue dei vari dominatori che si sono succeduti.
È un idioma di grande nobiltà, dignità e valore, tanto che il Devoto attestò che “la Sicilia a partire dal XII secolo, nel periodo delle due grandi monarchie, la normanna e la sveva, ha elaborato la prima lingua letteraria italiana” e già Dante, nel De Vulgari Eloquentia, aveva asserito che “tutto ciò che gli italiani poeticamente compongono si chiama siciliano”. Registriamo, per inciso, che l’Assemblea Regionale Siciliana, nel 2011, ha approvato una legge che prevede lo studio del dialetto siciliano nella Scuola.

Nel 1492, l’anno nel quale Colombo scoprì l’America, con un editto Ferdinando e Isabella di Spagna espulsero gli Ebrei da tutto il loro regno, regno al quale la Sicilia apparteneva. Diversamente dagli altri, gli Ebrei non avevano conquistato la Sicilia; vi vissero tuttavia per quattordici secoli. All’epoca a Palermo vi erano 5.000 Ebrei; in ciascuna delle città di Trapani, Messina, Catania, Marsala, Sciacca, Agrigento e Mazara del Vallo ve ne vivevano da 2.000 a oltre 3.500; a Bivona, Caltagirone, Caltabellotta, Mineo, Modica, Noto, Salemi, Taormina, Erice e in parecchi altri centri vi erano cospicue loro comunità. Dopo la cacciata gli Ebrei non fecero più ritorno in Sicilia.

“Razza intelligente, sospettosa, dotata di un magnifico senso dell’umorismo” definì Cicerone i Siciliani; umorismo che, nel suo saggio del 1908, Pirandello indicò nel “senso del contrario”. Per quanto difficile una situazione possa essere, i Siciliani escogitano in virtù di esso sempre una soluzione arguta per cavarsela.

Un paio di aneddoti.

Il primo riportato da Santi Correnti: una donna stava parcheggiando la sua macchina quando un’altra vettura sbuca e le soffia il posto. La donna, su tutte le furie, chiede in siciliano all’autista: “Chi fa u spettu?”, frase che significa: “Che fa il prepotente?”, o può significare: “Che faccio, lo aspetto?” L’uomo sapeva perfettamente cosa lei intendesse, ma sfacciato rispose: “No signora, non mi aspetti. Ho molto da fare”.



Il secondo è narrato da Angelo Musco: al ristorante con un collega, poiché ambedue erano in bolletta, decisero di ordinare un solo piatto di salsiccia, concordando di dare il nome a ognuno dei bocconi che avrebbero mangiato. 
Il collega iniziò nominando un santo e prendendo un pezzo di salsiccia, ma Musco era affamato e cominciò a imbrogliare. Egli nominò due santi, “San Pietro e San Paolo” e prese due bocconi. 
Il collega capì l’antifona e replicò: “Sant’Alfio, San Cirino e San Filadelfio” e prese tre pezzi di salsiccia. Musco non fu da meno ed esclamò: “Tutti i Santi!” e prese tutto quello che rimaneva nel piatto. Dopotutto, asserì Platone, fu Epicarmo da Siracusa, vissuto tra il 528 e il 453 a.C., a inventare il genere teatrale della commedia.

Da sx:  Gaetano Cipolla,  Florence Cipolla Russo, Marco Scalabrino, .
(Ringrazio Marco per la foto)
Antonio Veneziano (1543-1593) incarna la voce più alta della poesia siciliana del Rinascimento. La Canzuna, costituita da otto versi di endecasillabi con rima alternata, è la più caratteristica delle composizioni poetiche siciliane e Canzuni, appunto, sono la maggior parte delle sue composizioni. La pessima reputazione di uomo arrogante e attaccabrighe (una volta, accusato di atti di violenza, presentò il suo scritto di difesa in siciliano) lo accompagnò per tutta la vita.

Catturato dai pirati e deportato ad Algeri, conobbe, nelle prigioni di quella città, un altro illustre prigioniero: Miguel de Cervantes; l’autore del Don Quijote de la Mancha e il poeta siciliano diventarono amici e reciproci ammiratori.

Il 19 agosto 1593 allorché, imprigionato egli nella fortezza del Castello a mare in Palermo, ci fu un incendio con la conseguente devastante esplosione delle munizioni in quella polveriera custodite, sepolto dalle macerie, Antonio Veneziano mise fine alla sua turbolenta esistenza.

Giovanni Meli (1740-1815) è considerato oggi una fra le più importanti figure del suo tempo. Tipico del suo talento fu l’ode Lu Labbru, che ha la curiosa particolarità di essere stata la prima poesia italiana tradotta in finnico. Scrisse L’origine del mondo, 75 ottave, opera che pubblicata nel 1787 venne tradotta in inglese da Gaetano Cipolla nel 1985. Il suo progetto più ambizioso fu Don Chisciotti e Sanciu Panza, un poema eroicomico di 12 canti, pubblicato nel 1787.

L’inventività del Meli, la freschezza del suo linguaggio, la sua sottile ironia, la vividezza della sua descrizione della natura siciliana, la saggezza di naturale filosofo, il suo tipico scetticismo siciliano toccarono l’animo di Gaetano Cipolla. Cipolla tradusse dunque, nel 1986, Don Chisciotti e Sanciu Panza, traduzione che gli ha richiesto circa quattro anni (il doppio del tempo che Meli impiegò per scriverlo). La traduzione è da intendere nel senso dell’ammirazione nei riguardi del Meli ma anche nel senso dell’ammirazione nei confronti del Don Chisciotti e Sanciu Panza, un poema che riflette, forse più compiutamente di ogni altro, la personalità del suo autore e i conflitti di quel tempo.




Nino Martoglio (1870-1921) ebbe fama primariamente per le sue attività di promotore della lingua siciliana nella poesia e nel teatro, di imprenditore teatrale, di poeta e commediografo.

Fondò il settimanale politico e letterario D’Artagnan e acquisì grande notorietà dai suoi sonetti umoristici e dalla sua mordace satira. Fu autore di alcune fra le più memorabili commedie in siciliano di tutti i tempi: I civitoti in pretura, San Giuvanni decullatu e L’aria del continente, che ebbero e tuttora riscuotono enorme successo, e collaborò con Luigi Pirandello alla stesura di altre due commedie in siciliano: Una vilanza e Cappiddazzu paga tuttu, entrambe del 1917.

Centona, del 1899, la sua silloge di poesia universalmente nota, porta alla gente gli odori e i suoni della Sicilia, le passioni che sempre si agitano dentro i loro cuori tormentati e le memorie della loro amata e tragica terra.

Tutti i saggi contenuti in questo lavoro (in essi compreso quello su Francesco Lanza, i cui Mimi Siciliani nel 2008 Gaetano Cipolla ha tradotto) possono insegnarci, asserisce convintamente Gaetano Cipolla, qualcosa di nuovo sull’isola, aggiungendo nella loro diversità ognuno un pezzo alla composizione di quel complesso mosaico che è la Sicilia.


SE MIO PADRE...


Danilo Dolci:

Se mio padre

 non piantava ulivi,

io li trovavo?

domenica 16 marzo 2014

LA MINIERA DEI MODI DI DIRE A RACALMUTO 3 - Capponi, materassi di piume e altro ancora





Modi di dire e modi di fare



Aviva un gaddru e lu fici a capuni,
lu sbriju cci livavu a li gaddrini.

Avevo un gallo e l'ho reso cappone,
il sollazzo ho tolto alle galline.

Espressione di solidarietà per le sconsolate galline che si ritrovano nel pollaio  un gallo evirato, detto anche cappone, e quindi impossibilitato a svolgere la naturale funzione fecondativa.

La zi Pippiné Capobianco, sorella di mia nonna, era specializzata nella delicata operazione di rendere i galli capponi. Come quelli di Renzo, esattamente, che si beccavano fra di loro ignari della sorte che li aspettava. E la sorte era, almeno per quelli delle nostre parti, quella di finire in pentola farciti il giorno di Natale e per Capod'anno altrimenti a Racalmuto manco feste importanti sembrano. 

Oggi li vendono ai supermercati con la pelle gialla ché sembrano affetti d'itterizia, ma anticamente erano ovviamente tutt'altra cosa, e tutt'altro gusto perché le carni dolci e consistenti conferivano al brodo sapore indefinibile: con quel pomodoro, quel sedano, con quelle budella galleggianti attorno al cappone ripieno, il brodo non si poteva togliere dalla bocca. 

Tutto questo, grazie all'operazione della zi Pippiné che con coltello e forbici asportava i testicoli e tagliava la cresta, poi ricuciva la pelle e bloccava l'emorragia con le piume più piccole. Il patto era che, una volta tirato il collo al cappone,  le piume dovevano essere consegnate alla "chirurga", e infatti io, per via della parentela, ho dormito su materassi ripieni delle piume dei tanti galli racalmutesi resi capponi. Non c'era altra forma di pagamento. Testicoli, detti arìddri,  e cresta (cricchia) invece finivano prontamente in padella a friggere per la gustosa gioia di tutti i nipotini e dei ragazzi che vociavano nella stessa strada. 

Questi ricordi sono saltati fuori leggendo il modo di dire trascritto dal Taverna  e chissà a quanti altri aneddoti rimandano altri modi di dire, veri racconti in nuce e qualche volta raggrumata filosofia di vita.





I precedenti post:
LA MINIERA DEI MODI DI DIRE A RACALMUTO 1
(e notizie sull'origine della raccolta dei modi dire realizzata dai soci del Circolo Unione negli Anni Settanta)

http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/11/la-miniera-dei-modi-di-dire-racalmuto-1.html

LA MINIERA DEI MODI DI DIRE A RACALMUTO 2
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/11/la-miniera-dei-modi-di-dire-racalmuto-2.html

Una precisazione

"Ecco la raccolta di proverbi, strambotti ed altro del CIRCOLO UNIONE. Vanno limati e corretti. Si gradiscono apporti."

Nel leggere questo annuncio del Taverna su fb ho provato immediato piacere, è una raccolta interessante e cospicua. Buona l'idea di ulteriori apporti e arricchimenti.

Per un mio antico interesse, anche se in misura molto ridotta, alcuni proverbi, strambotti e modi dire, li avevo pubblicati in A lu Raffu e Saracinu nel 1988. Altri li ho inseriti nel dramma Nivuretta, rappresentazione di antichi mestieri racalmutesi e qualche altro l'avevo pubblicato in questo blog.

Ma vista la ghiotta occasione, ho subito espresso il desiderio di ripubblicarli in questo spazio virtuale e Calogero ha acconsentito prontamente. Data la vastità del materiale, li pubblico a piccoli gruppi, per assaporarli meglio. Mi sono limitato a limitatissime variazioni ortografiche. In attesa di altri "apporti", così come auspicato.


Trascrizione a cura di Calogero Taverna

1. Lu munnu lu truvasti a lu riviersu
ca puntasti a re vinni arsu.

1. La morti l'ha di n cuoddu e nun ti nn'adduni
l’ha scritta nni li chianti di li mani.

1. Lu carciri di Sciacca è muntuatu;
pi fierri lu vinci Santu Vitu.

1. Cu va a lu carciri di Santu Vitu,
trasi cu la parola e nesci mutu.

1. Ma matri mi vuliva fari parrinu,
e pi l’amuri tò, sugnu viddanu.

1. Da stivaletti si junta a tappina,
sicca la vucca mia si nun sì buttana.

1. La schetta si canusci a lu caminu,
la maritata supra lu turrenu.

1. Vuogliu muriri cu l’uocchi apierti
pi nun dari vincitoria a la morti.

1. L’acqua si nni va a lu pinninu,
l’amuri ranni senti lu richiamu.

1. Cu va a sparaci mangia ligna,
cu va a babbaluci mangia corna.

1. Nun sugnu muortu, no, sù vivu ancora,
uogliu ci nn’è a la lampa, mentri dura.

1. Lu tò vinu nun lu mintu nni lu me jascu
li tò guai cu li mia nun l’ammiscu.

1. Ora curuzzu vò essri amatu
a fari di geniu lu curnutu.

1. Vitti lu mari, vitti la marina,
vitti l’amanti tò ca navigava.


1. Bedda tu la pirdisti la russura
mi isti  (ad) accusari a li carrabbunera

1. Ti maritasti cu viertuli musci
lu capumastru di balata liscia
nun ti putisti abbuttari di minestra.

1. Larga la cigna e stritta la cudera
l’omu ca è minchiuni pari allura.

1. Ti maritasti facci di vilenu
ti lu scurdasti cu t’amava prima.

1. Lu sceccu zuoppu si godi la via
la miegliu giuvintù sta a la Vicaria.

1. Quannu nascisti tu bidduzzi, pronti
lu suli arrialzà l’antri du tanti
ti vattiaru ni ddru chiari fonti
n miezzu d’argintaria, musica e canti.

1. Funtana di biddrizzi e pasta d’angili
cu trasi a la tò casa li fa ‘mpinciri
e li pittura si misiru a chianciri,
ca bedda comu tia nun puottiru dipingiri.
Acchiana ‘n cielu e va parla cu l’angili
li muorti sutta terra li fa spingiri.

1. Cu la casa d’antru pratica
la so è povera e minnìca.

1. Si nni ìj, si nni ìj, sapiddu unni
e a tia lassà n miezzu a st’affanni
Senza di tia sugnu cunzumatu
la vita mia cu tia si ‘nn’a jutu

1. La tò facciuzza è comu na rosa
bianca e russa comu na cirasa

1. Amaru cu di li donni s’incatina
scinni a lu ‘mpiernu e acchiana tri scaluna.

1. Ora ca li facisti quinnici anni
piglia la truscitedda e jamuninni.

1. Lu suonnu di la notti m’arrubasti
ti lu portasti a dormiri cu tia.

1. Lu cuccu ci dissi a li cuccuotti
a lu chiarchiaru ci vidiemmu tutti.

1. Lu carzaru pi mia è l’urtima notti
stasira ci scuru dumani si parti.

1. Eratu intra e ti ‘nni isti fora
di tunnu la pirdisti la russura.

1. Comu cci finì a lu liamaru
nun potti fari un jppuni a la suoru.

1. Comu cci finì a lu gaddu di Sciacca
si fici accravaccari di la jocca.

1. Ti priegu beddra di farimi un cintu
ca veni maiu e canzuni cantu
mi l’hai a fari galanti e distintu
lu tò nomu c’ha a mintiri ogni tantu
cu m’addumanna cu fici stu cintu
lu fici Dichinedda a lu cummentu.

1. Tò matri mi lu dissi: mangia e bivi
nun ti curari si ma figlia mori
si mori idda ti mariti arrieri,
cchiù grana e cchiu ricchizzi po’ accanzari.

1. Dicci a tò mà ca nun si piglia pena
la robba c’arristà ni li casciuna;
comu t’abbidiri arridutta
né maritata, né zita né schetta.
Comu t’abbidiri arridutta
a lu burdellu di Cartanissetta
Cartanissetta ‘ncapu nna rocca
ricca di buttani e scarsa d’acqua.

1. Vaiu diciennu: cu avi caniglia?
ca m’ha finutu l’uoriu e la paglia.

1. Ti cridi ca era mulu di la rota
pi pigliarimi a tia disonorata?

1. Quantu amici avia quannu era fora
ora l’amici mia su quattru mura.

1. Vampa di lana e nuozzulu di nuci
nun dunanu né cinniri né luci.

1. La mantillina cangiasti pi lu sciallu
ora a chistu tò maritu cangiatillu.

1. Buttana quantu trappuli sa fari
mancu na forgia fa tanti faiddi.

1. Assira m’arricuglivu notti, notti
mi misi a cuntrastari cu du schetti
una mi li jttava li strammuotti
l’antra m’arriscidiva li sacchetti,
quannu mi vittiru li sacchetti asciutti:
vatinni picciuttieddu ca è notti.

1. Comu aiu a fari, sugnu cunzumatu
na vecchia nun mi vonzi pi maritu.

1. Di vintinovi siemmu junti a trenta
comu veni la pena si cunta.

1. Quant’aiu persu d’amari a tia
li miegli jorna di la vita mia.

1. Cu lu canusci l’amicu Burrasca
simina tumminia e arricogli ciusca.

1. A chi mi servi amariti tantu
ca zappa a l’acqua e simina a lu vientu.

1. Quannu si minti lu picciulu cu lu granni
li viertuli a mala banna appenni.

1. Cummari ca l’aviti e nun mi lu dati
chi nna t’ha fari vui quannu muriti.

1. Curnuti va’, firriati la vigna
unni mancanu zucca, chianta corna.

1. Cu li tò corna po’ fari un ponti
di la Matrici arrivari a lu Munti.

1. La sciccaredda cci dissi a lu mulu
siemmu fatti pi dari lu culu.

1. Cu di lu mulu voli fari un cavaddu
li primi pidati si li piglia iddu.

1. Carritteri lu vuogliu e no viddanu
ca di sita mi lu fa lu fallarinu.

1. Comu è fari cu sta licatisa
ca idda voli a mia, iu vuogliu a Rosa!

1. Iu ti salutu e mi nni vaiu nni Rosa
Dumani nni ‘ncuntrammu chiusa chiusa.

1. Annutula ca t’allisci e fa’ cannola,
stu santu è di marmaru e nun suda.

1. Ti maritasti e fu la tò ruvina
sei jorna malata e un jornu bona.

1. Buttana di tò mà quantu carduna
cu cci li simina mmiezzu sta via?

1. Vidi ca fa friddu e nun lu capisci,
è la forza di l’amuri quannu nasci.

1. Comu aiu fari cu sta ma vicina
c’avi lu meli ‘mpiettu e nun lu duna?

1. L’amici ti purtaru a la ruvina
tò matri ca ti ama si nn’adduna.

1. Aviva un gaddu e lu fici a capuni
lu sbrigu cci livavu a li gaddini.


venerdì 14 marzo 2014

MIETITORI SULLA PIAZZETTA

La realtà è come la città di Leibniz, cambia prospettiva a seconda del punto in cui ci si posiziona per guardarla, per ammirarla. 


Tanti sguardi diversi ci restituiscono altrettante sfaccettature e sfumature della stessa città. Sfaccettature e sfumature diverse, osservate da chi è vicino, da chi è lontano, nel tempo o nelle distanze chilometriche, ma alla fine convergenti. 


Come avviene per la Piazzetta e i mietitori di una volta, trasformati in ricordo. 



Cartolina dei primi del Novecento. In primo piano la Piazzetta



Sulla piazzetta
di
 Calogero Restivo


Ora e tempo che sulla piazzetta, al mio paese. Le spalle appoggiate al muro di vento, che scende dalla chiesa di Sant'Anna, in attesa di acquirenti per poche lire in vendita, grumi di stanchezza sotto il sole. Mietitori. Stanno. misto di afa e sudore, la falce appesa alla spalla cotta dal sole, una "bunaca" per cuscino, ammantati di malinconia e mistero, in silenzio.


in Calogero Restivo, Poesie di volti e memorie, Prova d'Autore, Catania 2013.

Bunàca è l'antico nome della giacca.





NOTIZIE

Calogero Restivo, insegnante in pensione, è nato a Racalmuto (Agrigento), attualmente vive e opera a Riposto (CT). Tra Ie sue opere di poesie: Sogno e risveglio (Roma, 2008); Primi