sabato 2 marzo 2013

GLI EBREI A RACALMUTO. E DINTORNI




Abreu! Ebrei! Comu li giudei! dalle nostre parti sono modi di dire. 
Indicano comportamenti, atteggiamenti, modi di essere, una categoria astratta. Ci siamo abituati a sentirli e magari a ripeterli fin dall’infanzia. 

Con l’età matura si apprende che gli ebrei, o giudei,  sono un popolo concreto, storicissimo e lontano: la Palestina, la crocefissione, la diaspora… 
Quando poi scopriamo che sono stati anche a casa nostra, nei nostri territori, nei nostri paesi, e sopravvivono tutt’oggi nel nostro linguaggio, ce ne meravigliamo, più o meno compiaciuti, e vogliamo saperne di più. 

Entrano qui in gioco gli storici che con i loro mezzi di indagine e i loro metodi cercano di dare fondamento alle voci, ai modi di dire, agli indizi.  

Per noi l’ha fatto il giovane Nicolò Tinebra Martorana, pur non essendo uno storico di professione, il quale, quasi come un etnostorico ante litteram, non disdegna di considerare degne di valore documentale le cosiddette fonti orali, le tradizioni, la cultura immateriale.




TESTIMONIANZA DEL TINEBRA MARTORANA

"Esiste a pochi passi dal nostro Comune, e dalla parte del Carmine, un luogo detto Giudeo, con un fonte dello stesso nome. Non è dubbio che su questo suolo dovette abitare una colonia ebrea. Però Di Giovanni (1), diligentissimo scrittore su tal soggetto, non ne fa alcun cenno, pure intrattenendosi a parlare intorno agli Ebrei dei paesi circonvicini come Naro, ecc.

Che essi fossero numerosissimi a Girgenti ed a Naro e che i luoghi da essi abitati siano chiamati in questa prima citta Giudecca, è cosa ormai certa. Che essi fossero venuti a stabilirsi intorno al 5° o 6° secolo di Cristo ed altri in epoca più recente in ogni citta del Val di Mazara ed in non pochi dei Comuni, mescolandosi dapprima con i Cristiani e poi divisi e collocati nei loro ghetti, ne parlano tutti gli storici ed in ispecial modo Di Giovanni, La Lumia e Picone, il quale pubblicò documenti importantissimi non accennati da altri (2). 

Ma non sappiamo quando siano venuti a stabilirsi nel nostro Comune e quale sia la loro storia. Essi perciò se ne allontanarono nel dicembre dell'anno 1492 insieme agli altri Ebrei di Sicilia.
Ma la voce della tradizione parla costantemente di essi... 
Questo è segno non dubbio che gli Ebrei furono fra di noi, perché se ciò non fosse, la tradizione sarebbe muta e non sopravviverebbero alcuni loro usi."

Nicolò Tinebra Martorana, Racalmuto. Memorie e tradizioni, Assessorato ai Beni culturali del comune di Racalmuto 1982 (Prima edizione 1897)

(1) Di Giovanni - Ebraismo in Sicilia.
(2) G. Picone, Mem. Stor. Agrig., tra documenti.









TESTIMONIANZA DEL PICONE 

“Antichissima fu dunque la comunità degli Ebrei-girgentini, di cui si vede fatta menzione nei diplomi dei Normanni degli Svevi degli Angioini degli Aragonesi, fino al giorno della loro espulsione dall’Isola. 
[…] Essi vestivano gli abiti della loro antica patria.”

“La colonia ebraica era nostra concittadina, essa trafficava, commerciava, acquistava ed alienava beni, che possedette nel nostro territorio e nella città nostra, ove sorse la sua meschita, riccamente dotata da Salomone Anello, pio e sapiente ebreo-girgentino.
“Questa meschita, appellata anche dai nostri Ebrei (come dagli Arabi) Gemâ’, era sita nella strada, che allora appellavasi Reale, e confinava colle case del nobile Matteo Pugiades."

Giuseppe Picone. Memorie storiche agrigentine, Industria grafica T. Sarcuto snc, Agrigento 1984, riproduz. anastatica dell’edizione del 1866, pp. 510, 511.






TESTIMONIANZA DEL VALENTI


“Alfonso il Magnanimo aveva cercato di eliminare il dissidio tra cristiani ed ebrei, nominando, nel 1428, Gran Maestro degli Ebrei il girgentino Matteo Gimarra, che li avrebbe istruiti nella religione cristiana. 

"Giovanni d'Aragona, a sua volta, aveva concesso agli Ebrei di aprire, nel 1466, scuole a Girgenti, Naro, Siracusa e Polizzi. (1)

Durante gli anni di apertura dei re aragonesi nei confronti degli ebrei, il barone di Grotte Federico di Montaperto fu eccezionalmente confermato dal viceré Moncayo nella carica di governatore della Giudecca di Girgenti, a seguito della ‘supplica’ degli ebrei della città, i quali ne lodavano la correttezza  (2) e l’elevato senso di giustizia. La carica gli conferiva poteri decisionali nelle cause civili e penali di questa minoranza etnica”.

Calogero Valenti, Grotte. Origini e vicende, Amministrazione comunale di Grotte, stampato presso la Tipografia Moderna di C. Vitello, Racalmuto 1996, p. 59.

(1) G. Picone, op. cit., p. 747

(2) B. G. Lagumina, Codice diplomatico dei Giudei di Sicilia, Palermo 1890, ora rist. anast. 1990,
vol. II, pp. 7-10. Provvedimento in data 23 dicembre 1459.





giovedì 28 febbraio 2013

I POST DEL MESE. Febbraio 2013

SCIASCIA AL BAR E IL QUATTORDICENNE SAVONA





Un ragazzo quattordicenne scorge in un bar di Palermo  il famoso scrittore Leonardo Sciascia e non trova nemmeno il coraggio di avvicinarglisi per chiedere un autografo su un suo libro che stava leggendo: lo avverte così vicino, così lontano, sempre per effetto della stessa ammirazione, alla fine se ne va lasciando lo scrittore davanti alla sua tazzina di caffè e portando con sé quella visione del "suo" Sciascia come un inaspettato tesoro regalatogli dai libri amati e da un quasi fortuito incontro.

1.


Chissà se Matteo Collura pensava ache ai futuri Savona quando nel 1991scrisse la prefazione al volume collettaneo Ricordare Sciascia col suo "auspicare che a parlarne o a scriverne siano coloro i quali abbiano su di lui qualcosa di utile da dire o da scrivere; e che soprattutto non serva, il ricordo di Sciascia, a patetiche messe in mostra".


Ma "utile" in che senso - verrebbe da chiedersi - e a chi? 

Non penso sicuramente si riferisse alla utilità di acquisire titoli per affermazioni e visibilità accademiche e giornalistiche, come invece pare sia puntualmente avvenuto.


Era inorridito, Collura, da quello che aveva osservato all'indomani della morte dello scrittore: "Sì, perché ognuno parla di un suo Sciascia, sciorinando verità che fino a quando Sciascia era vivo aveva tenuto dentro per 'rispetto del maestro'".


Concordo con Matteo Collura che di Sciascia se ne sarebbe e se ne sia scritto in modo utile, e, aggiungo, anche strumentale, una ragione in più per apprezzare l'odierna testimonianza di Alessandro Savona: fresca schietta disinteressata.
Un vero documento che testimonia come lo scrittore di Racalmuto venisse percepito e come sarebbe stato testimoniato al di fuori della esclusiva cerchia degli sciasciani di stretta osservanza e spesso di personale convenienza.


Anche Savona pertanto  può dire legittimamente "il mio Sciascia" perché, come ha scritto sempre Collura, tra prerogative esclusiviste di accaparramento testimoniale e ragionevoli aperture di un discorso critico: "Nessuno potrà dire: io sono l'unico vero custode della sua memoria."

2.




“Nel 1966 sarà pubblicato A ciascuno il suo
Nel 1981, appena quattordicenne, vorace di letteratura, lessi gli ultimi capitoli di questo libro a pochi metri dalle vetrine del summenzionato bar. Durante una pausa decisi di andare a bere un bicchiere di acqua gassata, denominata seltz, non senza una punta di innocente snobismo dagli assetati che si avvicinavano al bancone di metallo lucido come specchio. 
Andavo fiero delle mie letture, e il potere ammaliante della scrittura mi aveva da tempo catturato senza indugi. 

Con 1'aria schiva di Laurana, il personaggio del professore protagonista del romanzo, mi rivolsi al più anziano dei camerieri che, con un sorriso privo di malizia, manifesto come sempre un'ossequiosa deferenza nei confronti di un ragazzino riccioluto, il cui cognome sembrava degno di rispetto forse per effetto retroattivo delle decisioni prese da quel nonno nei decenni precedenti, decisisioni grazie alle quali adesso il compunto cameriere vantava un rispettabile lavoro da Caflisch.
L'uomo lasciò cadere una fettina di limone tra le bollicine dell'acqua che, con gesto teatralmente energico, aveva fatto venir fuori da un sifone, infine mi porse il bicchiere. 

Fu mentre bevevo che mi accorsi di lui, Leonardo Sciascia, e per un attimo non credetti ai miei occhi. 
Lo osservai a lungo, magro e lungo com'ero, con il libro sotto al braccio e il bicchiere d'acqua nella destra. 
Cercai conferma negli occhi del cameriere e un piccolo cenno d'assenso procurò un'accelerazione dei battiti del mio cuore. 
Ero incredibilmente timido, quindi non mi avvicinai a Sciascia per chiedere una dedica. In compenso bevvi il bicchiere di seltz pù appagante della mia vita. 

Sul suo tavolino troneggiava una tazzina di caffe, accanto  a essa erano posti dei fogli di carta sui quali i gesti lenti di una penna apponevano piccoli, minutissimi segni. 
Poco discosta, su un posacenere di vetro, una sigaretta si consumava lentamente, mentre leggere volute azzurrine si congiungevano al pulviscolo accecante del tramonto."

Alessandro Savona, Caffè d'orzo, latte di mandorla e seltz, Gruppo editoriale Novantacento, Palermo 2013. Per gentile concessione dell'autore e dell'editore.






3.



1. Copertina del libro
2. Foto riportata nel libro del palazzo all'angole di via Libertà a Palermo che ospiterà la la Pasticceria svizzera Caflisch
3. Foto di Pietro Tulumello , in "Nuove Effemeridi" a.VIII, n.9, 1990/I


mercoledì 27 febbraio 2013

A QUALE SANTO VOTARCI




In tempi di crisi non si sa veramente a quale santo votarci.

Nel 1626, Agrigento, infestata dalla peste, escogitò una bella pensata per liberarsi dal flagello: non riuscendo a trovare rimedio che si rivelasse efficace decise di votarsi non ad uno soltanto ma  ad una molteplicità di santi, una sorta di assicurazione statistica nel caso uno o l'altro non fosse risultato decisivo.  

E oggi?

Se non è peste è disoccupazione, se non è colera è crisi economica, se non è moria è spread, e se non sono santi sono partiti.
Sperando che la loro moltiplicazione, come speravano gli agrigentini nel 1626, funzioni.

E intanto la peste...




«In nomine sanctae et individuae Trinitatis Patris, Filii et Spiritus Sancti — Amen.

« Questa magnifica città di Girgenti, conoscendo, che per li suoi peccati, et per giusto giudicio di Dio è stata visitata con la tribulatione del morbo contagioso, et vedendo, che di giorno in giorno cresce, e che non bastano li rimedy humani a guarirla, mettendo tutta la sua speranza in Dio padre, et in Gesù Christo suo figliolo, si revolgi a domandarli perdono, e chieder la celeste medicina della sua infinita clemenza, et pietà, et acciò maggiormente possi placare il suo giusto sdegno, recorre alla sua piatusissima madre, et alii santi suoi padroni et protetttori, acciò colla sua santa intercessione rendino 1'ira di Dio placabile.

Laonde li spettabili D. Andrea Del Porto, D. Franccsco Maria Montaperto, D. Juanni Gamez, et il dottor D. Marcello Trainti, giorati, con 1' intervento dell' illustrissimi e molto reverendi signori canonaci della Cathredale D. Corrado Bonincontro, D. Francesco Magro, Di Giovanni Carchia, D. Filippo Marino, D. Sigismondo Tagliavia, D. Vito Alaijmo, don Francesco Greco, D. Francesco Navarra, D. Epifanio di Mole, D. Gaspare Traina, D. Francesco De Fide e D. Thumasi Quaglia




suplichevuli, prostrati inanzi il ss. Sacramento, ed alii piedi della beatissima Vergine, promettono mandare con una torcia ad accompagnare il ss. Sacramento, che, quantevolte sonerà 1'orologio, dirsi l’ave Maria,
digionare le sette vigilie delle sette feste della Madonna,
et in honore della stessa la processione ogni anno alii ij d'agosto della reliquia delli santissimi capelli;
confirmano dippiù la laudabile consuetudine di farsi ognanno li festi dei santi Libertino,
Gregorio
et Gerlando
et Vittoria, nostri padroni;
confirmano dippiù la processione ognanno di s. Sebastiano,
ed anco si pigliano per devot' et avvocati d'essa città li gloriosi s. Rocco,
ed il beato Felici cappuccino;
ultmamente promettino fare la festa cola processione sollenne a s. Rosalia nel suo giorno,

et cossi esortino tutti li suoi successori e citatini in perpetuo a fare observare questi proponimenti, a gloria di Dio e della sua santa Madre, e suoi santi padroni e protettori. — Amen.

— A 27 aprile 1626.— Canonicus D. Philippus Marino compilator etc.

Dai Privilegi della Cattedrale, Vol. II, pag. 110 v. citati in Giuseppe Picone, 
Memorie storiche agrigentine, Agrigento 1984, seconda ristampa anastatica 
dell’edizione del 1866





I quadri e i disegni sono di Pietro D'Asaro detto "Il Monocolo di Racalmuto" (1579-1647).