giovedì 9 maggio 2013

GALEOTTO FU IL CASTELLUCCIO


  • Per galeotto intendo che ha ispirato e ispira tante cose! E quante ne potrebbe ispirare, questo tesoro visibilissimo e negletto!La vallata ai suoi piedi è un anfiteatro naturale, che fa pensare al peruviano  Matsu Picchu nella valle dell'Urubamba.Dalla linea ondulata delle colline sullo sfondo, si leva il cono imbiancato dell'Etna.Il Castelluccio: una risorsa per Racalmuto. L'ennesima occasione da valorizzare per la Sicilia. Questi pensieri mi ha  suggerito una chiacchierata su fb che pubblico di seguito. Le immagini a corredo rendono plastiche le parole facendo risaltare ed esaltando il loro senso.



      • Martedì 7 Maggio

      • Domenico Mannella

        Carissimo Piero non trovo più "OH CASTIDDUZZU MIU" puoi inviarmelo di nuovo?? Non si sa mai?! Dovessi avere il tempo sufficiente! Altrimenti avrei un'idea di riserva, sentiamo che ne pensi tu. Durante la recitazione della poesia potrei eseguire, io solo, un sottofondo di musiche medievali al flauto dolce, per ricreare il tipico ambiente sonoro, nell'ambiente architettonico del tempo!! Che ne pensi??
      • Piero Carbone

        Oh Castiddruzzu miu ca ti scurdaru
        n capu na muntagnola abbannunata
        d'un circu russu lu suli a lu scurari
        ti circunna e mpacci lu paisi po taliari.

        Seculi, dimmi, quantu nn a sfidatu
        cu ssi macigni di rocchi a sustintari,
        supirchjarii quantu nn a vidutu
        nni ddru paisi ca ti voli scurdari.

        Sicuru e fermu, livatu ni l'antu,
        tu sienti lu vientu hiuhhiari e quarchi
        rocca chi ddra ssutta sempri cadi.

        Ancora, bieddru miu, ca n capu a stari
        comu n'aquila cu l'uocchji grifagni
        chi accuvacciata n capu l'ova av'a cuvari.


      • Piero Carbone

        Eccolo. Te lo rinvio. Anche l'dea flautata è intonata. Il post del blog sul Castelluccio circa il sopralluogo del 27 aprile è stato cliccatissimo e commentatissimo. L'idea attrae.
      • Domenico Mannella

        Caro Piero mi fa piacere il tuo gradimento per l'idea "flautata". Ti ringrazio anche per la prontezza della risposta. Il post sul Castelluccio l'avevo già visto, ma non ti avevo ancora fatto i complimenti. Davvero bravo. Raccogliere le foto fatte casualmente, insignificanti al primo scatto, semplice foto ricordo, vederle trasformare in narrazione didascalica-visiva, sorprende, stupisce, meraviglia, spinge ad apprezzare, riconoscere e ammirare l'animo e l'abilità del poeta e del narratore che trasforma in poesia dalla pietra alla fotografia!! A presto. Domenico
      • Mercolì 8 Maggio 

      • I complimenti sono ricambiati, sentitamente ricambiati, ma pensando, Angelo Cutaia permettendo e ad Angelo permettendolo, pensando a quante iniziative belle si potrebbero fare al Castelluccio, alle risorse da valorizzare, a quanti artisti potrebbero arricchirlo con il loro estro, a quanta e quale bellezza vi potrebbe svettare, al riverbero che ridonderebbe sul paese, viene da ipotizzare che l'atteggiamento più proficuo, per quanti si troveranno coinvolti in questa e nelle avventure future, nonostante le difficoltà e le eventuali opposizioni, e parafrasando un noto "gioco" televisivo, debba essere il seguente: accettiamo e andiamo avanti!



        Oh my dear castle that all have forsaken
        Sitting upon a mountain all alone, forlorn,
        at dusk a reddish circle glows around you
        and you can gaze upon the town.

        How many centuries have you withstood
        with your enormous rocks the test of time?
        Tell me, how many wrongs have you endured
        from that commune that wishes you were gone?

        Solid and strong, raised high in our midst,
        you feel the hissing of the blowing wind
        and hear your stones that keep on crumbling down.

        You must remain up there a long, long time,
        just like an eagle with rapacious eyes,
        sitting upon the eggs to hatch its brood.






        Ringrazio per la traduzione l'amico Gaetano Cipolla, docente della St. John's University, New York. 
        Quadri e foto di (iniziando dal primo in alto):Nicolò RizzoPicipòNicolò RizzoGiuseppe TuccioMedaglia bronzea senz'altra indicazioneRenzo ColluraAlessandro Giudice


        http://archivioepensamenti.blogspot.it/2013/05/al-castelluccio-accade.html
        http://www.youtube.com/watch?v=k0wFlaW64-c

martedì 7 maggio 2013

IL FAMOSO CASO DI SCIACCA SCRITTO E RISCRITTO






Quando Dino Catagnano, su suggerimento, come seppi dopo,  di Ignazio Navarra, mi propose di presentare   Lu Casu di Sciacca di Lorenzo Raso, ho accettato con prudente ritrosia perché mi era familiare la notizia del “caso” ma solo indirettamente e perciò ho preso tempo per approfondirne la conoscenza e colmare una lacuna che avrei voluto colmare da troppo tempo.

Appresi del caso di Sciacca la prima volta, studiando le origini del mio paese. Parlando di Giovanni III del Carretto, figlio di Ercole,   così scrive Nicolò Tinebra Martorana nel suo libro Racalmuto. Memorie e tradizioni:

“Questo barone  visse assai lungo tempo a Racalmuto. E’ celebre nella storia di Sicilia, per avere preso parte non poca nel famoso caso occorso fra suo zio Paolo del Carretto ed i Barresi di Castronovo, che, dopo quello di Sciacca, è uno dei più sanguinosi.”



A monte del “caso” ci stanno un’offesa, uno schiaffo e un agguato presso una chiesa.
Se si aggiunge la circostanza che Pietro Perollo, uno dei due protagonisti del cosiddetto primo Caso di Sciacca, ha sposato Francesca del Carretto, la familiarità con le vicende saccensi per un racalmutese è intrinseca e scontata.  
E qui si potrebbero fare naturalmente parecchie digressioni. 

Mi limito a segnalare, del Savasta, il Trattato secondo in cui si accenna la cronologia di quelle nobili famiglie, che si ritrovarono in Sciacca nel tempo di questo caso,  dove ben cinque pagine della trascrizione dattiloscritta sono dedicate alla Famiglia Carretti o del Carretto.

Ma trascendendo il localistico aggancio storico, una riflessione ho maturato e che voglio qui riproporre.



Il caso di Sciacca non esisterebbe se la letteratura non se ne fosse occupata, se i cantastorie non l’avessero cantato e divulgato fino a diventare anonima locuzione, un modo di dire (l’annittaru a Pirollu!), se non fosse diventato popolare cadenza, filosofico rammarico:
Casu di Sciacca, spina di stu cori
di quantu larmi m’ha fattu ettari!
Iddi si lazzarianu comu cani
di Sciacca ‘un ni rimasi ca lu nomu.

Anche Internet contribuisce a rendere noto un fatto che tanti probabilmente ignorerebbero del tutto.

 A riprova della suddetta affermazione, poniamo in controprova una domanda: al di fuori di una ristretta cerchia di studiosi, chi sa della “spietata (…)  discordia fra i Siscari e i Moleti in Messina, fra i Guerrera e i Paternò a Catania, fra i Sanclementi e i Fardella a Trapani, fra i Naselli e i Montaperti ad Agrigento, fra i Bonanno e i Gravina a Caltagirone”?  (A. Scaturro, Il Caso di Sciacca, Scuola Tip. “Boccone del Povero”, Palermo 1951).

Eppure, come sostiene sempre lo Scaturro, “molte città dell’Isola furono teatro di sanguinose lotte che spesso, sotto l’apparenza politica nascondevano l’animosità di famiglie potenti”.

Anche per Raso
Li guerri fratricidi nun si cuntaru;
ogni citati àppi  la so storia.


 Immaginate se invece queste storie, questi casi fossero stati assunti e “de-formati” in qualche racconto di Borges?
Per allargare lo sguardo, chi saprebbe la storia del Carro di Nimes se non fosse stata divulgata e scritta nel 1200 un’apposita chanson appartenente al “Cycle” de Guillaume d’Orange e riguardante fatti di quattro secoli prima?

E il caso di Sciacca?
Il corpus  dei fatti c’era già, in latino e in volgare, c’erano i documenti. Basta consultare il relativamente recente libro di Pio Lo Bue del 1993.
Raso lo sa:
Scaturru, Ciacciu a autri ancora,
ogni sforzu a tia lu dedicaru;
genti di saggizza e di cultura,
chi li misteri toi tutti studiaru.

Pertanto il suo intento non è quello di gareggiare con gli storici o di contrapporre documenti a documenti, ma molto più semplicemente di riscrivere i fatti in siciliano.
Non penso che la sua opera porti con sé novità di documenti inediti o originali, anche se condotta, come ha scritto mons. Dimino, “alla luce dei documenti e delle tradizioni popolari”; essa ricalca quanto assodato dalla storia, meglio: dagli storici, dalla tradizione.


Eppure, una novità quest’opera la porta: se stessa.
 L’autore del resto declina ogni responsabilità ermeneutica e dichiara: 
cu avia raggiuni lu dirà la storia.
Il poeta,  sebbene definisca storiografico il proprio Poemetto, non si deve giustificare, anzi, può permettersi delle libertà che lo storico non può.

Se, pertanto, non è la fondatezza documentale, qual è allora la specificità del libro di Raso, visto che i fatti del caso di Sciacca non sono invenzione personale e appartengono a tutti?



Il caso di Sciacca ricalca universali strutture e movenze dei fatti epici.
Come nell’Iliade, ad esempio, troviamo che  in principio la causa di tutto è una donna. Salvo poi scoprire che dietro evidenti, semplici ragioni, ci stanno altre e più complesse ragioni; dietro i singoli personaggi ci stanno popoli o fazioni di un popolo diviso e contrapposto.

 Ma l’aspetto più importante è che, al di là delle divisioni rappresentate, nella diversità dei ruoli e della collocazione, tutti si riconoscono nel racconto epico: tutti gli attori coinvolti acquisiscono e rafforzano la loro identità: chi ascolta, chi legge. Chi scrive.











Quadri di Renzo Collura.