lunedì 10 settembre 2012

RACALMUTO COME MOZIA?!


La recente notizia di alcuni ritrovamenti archeologici, durante i lavori per l’autostrada Agrigento-Caltanissetta, mi ha fatto ricordare di essermi occupato di simili notizie in un vecchio articolo pubblicato nel 2005 sulla rivista fiorentina “Lumìe di Sicilia”. Riproporlo sul blog ora non mi pare inopportuno né “fuori tema”, rafforza semmai ipotesi antiche e rammarichi moderni.

 
Un giorno un contadino andò a trovare il signor Joseph al baglio di Marsala con alcuni oggetti trovati nell’isola di San Pantaleo mentre dissodava il terreno per impiantarvi un vigneto. Il signor Joseph riconobbe lo stile punico e li comprò.
Del Commendatore Joseph Whitaker, detto Pip, inizia così l’avventura archeologica a cui si dedicherà anima e corpo, specialmente dopo la nascita della seconda figlia quando ritornerà pressoché scapolo dal momento in cui la suocera aveva deciso che la propria figlia, dopo la seconda gravidanza, non poteva continuare ad assolvere i doveri di moglie.

Quello che rappresenterà l’isola di San Pantaleo, ridivenuta Mozia dopo gli studi e gli scavi del Commendatore archeologo, è noto in tutto il mondo. Oggi Mozia è incessante meta di visitatori. L’impero economico dei Whitaker è tramontato ma Mozia è più viva che mai. Sappiamo come i letterati e i pittori la dipingono: poco distante dalla terraferma, collegata da un carro che procede in mezzo al mare. “Un carro? Fino a quest’isola?” chiede un personaggio consoliano, a cui viene risposto: “Nessuna meraviglia. Là a levante corre sott’acqua, ch’è alta qualche spanna, una strada lastricata di basole bianche che porta dritta giusto fino a Birgi”.
Rivivono oggi la strada lastricata sotto il mare, le mura con le torri, i leoni di pietra, la necropoli. Rivive la città filocartaginese com’era prima di essere espugnata e bruciata dai greci, sepolta, dimenticata.

Chissà quale sarebbe stato il destino archeologico e turistico di Racalmuto se i contadini racalmutesi, invece di ridurre in frantumi gli antichi vasi di creta rinvenuti e altre cianfrusaglie, li avessero offerti al Commendatore Whitaker. Di oggetti antichi, monete, sepolcreti, in tutto il territorio racalmutese ne sono stati sempre trovati,inabbondanza,cometestimonia Nicolò Tenebra Martorana fino al 1897:
“In contrada Cometi, lungi tre chilometri da Racalmuto, in occasione di scavi, si rinvennero sepolcreti d’argilla rossa, resti d’ossa, lumiere antiche, cocci di vasi [...].
“In contrada Culmitella (ex feudo Culmitella) furono rinvenuti due grandi vasi di creta rossa a mo’ di giarre. [...]
“In contrada Ferraro, furono trovati piccoli vasi di creta, con disegno molto ben fatto e delicato, vernice nera e leggierissimi. Erano dei lacrimatoi. Graziosissimi a vedersi, furono ridotti in frantumi dagli ignoranti contadini, che dentro quei piccolissimi vasi sognavano un tesoro!
“In contrada Cometi furono rinvenuti vasi antichi. [...]
“Infine a Casalvecchio, a poco meno di un chilometro dall’odierno Comune, in occasione di scavi eseguiti per istabilire una strada carreggiabile, si rinvennero sepolcreti, ruderi d’antichi edifizi ed altri oggetti.”
Tutto questo nell’Ottocento.

Ma anche per tutto il Novecento si sono inseguite voci di favolosi ritrovamenti o di allarmati interramenti per paura che le autorità ponessero vincoli ai terreni o li acquisissero forzosamente.
Oliveti e vigneti, forse, prosperano su ignorate necropoli piene di corredi funerari? Da accertare. Sta di fatto che qualche reperto si trova esposto al museo archeologico della Valle dei Templi. Esposto per modo di dire, da qualche tempo inchiavardato e sepolto negli scantinati.
Alla richiesta di notizie sul materiale archeologico racalmutese conservato o esposto al Museo, la risposta dal personale addetto non poteva essere che pirandelliana:essoconsisterebbeinquindici pezzi non esposti, poiché di nessun valore espositivo, e in una imprecisata raccolta di monete, non esposte ugualmente perché molto preziose. C’è da consolarsi: il monetario, “in fase di riordinamento”, sarà esposto quanto prima. “Forse, l’anno prossimo,” è stato il pronostico del personale addetto, allungando i piedi sotto la scrivania e rinculando sulla spalliera della poltrona direzionale.

Se il Commendatore Whitaker fosse venuto in possesso o a conoscenza di questi e di altri reperti, oggi a Racalmuto ci sarebbe almeno un museo, come a Mozia, e non staremmo a sentire di sparsi e incontrollati rinvenimenti, di mura ciclopiche prima portate alla luce in contrada Grutticeddi, vigilate per un paio di mesi da un pubblico custode inviato dalla Soprintendenza di Agrigento e, infine, sotterrati un’altra volta.
Un assessore, in carica negli Anni Ottanta, ricorda di avere visto solo una volta alcune casse con 114 straordinari reperti (punte di frecce, suppellettili, monili...) di età preistorica. “Centoquattordici!” ricorda benissimo, e si rammarica el loro inventario mai pervenuto.
Al Serrone, al Babbalùci, alla Menta e in tante altre contrade chissadove, si dice che i contadini smuovessero la terra furtivi: di notte si sentivano i cadenzati rintocchi dei picconi alternarsi al singulto dei gufi.

Un luminoso giorno del luglio 2004, durante i lavori di sbancamento per ricavare verdi parchi e rotabili parcheggi, nei quartieri Bastione, Stazione e nel terreno di Padre Arrigo, vengono scoperte strane cavità somiglianti a grotte. “Tombe sicane” dice qualcuno; “bizantine” ipotizza un altro, bizantine come le monete non esposte al museo “San Nicola”, e si azzarda ad enumerarle, “forse una, due, tre.” Il giovane assessore che mi accompagna al sopralluogo nicchia e annuisce, annuisce e nicchia. Gesticola. Cincischia. L’augurio è che vengano appurate le “voci” e ne conseguano “scelte politiche conseguenti”. La ditta appaltatrice nel frattempo, di quelle grotte, ne  avrebbe tompagnate alcune. “Con tutto il cordolo funerario,” si mormora in giro. Si teme sia vero.
Speriamo di no,” dice l’assessore.
“Speriamo di sì,” dico io; chiudo gli occhi e penso: “Se il Commendatore Whitaker fosse venuto a Racalmuto, altra sorte sarebbe toccata al ‘cordolo’ funerario, alle tombe, alle mura interrate, alle monete inesposte”.

L’ipotesi non è peregrina. I Whitaker avevano proprietà a Racalmuto.
Se, nel 1898, come altrove ho documentato, invece di mandare due “incaricati speciali” a ispezionare la suddetta proprietà, fosse andato Pip, il cultore a tempo pieno delle cose antiche, l’archeologo appassionato, lo scopritore di Mozia, forse...


Piero Carbone





Sicilia svelata - Mozia: i rostri della battaglia delle Egadi (ITA/ENG/FR)


http://www.youtube.com/watch?v=pF23O72TUOE&feature=youtu.be


[PDF] 

lumie di sicilia - Associazione Culturale Sicilia Firenze


www.sicilia-firenze.it/upload/files/lumie_n53.pdf


Foto da Internet






domenica 9 settembre 2012

ADOTTA UN POLITICO NELLA STRADA DELL'ARTE

In controtendenza a chi vorrebbe la morte delle Province, altri pensano a celebrarle, a celebrarne la memoria.

Alla notizia dell’inaugurazione di una Galleria di ritratti dei Presidenti della Provincia di Agrigento, l’artista Franco Fasulo chiede ironicamente consiglio agli amici su facebook: “Non sarebbe il caso di avviare una petizione per far sì che venga editato un catalogo di questa pregevole collezione d'arte? Naturalmente un'edizione di lusso, con copertina in pelle lavorata a sbalzi dorati e fogli "carta a mano" delle migliori cartiere italiane”.







Tra il serio e il faceto, questa "ottima" idea della Galleria di ritratti ne fa venire in mente un'altra, per così dire amplificata, da esporre en plein air:  i ritratti dei Presidenti della superstite provincia agrigentina, integrati e arricchiti da quelli  dei "nostrani" politici nazionali, esposti lungo la strada Palermo-Agrigento, accanto ai segnali stradali più significativi, ai limiti di velocità a 30 km orari, ai cartelli non più leggibili, egli svincoli "a sinistra",  etc.  
Le dimensioni? Come quelle dei cartelli pubblicitari, non meno di due metri per due.
Ogni pittore potrebbe adottare un Presidente o un  nostrano politico nazionale, da pittare nelle tecniche prescelte, all’insegna dello slogan “Adotta un politico nella strada dell'arte”.
Probabilmente l’iniziativa farebbe notizia e ne parlerebbero tutti i giornali, ancor più delle lapidi dei morti per incidente stradale disseminate lungo i  125 chilometri della statale Palermo-Agrigento. 
A Franco Fasulo  fa venire in mente “la famosa "President Road"!”. Anzi, di più, l’idea di un pellegrinaggio: “Caspita, Piero, in poco tempo sarebbe più famosa del cammino di Santiago!” 




Immagine da Internet

sabato 8 settembre 2012

IL SOGNO DI PADRE PUMA



Sollecitato da un’immaginaria lettera di Calogero Taverna a Padre Puma, apprezzando l’iniziativa e sollecitato anche dalle domande di Carmelo Rizzo, ho colto l’occasione per rievocare con piacere alcuni particolari.

La lettera di Calogero Taverna:
Caro, carissimo padre Puma (indirizzo: Regno dei Cieli) noi siamo stati amici dal 10 ottobre 1945 sino al giorno della tua dipartita. Sai quanto ti ho voluto bene. Pensa a quanto soffro nel vedere autoproclamatisi santi in terra bistrattarti. Tu hai riconsegnata dignitosa e se non bella degna di un paese mezzo eretico e mezzo bigotto questa nostra matrice. Altri non vogliono che tu sia ricordato e confinano una targa fornita da costruttori a tua memoria in un angoletto in basso dietro un'anta del paravento dell'ingresso principale in modo che nessuno la veda. Non c'è verso di far porre rimedio a questa profanazione a questo irriverente gesto. Non potresti far mandare un qualche arcangelo per un lieve ammonimento?

Carmelo Rizzo: Mi ha commosso questa bella lettera inviata al nostro carissimo P. Puma ...sono stati tantissimi ad amarlo... i racalmutesi sono gelosissimi dei propri sentimenti, preferiscono tenerli dentro, non esternarli, ma l'affetto per P. Puma è ancora grande!

Piero Carbone: Quando l’amministrazione comunale gli ha organizzato la mostra, da me curata, era felice come un bambino; sollecitato dall’evento, s'è messo a dipingere ravvivando i colori: il precedente incontro con il pittore Pippo Bonanno diede i suoi cromatici frutti; le foto che lo ritraggono alla Fontana di novi cannola, ai piedi del Castelluccio, nel gabinetto del sindaco davanti a un quadro del Bonanno, scattate apposta per il catalogo, risalgono a quel periodo.                                                                                          Poco prima dell'inaugurazione venne a confidarmi sconsolato che l'avevano criticato proprio per la mostra con motivazioni apparentemente evangeliche: si mettesse a fare opere di carità, piuttosto! Mi ha fatto impressione tanta vulnerabilità. Lo incoraggiai come potei, con la parabola dei talenti. La pittura è un talento anche per un prete.                                                                                       La mostra riuscì benissimo. Intervennero mons. De Gregorio e Il vescovo Ferraro da Agrigento, il maestro Bonanno da Palermo, e tanta altra gente. Non ricordo se lo fecero i confratelli.

Carmelo Rizzo: Piero...correva l'anno.....

Piero Carbone: Correva l’anno 1991, la mostra si tenne all’Auditorium Santa Chiara  dal 5 al 16 luglio. In concomitanza con l’inaugurazione della mostra, Racalmuto ospitava tanti illustri personaggi della politica, della magistratura e del giornalismo, impegnati nel convegno intitolato “Il paese della ragione”. Padre Puma fu oltremodo compiaciuto percé alcuni di quei personaggi, tra cui gli onorevoli Mannino e Martelli, visitarono la sua mostra.

Carmelo Rizzo: ‎...quadri del P. Puma sono a..........

Piero Carbone: Non saprei, attualmente potrebbero trovarsi presso gli eredi, ma sarebbe auspicabile che i quadri di un pittore fossero visibili, come si dice, fruibili. Così come la musica va ascoltata, la pittura va guardata e ammirata. Certi quadri, poi, certe immagini, entrano nell’immaginario collettivo, e non si possono pertanto relegare in esclusiva entro quattro pareti.                                                                                    Mi piacerebbe vedere il Cristo coronato di spine realizzato a carboncino ai tempi del Seminario o i piccoli ritratti a matita di suo papà e di sua mamma o “Incontro dei popoli” del 1972, e infine il “Sogno di Giacobbe”,  acrilico dipinto nella vecchia e ormai abbandonata  casa paterna, completato con affanno, per la mancanza di tempo, alla vigilia dell’inaugurazione della mostra. Davanti a questo grande quadro (cm 1,45 X 2,45) composto come un onirico sogno rossoaccceso con turbe di candidi angeli e un assorto Giacobbe in altrettanta candida veste, dissertò animatamente con Pippo Bonanno di teologia e di pittura.

Calogero Taverna: I confratelli non applaudirono: borbottarono di brutto. Bonanno fu aspretto. Mi sono permessa una controcritica: naturalmente nessuno l'ha pubblicata. Prima o poi lo farò io direttamente.

Piero Carbone: Non sapevo di questa controcritica, anche perché non è stata finora pubblicata. Nell’attesa di leggerla, alcuni pensieri critici riportati nel catalogo della mostra  intitolato “La natura delle cose”, potrebbero fornirci utili prospettive per comprendere meglio le ragioni e i vagheggiamenti di un pittore e del suo pittare.

Calogero Taverna: …a lu Cannuni potrebbero rifare la mostra del defunto pittore PUMA ALFONSO

Piero Carbone: E perché no?

Testimonianze critiche:
“A San Basilio Magno si attribuisce il pensiero che i pittori facciano con i pennelli ciò che gli oratori sacri fanno con la parola: evangelizzano. […] Un sacerdote, vermente artista, può arricchire il suo ‘ministerium Verbi’ o prestargli risonanze complementari…”.                       Agrigento, 15 giugno 1991. Carmelo Ferraro, Vescovo.

“Ché le tematiche rimangono saldamente legate alle grandi radici culturali dell’artista. Ed è questa la nota più apprezzabile della pittura di Alfonso Puma. Dalla quale traspare, tutto sommato, il desiderio e l’intenzione di correre liberamente per i sentieri perigliosi del colore (senza però perdere mai di vista la finalità del percorso)”.                       Palermo, 31 maggio 1991. Pippo Bonanno

“Attualmente tra i sacerdoti agrigentini non sono numerosi i cultori dell’arte e della poesia, gli artisti e i poeti: l’arciprete Alfonso Puma è certamente fra i più notevoli per ricchezza e varietà di opere, per novità ed elevatezza di arte.                                                      In una città, come Racalmuto, ricca di arte, in cui aleggia ancora, nella magia delle sue luci e dei suoi colori, l’atmosfera incantata del Monocolo, egli, fin dall’infanzia, avertì in sé e armoniosamente coltivò ed aiutò a crescere, i germi della vocazione artistica e sacerdotale e già nel Seminario di Agrigento, durante i suoi studi, cominciò non solo a mostrare, ma a realizzare i suoi talenti artistici, imitando e copiando, da autodidatta, i grandi maestri, individuando e discernendo sempre la sua vena poetica che si effuse e sviluppò in seguito, producendo numerose e belle creazioni artistiche che avvincono e conquistano, suscitando in chi le ammira, una spontanea e sincera partecipazione, un profondo godimento estetico, una scossa salutare invitante e richiamante ad uno stacco dal contingente, dal tempo, per attingere l’eterno”.                                                                                  Agrigento, 14 giugno 1991. Mons. Domenico De Gregorio                                                                    








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