sabato 5 gennaio 2013

NON MUTO SENTENTIAM


Nello studio del pittore Salvatore Cassisa


E' cambiato qualcosa dal 9 agosto scorso ad oggi quando scrivevo le riflessioni che ora ripropongo? 

Si è data soluzione o risposta ai tanti interrogativi sollevati?

I diversi attori del dibattito cittadino occupano ancora gli stessi posti di "dibattimento" o alcuni hanno abbattuto ogni differenza e si sono posti dalla stessa parte della barricata degli avversari criticati ieri? 

E perché? 

E come mai? 

Sono intervenuti fatti nuovi? 

Ci sono state pubbliche dichiarazioni di ravvedimento? 

E dove sono andate a finire le ragioni dei propri convincimenti? 

Chi era nel giusto, e chi nel torto? 

E chi lo è oggi?


Ma alcuni fingevano allora indignazione nel prendere le distanze dagli altri o sono inaffidabili ora nel proclamare un indistinto buonismo immortalato in elegiaci quadretti di famiglia?


E come mai alcuni hanno aborrito l'idea di redigere una piattaforma comune di intenti, di principi etici, di proposte progettuali,  per la ricostruzione di Racalmuto, da fare sottoscrivere alle libere associazioni, a tutti i blog e agli operatori del web che si interessavano alle sorti del paese, al di là dei diversi atteggiamenti assunti fin'allora?


Pensavo che un tale documento, come segno di distensione, come premessa di un comune cammino, si potesse e si dovesse fare, senza astio e senza rancore, senza preconcetta chiusura per alcuno, senza presunte superiorità di alcuni verso gli altri, con animo sereno, proprio nel bel mezzo di tenzoni polemiche. Inflessibili e coerenti nei principi, sì, ma sempre con la mano tesa: in fondo si vuole tutti il bene del paese, almeno a parole, pur con ricette diverse; l'importante è di non confondere questo "bene" col tornaconto personale.

Alcuni, scandalizzati da questa convergente proposta, sono scappati a gambe levate,  non volevano, schizzinosamente, "mischiare l'oro col rame" (testuali parole).   Ma chi era allora l'oro e chi è oggi il rame se, in autunno,  sono cadute quelle differenze che, in estate, animavano il dibattito politico-culturale in nome della diversità di idee e delle prese di posizione? 


Per quanto mi riguarda, "non muto sententiam". Per dirla con le parole di Seneca. La penso come la pensavo allora. Non mi interessa alcuna carica o incarico. Constato invece che proprio quelli che hanno avuto il dubbio di una mia celata "intelligenza col nemico" per il raggiungimento di fantomatiche cariche, ora, con quel nemico, con quel "rame",  a dir loro, si sperticano in elogi e reciproche smancerie buoniste.  

Non è che non si possa cambiare idea, ma qualcosa, dal punto di vista logico e nella logica dei comportamenti, sfugge. 

Qualcuno si è ravveduto? Ma chi? Non l'ho capito. Tutto questo non porta né chiarezza né arricchimento nel dialettico gioco delle diversità ma uniformità, confusione, perenne diffidenza. Se i comportamenti di oggi non sono conseguenti a quelli di ieri, con quale garanzia lo dovrebbero essere i comportamenti di domani con quelli di oggi?

Incisione su carta uso mano di Beppe Miceli

Così scrivevo il 9 agosto 2012:

La polemica, come dal cozzare di pietre durissime, sprizza scintille, volterriane scintille, e una di queste, nel buio della notte, schizzata fuori dal post di Roberto Salvo, fa intravvedere frenetiche attività: “spartirsi le cariche, governare beni, servizi e istituzioni a tavolino, come se fossero cosa loro, lo chiamano: “’La chiave’”. 
Ma con chi ce l’ha Roberto Salvo?, mi sono chiesto, quando d’un tratto mi è venuto un dubbio: è di te che parla la favola. Mi sono ricordato del post di Sergio Scimè intitolato “La chiave” dove annunciava cariche per tutti: “A1 (giornalista) e A2 (giornalista scrittore) potrebbero portare una ventata di ossigeno all'esistente c.d.a. della Fondazione Sciascia e creare un organismo nuovo, dentro la Fondazione, che rappresenti i giovani. Nel consiglio di amministrazione del Teatro: A3 (poeta),  A4 (presidente Pro loco), A5 (saggista), A6(presidente ARCI), A7 (Attrice amatoriale impegnata nel sociale) . A8 (pittore) e A9 (scultore) potrebbero occuparsi della direzione artistica del Castello, con A10 che in solitudine, in questi anni, è riuscito a dare colore e vita alle stanze chiaramontane”. 

A3 sarei io, e ringrazio per l’alloro poetico (anche se non poetico, l’alloro possiede ben note virtù medicinali che consiglio a tutti; ); lo prendo come augurio.

Ho di proposito indicato lettere numerate e non nomi per significare che nessuno è indispensabile: si devono seguire i criteri oggettivi e validi per tutti, non le ambizioni, i nomi sono secondari se al servizio di un’idea.

Quando lessi l’organigramma di Sergio Scimè mi è sembrato l’annuncio della formazione di una squadra di calcio, tuttavia lo reputai giusto nelle intenzioni (individuare persone ritenute idonee e corrette per affidare loro determinati incarichi), ma sbagliato nella forma (non bisognava preventivamente contattare queste persone, avanzare la proposta e ricevere la loro disponibilità, e solo dopo rendere pubblici i nomi? Invece è come avere letto sulla bacheca della chiesa le pubblicazioni del proprio matrimonio senza che l’interessato ne sapesse nulla.)


Opere astratte di Orazio D'Emanuele


Ma che valore può avere una tale designazione? Sono cariche in potere del blog Regalpetra o il blog a sua volta deve proporli ai commissari che a loro volta devono imporre o proporre ai diretti interessati? Ma questi nomi li propone il blog perché ha raccolto i suggerimenti dai lettori del blog? dai cittadini? al bar? Li propone in solitario il suo amministratore? Oppure ha consultato qualcuno e si è fatto consigliare?
Viene da chiedersi: è sufficiente la patente di giornalista, giornalista scrittore, poeta, presidente della Pro loco, saggista, presidente ARCI, Attrice amatoriale impegnata nel sociale, pittore, scultore, per essere le persone adatte per rinnovare la Fondazione o amministrare il Teatro o il Castello?

L’analisi e la proposta del blog Regalpetra rischiano di sortire l’effetto contrario, creare involontari bersagli alle giuste osservazioni oggi di Roberto Salvo e domani di chissà chi, di bruciarli insomma.
Volendo entrare nel merito delle valutazioni del blog Reglapetra, perché non confermare al teatro chi in passato ha dato prova, se l’ha dato, di lungimirante, virtuosa e disinteressata amministrazione?

Certo, ci sono rimasto male quando da neoassessore (maggio 2007) nel mettere piede al teatro ho letto sulla targhetta degli estintori la data di installazione: erano stati installati in occasione della “prima” apertura in pompa magna e non erano stati mai più ricaricati. Uno dei primi atti dell’amministrazione di cui ho fatto parte è stato quello di “ricaricare” gli estintori. Basta richiedere la documentazione e consultarla.

Siamo sicuri che alla Fondazione Sciascia saprà dare linfa nuova chi in passato non si è mai esposto per fare quelle osservazioni che oggi fanno i commissari su un ossequientissimo “foglio” cittadino, che oggi non difende quello che va difeso o perlomeno integrato, precisato, e ieri, più di dieci anni fa, attaccava chi faceva gli identici rilievi sollevati dai commissari di oggi? I commissari in fondo rappresentano l’aspetto esterno di quei principi che dovrebbero essere interiorizzati e guidare l’agire e il pensare di ogni cittadino.

Come mai nessuno ha raccolto l’osservazione avanzata da qualcuno, sul web, circa la non presenza e il non invito (sic!) del Direttore letterario della Fondazione Sciascia (da Sciascia voluto e designato, e manco racalmutese per essere sospettato di macchie collettive) in occasione dell’importante appuntamento del 24 luglio alla Fondazione con la presenza di ben tre ministri e tutto il resto?
Anzi, è accaduto un fatto gravissimo: all’autore della suddetta osservazione è stato indirizzato il seguente messaggio: Caro Prof. Pietro Carbone,
mi permetto di ricordarLe una massima di Anton Cechov:
"La signorilità non sta nel non versare la salsa sulla tovaglia, ma nel non mostrare di accorgersi se un altro lo fa. Anton Cechov”. 

Quanta letteratura! Che pensiero gentile! Preoccuparsi della mia signorilità!
Non ho voluto intendere la citazione come un "invito" al silenzio. Sarebbe terribile nel paese della “ragggione”.

Certo, se l’avesse letto Felice Cavallaro, si sarebbe molto indignato, come si indignò nel 1990 quando, in occasione del primo anniversario della morte di Sciascia, alcuni ragazzi che volevano distribuire davanti alla scuola media il loro “giornaletto” furono invitati a spostarsi un po’ più in là, dietro il cancello. Se ne accorse il corrispondente del Corriere della Sera, (ero presente alla scena), e apriti cielo! Come poteva consumarsi un atto di censura nel paese di Leonardo Sciascia? Questo interrogativo retorico pubblicato sul Corsera lavò l’offesa e fece la fortuna di quei ragazzi. La lavò tanto bene che all’ultimo importante evento della Fondazione sempre quello stesso “foglio” veniva distribuito in sala dallo stesso direttore, con qualche slalom tra gente seduta e gente in piedi.


Quadro di Orazio D'Emanuele

Colgo l’occasione invece per ringraziare, sebbene dopo tanto tempo, Felice Cavallaro per la stima e la fiducia in me riposta quando, dopo avergli comunicato che in quanto assessore avrei fatto parte di diritto del cda della Fondazione, mi ha esortato: “Schiodali!”. Io non avevo da schiodare nessuno, ma ho colto il senso dell’augurio per la Fondazione e per il mio incarico, di spingere cioè la Fondazione ad un maggiore dinamismo! Ho cercato di fare quel che ho potuto, con spirito critico e propositivo, come si evince dai verbali delle sedute a cui ho partecipato. Su molte iniziative mi sono trovato in sintonia col vicepresidente e col direttore letterario.

Forse ho divagato. Ma non tanto. E comunque la “colpa” è di Roberto che mi fa auguri che non posso accettare. Anzi la colpa è mia per non avere risposto subito al post di Sergio Scimé, credevo che fosse stata sufficiente un’informale e amichevole telefonata per dissipare inopportune investiture. Magari speravo che lo facessero gli altri “investiti” dando per scontato che Sergio, memore della telefonata, includesse anche me al “no, grazie, in questo modo” degli altri.

Non posso pertanto ringraziare il tagliente e appassionato voltairiano Roberto per i suoi auguri visto che così scrive: “Comunquemente sia, voglio esternare i miei più sentiti auguri e congratularmi con tutti:  intellettuali, giornalisti e poeti, per le prestigiose investiture ricevute.”
Non lo posso ringraziare per la semplice ragione che non mi sento investito da nessuna investitura. Né voglio. E ho avuto modo di scrivere altrove in una analoga “discussione” il perché.
Credo che, al di là della designazione di questo o quel nome, al di là della disponibilità di questi o di quello, per il bene della collettività, della comunità, del paese o come si vuol dire si dica, di tutti insomma, credo vada affermato un metodo che serva ad aprire le porte piuttosto che a chiuderle.


Post di Sergio Scimè

giovedì 3 gennaio 2013

DOLCI E RIVOLUZIONARI PENSIERI

Le parole nuove a volte sono quelle già dette. Le strade già percorse, le esperienze già vissute, possono essere utili ad affrontare lo smarrimento di oggi. Ce ne dà lo spunto Nicola Lo Bianco tracciando il ritratto di un personaggio che molto ha dato alla Sicilia: Danilo Dolci, sociologo, poeta, scrittore, testimone soprattutto di sé stesso, delle proprie idee, della propria abnegazione spesa per il riscatto degli altri, che erano gli ultimi.   P.C. 




Juan Paul Sartre, Lelio Basso, Danilo Dolci, Novembre´66.
Dalla bacheca fb di Sereno Dolci





“Danilo Dolci (1924-1997) - Uscire dal tempo primitivo”
                            di Nicola Lo Bianco



La vita e l’opera di Danilo Dolci sono un esempio di come è possibile cambiare “costringendo” alla saggezza gli increduli, i sottomessi ridotti al silenzio, le autorità irresponsabili.
Probabilmente fu l’impressione dell’estrema miseria che ne ebbe da bambino, seguendo gli spostamenti del padre capostazione, a farlo tornare a Trappeto, vicino Partinico, un piccolo borgo marinaro tra le province di Palermo e Trapani. […]

La prima esperienza, abbandonati gli studi di architettura, è quella di Nomadelfia con don Zeno Saltini, a Fossoli, un ex campo di concentramento nazifascista, dove orfani, ragazzi sbandati, ex ladruncoli, potevano ritrovare una casa-famiglia.
Dopo quasi due anni , confermato nei suoi propositi e sulla scorta della domanda che sempre più lo assilla – “e il resto del mondo? -, abbandona, lui triestino, il Nord, e si trasferisce definitivamente in Sicilia “per capire un mondo che nessuno si sforzava di ascoltare”. […]
Aspiravo dice in Ciò che ho imparato – a “nuovo cielo e nuova terra”…volevo scoprire l’anima della vita”.

A pochi mesi dal suo arrivo a Trappeto, nell’ottobre del ’52, assume la forma assurda e tragica della morte del piccolo Benedetto Barretta per denutrizione.
E’ il primo digiuno di protesta, l’inizio di un infaticabile impegno per far risorgere consapevolezza e speranza “in una delle zone più misere e più insaguinate del mondo”.

Sono gli anni del banditismo, delle stragi dei contadini, della mafia latifondista e politica, della negazioni di bisogni primari: lavoro, istruzione, cibo, salute, violazioni di diritti umani che corrispondevano all’asservimento padronale e mafioso.

L’acqua, ad es., l’acqua, che di nuovo oggi c’è chi manovra per farne proprietà privata, era in potere della mafia, che la gestiva secondo suoi torbidi interessi, secondo amicizie ed alleanze, o costringendo “gli altri”, la massa dei contadini, alla subordinazione e all’ossequio.
Il giovane Dolci comincia a capire il “sistema”, e si rende conto che l’acqua, in un’economia estesamente agricola, è il nodo da sciogliere per creare una breccia nel dominio semifeudale.
E’ la grande sfida della diga sul fiume Jato, l’opera alla quale i siciliani legano immediatamente il nome di Danilo:un decennio di proteste clamorose, di scioperi alla rovescia, di studi sapienti e mirati, di conferenze che chiamano in causa l’inerzia dei governi.
Ma sono anche intimidazioni, denunce, processi, galera. […]

Nel mentre che continua la partecipazione attiva alla denuncia di ogni forma di violenza, di degrado, di umiliazione dell’uomo, sorgono l’Asilo-casa per i bambini più bisognosi, il Centro studi e iniziative, Radio Libera Partinico, “la radio dei poveri cristi”, la prima radio libera in Sicilia (libera, non privata), immediatamente chiusa dalle autorità.
Il Centro di Borgo di Dio (gloria delle parole), a Trappeto, diviene un laboratorio di elaborazione teorica e pratica dove prendono la parola non solo gli studiosi più qualificati, ma anche i diretti interessati: la gente del luogo, i contadini, i disoccupati, gli analfabeti, le tante famiglie abbandonate a se stesse, taluni ex banditi.
"La mia vita è la tua, la mia vita non può non essere anche la tua", è un principio fondamentale nell’operare di Danilo Dolci, morale, di metodo, di conoscenza: dar voce agli ultimi, partecipare dal di dentro alla loro vita, valorizzare le loro competenze e apprendere dalla loro saggezza, portare le cose più alte a confrontarsi con la loro cultura, ascoltare e costruire insieme.
Si trattava davvero, in quel tempo e in quei luoghi, di “portare i disperati alla luce”, perché, oltretutto, bisognava infrangere l’atavica diffidenza e lo scetticismo dei siciliani.
Il possibile “cambiamento” sta per Danilo Dolci nel rapporto intrinseco tra individuale e collettivo, nel conoscere meglio se stessi e l’ambiente in cui si vive.
La violenza, sia fisica che verbale, è bandita senza compromessi, perché “quando dici no alla violenza e alla menzogna, la lotta di liberazione è già cominciata”: c’è la ferma condanna dell’errore, ma respinge l’annientamento e l’umiliazione di chi lo compie, fosse anche l’uomo più bieco, perché “non ci sono nemici”, ma uomini che devono essere indotti al buon senso e al senso di responsabilità. […]
E’ l’acume di Pierpaolo Pasolini a scoprire, già in alcune poesie giovanili (’51) di Danilo, un fermento religioso che identifica “Dio con il prossimo come immediata collettività…ha riscoperto L’Altro nei più poveri, soli, diseredati…”.

Invero, Danilo Dolci è uno spirito religioso che opera laicamente, è l’uomo che vorrebbe coniugare un senso mistico-missionario della vita con la ricerca tutta terrena della verità.
La morale, ad es., non può essere imposta dall’esterno, perché risulterebbe una sovrapposizione ben presto vanificata dall’incontro con la realtà; è, invece, un impegno quotidiano, deve scaturire dal dialogo, dal confronto con l’altrui esperienza, dal lavoro proiettato sul sociale, dalla ricerca di un mondo più sano, insomma, dal mettere l’uomo nelle condizioni di poter scegliere liberamente il bene e non il male. […]

Che nell’animo di quest’altro maestro del Novecento ci fosse, al di sopra dello scopo umano, un senso divino dell’operare, ce lo dice indirettamente lo storico Giuseppe Casarrubea, che in quegli anni conobbe Danilo e collaborò con lui: -Tra i suoi grandi maestri citava: Cristo e Lenin, Gandhi e Capitini, San Francesco e don Zeno Saltini-.
E, del resto, è testimonianza comune che “Danilo fu sempre povero, e non disdegnò mai di esserlo”.

Nicola Lo Bianco




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