martedì 2 ottobre 2012

ADDIO, SCUOLA CRUDELE!


Burano, 2012

Quando l’altro giorno, su facebook, uncinai con la coda dell’occhio il frammento di un documento “assicutatu” ovvero inseguito  da altri documenti e messaggi che lo spingevano in basso fino a farlo scomparire dal desktop, feci subito il percorso a ritroso per ripescare il resto della frase memorizzata. 

Era di un amico, di un amico reale prima che virtuale, e questa circostanza rendeva ancora più interessante il messaggio. Accennava a un addio alla scuola.

  Pensando alla giovanile passione per la fotografia,  e una volta addirittura presentai una sua mostra a Caltanissetta,  credetti, volli credere che abbandonava volontariamente la scuola per dedicarsi interamente alla fotografia. Gli telefonai per averne conferma. Le cose non stavano esattamente così. 

Lo spiegava molto bene la lettera pubblicata su facebook. 

E chissà quanti altri casi simili o analoghi ci stanno! La lettera di Mario Virga è solo la punta di un iceberg. Pensando alla cospicua parte sommersa dell’iceberg, ai drammi umani che stanno dietro cifre e leggi-ghigliottina, solidarizzo con Mario e con i precari in generale ospitandola, quasi a volerne amplificare la voce, sul mio blog. Come dimenticare di essere stato un precario!

Per Mario l’augurio che, nonostante lo sleale "inghippo", possa trovare sostegno e realizzazione nel e con il vecchio amore, mai completamente dismesso: la fotografia concepita come espressione artistica, perseguita come un sogno.

Burano, 2012


“Otto anni vissuti a scuola. Spero di non tornarci mai più.

In 8 anni ho fatto parte di un organismo complesso, forse troppo per i miei gusti. Sono diventato un elemento dell'insieme, una parte del tutto, sostituibile, riposizionabile, rimodulabile, flessibile.
Finito l'anno scolastico…arrivederci, forse. Poi comincia il conto alla rovescia, con la speranza che arrivi un telegramma o la chiamata. il vuoto di agosto, l'ansia di settembre e ottobre, con l'incarico che non arriva! Precari, gente da sfruttare.

In questo complesso meccanismo ho incontrato tanti colleghi, persone fantastiche che amano la scuola e il mondo dei ragazzi. ho incontrato la burocrazia allo stato puro, l'interesse becero ed individuale, la cosa pubblica usata a proprio personale fine. L'accaparramento dell'incarico, del progetto per racimolare qualche euro, perché lo stipendio è una miseria. In questo sistema esistono sacche di potere dentro la macchina burocratica. Ho incontrato il doppiogiochismo, l'incoerenza, gente che vorrebbe fare l'educatore ma non educa un bel niente. Ho incontrato per fortuna, tanti colleghi che sanno fare bene il proprio lavoro, fare l'insegnante per passione e far appassionare anche gli alunni, che non è poco.


Burano, 2012


Sono ritornato ad essere universitario con il corso abilitante, dato che serviva l'abilitazione per entrare nelle graduatorie ad esaurimento, quelle di serie A, altrimenti niente ruolo, e quindi posto fisso, mi avevano detto. Ma il corso abilitante non si svolgeva a Palermo bensì a Venezia. Due anni e mezzo di pendolare, con costi insostenibili per un posto di precario. Ho avuto modo di frequentare colleghi di tutta Italia, con tanti problemi in comune ma tanta speranza di trovare un lavoro fisso, quello della scuola. Malpagato, di responsabilità, ma fisso. Due anni e mezzo stressanti, vissuti intensamente però, con la depressione che faceva da compagnia. Precari, gente da sfruttare.

Burano, 2012

Ho conosciuto avvocati, il TAR, il CGA, ed ho capito che la giustizia italiana è talvolta un'opinione. Uno contro l'altro per un posto da precario. La legge, in fondo, la si può usare ad uso e consumo personale. Basta avere i soldi per pagare gli avvocati bravi. Basta un giudice imboccato a dovere da un bravo avvocato per sanare una mancanza, un titolo che non c'era, in barba alle leggi, ai regolamenti. Precari, gente da sfruttare e da calpestare. La giustizia che calpesta il più debole a vantaggio del più forte.

Burano, 2012



Ho conosciuto le azioni dei governi e dei ministri, di sinistra, di destra e ora tecnici. Gente che fa solo propaganda di partito e che è serva del potere, trattando i precari come numeri e basta. Razionalizzare la scuola significa mandare a casa migliaia di precari, con famiglie da mantenere e mutui da pagare. Ingannati dalla Stato, l'Istituzione che dovrebbe difendere il più debole.

Babbaluci in un pomeriggio d'agosto, 2011

Ho conosciuto i miei alunni, tanti e tanti. I miei ragazzi. Alla costante ricerca del senso della propria vita, molti sfiduciati in partenza, altri desiderosi di uscire dalla scuola ed essere protagonisti della propria vita. Molti mi hanno dato tanta soddisfazione in seguito, poiché hanno trovato la loro strada. Ho fatto le mie piccole rivoluzioni in classe, cercando metodi alternativi di insegnamento che scardinassero la lezione frontale. Il docente è, oltre che un educatore, anche un ricercatore.
Ho fatto, con i miei allievi, il mio personale percorso di insegnamento, che proprio quest'anno ha portato i suoi frutti. Si vede che ormai erano maturi.

Ecco il mio bilancio di 8 anni vissuti dentro la scuola. Spero di non tornarci mai più.
Burano, 2012

Scusate se vi ho annoiato. 

Mario Virga”

















lunedì 1 ottobre 2012

LA PIAZZETTA E LE NUOVE AGORÀ





Per socializzare le idee ora c’è la rete, ci sono i blog, una volta c’era la carta stampata. Anche nei piccoli paesi. A Racalmuto nel 1988 nasceva il foglio l’Agorà “periodico indipendente d’opinione e proposta”, era il prolungamento cartaceo di un luogo reale, la Piazzetta, destinato agli incontri, alle discussioni. 
Dopo due numeri “unici” in attesa di registrazione, mai avvenuta, il giornale non verrà più pubblicato, non per questo è venuta meno la voglia di discutere,  giornali o semplici “fogli” laici e parrocchiali erano stati creati prima e altri sono venuti dopo: meriterebbero una approfondita ricognizione storica. 
Né, sia detto per inciso, la fortuna e la longevità di un giornale sono da commisurare alla validità, alla dinamicità o alla coerenza di chi vi scrive.

La nascita di un giornale grande o piccolo che sia è sempre un avvenimento, un fatto socialmente rilevante in quanto espressione di un gruppo e rivela voglia di specchiarsi, immortalare episodi, criticare comportamenti, cambiare il mondo. Sempre mal visto dal potere, chissà perché. 
Ero ancora adolescente quando su un foglio parrocchiale, dal titolo che non ricordo, fu pubblicata una vignetta dove, dietro l’urna del venerdì santo, il corteo era aperto da un uomo con una bottiglia in mano. Si sa che in testa ai cortei ci stanno le autorità e tra queste l’immancabile sindaco con la fascia. Si sfiorò un bell’incidente diplomatico tra la chiesa e il municipio poiché il sindaco, benché rappresentato in un rito religioso, vi lesse un’impertinente allusione alla sua sete di… vino; si seppe che gli autori del giornalino vennero tacciati con gli epiteti di “amebe” e “molluschi invertebrati”. 

Non ricordo se ci fossero vignette anticlericali sull’Agorà, visto che il giornale era espressione di un gruppo libertario e sinistrorso, ma trasudava sincero amore per il paese in tutti i suoi aspetti, voglia di cambiamento, e in nome di tale amore e di tale voglia era aperto ai contributi di tutti.  Anche a  me a suo tempo è stato chiesto di collaborare; in ideale collegamento con la Piazzetta e con l’Agorà, voglio riproporre su un blog, tramite Internet, una testimonianza di ciò che siamo stati. 

Gli articoli di un giornale o i post di un blog non cambiano il mondo, ma rivelano come noi ci poniamo dinanzi ai fatti e ai problemi che esso ci apparecchia e lasciano traccia dei cambiamenti di realtà che si trasformano o a volte non ci sono più. L’articolo del 1988 che segue vuole esserne un esempio:






 In un giornale di informazione e di dibattito, intitolato al luogo simbolo dell’antica Grecia, all’agorà, mi pare molto pertinente rievocare un altro luogo simbolo della Racalmuto antica. Penso alla Piazzetta, anzi all’ex Piazzetta, meritevole di un elogio (funebre).
            Per meglio accogliere il richiamo, si ricordi ciò che era e ciò che rappresentava l’agorà presso i Greci: era la piazza centrale della pòlis, luogo di riunione e di mercato. Era l’università e il parlamento. Era il simbolo della stessa democrazia.

            Un ruolo così elevato e polivalente non aveva la nostra Piazzetta, ma sicuramente nella topografia paesana costituiva un preciso punto di riferimento. – Dove ci vediamo? – si domandavano reciprocamente gli amici che si lasciavano la sera per ritrovarsi l’indomani. La risposta era implicita: – Alla Piazzetta!

            Oggi, la consuetudine è andata in disuso perché lo spiazzo racchiuso tra l’ex fondaco di “Mennu”, il fabbricato detto il palazzo di “Gammiglieddra”, il piede di via sant’Anna e gli archi di via Rossini e di via Bellini, è stato occupato – ché di occupazione si tratta – da una fontana.
            Il “monumento” potrebbe sopportarsi alla vista se non fosse fuori posto, se non sorgesse nello spazio che era e rimane, idealmente e nel ricordo, quello della Piazzetta.
            Esteticamente mediocre, la moderna fontana, con getto d’acqua a corrente alternata, per poco tempo ravvivata da anitre spaesate fino a quando non sono state involate di notte e notte, la fontana, si diceva, risulta logisticamente inopportuna. Essa ci ha privati, infatti, di uno spazio centrale e capiente. Cosicché, nelle feste, nei comizi e nelle assemblee, la folla intasa il tratto di corso Garibaldi che va dall’ex Piazzetta alla Matrice, assomigliando a un budello strozzato.

               Si ha ragione di credere che l’intenzione degli amministratori, fautori della fontana, fosse buona. Pensavano di abbellire la piazza con zampilli d’acqua, inferriate, papiri sempreverdi e sedili in pietra, ma per fare ciò si è dovuto scalzare la Piazzetta, vanificando in tal modo i buoni propositi.

            Allo stupore iniziale è subentrata, con gli anni, la nostalgia, e direi l’esigenza, dell’antica Piazzetta.
            C’è un detto siciliano, veramente, che sa di congiura contro le piazze in genere, intese come luogo di aggregazione sociale (dove diffidare), ed è questo:

Nta la chiazza e nta la fera,
non si dici bona sera.

Come dire: in piazza ed al mercato, ognuno per i fatti propri. Ma non è così. Alla Piazzetta si pensa con piacere quale luogo di riunione e di incontro. Anzi, corre voce in piazza che si dovrebbe eliminare la fontana, da collocarsi altrove, per ripristinare l’antica Piazzetta e pure gli antichi basoli nel corso Garibaldi.
            Quanto fondata sia questa voce non è dato appurare se non dopo che i fatti seguiranno alle parole. Prendetela, pertanto, come una voce di piazza, che non sempre viene considerata voce di popolo né tantomeno voce di Dio:

Sunaru a Ciccanninu li rintuocchi:
mi parsiru li cuorpi di la morti.
A la Piazzetta comu ci finisci?
Ci misiru la vasca cu li pisci.













Per le cartoline antiche, risalenti agli Anni Dieci del secolo scorso, e le foto più recenti, ringrazio Angelo Cutaia per averle messe a disposizione.
Il post è stato precedentemente pubblicato su:

UN'INTERVISTA KURIOSA


Intervista al Presidente onorario dell'Akkademia du Crivu

L’Akkademia, nata nel 1995, si prefigge la scoperta e la valorizzazione del nostro patrimonio culturale, si è fatta promotrice di singolari iniziative come la messa celebrata in lingua siciliana il 26 dicembre dello stesso anno, con tanto di approvazione ecclesiastica, ma soprattutto si propone di restaurare in via sperimentale la vera grafia del siciliano antico.

Dottor Provitina, non bastavano le ortografie esistenti?

R. Intanto, preciso che il mio vero nome è Prufètina, deriva da una famiglia bizantina che aveva capacità divinatorie, in seguito grecizzato con il suffisso ina e significa "figlia del Profeta"; non solo il mio ma tutti i nomi siciliani dovrebbero essere cambiati per come erano scritti originariamente.

Una bella impresa! Si può immaginare il disagio per i cittadini e gli uffici anagrafici che dovrebbero "correggere" tutti i loro documenti.

R. Non dico questo, la mia è una provocazione ma anche una proposta sperimentale. E vengo così alla sua domanda iniziale. Non solo per i cognomi, ma per scrivere tutte le parole siciliane finora sono stati adottati i segni alfabetici dell’italiano, questo è stato ed è l’errore delle varie ortografie esistenti.

E invece?

R. Invece bisognerebbe adottare la tabedda fonika siciliana.

Sarebbe?

R. Adottare i ventisette segni alfabetici del siciliano per indicare i suoni di qualsiasi parola dialettale siciliana, di ieri e di oggi e anche di domani.

Non sarebbe un voler versare il vino nuovo in otri vecchi?

R. Ci riteniamo innovatori, non conservatori, anche se non abbiamo la presunzione di rifare la lingua siciliana. O ce l’ha o non ce l’ha un popolo la sua scrittura. Il popolo siciliano ce l’ha. È sbagliato volere scrivere il siciliano con l’alfabeto italiano. Tutto qui. In particolare rivendichiamo il ripristino di kxj. La storia ci dà ragione. Nella prima metà del XIV secolo troviamo il segno k al posto di c dura. Nel XV secolo, sci veniva scritto x e nel XVIII e XIX secolo si utilizzava il segno grafico j invece del corrispondente gi appartenente alla tabella fonica italiana. Inorridisco quando in televisione, dovendo leggere Caltanissetta Xirbi, pronunciano Csirbi invece di Scirbi.
Vicino Roccapalumba esiste il monte Sciarra, scritto anticamente Xarra. Tuttora troviamo ancora dei pastori analfabeti o quasi che cercando di imparare a scrivere utilizzano la k per esprimere c dura, poiché è un fatto genetico, è dentro di noi.

Come mai queste soluzioni finora non sono state adottate sistematicamente?

R. Anche noi du Krivu ci chiediamo come mai il Pitrè, ad esempio, ha ceduto a scrivere una grammatica dove l’uso dei segni graf¦ci non corrisponde a quello siciliano nonostante ne fosse a conoscenza. Ma sappiamo la risposta: perché altrimenti non avrebbe avuto la storia. 
Oggi è impensabile che uno studio coraggioso quale possa essere quello fatto da noi du Krivu attraverso il mio libretto Lezioni di beddu skriviri sicilianu possa essere sostenuto da un istituto di cultura, riconosciuto da una università qualunque o appoggiato da una classe politica, è impensabile proprio perché è una novità talmente dirompente che nessuno ha il coraggio di sostenerlo; per fare pubblicare da altri il mio libretto e farlo circolare, dovrei far sparire la k, la x, la j, dovrei far sparire la verità. Nun si podi ammucciari u suli ku u krivu. È quello che hanno fatto il Pitrè, il Piccitto e lo stesso Salvatore Camilleri. Lo stesso Meli non scrisse nel siciliano che sapeva sicuramente scrivere.

Il professore Salvatore Trovato dell’università di Catania ha in preparazione una pubblicazione sull’ortografia siciliana...

R. E vabbé, ognuno pubblica la sua, ma sono tutte sbagliate e chi le pubblica sa che sbaglia, io lo so che loro sanno di sbagliare perché ne abbiamo parlato. Con molti studiosi ho avuto scambi di opinione, anche con lo stesso Ruffino, fatto sta che chi vuol fare strada deve nascondere la verità. Io posso rendere pubbliche le mie convinzioni perché non ci debbo campare. Se io dovessi far sopravvivere la mia famiglia, dovrei pubblicare le mie cose trasformandole, eliminando quello che la politica vuole che non si dica.

A proposito di politica, come reputa l’attuazione della legge regionale sull’insegnamento del dialetto nelle scuole?

Sicuramente non tempestiva. Lo sarebbe stata se fosse stata attuata già negli Anni Ottanta, quando uscì la legge. Che sia opportuna, non c’è dubbio. Che possa essere utile e positiva, ne sono convintissimo, perché la salvaguardia dei tanti dialetti siciliani significa la salvaguardia della lingua siciliana. Guai se si perdesse questo patrimonio. Ah, se ci fosse stata l’Akkademia du krivu due secoli fa!

Cosa sarebbe cambiato?

Molto. Pensi: alla base di ogni popolo c’è la cultura e alla base di ogni forma culturale c’è la lingua che la esprime. Ebbene, la regola fondamentale per chi vuol far parte della nostra accademia è di pensare, parlare, leggere e scrivere in siciliano.

È una fede!

Sì, è una fede nella nostra identità.










Il testo, senza la suddivisione in sequenze,  si può leggere su:

-         “Scuola e cultura antimafia”, a. 17, n. 3, Settembre-Dicembre 2000:
http://digilander.libero.it/scuolaxantimafia/index.htm cliccare su DIALETTO O LINGUA SICILIANA
-        “Lumìe di Sicilia”, n. 41, febbraio 2001, pagg. 10-11: