martedì 19 febbraio 2013

DA DOVE VIENE LA CASSATA?




Ringrazio l'amico Salvatore C. Trovato, titolare della cattedra di Linguistica generale all'Università di Catania, per la gustosa disquisizione sulla  cassata siciliana. 

Anche se pubblicato in un tempo liturgico poco consono, il post non vuole essere incitamento a contravvenire alla pia pratica del digiuno quaresimale,  semmai, a scongiurare altri digiuni, relativi alla curiosità intellettuale e alla conoscenza. 

Soltanto per ragioni di snellimento grafico, mi sono permesso di scandire il testo in brevi paragrafi appositamente titolati.   P. C. 

       




PER LA STORIA DELLA CASSATA
di Salvatore C. Trovato

Della parola cassata, con la quale si indica il “dolce assoluto” di una “terra esagerata e senza misure”, come scrive Diletta Barone nel romanzo Sull’acqua e sul vento (2003), sono state date numerose spiegazioni etimologiche.

    La parola “cassata”: si inizia da Placido Spatafora
Michele Pasqualino nel suo Vocabolario etimologico siciliano italiano e latino (1785-95) ne ricorda quattro. Di queste, almeno due sono dovute a Placido Spatafora, il cui Vocabolario manoscritto il Pasqualino utilizzò per il suo.

Cassata spagnola
Lo Spatafora, sicuramente senza volerlo, fornisce a mio parere la motivazione della parola già in sede di definizione lessicografica. Cassata, infatti, è per lui una «sorte di torta con zucchero, e ricotta dentro d’una cassetta di pasta; quasi dicesse incassata». Senza volerlo, dicevamo, perché subito dopo addita nello spagnolo quesada l’origine della nostra parola.

Cassata ebraica
Il Pasqualino, dal canto suo, spiega cassata con l’ebraico casah «coprire, per essere coperta, a differenza delle altre torte, che non lo sono», mentre riferisce che il padre, Francesco, cui si deve la prima redazione del Vocabolario, spiega la parola col latino «caseus, caseata, cassata, perché ve ne sono fatte anche di caciocavallo, dette, cassate di caciocavallo».

Cassata araba
Un secolo dopo Michele Amari (1872), propone l’arabo kas’at «scodella grande e profonda, com’è veramente la pasta di quel dolce, ripieno di ricotta o di crema», ripresa poi dal Dizionario Etimologico Italiano (1950-57), che propone, però, la forma dialettale qa’at.

Cassata “francescana”
Infine, Alberto Vàrvaro nel suo Vocabolario etimologico siciliano (1986), dove riporta tutte le attestazioni della parola a partire dal 1312 e le proposte etimologiche fatte, propende, alla maniera di Alessio (1972), per un prestito ipercorretto dall’Italia centrale, in cui possono avere avuto un qualche ruolo i francescani (la cassata sarebbe «una vivanda di magro»). Insomma un casciàta italiano meridionale certo con pronunciato allo stesso modo del della parola farmacia in bocca catanese , sarebbe diventato cassata in Sicilia per evitare una pronuncia a torto ritenuta errata.



Quale l’origine vera?
Ora, delle sei proposte ricordate, la maggior parte pongono difficoltà insormontabili sul piano della fonetica storica. Così, lo spagnolo quesada, l’ebraico casah e l’arabo qa’at non spiegano perché mai la forma siciliana ha due -ss-, mentre le ricordate basi etimologiche proposte ne hanno una sola.

Cassata latina
E la stessa cosa può dirsi anche per il lat. caseus/caseata. Per quanto riguarda quest’ultima, poi, è chiaro che se ammettiamo l’ipercorrezione, dobbiamo anche ammettere il prestigio del toscano sul siciliano fin dagli inizi Trecento, dal momento che, come si è già ricordato, la prima attestazione siciliana di cassata è del 1312. Una data troppo alta per non esprimere pesanti riserve di ordine cronologico.

Con ricotta o con uova?
Inoltre, mentre dalla documentazione scritta appare chiaro che la nostra cassata è fatta con prodotti caseari (ricotta, formaggio e finanche caciocavallo), in un solo isolato caso (1519) è fatta con uova.
Insomma, mentre dal punto di vista della motivazione  e dell’etimologia – nonostante la riserva della -ss- tutto sembra portare a caseata, non è da sottovalutare il fatto che nessuna delle fonti ci dice com’è fatta la cassata.
Ad eccezione del Pasqualino, il quale, fermo restando che l’ingrediente della farcitura è la «ricotta raddolcita con zucchero», aggiunge che la ricotta è contenuta in un «rinvolto di pasta anch’essa raddolcita».
Un «rinvolto» – non se ne precisano la forma né i modi dell’esecuzione – che avvolge e incapsula la ricotta.
Proprio alla stessa maniera della definizione lessicografica dello Spatafora: «sorte di torta con zucchero, e ricotta dentro d’una cassetta di pasta; quasi dicesse incassata».





 Ingredienti e procedimento
A questo punto, a meglio intendere la proposta etimologica e motivazionale che andiamo a fare, è opportuno descrivere brevemente il procedimento per fare la nostra torta.
Essa si costruisce dentro un’apposita tortiera alternando strati di listarelle di pan di Spagna (imbevuti di liquore) con crema di ricotta. Le listarelle di pan di Spagna chiudono lo strato superiore come quello inferiore della cassata, nonché i lati, ma su questi alternate con listarelle di pasta reale, per lo più di color verde.
La torta così costruita viene ora posta sotto pressione per alcune ore o per un’intera nottata.
Quando il prodotto si è consolidato, viene capovolto su di una base e decorato ancora con pasta reale, una glassa di zucchero e frutta candita.



Indietreggia la latina caseata
Ora, si considera tutto ciò, caseata perde vistosamente terreno, come base etimologica di cassata, rispetto a *capsata che, oltre che sul piano della motivazione, acquista vigore e credibilità anche sul piano fonetico: il nesso di consonanti -ps- nel siciliano evolve in -ss- come mostrano, oltre al nostro cassata, parole come jissu ‘gesso’ da gypsum, chissu ‘codesto’ (pron.) da  eccu ipsu e ssu (agg.) da ipsu.

Indietreggia la sicula ncaçiata o ncasciàta
Se così è, va da sé che i vari casata, casciata, caseata, casiata e casiatum registrati dal Du Cange e di probabile provenienza italiana meridionale, etimologicamente sono ben altra cosa rispetto al sic. cassata. Peraltro il tipo *incaseata riferito, ad es. al modo di cucinare la pasta, ha dato luogo nel sic. a (pasta) ncaçiata, oltre che, per etimologia popolare, a (pasta) ncasciàta. Neppure l’ombra di un *(pasta) ncassata.


Avanza la “incassata" di Placido Spatafora
È ancora lo “stampo” o, ancor meglio, il “rinvolto”, nel caso delle cassatelle di Agira o delle cassate di Sperlinga (dolci di Natale a base di un farcia di mandorle e cioccolato ad Agira, o di fichi, mandorle e uva passa a Sperlinga), a costituire, ancora una volta, l’iconimo o immagine motivante di questa parola, come, senza volerlo, aveva indicato Placido Spatafora poco più di due secoli fa.




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Foto proprie


Altri post del prof. Trovato:
http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/12/gli-arabi-dalle-nostre-parti.html

http://archivioepensamenti.blogspot.it/2012/12/lu-cahe.html


lunedì 18 febbraio 2013

SU LOUISE HAMILTON CAICO, PADRE BUFALINO E DINTORNI. Polemiche? No, chiarimenti.


 



Carissimo Piero, ho letto il blog di Taverna ed ho pensato di replicare al suo scritto.
Ciao Federico

 

 Federico Messana

In riferimento al testo pubblicato da

 Calogero Taverna

 in data 13 febbraio 2013



Ho letto con attenzione l’accorata difesa dello storico Taverna di questo famoso (come dice lui) o famigerato (come da tradizione) padre Bufalino.

A me pare che, come successe a Sciascia, anche Taverna sia stato pizzicato nel vivo, quando il campiere Augello riferisce a Luisa Caico che quel prete, padre Bufalino, che aveva fatto da guida al castello, non fosse certo in odore di santità e che era la persona più intelligente di Racalmuto! 
Uno scivolone grottesco perché, a mio giudizio, la Caico, non essendo del posto né tantomeno una storica, ha riferito ciò che la guida gli suggeriva: e di lui si fidava ciecamente, “strusciamenti” a parte.




Quando un po’ prima del 1980 (se non ricordo male) andammo a trovare Sciascia alla Noce per sottoporgli parte della traduzione del libro della Caico, nel caso volesse scriverne una prefazione, prese tempo e poi non fece nulla. 
Pubblicò invece la prefazione al libro di Tinebra (che Taverna acclude al suo scritto) e si limitò (offeso) a dissertare sull’intelligenza dei racalmutesi. Non parla invece minimamente del prete Bufalino, di cui “non gliene fregava niente”. 
Padre Bufalino sarà stata la persona più brava ed integerrima del circondario, ma di certo circolavano dicerie sul suo conto in senso contrario. Non ho alcun interesse a volere difendere la Caico, ma sembra chiaro a tutti che riferisce una “vox populi” e nient’altro. Non aveva interesse a modificare la realtà.

Vorrei fare presente poi allo storico Taverna che il marito di Luisa, Eugenio Caico, non era implicato in guai giudiziari o di qualche omicidio. La Caico drammatizza il racconto dicendo: “Hanno arrestato il sindaco”, accusato di avere sparato all’avvocato Morreale. L’accusato non era il marito Eugenio ma il cognato Federico (poi scagionato).

 L’interessante carteggio pubblicato dal bravo Piero Carbone, che ringrazio, sul suo blog (si trova naturalmente anche sul mio sito www.messana.org) è storia vera, seppur romantica, tra la Caico e lo scrittore De Gubernatis, prima ancora che la stessa giungesse a Montedoro. Sono a disposizione per fornire i relativi documenti autografi.
Tanto dovevo per mettere ordine allo scritto di Calogero Taverna, che saluto con simpatia. 
Anch’io sono di Montedoro, e se lui è cugino di Nicolò Falci, lo stesso è mio cugino: che coincidenza!

   



Le foto di Louise Hamilton Caico ritraggono alcuni monumenti di Racalmuto  all'inizio del 1900 e sono esposte alla mostra di Montedoro curata da Calogero Messana (riproduzione - molto approssimativa -tramite fotocamera di cellulare)



domenica 17 febbraio 2013

DAL WEB AL CARTACEO. E RITORNO











Arricchito con altre foto di scarpara e varbieri ravanusani oltreché di strummenti e sanguisughe utilizzate dai barbieri per asportare il sangue "marcio", ritorna nel blog ARCHIVIO E PENSAMENTI il post "Calzolai, barbieri e malasanità", dopo essere stato pubblicato sulla versione cartacea del giornale di Ravanusa fondato  e diretto da Filippo Cassaro, il combattivo e vivace "Lu Papanzicu", Anno XII, N. 130, Febbraio 2013, che tanta attenzione presta al nostro patrimonio culturale e linguistico. 







Il post originario: