martedì 26 novembre 2013

RAP IN SICILIA O IN SICILIANO? Marruggiati e pani duru


Cosa viene fuori dall'incontro di un genere musicale nuovo con il dialetto antico?
Roberto Sottile analizza i testi di alcune canzoni rap e ci fa scoprire che...



La canzone


TESTO DELLA CANZONE


Biggaspano, Marruggiati e pani duru (G. Mirasolo), 2011



Nna ggenerazioni cu lli spaḍḍi a
llu muru ca
pìgghia ṣṭṛati c’un-zi sapi runni
 vannu
crisci a mmarruggiati e ppani duru
e ppi ttirari avanti me fra’
cci-aviri puru l’occhi nculu.
Quaṭṭṛu porci assittati
cosa ri pigghialli a mmasciḍḍati
sciacalli e strozzini autorizzati
e ppo un parlamu di li sbirri
sempri cchiù aṭṭṛezzati
çentu ncapu a un’a mmèttiri i
manganellati
e ssunnu chiḍḍi cu li figghi
assistimati chi
si cci ddiplomaru e ssu qquasi
laureati
e la manu americana pripara
l’attentati
beḍḍa maṭṛi l’Italia è ddi li laṭṛi
cci vulìssiru piṭṛati ferru e ffocu nta
li ṣṭṛati
su ttutt’implicati i preti porci e
mmagistrati
Fini Bberlusconi e Pprodi sunnu
andicappati
menṭṛi tutti l’aṭṛi na maniata i
scafazzati
e nniaṭṛi na ggenerazzioni...
Li polìtiçi corrotti sunnu chiḍḍi chi
cci-annu li mugghieri pulli e ssi nni
vannu a ffinocchi
mi rìçinu chi ll’erba è ccomu
l’eroina
ma su rricoverati pi la coca
all’aṭṛopina
e ssunnu tutti cchiù rrazzisti di
Bbossi
picchì pàganu nneru puru lli
portabborsi
bbicchirinu d’acqua e cchiàcchiara
pagata
picchì su qquacquaraquà e ccani di
bbancata
paganu li tassi l’operai
avi nna vita chi ṭṭṛavàgghiu e ccosi
ggiusti unn àiu vistu mai
ci vulìssiru tistati comu a
Mmaterazzi
e ccontinuannu ri stu passu
addivintamu tutti pazzi
e cchiḍḍi rricchi un ci crìrinu a li
scarsi
tirchi comu Maźźarò fannu castelli
e ppalazzi
rispàrmianu puru ll’ària chi
rrespìranu
veni la morti e ssi li pìgghia
ddoppu chi nnèscinu pazzi
tuttu um-mància mància ma un-
zunnu mai sazzi
ccà fannu lli sordi iucaturi e
ppaparazzi
ḍḍi quaṭṭṛu bbuttani c’allivìscinu
cazzi
a mafia la politica e ttutti li so
nṭṛallazzi.

Na ggenerazzioni…



Una generazione con le spalle al
muro che
prende strade che non si sa dove
vanno
cresce a bastonate e pane duro
e per tirare avanti, fratello mio
devi avere gli occhi nel culo.
Quattro porci seduti
roba da prenderli a cazzotti
sciacalli e strozzini autorizzati
e ppoi non parliamo degli sbirri
sempre più attrezzati
cento sopra uno a prendere a
manganellate
e sono quelli con i figli assennati
che
si sono diplomati e sono quasi
laureati
e la mano americana prepara gli
attentati
mamma mia, l’Italia è dei ladri
ci vorrebbero sassate ferro e fuoco
per le strade
sono tutti implicati preti, porci e
magistrati
Fini Berlusconi e Prodi sono
handicappati
mentre tutti gli altri un pugno di
persone infime e insulse
E noi una generazione…
I politici corrotti sono quelli che
hanno le mogli sgualdrine e se ne
vanno coi finocchi
mi dicono che l’erba è come l’eroina
ma sono ricoverati per la coca
all’atropina
e sono tutti più razzisti di Bossi
perché pagano in nero anche i
portaborse
bicchiere d’acqua pronto e
chiacchiere remunerate
perché sono quacquaraquà e
persone disutili
pagano le tasse gli operai
è da una vita che lavoro e cose giuste
non ne ho viste mai
ci vorrebbero testate come a
Materazzi
e continuando di questo passo
diventiamo tutti pazzi
e quelli ricchi non hanno
considerazione per i poveri
tirchi come Mazarò fanno castelli e
palazzi
risparmiano anche l’aria che respirano
viene la morte e se li prende prima
che impazziscano
fanno guadagni illeciti ma non sono
mai sazi
qua fanno i soldi calciatori e
paparazzi
quelle quattro puttane che
resuscitano cazzi
la mafia la politica e ttutti li so
n..allazzi.
Na ggenerazzioni…
la mafia, la politica e tutti i loro
intrallazzi.
Una generazione…





L'ANALISI DEL PROFESSORE ROBERTO SOTTILE

Nella cultura musicale hip hop «grandissima importanza [è] attribuita al messaggio trasmesso attraverso la musica, veicolo di inquietudini e di storie difficili, manifesto pregnante del disagio giovanile. [...] Come nei ghetti americani, così nelle periferie italiane i giovani rapper sentono l’esigenza di parlare del proprio mondo, raccontare storie vissute tutti i giorni, esprimere la rabbia provocata da realtà degradate, attraverso il potente mezzo della musica, capace di dare risonanza collettiva al disagio e all’alienazione» (Scrausi 1996, p. 288). 

[...] In questo contesto «diventa essenziale l’uso di un linguaggio che rispecchi esattamente la realtà rappresentata» (ivi, p. 294). «Tra gli elementi di novità rispetto alla canzone tradizionale spicca, naturalmente, il ritmo. Dato che nella costruzione di un testo rap ci si ispira ai moduli della discorsività parlata, il rapper gode di una libertà compositiva maggiore di quella di cui dispongono cantautori e parolieri» con «l’adozione di un ritmo fluente e ininterrotto che solo l’andamento magmatico di un parlato irrequieto e privo di censure espressive può offrire. [...] Questa caratteristica viene confermata anche dall’uso, che per esempio si attua nelle jam sessions, di “rappare all’impronta” su basi ritmiche volutamente non originali» (ivi, p. 314). E così, nelle canzoni rap, dove le parole, più che cantate, sono scaricate addosso a chi ascolta, «la rima [...] non ha lo stesso valore che ha nella canzone tradizionale, risponde[ndo] a due esigenze precise.

La prima è di natura stilistica: nella rima si condensa la carica aggressiva del testo. [...] La seconda esigenza è di natura testuale. Il brano rap è un testo poetico particolare: è come se, per l’orecchio, non andasse mai a capo. Per questo aspetto può essere considerato una sorta di poema in prosa. [...] Istruttivamente, nella stesura, spesso i versi vengono scritti tutti di séguito, a volte anche senza punteggiatura, tanto da rendere difficile la scansione metrica: sicché la rima garantisce il tasso necessario e sufficiente di poeticità; ma soprattutto svolge una funzione connettiva. Stabilisce, cioè, dei legami tra le varie parti del testo, che altrimenti risulterebbero disunite o, al contrario, indistinte.



Naturalmente la rima non è più collocata necessariamente in fine di verso [...]. Quando gli autori effettuano una scansione metrica, non cercano la rima classica, ma la rimalmezzo, la rima interna, l’assonanza, la consonanza» (ivi, pp. 315-316).

Queste considerazioni, tratte da Versi rock, chiariscono bene quali siano le principali caratteristiche formali, oltre che tematiche, della cultura hip hop. Il testo "Marruggiati e pani duru" di Biggaspano presenta una profonda coerenza tanto con le soluzioni formali richiamate sopra, quanto con i temi del rap militante. Anche se la canzone è eseguita su un riddim reggae, essa è stata originariamente concepita come una composizione rap. E, inoltre, nel Meridione, a differenza che nel resto d’Italia, i rapper praticano anche il reggae (dai salentini Sud Sound System agli Shakalab) e, pertanto, sono diffusi molti esempi di “trasformazioni” di brani dall’uno all’altro genere (come nel recente caso del remixing della canzone "Lu giru di li vili" della Dimora del Padrino ad opera dello stesso Biggaspano).

Il testo presenta il “Paese reale”, vittima degli abusi di potere (e ppo un parlamu di li sbirri sempri cchiù atṭṛezzati / çentu ncapu a un’a mmèttiri i manganellati), ma dotato di un forte senso civico (pàganu li tassi l’operai / avi nna vita chi tṭṛavàgghiu e ccosi ggiusti unn àiu vistu mai), in antitesi con il mondo della politica e delle istituzioni; esprime il profondo disagio di una generazione senza prospettive e una violenta invettiva contro il potere istituzionale, questo incarnato dalle forze di polizia e dai politici corrotti, chiamati con i loro nomi e, di volta in volta, apostrofati come porci, sciacalli, strozzini, handicappati.

La canzone del rapper Biggaspano, in quanto «cantastorie di fine millennio» (secondo la (auto)definizione di Frankie Hi-nrg, cfr. Scrausi 1996, p. 299), trae spunto dall’attualità, a partire dalla quale viene sviluppato il tema della corruzione (morale, ancor più che istituzionale) del sistema politico. Il rapporto con l’attualità è nel (probabile) riferimento allo “scandalo Marrazzo” (li polìtiçi corrotti sunnu chiḍḍi chi / ..si nni vannu a ffinocchi), a quello delle “olgettine” (ḍḍi quaṭṭṛu bbuttani c’allivìscinu cazzi), alla testata di Zidane sul petto di Materazzi, in occasione dei mondiali di calcio del 2006 (cci vulìssiru tistati comu a Mmaterazzi).

L’indignazione contro la corruzione è amplificata dalla violenza verbale e dal turpiloquio che
costituiscono la cifra espressiva del rap militante, mentre non manca un “passaggio” sulla liberalizzazione
delle droghe leggere, altro topos della cultura hip hop (cfr. Scrausi 1996, pp. 352-353).

Sul piano formale, la canzone, prevalentemente in rima baciata, presenta anche molte rime interne che
servono a dare ulteriore coesione al testo che viene cantato “tutto d’un fiato” (cosa ri pigghialli a
mmasciḍḍati / sciacalli e strozzini autorizzati). Ma si noti, soprattutto, come la rima interna venga usata, a
mo’ di rinforzo, quando in punta di verso non è presente una forma in rima con quella del verso precedente: e la manu americana pripara l’attentati // beḍḍa maṭṛi l’Italia è di li laṭṛi); si noti anche il gioco omonimico laṭṛi ‘ladri’ / l’aṭṛi ‘gli altri’ (anche se le due forme sono poste a una certa distanza l’una dall’altra). Non mancano, poi, esempi di assonanza (puru : nculu; diplomaru : manu) e consonanza (sunnu: annu; sunnu : fannu).

Tra le figure retoriche, spiccano le numerosissime iperboli (cci-aviri puru l’occhi nculu ... çentu ncapu a unu ... e ssunnu tutti cchiù rrazzisti di Bbossi ... avi nna vita chi ṭṭṛavàgghiu ... rispàrmianu puru ll’ària chi rrespìranu), la prosopopea (veni la morti e ssi li pìgghia), la similitudine (tirchi comu Maźźarò), la metafora (ḍḍi quaṭṭṛu bbuttani c’allivìscinu cazzi).

Riguardo al lessico, il titolo trae spunto dal proverbio napoletano mazze e panelle fanne e figlie belle, panelle senza mazze fanne e figlie pazze, e “traduce” il nome di un brano dei Chief e Soci, Feat. La Famiglia (1997). 

La forma pulli, unico disfemismo diatopicamente marcato, è un francesismo sette-ottocentesco col valore di ‘sgualdrina’ (< francese poule). Interessanti sono anche le locuzioni maniata i scafazzati, che “fonde” un arcaismo con un giovanilesimo (cfr. 4.4.1.), e cani di bbancata; la forma, con apocope, me fra’ (già discussa al § 4.4.5.) e la parola quacquaraquà, che, pur dotata di una forte connotazione isolana, se posta in relazione con la nota “categorizzazione antropologica” di Leonardo Sciascia (Il giorno della civetta), trova un precedente in una “vecchia” canzone dei Bisca 99 Posse, «Onu. Fao, Unicef, quaqqquaracquacqua» (Cildren ov babilon, 1995).


Si noti, infine, la citazione verghiana con il riferimento al protagonista de La roba: posta verso la fine del testo, ne richiama implicitamente l’inizio con un parallelismo a distanza tra le manganellate degli sbirri e i colpi di bastone inferti da Mazarò alle sue galline.


ROBERTO SOTTILE, Il dialetto nella canzone italiana degli ultimi venti anni.
Data pubblicazione: Settembre 2013;
Editore: Aracne;



Link correlato:



domenica 24 novembre 2013

sabato 23 novembre 2013

CHE C'ENTRA IL CASTELLUCCIO CON CARMINU TAVANU?


Un certo modo di parlare non ama dire le cose direttamente ma fa la "girata"  ovvero un giro di parole, con ricorso a metafore, aneddoti, allusioni, iperboli, esagerazioni, ironie, rime ed ossimori, per colpire, alla fine, non in maniera più leggera ma in maniera epica, facendo diventare quella trovata, quella parola lì, memorabile. Per l'eternità. 

Così amano fare i racalmutesi, ma non solo loro, ovviamente.
I francesi, ad esempio, attingendo al loro esercito, hanno inventato l'aggettivo "lapalissiano" eternando il generale La Palisse per significare uno o cosa  "évident", di poca originalità.  A Santa Elisabetta ogni anno rievocano il pigro Nardu del presepio che tanto pigro non è se per la festa dell'Epifania scende in piazza col fucile a tracolla, si riempie le gote di ricotta e la spruzza sulla gente.

Ma i racalmutesi, quando aprono la bocca,  sono caustici di natura, direi: per un eccesso di condimento, il bianco cloruro di sodio proveniente dai sotterranei banchi di di sale; facili ad infiammarsi, e, se ci sbampa la cuda, s'avvampa loro la coda, attingono a piene mani zolfo giallo dalle miniere circostanti e rendono fosforescenti i loro giudizi, le loro battute, i loro discorsi, con marchiature indelebili per i malcapitati.

Qualcosa del genere avvenne a Carminu Tavanu: volendogli dare del pigro, è stato scomodato addirittura l'austero Castelluccio, immaginandolo "incoppolato" ovvero circonfuso, a mo' di coppola, di nere e piovose nubi la cui sola vista scoraggiava il Tavanu ad alzarsi dal letto per andare a lavorare la terra. Da qui dire Tavanu e dire pigro è stata la stessa cosa, essiri comu Tavanu, fari comu a Tavanu.

Eppure come Lapalisse, Tavanu è ricordato esclusivamente per il detto che gli è sopravvissuto; 
io l'ho appreso, e gliene sono grato, dal mio vicino di casa zi Pippinu Tulumello detto "Palazzaru", componente assieme a Zammitu e ad altri della mitica banda musicale diretta dal maestro Pietro Martorana.  
Le note del suo trombone solista cantabile tenore sono svanite da tempo ma le parole resistono. 






Lu Castiddruzzu èni 'ncuppulatu;
Carminu Tavanu, muoviti curcatu. 


Il Castelluccio da nubi è sovrastato; 
Carminu Tavanu, rimani a letto sdraiato.




Sulla traduzione: "muoviti", anche se richiama il corrispondente italiano "muoversi", nel dialetto racalmutese significa "fermati", "sta' fermo", "rimani"; tanto per contraddire ed essere originali, 
Inoltre, "èni" significa "è", rappresenta una forma arcaica e localistica di coniugazione del verbo "essiri" che chi scrive in dialetto oggi ne fa volentieri a meno.  

giovedì 21 novembre 2013

IL DIALETTO E LA TOP TEN. Libro e intervista di Roberto Sottile



Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo

Il dialetto e la modernità. Detto così sembra il titolo di una delle solite conferenze barbose che uno si aspetta di sciropparsi in un santuario della cultura come l'università, invece a sorpresa ti capita di sentire tutt'altra musica, già, in senso proprio, canzoni rap nell'aula più prestigiosa della Facoltà di Lettere di Palermo. Non mi sembrava vero. 

La sorpresa si è completata ascoltando i commenti, le spiegazioni, l'esegesi, o come dir si voglia, di Roberto Sottile. Un giovane e dinamicissimo docente universitario, oirginario di Caltavuturo, che sa prestare orecchio a ciò che avviene fuori e intorno alla cittadella accademica.


Roberto Sottile


Contenuti nuovi, nuovissimi, irriverenti, al limite dell'iconoclastia, diciamo socialmente impegnati, quelli delle canzoni analizzate. O rivoluzionari e arrabbiati? 

Era indubbiamente un evento culturale importante e non clandestino se quel pomeriggio era presente perfino il Preside della Facoltà. 
Peccato che mi sia perso gli altri appuntamenti in cui sono stati analizzati i testi di altri cantanti e cantautori siciliani tra cui Francesco Giunta.


Biggaspano alla Facoltà di lettere e Filosofia di Palermo, dicembre 2012

Per me comunque è stata una rivelazione che il rap, nato negli anni settanta nei quartieri più popolosi e disagiati di New York fra gli afro e latinoamericani, fosse approdato in Sicilia per esprimersi nelle forme del superstite dialetto. 

Superstite ma non moribondo, però, stando alla ricognizione del prof. Roberto Sottile nella sua recente pubblicazione: Il dialetto nella canzone degli ultimi venti anni, Aracne Editrice 2013, anche se le canzoni in dialetto non risultano tra le top ten delle canzoni più vendute sol perché "della canzone in dialetto non esiste una hit parade".

Questo e altri interessanti concetti l'autore ha ribadito in una recente intervista radiofonica che ha suscitato tanti apprezzamenti  raggiungendo una platea di ascoltatori che va ben al di là delle mura accademiche.

In questo post si riportano la nota redazionale dell'editore e l'Introduzione, ne seguiranno altri con i testi di due canzoni rappate da Biggaspano di Castelvetrano e i relativi commenti messi a disposizione generosamente da Roberto Sottile: Mmarruggati e pani duru del 2011 e Lu giru di li vili del 2008, più precisamente quest'ultimo brano è stato rappato dal gruppo "Dimora del Padrino" formato da Nino Campanella, Kool Magic Flow, Aspano, Doctor Jho'. Mario Drama.

Nota redazionale

Negli ultimi decenni la canzone in dialetto ha conosciuto una straordinaria fioritura in concomitanza con lo “sdoganamento” delle varietà locali.
Oggi che «il dialetto non è più un delitto» si assiste a un impressionante proliferare di canzoni nelle quali il codice locale è impiegato per ampliare il «potenziale di variazione», per soddisfare attese di poesia o bisogni espressivi ai quali l’italiano non sembra in grado di rispondere e, più in generale, per simboleggiare il ritorno alle radici come “meccanismo di difesa” dall’effetto alienante della globalizzazione.

Il volume descrive il dialetto nella canzone facendo riferimento ai testi di artisti prevalentemente siciliani all’interno di un panorama quanto mai eterogeneo: dai cantautori dello Star System, come Carmen Consoli e Franco Battiato, alle esperienze più locali e meno note.
Nota redazionale



di Roberto Sottile

Il variegato e ampio panorama della canzone neodialettale disegna un quadro dinamico e sfaccettato, all’interno del quale il codice locale – più o meno arcaicizzante, più o meno italianeggiante, più o meno mescidato all’italiano o ad altre lingue, più o meno «destrutturato» (cfr. Berruto 2006) – emerge nel riuso artistico quale straordinaria possibilità espressiva utile ad ampliare il «potenziale di variazione» (Moretti 2006) e a soddi- sfare l’«attesa di poesia» alla quale sono chiamate a rispondere tutte le canzoni.

Riformulando il felice titolo di un articolo, di oltre vent’anni fa, di Alberto A. Sobrero, si potrebbe dire che «la ricchezza linguistica non sta solo tra i ‘top ten’» (cfr. Sobrero 1990). Ma proprio perché della canzone in dialetto non esiste una hit parade, selezionarne un corpus per un’analisi linguistica è un’operazione piena di limiti e rischi.
La scelta delle canzoni resta, infatti, arbitraria, parziale, affidata per lo più alle “conoscenze personali”, al passa parola, alle incursioni, talvolta disorientanti, nella Rete dove si trova di tutto, ma spesso senza la possibilità di discernere tra percorsi artistici costanti ed esperienze episodiche, sporadiche e, qualche volta, perfino casuali.
Procedendo “per istinto”, resta forte il rischio che le canzoni prescelte non costituiscano un campione veramente esaustivo, bensì parziale e comunque non adeguatamente rappresentativo dell’ampio “mercato” della canzone in dialetto, alimentato, in buona parte, dalle autoproduzioni.

La descrizione del dialetto nella canzone degli ultimi vent’anni è qui svolta facendo riferimento a circa duecentocinquanta testi di una cinquantina di artisti prevalentemente siciliani all’interno di un panorama quanto mai eterogeneo: dai cantautori dello Star System, come Carmen Consoli e Franco Battiato, ai “cuntastorie” dei centri più remoti della provincia.
La prospettiva di unificare l’analisi di esperienze musicali di suc- cesso, non solo nazionale, e di produzioni – più spesso autoproduzioni – locali, è stata determinata dall’idea di presentare un quadro della canzone in dialetto che tenesse conto tanto dei diversi generi musicali (e di conseguenza dei diversi «filoni» ai quali può essere ricondotto lo specifico uso artistico del dialetto da parte degli autori)1, quanto della variabilità areale dovuta all’assenza, in Sicilia, di un dialetto di koinè.

Roberto Sottile con il cantautore Ezio Noto
"Disìu" di Ezio Noto

L’ampio corpus su cui si basa questa ricerca ha consentito, in effetti, di verificare per ciascun artista il grado di coerenza tra il suo dialetto di riferimento e quello dei suoi testi. In questo caso si nota che non sempre i tratti diatopicamente marcati sono riproposti nelle canzoni e, inoltre, alcuni di questi, pur comparendo nelle canzoni cantate, non vengono annotati nei testi scritti.
Queste significative discrepanze tra dialetto scritto e dialetto cantato, assieme all’impossibilità di reperire molti dei testi (assenti sia nei booklet dei cd sia nella Rete), hanno indotto a (ri)trascrivere tutte le canzoni analizzate con il sistema di nota- zione «fono-ortografica» messo a punto in Matranga (2007) e già ampiamente utilizzato per la trascrizione dei materiali dia- lettali dell’Atlante Linguistico della Sicilia2.

All’interno di un orizzonte che appare assai complesso, si tenterà di descrivere l’universo della canzone in dialetto secon- do molteplici prospettive.

Nel Capitolo I viene offerto un quadro succinto sulla situazione sociolinguistica odierna con particolare riferimento al rapporto lingua-dialetto, così come emerge dai dati quantitativi tratti dalle indagini multiscopo (Istat e Doxa) degli ultimi quarant’anni, e sui “nuovi usi” del dialetto nella comunicazione giovanile all’interno dei nuovi media e in relazione ai nuovi valori del dialetto proposti da Berruto (2006).

Nel Capitolo II si presenta una sintesi dello stato dell’arte degli studi sulla lingua della canzone, che ormai da diversi de- cenni è al centro degli interessi dei linguisti, tesi a verificare il suo rapporto con l’italiano di oggi e con le lingue dei nuovi media e il suo cedimento verso le varietà del repertorio “medie” e substandard, ivi compreso il dialetto per il quale Coveri (2012) individua il valore ad esso attribuito («lirico-espressivo» o «simbolico/ideologico») dai diversi artisti.

Da sx: Ezio Noto e Francesco Giunta

Nel Capitolo III viene fornita una panoramica della canzone dialettale siciliana i cui autori sembrano presentare una specifica predisposizione a “dialogare” con la cultura tradizionale, in modo tale che, assumendo il dialetto come proprio codice espressivo, essi fanno sì che questo trascini con sé i contenuti socioculturali che mediante quel codice sono “predicati”.
Vengono così presentati alcuni dei topoi ricorrenti nella canzone siciliana di oggi, per i quali verrà mostrato come essi siano riconducibili alla volontà dei differenti autori di assumere il mondo della cultura tradizionale (che è cultura dialettale) come metafora e bagaglio di immagini e valori socioculturali mediante i quali parlare nella e della contemporaneità.

Il Capitolo IV evidenzia, per i diversi livelli dell’analisi linguistica, quale dialetto emerge dalle canzoni e il suo grado di coerenza con i tratti dialettali dell’area di provenienza dei diversi artisti. Si noterà, inoltre, come, al di là della prospettiva areale, nelle canzoni degli artisti di mezza età, il dialetto appaia generalmente in una condizione di continuo antagonismo tra forme arcaiche e forme variamente italian(izzat)e; tra forme italianeggianti e forme destrutturate – un “semidialetto giovanile” quale varietà piena di malapropismi, ipercorrettismi, paretimologie e cortocircuiti omofonici, tipico delle produzioni di “parlanti evanescenti” – nelle canzoni degli artisti giovani e, comunque, di quelli che hanno acquisito il dialetto nel corso della socializzazione secondaria. In entrambi i casi, si vedrà, inoltre, come sul piano fonetico, morfologico e lessicale, sia spesso evidente la tendenza all’uso di forme mutuate dal dialetto della tradizione letteraria.

Il cantautore Francesco Giunta tra Vincenzo Ognibene ( a dx) e me a sx
Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, dicembre 2012
Francesco Giunta traduce e canta Fabrizio De Andrè
http://www.youtube.com/watch?v=WH2lo9fvtuw


La necessità di indagare sui motivi che spingono gli artisti a scegliere il dialetto, sulle funzioni che essi assegnano all’uso di questo codice, sulle loro opinioni circa le ragioni dell’attuale ricchezza di produzioni musicali dialettali, sulla loro autopercezione delle caratteristiche del dialetto usato nelle canzoni, ha indotto a formulare un questionario (v. Appendice I) che è stato spedito ai diversi artisti, con la richiesta di compilarlo.


Il commento ad alcune delle risposte fornite costituisce il focus del Capitolo V. Nelle risposte è spesso possibile individuare uno stretto rapporto tra l’opinione che gli autori hanno del (le funzioni artistiche del) dialetto e la “qualità” del dialetto usato nelle canzoni. Ma questa qualità appare connessa anche alla competenza del codice dei vari artisti. Per tale ragione è stato anche chiesto loro di scrivere la propria autobiografia linguistica. E così le biografie presentate (Appendice II) permettono di gettare un po’ di luce sulle specifiche scelte linguistiche degli autori, che variano significativamente a seconda che il dialetto sia stato appreso nel corso della socializzazione primaria o secondaria.


Il volume contiene anche un’antologia di brani seguiti da un commento che, se non proprio volto ad analizzarli alla stregua dei testi letterari con la prospettiva di superare l’interesse per le «lunghe e (talvolta) grottesche digressioni su cosa dicono le canzoni» a favore di «una fredda rigorosa, quasi autoptica analisi sul come lo dicono» (Scrausi 1996, pp. 8-11), propone qualche nota, oltre che sugli aspetti linguistici, anche sullo strumen- tario retorico utilizzato. Inoltre nel commento dei testi viene generalmente evidenziato il loro rapporto con quelli di tradizione orale o con quelli in lingua appartenenti allo stesso genere.

Infine, poiché la natura di prodotto di nicchia della canzone dialettale fa sì che molti degli artisti che la praticano restino sconosciuti al grande pubblico, viene riportato in Appendice III un brevissimo profilo dei cantautori e dei gruppi dei quali sono citati i testi, con l’esclusione di Carmen Consoli, Franco Battiato e i Sud Sound System, artisti assai noti anche a livello internazionale.

Viene comunque esclusa la trattazione del genere neomelodico le cui canzoni, pur composte e cantate da autori siciliani, sono eseguite in napoletano.

Le parole straniere sono invece trascritte secondo l’ortografia delle rispettive lingue; le canzoni sono accompagnate dalle rispettive traduzioni per le quali viene eventualmente precisato quando si devono agli stessi autori; vengono anche segnalati i pochi casi in cui i testi presentati sono quelli scritti dagli autori, così come appaiono nei booklet dei cd o nelle trascrizioni appositamente fornite. La divisione in versi rende orientativamente la scansione ritmica e nella trascrizione mancano i segni di interpunzione, ad eccezione del punto fermo – che segna la fine di una strofa – e dei punti esclamativi e interrogativi.

ROBERTO SOTTILE, Il dialetto nella canzone italiana degli ultimi venti anni.
Prezzo: 13,00€ (ebook: 7,80€ );
Pagine:308;
Formato: 14 x 21;
Data pubblicazione: Settembre 2013;
Editore: Aracne;
ISBN:978-88-548-6378-1

http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/catalogo/area/areascientifica/scienze-dell-antichita-filologico-letterarie-e-storico-artistiche/9788854863781-detail.html


martedì 19 novembre 2013

LA MINIERA DEI MODI DI DIRE A RACALMUTO 1

Quella che si propone è soltanto una parte, molto sapida tra l'altro, delle trascrizioni di Calogero Taverna. A dimostrazione della bontà del suggerimento di arricchire la raccolta con altri apporti, ho trovato in rete un detto mai sentito prima e pubblicato recentemente da Edurado Chiarelli, emigrante racalmutese che vive a Setùbal in Portogallo in vena di ancestrali ricordi: "Come diceva Tanu Bamminu: ci su tanti maneri d´ammazzari li punci ". Come diceva Tano Bamminu : ci sono tante maniere per ammazzare le pulci.

Società di Mutuo Soccorso di Racalmuto, durante il convegno "Elegia e Protesta", 1993. 
Da sx: il poeta futurista Giacomo Giardina, Calogero Taverna, Piero Carbone

"Ecco la raccolta di proverbi, strambotti ed altro del CIRCOLO UNIONE. Vanno limati e corretti. Si gradiscono apporti."

Nel leggere questo annuncio del Taverna su fb ho provato immediato piacere, è una raccolta interessante e cospicua. Buona l'idea di ulteriori apporti e arricchimenti.
Per un mio antico interesse, anche se in misura molto ridotta, alcuni proverbi, strambotti e modi dire, li avevo pubblicati in A lu Raffu e Saracinu nel 1988.

Ho subito espresso il desiderio di ripubblicarli in questo blog e Calogero ha acconsentito prontamente. Data la vastità del materiale ne pubblico, come si diceva una volta, un'excerpta ovvero una piccola parte.

La mia richiesta:
Vorrei pubblicarli anche sul mio blog, citando la fonte naturalmente. Offrono spunti interessantissimi, non solo linguistici.

La risposta di Calogero Taverna è interessante per le notizie sulla genesi della raccolta e  sulle precauzioni linguistiche; le altre annotazioni "laterali" sono la spia della passione con cui si rievoca la vita del circolo di conversazione di ieri a fronte del successivo evolversi o involversi, a seconda dei punti di vista. 

Calogero Taverna:
Perché no? ovvio che l'autore non sono io, sono quei soci del 1974 e successivi anni. Molto vi contribuì l'avv. Totò Carlisi. Quasi tutti i coautori sono laggiù al Convento di Santa Maria; residuano il presidente Marchese, anche lui molto attivo e il buon Jachinu Farrauto, ilare che dava un tocco di erudizione. Nessun mio contributo. 

Io ebbi tra le mani i tanti fogli manoscritti che raccoglievano gli appunti buttati là man mano che a qualcuno veniva il destro di uno spunto, una rievocazione; la proponeva se ne dibatteva, l'eterno presidente Cicciu Marchese (ma anche prima di essere presidente) fungeva da segretario. 
Nasce il problema linguistico.

Tutto sommato è prevalsa l'opzione la lezione Marchese (piuttosto erudita). Io che sono pessimo dattilografo e non ho nessuna propensione addottorata verso il nostro grande dialetto racalmutese ho trascritto di gran fretta. Tutto andrebbe limato, corretto, non vorrei che la mia sbadataggine e il mio scarso acume linguistico tornassero a disdoro di quel CIRCOLO UNIONE che mi sta tanto a cuore (Quello di oggi, passato da granmassone a clerico-matriciano, non mi interessa più). 

Questa mia proposta è solo un invito a rendere omaggio al glorioso, e sciascianamente celebre, grande casino di Conversazione di via Rapisardi di Racalmuto. Naturale quindi che addirittura è tuo diritto pubblicare quello che vuoi e come più ti aggrada. Meglio sarebbe forse che andassi a fotocopiarti gli originali che dovrebbero stare nell'armadietto antistante il gabinetto. Ma di questi tempi di devianze cultural-giornalistiche, ci stanno ancora? Se poi gli interessanti fogli di quaderno manoscritti sono conservati meglio, meglio ancora.

Frammenti
1° gennaio 1974
a cura di Calogero Taverna
zolfatai


1. E vannu a la matina e li viditi
parinu di li muorti accumpagnati
vistiti di scuru ca li cumpunniti
‘mmiezzu lu scuru di li vaddunati

scinninu a la pirrera e ‘mmanu
portano la so lumera pi la via
ca no’ pi iddi pi l’erbi di lu chianu
luci lu suli biunnu a la campia.

1. Lu munnu è tradituri e ‘nganna genti
prumitti cuntintizzi e duna chianti

1. Buttana di tò mà, ngalera sugnu
senza fari na macula di dannu

1. Sì comu lu cannuolu di la chiazza
cu arriva, arriva, la quartara appuzza.

1. Cu dici ca lu carzuru è galera
a mia mi pari na villeggiatura

[zolfatai]
1. Mamma nun mi mannati a la pirrera
ca notti e jurnu mi pigliu turrura
scinnu na scala di cientu scaluna
cu scinni vuvu muortu s’innacchiana

1. Mamma nun mi mannati a l’acqua sula
lu vientu mi fa vulari la tuvagliola
e c’è un picciuttieddu ca mi vuliva
e mi vinni appriessu a li cannola

1. Puttani quantu trappuli sa’ fari
mancu nna forgia fa tanti faiddi

1. Sutta lu to palazzu c’è un jardinu
ci su chiantati arangi e pumadoru
e ni lu miezzu c’è cunzatu un nidu
ancidduzzi ci sunnu a primu vuolu.

Cala Rusidda e s’inni piglia unu
e si lu minti ‘nni la caggia d’oru.
La caggia siti vu timpa d’amuru
lu cardiddu sugnu iu ca canta e vuolu.

1. Dicci a to mamma ca nun si piglia pena
la robba ci ristà ‘nni li casciuna.

1. La donna c’avi lu maritu viecchiu
lu guarda e lu talia di maluocchiu

1. Di quinnici anni vi puozzu assicurari
un’ura di cuietu nun puozzu aviri
e m’haiu misu tuttu bieddu a cantari
darrieri la porta di l’amanti mia;
di ‘nna picciotta mi sientu chiamari:
trasi ca t’arrifriddi armuzza mia.
Iu ci lu dissi: nun vi stati a ‘ncumudari
lassatimi addivertiri cu l’amici mia.

1. Cartanissetta è’ncapu na rocca
chiunu di buttani e scarsu d’acqua.

1. E comu t’aiu a vidiri arridutta
a lu burdellu di Cartanissetta.

1. Primu tamava e ti tiniva stritta
Eratu lorda e mi parivatu netta
Ora ti vitti né ‘ncapu né sutta
e sì na buttana netta netta

1. Quann’era picciliddu nicu, nicu,
l’amuri cu li donni iu faciva
tutti li schetti mi pigliavanu ‘mbrazza
e ‘nni li vradduzza so m’addummisciva

Ci nni fu una ca mi piglià mbrazza
e mi dissi: vo’ minna amrmuzza mia?
P’essiri ‘nnamuratu di li donni
ristavu curtu e mancu spuntu fici.

1. M’addisiddassi scursuni di chiusa
quantu m’inni issi ‘nni la tò casa
a to maritu lu mannassimu a fusa
e n’antri du guardassimu la casa
e ni mintissimu cu la porta chiusa
e a lu scuru cu si vasa, vasa.
Quannu vinissi lu crastu di fusa
la truvassi carricata la cirasa.

1. Arsira mi arricuglivu notti, notti;
mi misi a cuntrastari cu du schetti;
una mi li ittava li strammotti
l’antra m’arriscidiva li sacchetti.
Quannu mi vitti li sacchetti asciutti:
Vattinni picciuttieddu ca è notti!
Iu mi misi a gridari a vuci forti:
cu havi dinari è amatu di tutti!

1. L’omu ca è ‘ngalera è miezzu muotu
l’omu ca nun havi dinari è muortu tuttu.

1. L’amuri s’arridducu a malatia,
veni e finisci comu uogliu santu;
iu curuzzu pi amari a vui
sugnu ‘mmiezzu quattru miedici malatu;
unu di li quattru m’arrispusi:
vo’ stari bbuonu? Nun l’amari cchiuni!
Iu di lu liettu ci arrispusi:
l’amari di cori, o muoru o campu.

1. L’amuri è cu lu lassa e piglia
comu lu fierru ‘mpisu a la tinaglia.

1. M’addividdassi gaddu di innaru
quantu cantassi la notti a lu scuru
e mi mintissi supra un campanaru,
e mi mintissi a ricitari sulu:
Domanna la me amanti di luntanu:
Chi hai gadduzzu ca reciti sulu?
Iu cci arrispunnivu di luntanu:
persi la puddastra e sugnu sulu!

1. Passu e spassu di la tò vanedda
‘nni la cammara tò luci ‘nna stidda
quantu po’ essiri currivusa e bedda
ca lu ma cori si fici pi idda

Oh Diu chi fussi cun na vannachedda
ca m’appinnissi a lu cudduzzu d’idda
quantu nni patu iu p’amari na bedda
idda mori pi mia ed iu pi idda.

1. Amuri, amuri pampina di canna
quantu sparaci fa la sparacogna

1. Arsira passavu di na banna
e vitti la ma amanti ca durmiva
era curcata ‘ntru un liettu di Parma
pi capizzieddu la mani ci aviva
nun l’addivigliati ca si spagna
ca l’addivigliu cu li muodi mia;
ti fazzu li carizzi di tò mamma:
ddivigliati, ddivigliati, armuzza mia.

1. Cori di canna, cori di cannitu
truiazza ca lu cori canniatu
lu facisti ammazzari a to maritu
pi dari agustu a lu tò nnamuratu;
ora nun hai né garzu né maritu
sì comu un casalinu allavancatu;
lu va a truvari a tò marito
darrieri di San Giorgiu truvicatu.

1. Stritta la cigna e larga la cudera
l’omu ca è minchiuni pari allura.

1. Ti lu facisti lu ippuni russu
nun lu vidi ca to patri scarsu
ti lu facisti lu jppuni a la moda
ti lu facisti a la garibaldina

1. Cummari sugnu muortu di la pena
c’aiu un mulinieddu e nun macina
mprustatimi lu vuostru pe na simana
vi lu martieddu e vi lu mintu ‘n farina
Aiu lu mulinieddu a la rumana
lu tiegnu ni li canzi di la tila
aiu un mulinieddu a la rumana
pi sta picciotta ca si chiama Nina.

1. O Mariuzza chiàmati sti cani
nun li teniri cchiù mmiezzu la via
ca mi strazzaru un paru di stivali
lu miegliu vistitieddu ca tiniva
e lu purtavu a lu mastru a cunzari
e lu pagavu di sacchetta mia;
mariuzza si mi vo’ pagari
spogliati e curcati cu mia.

1. Si Diu voli la mula camina
ci ammu arrivari a la missa a Ragona.
1. Carzaru a Vicaria quantu si duci
ca cu ti fabbricà beddu ti fici.

1. Amaru ca m’avera a maritari
presti lu siminavu lu lavuri
quannu fu ura di zappuliari
l’erba mi cummiglia lu zappidduni
poi vinni lu metiri e lu pisari
e mancu potti pagari lu patruni;
ora curuzzu si mi vo aspittari
d’auannu nun si po’, l’antra stagiuni.

1. Primu t’amava e ti tiniva stritta
eratu lorda e mi parivatu netta._
Ora nun ti vitti né ncapu né sutta
e si na liccatura netta netta
‘m Palermu ti sunaru la trummetta
cu si piglia a tia gran chiantu scutta.
Un jurnu t’aiu a vidiri arridutta
né maritata, né zita, né schetta
un jornu t’aiu a vidiri arridutta
a lu burdellu di Cartanissetta

1. Travagliu e nun travagliu, nun aiu casa
megliu ca quannu stancu m’arripuosu.

1. Lu sa chi dissi lu dutturi Vespa
cu havi lu chiuritu si lu raspa.

1. Lu puddicinu dissi ni la nassa
quannu maggiuri c’è minuri cessa.

1. Lu maritu ci dissi a la muglieri
la vesta cu la fa, l’av’a pagari.

1. La muglieri ci dissi a lu maritu
ad Agustu pari cu va carzaratu.
1. Lu suli si nni va dumani veni
si mi nni vaiu iu nun torna cchiuni.

1. Chiddu chi voli Diu la notti a gregni
lu jurnu a racinidda ni li vigni

1. Chiddu chi voli Diu dissi Guaglianu
la notti chiovi e lu juornu fa bbuonu

1. Vitti lu mari, vitti la marina
vitti l’amanti mia ca navicava

1. Comu aiu a fari cu sta ma vicina
c’avi lu meli mpiettu e nun mi nni duna.

1. M’aiu a maritari nun passa ouannu
pi campari muglieri nun mi cumpunnu

1. M’avera a maritari senza doti
chi sugnu foddi ca fazzu sta cosa

1. Dicci a tò mamma ca nun si piglia pena
la robba ci ristà ni li casciuna.

1. Si piccilidda e vatinni a la scola
ca quannu ti crisci m’è pigliari a tia.

1. Si piccilidda e ha lu cori ngratu,
mi vidi muortu e nun mi duni aiutu
quannu vidi affacciari lu tabbutu
tannu mi cierchi di darimi aiutu.

1. Si piccilidda e fa cosi di granni
pensa quannu ti criscinu sti minni

1. Quantavi chi studiu sta canzuna,
pi mpararimilla sta simana

1. L’aiu avutu na donna taliana
ca la so facci era na vera luna
nni lu piettu porta na cullana
si vuogliu lu so cori mi lu duna.

1. Vieni stasira ca mi truovi sula
l’ura è arrivata di la tò fortuna.

1. La carta di la leva a mia vinni
m’accumanciaru a viniri li malanni.

1. Partu e nun partu, comu vurria fari,
bedda sugnu custrittu di partiri
sugnu custrittu di lassari a tia
e quannu pienzu ca t’aiu a lassari
la vucca di feli s’amaria.
Lu vaiu diciennu nun ni puottimu amari
si nun muoru cca muoru addavia.

1. Mamma priparatimi un maritu
ca sutta lu fallarieddu c’aiu lu fuocu
Sutta lu fallarieddu c’aiu lu fuocu
dintra lu russu e fora è sbampatu
sutta lu fallarieddu ci hai lu meli
sugnu picciottu e lu vuogliu tastari
Sugnu picciottu e mi nni vaiu priannu
schiettu mi l’haiu a godiri lu munnu.

1. Vidi chi fannu fari li dinari
fannu spartiri a du filici cori
Ti pigliasti ad una ca nun sapi parlari
tutta pirciata e china di valori;
mancu a la chiazza cchiù la po’ purtari
vidi li beddi e lu cori ti mori.

Affaccia amuri e sientimi cantari
ca t’è fari pruvari comu si mori.

1. quannu ti viu lu me cori abballa
comu lu fuoco ni la furnacella,
quannu ti viu lu me cori abballa
comu lu vinu russu nni la buttiglia

1. Lu sabbutu si chiama allegra cori
mmiatu cu avi bedda la muglieri
cu l’avi ladia ci mori lu cori
e prega ca lu sabbatu nun veni.

1. Comu ci finì a lu gaddu di Sciacca
pizzuliatuddu di la sciocca.

[Pasqua 74]

1. Veru ca la mintissi la scummissa
cu si marita lu fuocu ci passa

1. L’omu ca si marita è ammunitu
la muglieri ci fa da diligatu

1. Hann’a passari sti vintinov’anni
unnici misi e vintinovi jorni

1. E li minneddi tò sciauru fannu
sunnu viglianti e mi cala lu suonnu

1. Chiddu chi voli Diu dissi Marotta
quannu si vitti lu fuocu di sutta.
[variante oscena e beffarda]
quannu si vitti la soru di sutta.

1. Chiddu chi voli Diu dissi Guaglianu
la notti chiovi e lu jornu fa bbuonu